Catania Pride: un percorso, due cortei, mille follie

E Catania Pride fu. Nonostante tutto. Nonostante le piccole grandi follie che si sono consumate sotto il vulcano, follie che hanno agitato le notti degli organizzatori e che sono passate totalmente inosservate agli occhi di chi manifestava – nel tragitto ormai classico di via Etnea, da piazza Cavour a piazza Università – dietro uno qualsiasi dei due carri di quello che, oltre a essere il pride conclusivo della stagione dell’orgoglio GLBT italiano, è forse pure uno dei più piccoli. Catania, d’altronde, è pur sempre in Sicilia, non ha i numeri di Roma o di Torino, in termini di abitanti tanto per cominciare, e se si guarda la carta geografica è lontana dalla capitale e lontanissima dal ricco nord che sembra non voler andare più a sud di Roma (con qualche eccezione per Napoli e Bari).

Ma lasciamo stare i numeri, che la bontà di un progetto non la valuti (solo) in base a quanta gente vi partecipa, e torniamo alle follie. Tra queste, quella di dare a una città che vede non più di seimila partecipanti nei suoi momenti più felici – come per il pride del 2008 – ben due manifestazioni separate e, se vogliamo, tra di loro concorrenti.

E se anche il solo ipotizzare due pride nella stessa città – fantasia in cui non si è avventurato nemmeno il Mieli, quest’anno, a Roma, pur avendo numeri e strumenti per poter avanzare una proposta del genere – fa sgranare gli occhi a gay e lesbiche di buona volontà, Catania è dal 2009 che si permette il lusso di andare due volte in piazza.

L’anno scorso, se vogliamo, si è salvata la faccia perché Catania è stata anche sede di un pride regionale, preceduto da uno, per l’appunto, cittadino. Quest’anno il regionale era altrove, a Palermo (per altro riuscitissimo), e allora si è deciso di fare due cortei, nello stesso giorno, seguendo lo stesso percorso, diviso da uno spazio vuoto: lo spezzone del Comitato Catania Pride (che unisce diverse sigle siciliane) e quello di Open Mind Catania e delle realtà ad esso vicine (prime tra tutte Rifondazione). Che l’asfalto unisca ciò che altri hanno voluto dividere: un movimento GLBT che mai come quest’anno nel capoluogo etneo è sembrato sfibrato, stanco, alla ricerca di una nuova identità.

D’altronde per le forze antagoniste, riunite attorno all’Open Mind Catania, il pride “classicamente” inteso non è abbastanza rivoluzionario. Perché, mi si corregga se sbaglio, evidentemente per qualcuno si ha il diritto di marciare per la dignità, la parità e la laicità – questi i prerequisiti minimi del documento politico del Comitato Catania Pride (non antagonista) che le realtà antagoniste non hanno voluto controfirmare – solo all’interno di un discorso politico che deve imprescindibilmente includere temi quali cassa integrazione, conflitto di interessi, antifascismo inteso come lotta tra bande. Mentre, magari, la questione GLBT diventa voce indistinta (o subalterna?) dalle ragioni di questo o quel partito che agogna di tornare nel parlamento dell’Italia berlusconiana con un linguaggio e un programma di governo che, forse, verrebbe ritenuto obsoleto anche nell’attuale Cuba. Con rispetto parlando, sia chiaro.

Però poi, a ben vedere, se si legge il documento del Comitato i riferimenti all’antifascismo, all’antimafia, a una società più giusta, ai diritti degli immigrati e dei lavoratori ci sono pure. E allora cominci a chiederti se certe prese di posizione non siano aprioristiche, se non addirittura stupide, inutili. Folli, per l’appunto.

Come è folle il fatto che le realtà antagoniste di Catania non abbiano avuto problemi a partecipare al Pride Regionale di Palermo, commemorativo dei trent’anni di Arcigay e “sostenuto” da quei poteri forti che poi, ieri, a Catania, sono stati duramente contestati. A ragione, mi viene da dire. Ma continuo a non capire perché a Palermo Arcigay, con cui più volte ho avuto il piacere di litigare, andava bene, e a Catania no.

