Ed Ines sbarca al Gay Village…

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Sabato 1 agosto 2015, alle ore 21:00, Sala Hit del Gay Village.
Presenta la sempre ottima Vladimir Luxuria.

Per info:

Se hai un social, ecco cosa fare:

step 1 – mettere “partecipo”
step 2 – condividere
step 3 – venire sabato!

Dal patto di Arcore alle mozioni omofobe di Forza Italia

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Il patto di Arcore tra Luxuria e Berlusconi

Sia ben chiara una cosa, una volta per tutte, giusto per tacitare i professionisti dell'”antigufismo”: che la destra si apra alla questione LGBT è qualcosa di assolutamente auspicabile e nessuno lo mette in dubbio, o almeno credo. Per cui se Vladimir Luxuria (o chi per lei) incontra il leader di Forza Italia e ottiene un accordo politico tanto meglio, ammesso che quell’accordo vada in direzione della piena dignità della categoria sociale che si dice di voler tutelare (e dovrebbe essere il minimo sindacale).

Dovrebbe essere altrettanto evidente, tuttavia, che una cosa sono i passi e gli accordi tra partiti e un’altra gli atti mediatici. E soprattutto che questi ultimi vadano presi per quelli che sono. Ritorniamo all’incontro di Arcore: Vladimir Luxuria chi rappresenta nel caso specifico? Il movimento, la comunità, una parte politica specifica? Ha avuto, ad esempio, mandato dal Pd, che della questione dice di voler farsi carico? E dentro Forza Italia c’è stato un dibattito serio che ha portato a un sostanziale ripensamento rispetto alle precedenti posizioni omofobiche? Questi aspetti non sono capricci da militante, ma precondizioni fondamentali (interlocutori/trici che parlano di progetti politici concreti) affinché i risultati siano effettivi. Le mie perplessità nel patto della grappa al cioccolato – o chiamatelo come volete – stanno tutte qui.

Eppure pare che tali perplessità non debbano nemmeno avere cittadinanza. Di volta in volta vengono bollate come amore pregiudiziale verso il disfattismo, capriccio da attivista LGBT (a quanto pare va sempre di più in voga l’idea che essere militanti corrisponda a un insulto), o precondizione di chi non ha solidi legami con la realtà. Anche quando la realtà suggerisce tutto il contrario rispetto al delirio di massa che si sta consumando sui social e sui media, più in generale, tra cene galanti e raduni di vescovi e cardinali.

Eppure che ci debba essere un collegamento imprescindibile tra presupposti culturali nuovi, dibattito politico, accordi tra interlocutori/trici e proposta legislativa dovrebbe essere il punto di partenza verso il raggiungimento dell’obiettivo. Fosse non altro per quell’amore verso il pragmatismo di cui molti e molte riempiono la propria bocca e, soprattutto, le rispettive tastiere dei computer.

A riprova di quello che dico, segnalo tre lieti eventi, tutti e due targati centro-destra, con l’appoggio fondamentale di Forza Italia.

Il primo: in Toscana, «Il Consiglio Comunale di Livorno ha approvato nella seduta del 13 ottobre (con il solo voto contrario della consigliera di Forza Italia Elisa Amato Nicosia) il regolamento per il riconoscimento delle Unioni Civili e l’istituzione di un registro amministrativo delle Unioni Civili» e mi direte, ok, la cena tra Vladi e il Cavaliere doveva ancora esser fatta, e buona pace per le dichiarazioni di Pascale e sante unzioni conseguenti.

Il secondo: il Consiglio regionale del Veneto ha approvato «una mozione che impegna la giunta a individuare una data per “la festa della famiglia, fondata sull’unione tra uomo e donna”». E siamo al 14 ottobre 2014, il giorno dopo la cena di Arcore, esattamente.

Il terzo: l’opposizione capitolina ha presentato un «esposto al prefetto perché fermi le trascrizioni dei matrimoni egualitari», come afferma Alemanno al programma L’aria che tira, dove per altro «ha spiegato che a sostegno dell’esposto hanno firmato tutti i consiglieri dell’opposizione in Campidoglio, Forza Italia inclusa». E siamo al 15 ottobre dello stesso anno.

