Il livello di chi vota sì

Ho scritto un articolo sul Fatto Quotidiano sul mio no alla riforma costituzionale. Un no che è personale, un no che è tale in relazione al mio essere gay (che è ancora una categoria politica). Che non vuol dire che voglio rappresentare tutte le persone Lgbt, ma che il mio esser tale mi impone una riflessione anche su questa tematica, per come ci è stata presentata in relazione ai nostri diritti.

Faccio notare che riporto, nell’articolo in questione, un link a un sito in cui si dà lo stesso identico spazio alle ragioni del sì e del no. Mi limito, quindi, a far notare alcune storture della narrazione stessa sul referendum, a cominciare dagli apparentamenti del “tu voti come i fascisti” e cose simili.

Ebbene, riporto alcune reazioni all’articolo:

volgarita

Poi ancora, sulla stessa falsariga dell’eleganza:

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Quindi mi si dà del venduto:

prezzolato

sempre sul piano del “servo del Fatto”:

prezzolato1

 

Mi si dice che non posso nemmeno esprimere il mio parere:

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Per finire con il sempre verde “voti come…”:

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I pochi che sono intervenuti sul tema, senza scadere nell’insulto, non sono andati molto lontani rispetto alla narrazione governativa del “cambiar verso”. Questo il livello di certi sostenitori del sì, che fa il paio con quei sostenitori del no da cui non di distinguono per volgarità e rozzezza culturale. Poi ognuno si faccia la propria opinione.

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I vip votano Raggi. Caro Pd, due domande me le farei

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Claudio Santamaria, sosterrà il M5S a Roma

Leggo sui social un vago scandalo per le dichiarazioni di Sabrina Ferilli, Fiorella Mannoia e Claudio Santamaria , ecc, che hanno dichiarato di votare Raggi per le amministrative di Roma. «Allora meglio non votare» commentano i seguaci di Renzi. Premesso che io non voterei mai la signora in questione (così evitiamo, si spera, la patente di grillino), vi faccio notare due cose, semplici semplici:

  1. il voto di persone che si sono sempre dette a sinistra non è appannaggio della volontà o delle aspettative degli iscritti al Partito democratico
  2. fossi in tutti voi, se arrivano endorsement spontanei per la candidata del M5S dal mondo dello spettacolo, due domande me le farei…

Poi certo, ci sarebbe qualche commento da fare sulla democraticità del pensiero “o voti me o non votare”, ma stiamo parlando del Pd. Un partito che deve ancora capire cosa significa quell’aggettivo messo lì in mezzo al suo nome.

Con la rabbia nel cuore (e la laicità nell’anima)

Tra poche ore andrò a votare. Dopo pranzo. Ogni tanto, la domenica con la mia famiglia andiamo a mangiare in una trattoria tipica di Siracusa, sull’isola di Ortigia. Si mangia pesce, il prezzo è buono, la cucina ottima. Da lì poi ci sposteremo, in branco, al seggio elettorale. Sazi nel corpo e nello spirito e con la speranza che il buon sapore del cibo ci aiuti ad affrontare l’impresa, ormai leggendaria, di esprimere una preferenza senza doversi dannare troppo l’anma.

Ero orientato per il non voto, ma poi ho cambiato idea e ho già esposto altrove le ragioni di questa scelta.

Non ho scritto in quell’articolo che molto spesso i militanti di questo o quel partito (ma soprattutto a sinistra) assumono l’arroganza dei loro leader quando ti dicono: “se non voti poi non puoi lamentarti”. Ecco, io credo che il non voto sia un messaggio politico molto forte. Non è il rifiuto della democrazia. Semmai, è il rifiuto di un certo tipo di politica. E se sono costretto a scegliere tra escrementi e cibo avariato e decido di non mangiar nulla, poi a maggior ragione ho il diritto di lamentarmi per avere cibo migliore.

Non sono l’unico che andrà a votare con la rabbia nel cuore. Riporto solo due commenti di alcuni miei amici su Facebook:

Voterò con tanta rabbia e vergognandomi ancora una volta di chi ha trasformato l’esercizio del diritto/dovere più importante in questa squallida agonia. (Vincenzo Branà, presidente di Arcigay Bologna)

Quando ero giovane ero contenta di andare a votare. Oggi invece è una lunga notte dell’Innominato. (Floriana Grasso, Catania)
Il tenore di molti altri è simile: si va a votare come se si partisse per la guerra.
Il prossimo parlamento ha il dovere morale di portarci, possibilmente tra cinque anni, alle prossime elezioni con la voglia di farlo. Non con quella di fuggire da questo paese, al momento orribile.
Infine: gira su Facebook una fotografia scattata in una scuola di Palermo. Una bandiera italiana, fatta da alcuni allievi, con l’immagine di padre Pio sulla parte bianca.
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Ecco, il prossimo passo sarà anche quello di ricondurre la sfera religiosa nei templi adibiti a luoghi di culto. La scuola dovrebbe essere, invece, il tempio del sapere, non quello della fede cieca e superstiziosa con il suo apparato iconografico da stregoneria di fine millennio.
Il prossimo parlamento, se vuole essere credibile e europeo, lavori anche su questo fronte. Quello di una democrazia matura, inclusiva, contemporanea. In una parola sola: laica.

Diritti, gay e immigrati: urgenze, dilazioni e diluizione.