Dal palco antagonista si è parlato con certa sufficienza delle fiaccolate, volendo ignorare che il fenomeno We have a dream ha tenuto la prima pagina di Repubblica per mesi e che sì, è vero che con una candela accesa non fai la rivoluzione, ma è anche vero che se aspettiamo chi dovrebbe farla, la rivoluzione, continueranno a picchiarci senza che nessuno faccia mai niente. E non me ne vogliano Facciamo Breccia e le sue diramazioni più meridionali.

Dal palco antagonista si è detto che l’altro spezzone del corteo è altra cosa, perché il pride antagonista – ribattezzato Independent Pride – è una manifestazione libera. E allora, tu che antagonista non lo sei, ti chiedi in cosa sei schiavo, quali sono le catene che tu non vedi e che altri non hanno. Apparentemente.

Poi c’era il tuo spezzone di corteo. Quello dove forse c’era più gente, dove, tra le altre cose, si ballava di più, dove una favolosa cubista nata a Mediaset rilasciava autografi. Dove c’era molta festa ma, è onesto dirlo, poca politica, al di là delle sigle delle associazioni presenti. Tra cui tutta l’Arcigay siciliana. La stessa che, però, torno a dire, il mese scorso a Palermo andava bene…

E tra questi spezzoni, che rappresentavano ogni yin e yang possibile, in una lotta tra bene e male dove gli eserciti si confondono, c’era il vuoto. Il vuoto di una distanza cercata nell’ultimo anno e faticosamente ottenuta proprio da quegli antagonisti che ieri parlavano con sospetto delle fiaccolate e con irriverenza di catene invisibili. Un vuoto lasciato tale da chi ieri al pride, dopo anni, non è venuto.

A cominciare da Certi Diritti Catania, che del documento del Comitato non hanno amato specifici riferimenti ai diritti sociali per poi partecipare, sempre nel capoluogo siciliano, a un pride che ha, nel suo documento e tra i suoi valori fondanti, il richiamo a quegli stessi diritti.

A cominciare da chi, senza esibire appartenenze a partiti e ad associazioni di qual si voglia natura, si è semplicemente stancato di ballare (soltanto) dietro un carro, di assistere alle guerre sul niente – perché piaccia ai rifondaroli di Catania e alle associazioni ad essi collaterali, ma stiamo guerreggiando proprio sul niente – di sentire discorsi triti e ritriti sull’importanza di stare uniti, ma detti da due palchi separati. Contenti noi…

Eppure una piccola magia, ieri, in mezzo al baccano, ai coriandoli, ai ragazzi vestiti da gladiatori lunari e al cospetto di due ragazze che si erano portate dietro la mamma di una delle due, si è verificata: durante il percorso, di tanto in tanto, ci si distaccava, si andava un po’ più avanti, un po’ più indietro. Ci si riconosceva, ci si rivedeva dopo giorni, settimane, anni. E il sospetto, le invidie, le distanze sparivano dentro un abbraccio, un sorriso, una pistola ad acqua che poneva fine alla tirannide di un giorno d’afa come tanti, anche se per poco.

Chissà se chi ha voluto creare quel vuoto, tra spezzone e spezzone, si renderà mai conto che dismesso l’abito dell’orgoglio e del puntiglio personale poi rimangono le vite delle persone, le amicizie che le legano, i tratti di strada da fare assieme e i vuoti da colmare. In attesa che quel giorno arrivi e che si arrivi alla bellezza degli anni passati, quando non c’erano cortei spezzati, ma solo progetti condivisi, non posso solo che sperare che il pride del 2011 sia diverso. Perché possa essere, in fin dei conti e lontano da ogni follia, un buon pride e il pride di tutte e di tutti.