Situazione paradossale, soprattutto quest’ultima, in quanto proprio Vladimir Luxuria, dopo i fasti arcoriani, aveva garantito a Gay.it che il nuovo corso si sarebbe avvertito addirittura a partire dalla capitale. Che sia finito l’effetto dell’ebbrezza procurato dalla grappa?

Poi, se vogliamo pure disturbare le evidenze storiche, andrebbe anche ricordato che Berlusconi è famoso per aver sempre fatto saltare mediazioni e tavoli di trattativa, dalla bicamerale in poi. E che a parità di protagonisti politici – in parlamento ci stanno ancora Gasparri e Santanché, per intenderci, e ricordiamoci che Forza Italia in questa legislatura ha già fatto saltare gli accordi sul ddl Scalfarotto – ci si sbellichi in applausi a piene mani, per quello che appare un disegno politico poco chiaro, a me pare un atto nel migliore dei casi miope.

Ricordiamoci, per altro, che l’apertura alle questioni LGBT rischia di minare il sodalizio Renzi-Alfano (in nome del quale si è già messo da parte il progetto di legge Cirinnà, da sostituire con un altro di fattura governativa), creando spazi di manovra politica dove FI potrebbe tornare protagonista. E anche questo dubbio dovrebbe solleticare le titubanze di tutti/e noi.

Poi, per carità, sempre pronto a ricredermi qualora arrivassero risultati concreti, sempre e solo nel nome della piena dignità delle persone LGBT. Ma l’elogio fine a se stesso del nuovo corso berlusconiano io lo eviterei. Fosse non altro per non avere il solito brusco risveglio.

Luxuria a scuola: i cattolici umiliano la democrazia e il sapere

Vladimir Luxuria

Il caso: Vladimir Luxuria era stata invitata al liceo Muratori di Modena per confrontarsi con gli studenti e le studentesse di quella scuola sul tema della transessualità. L’incontro era stato voluto dagli/lle alunni/e dopo una votazione democratica che aveva sancito l’evento. Alcune famiglie, tuttavia, si sono messe di traverso, minacciando che non avrebbero rinnovato l’iscrizione per l’anno successivo dei/lle loro figli/e. L’appuntamento è quindi saltato.

A colorare di grottesco una vicenda di per sé gravissima – perché non solo crea un precedente pericoloso, ovvero impedire che si tenga un’assemblea e tradendo così uno dei momenti di democrazia in un istituto scolastico, ma anche perché segna l’intromissione dei genitori nell’autonomia della scuola – ci pensa Giovanardi, con uno dei suoi soliti deliri: la scuola non è luogo di indottrinamento. I rappresentati cattolici protagonisti della vicenda, si sono trincerati dietro al fatto che mancava un contraddittorio.

Non so cosa avrebbe detto Vladimir Luxuria in quel contesto, ma inviterei tutti e tutte a riflettere sul fatto che si trattava di un’assemblea non finalizzata a convertire gli studenti alla transessualità, ma per parlare delle problematiche di un gruppo sociale. Niente di indottrinante – contrariamente allo studio della religione cattolica, nei nostri istituti – ma, semmai, qualcosa che avrebbe portato conoscenza di un fenomeno.

Magari si sarebbe scoperto, ad esempio, che “transessualità” non è sinonimo di “prostituzione”. E magari si capirebbe perché essa viene scelta da alcune persone transessuali. Forse si sarebbe parlato dei problemi che si incontrano a maturare il percorso di appropriazione della propria identità di genere. Non credo che serva contraddittorio per un processo di conoscenza, anche perché ciò che contraddice il sapere è, appunto, l’ignoranza.

O forse il problema è la transessualità in sé, ma questa sarebbe discriminazione. Forse Giovanardi e i genitori (presumibilmente cattolici), che hanno ferito la democrazia di questo paese, confondono l’omo-transfobia con la libertà di pensiero, forse anche grazie al nuovo clima culturale introdotto dalla legge di riferimento, votata nei mesi scorsi alla Camera, che permetterebbe di esprimere opinioni non costruttive (se non veri e propri insulti) contro le persone LGBT, proprio nelle scuole.

