Domani sposi! – Note a margine sull’incontro coi Radicali Italiani sulla sentenza 138/2010

Ieri sera sono stato alla sede dei Radicali Italiani, dove ho avuto il piacere di moderare l’incontro I diritti LGBT(E) in Italia dopo la sentenza138/10.

Per chi non lo sapesse, la sentenza in questione è quella della Corte Costituzionale all’indomani dei ricorsi impugnati dalle coppie gay che si son viste rifiutare la pubblicazione della loro intenzione a sposarsi di fronte a un funzionario dello Stato, in comune. Le coppie sono state assistite e difese da Rete Lenford, l’avvocatura LGBT, e dall’associazione radicale Certi Diritti, che ieri ha organizzato il dibattito.

La sentenza è fondamentale per almeno tre ragioni:
1. riconosce legittimità costituzionale alle coppie di fatto, eterosessuali, gay e lesbiche
2. invita il Parlamento a legiferare per la piena parità, pur non pronunciandosi per l’estensione del matrimonio
3. condanna l’omofobia.

Durante l’incontro è stato pure presentato il libro curato da Yuri Guaiana, segretario dell’associazione Certi Diritti, Dal cuore delle coppie al cuore del diritto, in cui si narra la storia della sentenza e si discutono gli aspetti tecnici e politici della questione.

Sono intervenuti diversi e diverse ospiti, dal mondo dell’associazionismo (tra le altre CCO Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno), dei partiti politici (erano presenti delegazioni del PD, di SEL e, naturalmente, dei Radicali) oltre ai rappresentanti di quelle realtà che attraverso la campagna di Affermazione Civile, hanno portato la questione di fronte alla corte suprema italiana.

Per chi volesse vedere tutto il dibattito, può cercare il podcast sul sito di Radio Radicale.

Io mi limiterò a fare una serie di brevi considerazioni.

Il movimento GLBT riesce a ottenere risultati concreti quando si muove su progetti specifici e si dà obiettivi politici. Occorrerebbe, quindi, puntare sul progetto. Molto spesso si guarda al dito della propria autoreferenzialità.

Il movimento trova una sponda nella società civile: l’avvocato Di Carlo ha dichiarato che il cosiddetto mondo giuridico è largamente possibilista sui temi di matrimonio allargato a gay e lesbiche e sulle adozioni. E non certo per affezione ideologica, bensì per rilevamenti tecnici. Il diritto, in altri termini, è dalla parte dei diritti.

Movimento gay e società civile devono pretendere una rappresentanza anche a livello politico. La politica parlamentare e quella “istituzionale”, tolte le dovute eccezioni (si pensi alle realtà di Torino, Milano, Napoli e Cagliari), è sorda a ogni tentativo di ammodernamento civile del paese.

Ne consegue che la questione omosessuale italiana diviene una cartina al tornasole per il rinnovamento della classe politica. Occorre che in Parlamento vadano persone nuove, gente disposta a mettersi in gioco e a rispondere ai bisogni della società, ovviamente non soltanto nel campo dei diritti civili. La sostituzione della casta con una classe dirigente capace è un elemento essenziale per la crescita di questo paese, in ogni suo campo.

Ha ragione Cristiana Alicata, del PD, quando dice che certe lotte vanno intraprese anche se sembrano poco popolari, non vincenti. Il senso della lotta politica è creare dibattito e attenzione di fronte la questione stessa che si solleva. Molti, dentro il movimento, vedono gli aspetti della lotta come aprioristicamente utopici se non velleitari. La sentenza 138 ci dimostra che le cose stanno esattamente all’opposto.

Infine: la strada è lunga e i mutamenti politici, all’orizzonte, non sono confortanti. Il centro-sinistra cerca l’alleanza con forze integraliste, al di fuori della legittimità costituzionale – a cominciare dall’UdC – e dietro quest’alleanza si chiederà proprio la testa dei nostri diritti. Di fronte a quest’evenienza non dobbiamo farci trovare impreparati.

La sinergia tra movimento, spazio giuridico e dialogo con quella politica attenta alla questione omosessuale italiana dimostra di essere vincente. La strada è segnata, a mio parere. Non rimane che percorrerla.

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Apartheid cattolico

‎«No, il matrimonio non è legato alla sessualità, il matrimonio si basa sul consenso, cioè sulla volontà». Sono le parole di Pietro Lombardo, canonista medievale. Ho trovato, per caso, questa dichiarazione sul profilo Facebook di Yuri Guaiana, ricercatore presso l’Università degli studi di Milano e militante dei Radicali Italiani.

Il matrimonio come atto di volontà è una conquista moderna. Prima erano molto di moda, a ben pensarci, i matrimoni di interesse o quelli combinati. Il più delle volte, queste unioni erano benedette dalla chiesa cattolica. La stessa che oggi pretende che lo Stato laico faccia discriminazioni tra i suoi cittadini, in virtù di credenze faziose e obsolete che gli stessi appartenenti al cristianesimo non seguono nella loro prassi quotidiana.

Secondo tale organizzazione, i gay non possono accedere al matrimonio civile. Perché così sarebbe scritto sulla Costituzione.

Ricordo a questa gente che l’articolo 2 della nostra Costituzione recita che lo Stato riconosce le formazioni sociali dove si svolge la personalità dell’individuo.

L’eguaglianza formale dei cittadini e delle cittadine d’Italia è, per altro, garantita dall’articolo 3 del medesimo testo, che prevede che siamo tutti uguali a prescindere da differenze legate a condizioni personali.

E ancora: «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana».

I gay e le lesbiche hanno, quindi, diritto di sposarsi. Andare contro questa evidenza significa limitare la libertà dell’individuo, in pieno conflitto col dettato costituzionale.

È tutto scritto nella fonte del nostro diritto, la stessa fonte che assicura libertà di credo religioso a quei cattolici che pretendono che la legge non sia uguale per tutti e che ci siano privilegiati e discriminati.

Una situazione del genere si è avuta, a ben vedere, nell’Africa e nell’America dell’apartheid.

I seguaci di Ratzinger dovrebbero, di conseguenza, scegliere da che parte stare, tra tirannide (e quindi crimine) e diritto.