La sindrome di Wile Coyote – Cronaca semiseria della fiaccolata del 31 maggio a Roma

Wile Coyote è un personaggio di grande ingegno. Bisogna riconoscere all’animale, che tanto si avvicina al concetto di sciacallo, che non è facoltà del primo canide che incontri per strada costruire trappole e tentare attacchi dinamitardi per far fuori Beep Beep. Eppure lui ci riesce. Segue le istruzioni. Accende la miccia con grande perizia. E attende. Che il suo destino si compia.

Gay Street. O via San Giovanni in Laterano, fate voi. Per chi non lo sapesse, là accanto c’è la basilica di San Clemente. Dove potete trovare, se scendete nella cripta e avete buon occhio, un dipinto murario che per chi studia storia della lingua italiana è un piccolo gioiello. È una delle prime attestazioni di volgare neolatino. Dei soldati romani vogliono catturare il santo. Dio fa credere loro che una pesante colonna sia la loro vittima. I soldati tirano, ma non c’è nulla da fare. La colonna non si sposta. E il capo dei soldati dice, con un idioma che non è ancora italiano e non è più latino, “trahite, fili de la puta”. Ovvero: trascinatelo, figli di puttana.

Arrivo, con Pinzi e Guglia. Siamo in anticipo di quaranta minuti e le telecamere sono già lì. È Arcigay Roma. Si è sentito l’odore del sangue. Il presidente si fa intervistare. We have a dream, che ha organizzato l’evento, ha una piccola filosofia: quando ci scappa la coltellata ci si riunisce dietro l’unico vessillo possibile, il rainbow. Perché contro il sangue delle vittime c’è un’unica risposta che non è quella del logo da conventicola. Non è una questione di marketing. È solo buon senso. È seguire un simbolo, vestiti solo del proprio corpo. Arcigay, invece, ci ha messo il cappello.

I giornalisti hanno fotografato anche noi. Noi normali, intendo. A me non andava di essere intervistato dal TG2. Mi sento impacciato davanti alle telecamere e non mi piace la mia voce, riprodotta. Poi ci spostiamo. A dire il vero il percorso della fiaccolata mi sembra un po’ moscio. In sordina, fino al luogo dell’ultimo pestaggio, ma tra di noi. Senza che la gente sappia cosa stiamo facendo.

Noi e il rainbow. E i militanti di Arcigay che, non sazi delle attenzioni dei media, ci si piantano di fronte. Fanno vedere i volantini del Roma Pride. Del loro pride. Mauro si incazza. Non vuole essere strumentalizzato. La tipa che a momenti ci prende a gomitate per coprire i nostri volti coi suoi volantini gli fa notare che lei ha vent’anni di militanza alle spalle, per cui fa quello che vuole. Come se non essere sufficientemente vecchi fosse una colpa. Come se questo le desse il diritto di pensare che il resto, senza  etichette, non sia importante. Dopo di che, giustamente, la si manda all’unico paese dove possono essere mandate persone siffatte.

Arriviamo al luogo del pestaggio, ma il popolo delle fiaccole non è contento. «Non ha senso farla così», «ce la stiamo cantando da soli», «la gente deve sapere». Come dargli torto? Si decide di andare al bar dove il ragazzo pestato l’altro giorno ha chiesto aiuto. Secondo i giornali quell’aiuto gli è stato negato. Si decide, tutti e cento, perché eravamo pochi, di regalare ai tipi del bar dei fazzoletti. Gli stessi che loro non hanno concesso al nostro compagno gay per pulirsi il viso dal sangue.

Arrivati al bar la gente grida “vergogna!” e getta dentro il locale fazzolettini appallottolati. Che poi non è proprio un bar, ma una gelateria, in via Cavour. Quindi succede l’imponderabile. Dalle fila di Arcigay i grandi capi romani ci rimproverano e ci dicono che dobbiamo chiedere scusa, perché il bar non è quello. Pare che al ragazzo che ci ha condotto sin lì sia pure stata promessa una bella querela. Succede il finimondo. È tutto un insieme di grida. Non si capisce nulla. Ed io che penso: che figura di merda.