Dovrebbero chiedersi, infine, tutte le persone di buona volontà, se quando si tratta di altri argomenti, sempre per prenderne conoscenza, si debba chiedere, ad esempio, l’intervento di un antisemita per il tema della persecuzioni del popolo ebraico, la presenza di un razzista se si discute di integrazione e immigrazione, o l’opinione di un uxoricida se si deve parlare di femminicidio. A Vladimir Luxuria è stato chiesto di parlare di sé a condizione che ci fosse qualcuno che parlasse contro la sua vita. Mi chiedo quanti cattolici sarebbero disposti a farlo, nei confronti della loro fede. Eppure, il loro “diritto” di essere contrari a qualcosa per cui nutrono un pregiudizio – l’essere trans, nello specifico – ha coinciso con il fatto che si è impedito a una libera cittadina della Repubblica Italiana il diritto (senza virgolette) di esercitare la sua libertà di pensiero.

Diritti LGBT: verso la russificazione italiana

Roma, le associazioni sventolano il rainbow

Roma, le associazioni sventolano il rainbow

Non sono tempi buoni, questi, per le persone LGBT italiane. Ieri sera, alle 20:00 le sigle romane, il Circolo Mario Mieli, Arcigay e il DGP, si sono date appuntamento in via Gaeta per protestare pacificamente di fronte l’ambasciata russa. La ragione della manifestazione stava nell’arresto di Vladimir Luxuria a Sochi, per i fatti che tutti/e conosciamo. Rilasciata, le associazioni hanno deciso di confermare l’appuntamento per lanciare un messaggio simbolico al presidente Putin, contro le sue politiche ai danni della gay community del suo paese.

Arrivato al luogo dell’appuntamento, ho avuto la sgradevole sorpresa di trovarmi di fronte a una situazione surreale. La polizia italiana, rappresentate in quel momento dello Stato a cui pago le tasse, ha impedito a me e ai/lle manifestanti, di posizionarci di fronte la sede diplomatica per esporre il rainbow.

La manifestazione si è allora spostata in via di Castro Pretorio dove si è bloccato il traffico in risposta a questo atto antidemocratico. L’occupazione è terminata solo quando ci si è accordati, grazie anche alla mediazione della parlamentare di SEL, Ileana Piazzoni, per mandare una delegazione di fronte gli uffici diplomatici russi.

Non mi risulta che fossero presenti gli altri partiti, a parte Sinistra Ecologia e Libertà. Praticamente assente il Pd, con l’unica eccezione di Aurelio Mancuso (credo a titolo personale). Un centinaio in tutto i manifestanti. Non sono mancati momenti di tensione con le forze dell’ordine ed è volato anche qualche spintone.

La polizia era in evidente imbarazzo, ma ha seguito quelle direttive che di fatto hanno trasformato, per quelle ore, il nostro paese in una dependance del Cremlino. È assurdo, infatti, che si impedisca  ai cittadini e alle cittadine onesti/e di questa repubblica di attraversare il suolo pubblico, in territorio italiano, per manifestare il proprio pensiero.

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il sit in di NCD a sostegno dei marò

Tanto più grave se consideriamo il fatto che è stata permessa ai militanti del NCD di Alfano di fare un’iniziativa analoga – del tutto legittima – a favore dei marò detenuti di fronte l’ambasciata indiana. Dobbiamo forse pensare che manifestare per i diritti LGBT sia inammissibile, nel nostro paese? Perché ciò che ieri è successo in via Gaeta si configura come un atto pubblico contro la comunità omosessuale.

Qual è la differenza, a questo punto, tra il nostro paese e ciò che accade all’ombra del Caucaso e degli Urali?