Leggo dei diritti da dare agli immigrati e la ritengo una cosa giustissima. È singolare, tuttavia, che in questo frangente nessuno dica che le priorità stiano altrove, come ad esempio la soluzione della crisi. Quando si parla di legge contro l’omofobia o di una normativa per le unioni civili, c’è sempre chi agita lo spettro benaltrista di provvedimenti più urgenti da prendere.

La dilazione del diritto, dunque, vale solo per i gay?

L’aspetto mitico della vicenda – nel senso che la logica non ha pace di fronte a certi fenomeni – è che i primi a fare tale ragionamento sono i gay stessi… Se si dicesse che i diritti dei migranti non sono poi così urgenti rispetto alle difficoltà economiche e alle politiche sul lavoro, si verrebbe tacciati di razzismo.

Invece molti di noi – anche dentro al movimento GLBT, e ciò è gravissimo – trattano i propri diritti nemmeno come privilegi, bensì alla stregua di capricci. Con i risultati che sono agli occhi di tutti.

Il discorso si apre, ancora, a considerazioni politiche che minerebbe la credibilità dei nostri partiti di (centro)sinistra: SEL inclusa, sempre più vicina a un’impostazione piddina della questione omosessuale italiana. La dilazione che diviene diluizione. Per arrivare al niente.

Ovviamente io non nego i diritti delle minoranze. Tutte. Critico l’atteggiamento di molti, gay inclusi, riguardo alla questione dei diritti civili per le coppie di fatto. Ben venga, perciò, ogni passo in avanti verso una maggiore civilizzazione di questo paese.

L’eguaglianza, tuttavia, dovrebbe essere qualcosa che riguarda tutte le categorie, non certo a beneficio settori più uguali degli altri. Altrimenti si scade nel privilegio più deleterio.

La rabbia di Rosy e l’alleanza pd-Lombardo

Rosy Bindi, giustamente, si incazza. I radicali, inspiegabilmente, non votano per l’arresto di un parlamentare nonché ministro accusato di aver rapporti con la mafia. Dovrebbero capire che uno Stato gestito da gente siffatta non migliorerà di certo la condizione dei detenuti nelle carceri italiane. Ma tant’è..

Ma ritorniamo al piddì.

Immagino che Bindi (e con lei anche Franceschini e qualcun altro dall’incazzatura facile) abbia sbottato anche in altre occasioni: come quando, ad esempio, la Margherita ha approvato, assieme alla destra, la vergognosa legge 40 o come quando nei vari consigli comunali sparsi per l’Italia i loro appartenenti votano a sfavore delle coppie gay.

Per non parlare della vergognosa alleanza tra pd e Lombardo in Sicilia!

Hanno una morale un po’ strana, questi signori. A ben vedere sanno come prendersela contro le minoranze (parlamentari, sociali) mentre sanno scendere a patti con il potere, qualsiasi forma questo assuma, a seconda della convenienza del momento.

Come voterei se fossi di…

Napoli, per Luigi De Magistris. Perché si è battuto per un’Italia più pulita ed ha cercato di mettere ordine proprio laddove era più difficile: dentro casa propria.

Milano, ovviamente per Giuliano Pisapia e basterebbe una sola ragione: non è la Moratti.

Bologna, non conosco i candidati. Per esclusione, e vista la melma che dilaga dall’altra parte, non potrei fare altro che votare il candidato di centro-sinistra. Con una preferenza per SEL, va da sé.

Torino: semplice, non andrei a votare. Ha detto bene Travaglio quando ha scritto:

…non vedo discontinuità tra centro destra e centro sinistra, al di là del fatto che questa volta il centro destra ha trovato uno di 37 anni che parla come uno di 90 e dall’altra parte ne abbiamo uno di 60 e rotti che dopo aver trascorso tutta la vita in Parlamento adesso ha scambiato il Comune di Torino per una casa di riposo per politici a fine carriera.

A ben vedere a Torino si confrontano due destre quasi del tutto identiche. Entrambe non disturbano il grande manovratore della politica locale – leggi: FIAT – che però sta ben pensando di trasferire baracca e burattini a Dedroit. E sul caso Marchionne, per altro, Chiamparino si è schierato con i poteri forti osannando colui che, col ricatto e l’ignavia dei colletti bianchi, ha imposto un contratto ai limiti dello schiavismo (un operaio FIAT non può andare a far pipì nel suo turno di lavoro). A succedere a questo campione di socialdemocrazia in salsa vetero-prussiana è Piero Fassino. Cinque Stelle è capitanata da un omofobo. Un po’ come piddì e PdL a ben vedere. E siccome io non posso votare una persona che non ha nemmeno il coraggio di pronunciare la parola “gay” – e Fassino è tra questi – sceglierei il non voto.

Trieste, leggiucchiando il programma del candidato sindaco del piddì, c’è una buona parola per tutti, fuorché per le persone GLBT e per i loro diritti. Mi turerei il naso e voterei centro-sinistra, ma anche qui accordando il voto a un partito più credibile su questi temi.

Cagliari, per Massimo Zedda. Tra tutti gli altri, sembra il candidato più fresco, innovativo, meno compromesso con certe logiche di potere. Non ha paura di parlare, già nel programma, di registro delle unioni civili. Diciamo che il ragazzo promette bene.