Poi le cose si calmano e si capisce che avevamo ragione noi. Gli indignati. Il bar è proprio quello e qualcuno deve chiedere scusa. Ma non noi. Solo chi ci ha gridato addosso. Chi ha detto a chi era arrabbiato – e oserei dire giustamente – che doveva vergognarsi della propria rabbia. Il presidente di Arcigay Roma prende il megafono. La sua reazione che, chissà perché, da tutti è stata vista come un attacco alla propria comunità, doveva essere presa per un momento di eccesso emotivo. Il ragazzo è sensibile, evidentemente. O almeno prova a spiegarlo. Ma subito viene subissato da una pioggia di vaffanculo.

Adesso io penso male, lo so. Ma quando vuoi mettere il cappello su una cosa che non ti appartiene e poi la cosa ti sfugge di mano in modo che non avevi previsto, ma comunque dignitoso, poi il cappello ti rimane addosso e tutto ricade su di te. Per salvare il salvabile, a cominciare dalla propria faccia, la stessa mai sazia di comunicati stampa e interviste esclusive nei pressi del Colosseo, devi strigliare il gregge. Almeno fino a quando pensi di essere il pastore. Ma poi succede, mentre aspetti che il destino si compie, che le cose seguono il loro corso. In questo caso, quello di ciò che è stato in tutto il suo dramma e nel ridicolo che ne è seguito. Il ridicolo di credere di trovarti di fronte un pugno di pecore.

Wile Coyote è simpatico e ci fa ridere. Ma le cose non gli vanno mai come vorrebbe. Anche se alla fine difende i suoi interessi. Prendere l’uccellaccio e papparselo in santa pace. E allora costruisce una gigantesca catapulta con un carico di merda e al momento opportuno lascia il gancio di sicurezza. E il carico parte, ma prende il ramo, o i fili della luce, fate voi. Rimbalza e torna indietro. Colpendo il protagonista di questa storia della stessa sostanza che aveva destinato per la sua vittima.

Per come volete vederla, per tutti i significati che volete dare a questa sequela di metafore, è ciò che è successo stasera alla fiaccolata di We have the dream. E per chi fosse duro di comprendonio: noi eravamo quelli che corrono sempre più veloci.

Rumore contro l’omofobia

Promemoria utile e necessario: oggi è la Giornata Mondiale contro l’omofobia. Avvertite gli stronzi…

Per chi poi volesse pure rendersi utile e militante, c’è questa iniziativa di We have a dream:

Rumoros* contro il silenzio!

Il 17 maggio 2010 si celebra la sesta giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia (IDAHO International Day Against Homophobia and Transphobia).

La data ricorda il 17 maggio 1990 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso anche l’omosessualità ego-distonica dall’elenco delle malattie mentali.

Il Parlamento Europeo si è già pronunciato il 18 Gennaio 2006 con una Risoluzione sull’omofobia in Europa nella quale condanna con forza ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale ed è tornata a parlarne con la risoluzione del 26 aprile 2007 per ricordare la necessità che la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale in tutti i settori sia vietata completando il pacchetto legislativo contro la discriminazione basato sull’articolo 13 del trattato CE, indicendo il 17 maggio di ogni anno quale Giornata internazionale contro l’omofobia (per le istituzioni europee parlare di omofobia equivale a parlare anche di transfobia).

Ancora oggi, nel 2010 alle sollecitazioni del Parlamento Europeo lo Stato Italiano risponde con l’indifferenza e il silenzio e continua a evitare di promulgare una legge che riconosca i reati di Omofobia e di Transfobia.

Al silenzio istituzionale si unisce quello sociale. Entrambi favoriscono non solo la violenza fisica, ma anche la discriminazione a scuola, sul posto di lavoro, nei luoghi di aggregazione per le persone lesbiche, gay, trans gender, bisessuali, queer e intersessuali.