Personalmente, credo che sia doveroso pagare le tasse al paese per stipendiare anche quegli agenti, che dovrebbero avere lo scopo di difendermi dai pericoli e mantenere l’ordine pubblico. A tal proposito, posso affermare che ieri la polizia ha reso un grande servizio. Peccato che lo abbia reso a chi i gay li manda in prigione. E questa è un’ulteriore ferita ai danni di milioni di cittadini e cittadine per bene, delle rispettive famiglie e delle persone a esse solidali.

E Vladimir aprì il vaso di Pandora

Tutto è cominciato con tale @ilComparello, che sul suo profilo Twitter ha scritto:

Transfobia su Twitter

Transfobia su Twitter

Che poi, molto probabilmente, non è stato lui il primo a lasciarsi andare in commenti come questo, ma è stato il primo che è rimbalzato sui retweet di chi si diceva indignato per un simile linguaggio. A tal punto che il nostro eroe ha cancellato il tweet stesso. Quando si dice la forza delle proprie idee…

Poi si sa, in Italia siamo tutti allenatori quando gioca la nazionale, vuoi non dire a Emma Bonino come fare il suo mestiere?

...e quelli su Twitter

i commenti su Twitter

Poi certo, a chi, sgomento, fa il paragone marò-Luxuria bisognerebbe spiegare la differenza tra l’esporre un cartello e l’accusa di omicidio.

Non mancano, ancora, star in declino che cercano di aprirsi un varco nei meandri della notorietà come il redivivo Red Ronnie:

redronnie

E ancora, se la filosofia “anale” di molti commenti sui social la fa da padrona (e qui non riporto, ma basta rivedere il tweet d’apertura per capire di cosa si sta parlando) e il paragone coi marò indigna le menti di chi è sempre più preoccupato delle italiche sorti – ma vorrei vederli, questi eroi, come si comportano di fronte a uno scontrino non fatto – il terzo filone di commenti verte su frasi del tipo: «lo ha fatto per farsi pubblicità».

Luxuria attaccata anche su Facebook

Luxuria attaccata anche su Facebook

Il dramma del personaggio citato è che scrive pure su una pagina gay-friendly. Non so se sia gay o “vicino” alla causa, ma di certo certe affermazioni non giocano a favore di questa teoria. Il nostro infatti, continua infatti così:

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“sotto le mura di Piramide…”

L’elenco di questo tipo di insulti, provocazioni, allusioni e dietrologie è enorme. Basta farsi un giro per il web per averne la reale dimensione. Il caso Luxuria ha dimostrato che l’Italia non è un bel paese, per quanto riguarda il rispetto delle persone trans e per la questione omosessuale più in generale.

C’è molto da fare se vogliamo che questo paese non diventi il corrispettivo mediterraneo della Russia. E c’è molto da lavorare anche dentro la comunità LGBT.

La notte in cui il web gridò #freeluxuria!

Gay è ok! #freeluxuria

Gay è ok! #freeluxuria

Tutto è bene quel che finisce bene: Vladimir Luxuria è stata rilasciata. Ciò mi permetterà di fare alcune considerazioni su quanto successo nelle ore convulse del suo arresto.

Innanzi tutto: ancora una volta sono le persone trans a dimostrare il coraggio che serve. Ieri a Stonewall, oggi a Sochi. Questo le fa onore.

Preoccupanti e discutibili, invece, (per non dire peggio) i commenti di lettori delle maggiori testate on line, che vanno dal “se l’è cercata” a “però i marò li lasciano in India…” fino a “una mossa per farsi pubblicità”. Doloroso che questi commenti vengano da persone LGBT (chissà perché, per lo più maschi).

Non ci si fa pubblicità mettendo a rischio la propria incolumità fisica e psichica. È andata, contrariamente a molti altri italiani, a protestare contro una legge ingiusta. Non capire questo e cadere nel solito cliché dietrologico, fa capire quanto siamo indietro a livello di comunità. Invece di essere uniti e solidali, ci si diletta a fare il pelo su sotterfugi che andrebbero quanto meno dimostrati, con prove alla mano. E invece.