L’omofobia e la transfobia si subiscono ogni giorno, anche nei piccoli gesti della vita quotidiana, per questo vi invitiamo a scendere in piazza per farci sentire, in maniera pacifica, colorata e chiassosa!

Portate in piazza i vostri ‘strumenti’ per essere rumorosi contro il silenzio delle Istituzioni: strumenti musicali, fischietti, pentole, coperchi, campane, cellulari e tutto quanto troviamo nelle nostre case per squarciare il silenzio che circonda l’omofobia e la transfobia.

Vi aspettiamo Lunedì 17 maggio dalle ore 19 in poi, davanti la piazza di Montecitorio

– Leggeremo una sintesi della risoluzione europea contro l’omofobia, per conoscere ciò che succede attorno a noi e ciò che ancora non succede in Italia.

– Ognuno di noi potrà leggere le dichiarazioni omofobiche e transfobiche, esplicite o velate, di personaggi pubblici, politici e prelati che contribuiscono a diffondere questo clima di odio sociale. Vi invitiamo a portare dichiarazioni, articoli, brevi scritti estratti da qualsiasi pubblicazione che ognuno di noi potrà leggere in piazza.

– Sulla scia della mobilitazione, della rottura del silenzio e dello spirito di solidarietà, alla fine imbracceremo tutti i nostri ‘strumenti’ e contribuiremo a costruire una chiassosa, ma pacifica orchestra rumorosa contro il silenzio!

puoi farti un’idea qui http://www.youtube.com/watch?v=HpEOQEjrjpM&feature=related

Olocausto e omocausti

Per la Giornata della Memoria segnalo due iniziative. La prima, a Catania. Le associazioni GLBT unite «rendono omaggio alle vittime dell’omocausto dedicando una serie di iniziative per non dimenticare». Il programma della giornata con gli eventi che si possono seguire li trovate sul blog del Codipec Pegaso.

A Roma, invece, We have a dream commemorerà le vittime gay, lesbiche e transgender al monumento della Memoria a piazzale Ostiense, dalle 19:00 alle 19:30. L’evento è stato chiamato col nome di Omocausti. Per due motivi: il primo, che nei lager nazisti non morirono solo gli ebrei, assieme ad altre categorie, ma anche gli omosessuali e i transessuali. Del primo gruppo, venne riconosciuta un’identità solo ai gay. Lesbiche e transessuali vennero visti come deviati, asociali, persone socialmente pericolose. Nel giorno del ricordo di quelle vittime, perciò, si è deciso di ricordare più volte.

Il secondo motivo per cui si è preferito un titolo al plurale è perché le ragioni subculturali e politiche che hanno portato a quegli eccidi sono ancora presenti nella società moderna. Basti pensare a paesi come l’Iran o l’Arabia Saudita, dove essere “se stessi” è punito con la morte. Basti pensare alla negazione dei diritti fondamentali di migliaia di persone GLBT, cosa che accade anche in Italia, anche se con forme meno sistematiche e violente. La storia, evidentemente, non è stata maestra. Per qualcuno, forse, è addirittura musa ispiratrice. Noi non dobbiamo permetterlo. Ci si vede oggi pomeriggio, perciò, a piazzale Ostiense. Possibilmente con un fiore, una candela o un messaggio da apporre al monumento.

Lettera di fine anno alle associazioni GLBT italiane (e non solo)

Scrivo questo post in seguito alla lettera aperta che l’attuale e dimissionario presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso, ha pubblicato on line sulle pagine di Gay News 24. Credo che le sue parole siano un buon punto di partenza per una riflessione che dovrebbe coinvolgere tutti e tutte coloro che si sentono parte di un movimento, fermo restando, e lo dico sin d’ora, che in Italia un movimento lo si deve ri-creare, possibilmente ex novo e, soprattutto, dargli una direzione che sia molto diversa dall’andare, come si è fatto fino ad ora, in ordine sparso.

I punti su cui mi soffermerò, con intento non polemico ma sicuramente senza risparmiare critiche a nessuno, sono quelli dell’unità, dell’egemonia e della rappresentatività.

La prima domanda da porsi è: di quale unità stiamo parlando? Il cosiddetto movimento GLBT italiano, che giustamente Ivan Scalfarotto definisce come il più derelitto d’Europa (basti vedere i risultati ottenuti in trentacinque anni), è sostanzialmente spaccato in tre tronconi: Arcigay e associazioni “istituzionali” da una parte, le realtà antagoniste dall’altra e, ancora, una selva di piccole realtà locali. Sia ben chiaro: sono dell’idea che tutte queste realtà debbano esistere per esprimere la propria specificità. Ma ritorniamo alla domanda di partenza. Cosa intendiamo per unità? Ritrovarsi a un tavolo a discutere come fare un corteo di rilevanza nazionale o locale? Far emergere in quello stesso tavolo tutte le nostre differenze, tutte aprioristiche a ben guardare, fino ad arrivare anche al più o meno reciproco disprezzo? Guardardi con diffidenza, perché arroccati in ideologie alle quali per nulla al mondo si vuole rinunciare, per poi apparire a turno sul palco di questo o quel Pride?

Per me l’unità è la convergenza di forze, anche diverse tra loro, attorno a un progetto. Possibilmente senza voglia di primeggiare e senza progetti fagocitatori di questa realtà su quella. Un primo passo per creare movimento sarebbe, forse, quello di definire il progetto sul quale lavorare. Dopo di che, chiarirsi sul metodo. E, possibilmente, rispettarlo fino alla fine. In Sicilia, le Associazioni siciliane unite contro l’omofobia ci sono riuscite, bene o male. Esportare questo modello anche fuori, forse, sarebbe un importante passo avanti.

Seconda domanda: non sarebbe necessaria una (auto)critica su quel processo orgoglioso di egemonia che, purtroppo, in molti casi ha sconfinato nel colonialismo associativo? Non metto in discussione il fatto che Arcigay sia una grande realtà nazionale. Magari mi farebbe piacere, da utente del suo circuito commerciale, avere una tessera che sia solo ricreativa e che non venisse conteggiata come prova di adesione a un progetto politico che non mi appartiene. Quando nell’aprile di quest’anno a Catania ci si riuniva per stabilire le forme del pride siciliano, qualche associato fece notare a me e ad Alessandro Motta (l’altro coordinatore del Codipec Pegaso) che Arcigay in Sicilia conta settemila tessere, mentre noi rappresentavamo solo noi stessu. Al momento della divisione del lavoro da fare, tuttavia, questo venne suddiviso per cranio e non in proporzione alle tessere portate in dote. Affermazioni come queste le reputo dannose alla costruzione del dialogo. Le prove muscolari producono, a mio giudizio, solo muraglie contrapposte. Quando parlo di colonialismo, alludo a questo.

Forse occorrerebbe riconoscere il lavoro di chi nel progetto ci lavora, magari prescindendo dal numero delle tessere, a cominciare da chi quella tessera ce l’ha per andare a ballare, in sauna o in altri locali similari.

Terzo punto di questa mia lettera, altrettando aperta: la rappresentatività. Un movimento è rappresentativo quando si fa il portavoce riconosciuto di una comunità che rivede nei suoi rappresentanti degli interlocutori affidabili. Purtroppo in Italia non c’è  una comunità strutturata e i pochi che si danno, anima e corpo, all’associazionismo o alla militanza sono in guerra tra loro. Il resto del popolo GLBT ci guarda, mi ci metto anch’io dentro in quanto rappresentante di un’associazione, per quanto piccola, con sospetto nel migliore dei casi. Nel peggiore, con malcelato disprezzo. Reputo inoltre che questo dipenda dal fatto che al popolo GLBT abbiamo dato poco pane  e molto circo, senza aver creato una cultura dell’accoglienza e senza far convergere le sensibilità di tutti attorno un progetto politico di ampio respiro ideologico ma di grande portata pratica. E mi perdoni Mancuso, che forse mai leggerà queste mie parole, ma io glielo dico lo stesso, quando parla di  “pur sporadici episodi di auto organizzazione nati durante il periodo di maggior acutezza dell’attacco violento omofobo” commette sostanzialmente due gravi errori.