Infine, per una volta, pronta e decisa la reazione del movimento LGBT.  Sui social l’hashtag #freeluxuria è subito entrato nei trend nazionali. Migliaia di condivisioni. Un vero e proprio “bombing” per sensibilizzare istituzioni e opinione pubblica. Dovremmo essere un po’ più operativi anche tra piazza e palazzo. Saremmo sicuramente un paese all’avanguardia, sul tema dei diritti civili.

Luxuria arrestata a Sochi. Ma l’Italia non se la passa meglio

Il tweet di Luxuria a Sochi

Un paio di pensieri a caldo sugli ultimi fatti accaduti alle olimpiadi in Russia.

Vladimir Luxuria è stata arrestata, dopo essersi recata in Sochi per manifestare contro la legge anti-gay. La notizia è stata diffusa da Imma Battaglia che dichiara che l’ex parlamentare del PRC è stata portata via dalla polizia locale in quanto aveva con sé una bandiera con su scritto, in lingua russa, «gay è ok». Pare, inoltre, che gli agenti si siano comportati in modo abbastanza brutale.

Nell’attesa che venga rilasciata al più presto, che le nostre autorità siano sollecite e esemplari in tal senso, e nell’augurio che stia bene, non rimane che una triste considerazione su quanto sta succedendo in questi giorni in Italia e nell’Europa dell’est: la Russia ci fa orrore, perché omofoba. Ma – dopo le ultime eroiche gesta di sottosegretari del Pd che censurano le iniziative di lotta all’omofobia dell’Unar – il nostro paese che, per compiacere le sfere religiose, vieta di parlare di rispetto delle persone LGBT nelle scuole non è poi così diverso.

Non possiamo scandalizzarci più di tanto per quanto accade nel mondo, quando dentro casa nostra si sta prendendo quella china. Occorre riflettere approfonditamente su questo. E, conseguentemente, porvi rimedio.

Roma Pride 2010: la vittoria di Imma Battaglia, la disfatta del popolo GLBT

Ho vinto io. Questo avrebbe detto Imma Battaglia al cospetto del suo pride. Un pride che, a quanto si legge dalle cronache di chi lo ha vissuto, è stato uno tra i più deludenti della storia delle manifestazioni GLBT d’Italia. Certo, a leggere la pagina romana di Repubblica si parla addirittura di centomila presenze.

Adesso io non sono romano e, sebbene ci abbia vissuto quasi un anno, non conosco bene la città. Ma chi romano lo è, come Mauro Cioffari – esponente di SEL e firmatario del documento Noi non ci saremo – ci fa notare che “quando la testa del corteo è arrivata a Piazza Venezia il quinto carro che chiudeva la manifestazione aveva abbondantemente superato Largo Corrado Ricci. 600/700 metri di corteo.” Per altro, se la guerra delle cifre, con analoga lievitazione dei numeri, viene imputata anche al Mieli, storico e tradizionale organizzatore degli altri pride romani che quest’anno ha dato forfait, non vedo perché la stessa graziosa pratica non possa essere additata al team della Battaglia.

Al di là del dato quantitativo, che può anche non interessare, e dato per quasi certo che ieri a Roma hanno manifestato non più di diecimila persone (secondo quanto ci riferisce Luca Possenti, di Famiglie Arcobaleno), c’è il risultato politico di un pride che lascia dietro di sé una vera e propria scia di sangue:

1. il movimento romano lacerato come non mai, con il Mario Mieli, Arcilesbica e l’area antagonista da una parte e la Battaglia, Arcigay e altre formazioni minori (quattro in tutto) dall’altra;

2. altre associazioni hanno subito abbandoni o scissioni interne, come nel caso di Certi Diritti Roma, che ha perso il suo presidente Luca Amato, anche lui tronfio di un trionfo che, a quanto pare, sta solo negli occhi di chi questo pride lo ha organizzato;

3. i messaggi dal palco parlavano di “normalizzazione”, invece che di valorizzazione delle diversità;

4. Vladimir Luxuria che plaude al fatto che le trans sono venute finalmente vestite… come se fosse un dato di fatto che trans e topless siano le due facce della stessa medaglia;

5. la totale assenza, da parte del palco, di una critica serrata contro i motori primari dell’omo-transfobia – chiesa cattolica, cultura di destra, ignavia e idiozia di certa sinistra, stereotipi televisivi, ecc… – e di elaborazione politica di obiettivi comuni, quali l’estensione del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, la tutela dell’omogenitorialità, le adozioni, la tutela delle unioni civili, una legge contro l’omo-transfobia, una maggiore richiesta di laicità da parte delle istituzioni e via discorrendo.