Il primo: gli episodi autoorganizzativi non sono sporadici per loro intima natura ma perché conseguenza di eventi mediaticamente sporadici. L’omo-transfobia esiste da sempre ma i media se ne sono accorti solo qualche mese fa. La reazione è nata perché nessuna associazione (con qualche piccola eccezione) è scesa in piazza il giorno stesso delle aggressioni, preferendo organizzare eventi altrettanto mediatici, come Uguali, risoltisi come tutti siamo d’accordo in un grande flop. A differenza delle manifestazioni spontanee che hanno tenuto banco sui giornali nazionali per oltre un mese. Non riconoscere questo, e cioè che le manifestazioni sono nate per il vuoto lasciato dalle associazioni, e definirle sporadiche quasi a sminuirne la portata culturale che hanno creato, piaccia o meno, è indice di poca affezione all’autocritica.

Secondo grave errore: quelle manifestazioni si sono coordinate attorno un nome: We have a dream. Non citare quella realtà parrebbe agli occhi dei più critici come un tentativo di damnatio memoriae che altro non fa che allontanare ancora di più le migliaia di persone che sono scese in piazza dietro la bandiera rainbow e che poi se ne sono rimaste a casa durante la manifestazione del 10 ottobre.

Concludo questa mia lettera aperta ricordando che sono sempre stato tra i primi ad essere favorevoli all’unità di movimento che però, per come concepisco io il concetto di unità in una realtà multiframmentata come quella italiana, dovrebbe essere attorno al progetto politico da portare avanti attraverso un metodo concordato in cui i “grandi” della politica GLBT italiana non guardino ai piccoli e ai singoli come forza lavoro da utilizzare a piacimento in faraoniche imprese per lo più mediatiche e non sostanziali. Il progetto politico deve partire, a mio giudizio, da un azzeramento non tanto delle identità in campo, quanto della volontà di creare nuove egemonie, siano esse il frutto di interessi particolari o di affezioni ideologiche che, in entrambi i casi, hanno prodotto sino ad oggi il nulla di cui tutti e tutte, mi pare, ci lamentiamo.

Creare un movimento più democratico che si riconosca in un solo vessillo, il rainbow, coinvolgere la comunità chiamandola a essere se stessa e ad esprimersi su chi vuole che la rappresenti, indietreggiare su interessi particolari e iper-identitarismi in nome di un progetto politico che abbia come fine, secondo il mio personale punto di vista, il recupero del deficit democratico in cui versano le persone GLBT in Italia può essere un ottimo punto di partenza. Purché si voglia arrivare, tutti/e assieme, a una meta. Potrebbe essere un importante primo buon proposito per l’anno che sta per venire.

Pensavo fossimo gay, invece siam solo capponi

Ci siamo. O ci risiamo. Domani, a Roma, nella sede della CGIL di via Buonarroti, ci sarà una riunione di coordinamento del movimento GLBT. O almeno di quella parte che ha partecipato alla manifestazione di ottobre Uguali e che si prepara a decidere il luogo in cui celebrare il pride del 2010.

Questo egregio e lieto appuntamento mi dà lo spunto di fare un paio di riflessioni sullo stato del movimento GLBT italiano.

Non è mistero per nessuno che tale movimento pare sopravvivere su una sostanziale contrapposizione di progetti politici diversi. Abbiamo almeno due correnti. La prima: quella che si richiama ad associazioni strutturate nazionalmente e la selva di piccole e grandi associazioni indipendenti che lavorano in ambito locale. Associazioni che fanno anche cose importanti e utili, io stesso faccio parte di una di queste, ma che, a mio avviso, scontano di una autoreferenzialità che ci rende non dico marginali, bensì insignificanti.

Le nostre guerre intestine non interessano a nessuno, non preoccupano il potere, lasciano indifferenti o disgustati, ma giusto per un giorno, i frequentatori di scalinate siciliane, gay street romane, saune, discoteche et similia. La guerra dei mondi delle associazioni, per altro, è un film più volte visto che potrebbe essere intitolato “La guerra degli sfigati”. I capponi manzoniani dovrebbero suggerirci a cosa assomigliamo. Se lo stato si interessa se cosche mafiose locali si fanno la guerra e non sa nemmeno che esistono lacerazioni tra Arcigay e Mieli (sto usando una sineddoche, ok?), vorrà pur dire qualcosa.

Accanto alle associazioni, abbiamo le piazze. Chi vive a Roma non può non ricordare la bellezza di quel movimento che è (stato?) We have a dream. Le fiaccolate, autoconvocate, che hanno portato in piazza migliaia di persone sono state un grande momento di partecipazione collettiva. Tuttavia quell’urgenza è finita. E finita l’urgenza le persone sono tornate a casa. Forse ritorneranno in piazza quando ci sarà il prossimo ferito. Forse. Da osservatore interno posso dire che c’è molto movimento tra gli organizzatori del popolo delle candele. Vediamo che sviluppi ci saranno, ma di fatto non si scende in piazza da diverse settimane, anche se penso sia comprensibilissimo.

Una terza corrente del movimento, che però non vuole stare dentro il movimento, è la frangia antagonista. Troppo impegnata a teorizzare al mondo come dovrebbe essere – possibilmente kontro – a dire che il matrimonio non ci piace, che bisogna fare la rivoluzione (mettici pure un bel “cioè”), che la famiglia va distrutta e che si è più felici solo se si è incazzati. Sarà…

Questo è quanto succede dentro il movimento.

Negli ultimi mesi il panorama politico, dal canto suo, non si è fermato agli accoltellamenti e alla legge Concia. Abbiamo almeno due grandi momenti di microperiodo: il No B Day e l’aggressione al premier. Tralascio il secondo. Non ho potuto fare, invece, a meno di notare che al No B Day il movimento, inteso come gruppo unito e organizzato, anche di semplici cittadini/e GLBT, non c’era. Le associazioni sono troppo impegnate a discutere su come e dove fare il pride, per i loro congressi e per le elezioni al loro interno.

Abbiamo, come cittadini/e GLBT e come movimento, sostanzialmente perso un palcoscenico fondamentale per riportare al centro del dibattito politico la lotta all’omo-transfobia e la questione dei diritti civili (anche il tribunale di Ferrara, intanto, ha detto che due gay possono sposarsi, non so se la cosa può sembrare importante a qualcuno). Il No B Day era un momento di autoconvocazione. Perché WHAD non ha partecipato? Perché non abbiamo portato una fiaccolata dentro l’onda viola? Il tema dell’omofobia e della transfobia non è forse intimamente connaturato al berlusconismo? Le associazioni che domani si incontreranno per discutere (o litigare?) su dove-come-quando fare il pride estivo – che andrebbe profondamente rivisto, ridiscusso e cambiato – perché non hanno dato aiuto economico (per chi poteva) e fattivo agli organizzatori che pure lo chiedevano?

Nel frattempo – mentre Arcigay pensa al suo congresso, il Mieli vive una normalizzazione dopo i recenti fatti che tanto ci lasciano perplessi, mentre le associazioni in buona sostanza ripiegano nella loro autoreferenzialità – abbiamo un apartheid in atto, chi vuole le leggi speciali per il diritto di scendere in piazza, un premier con la sindrome di Ottaviano Augusto e movimenti di piazza che ottengono una ribalta mondiale e a cui noi, come persone GLBT, non abbiamo dato una mano concreta e da cui non abbiamo preteso una voce sul palco.

Domanda: sono solo io che ci vedo qualcosa che non va? E ancora: domani, quando si discuterà di pride, si parlerà anche di Politica?