Nonostante quest’apocalisse, condita con una buona dose di pochezza, a ben vedere, Imma Battaglia, colei che portò a Roma, dieci anni prima, ben un milione di persone per il World Pride, grida vittoria. Come se si fosse trattato di una guerra, di una competizione sportiva, di un trionfo in un reality.

Ignora la Battaglia, o finge di farlo, che la sua vittoria coincide con la sconfitta di un intero movimento, non solo nella capitale, ma in tutta Italia. Il pride di ieri, a Roma, ha solo tolto credibilità politica a un movimento che, come ha più volte detto Scalfarotto in passato, è uno dei più derelitti d’Europa. La Battaglia ignora che la vera vittoria avverrà il giorno in cui una coppia lesbica deciderà di varcare le soglie del Gay Village perché è lì che vuole festeggiare il suo matrimonio. Sarà vincente quando un gay deciderà di frequentare un qualsiasi sex-club affiliato ad Arcigay non perché la società impone dei ghetti relazionali che passano dalla repressione dei costumi sessuali, ma per puro desiderio, perché il novero delle scelte che adotta per usufruire del suo corpo e della sua sessualità è libero. Sarà vincente quando la parola “transessuale” non verrà associata, in automatico, al campo semantico della prostituzione. Quella sarà la vera vittoria e non solo per la Battaglia, ma per tutte e tutti.

Ma temo che in un movimento fatto di personalismi, in quello che pare un pollaio in cui ci sono troppi galli e galletti che si sono messi in testa di fare le galline e l’individualismo è elevato a cifra politica, ci sia poco spazio per la considerazione della comunità. E questo, mi spiace per la Battaglia, ma spiace ancor più per me e per tutte le persone GLBT, è una disfatta clamorosa, tragica, insopportabile. Per tutte e per tutti.

Pride 2010? Quasi quasi vado a fare shopping…

Roma a Natale impazzisce. E per chi, come me, si riduce sempre a comprare i regali a poche ore dalla mezzanotte o, ben che vada, a qualche giorno dal dies orribilis, è oltre modo sconveniente dover aspettare fino a quarantacinque minuti per prendere un autobus. Ciò succede, secondo il mio amico Queerboy, perché i romani per le festività natalizie escono di casa con una macchina procapite, al solo scopo di congestionare il traffico. Fortuna vuole che domani torni nella civilissima Sicilia, dove per gli acquisti dei regali accadono cose altrove narrate – a cui vi rimando – anch’esse portatrici di miseria, terrore e morte.

Voi direte pure: potevi pensarci un po’ prima, tipo ad esempio nel week end. Orbene, lo avrei fatto volentieri, fatto sta che giusto sabato c’è stata l’assemblea delle associazioni GLBT per decidere dove fare il pride del 2010. Essendo un esponente, anche se minore, del movimento, ho deciso di andare anche perché parlavo anche a nome del Milk, che mi aveva delegato all’uopo.

Poiché appartengo a una categoria professionale che lavora pure il sabato – mi chiedo perché mai a scuola non si faccia la settimana corta esattamente come nel resto degli uffici del pianeta – sono arrivato alla sede della riunione a giochi cominciati e a baruffa imperante.

La sintesi della giornata è già stata fatta dalla Vandilla Furiosa, una delle anime di We have a dream, che per oggi mi farà da musa. Sostanzialmente, dalla riunione di sabato è venuto fuori che:

1. Arcigay ha deciso che il pride si farà a Napoli. Io ero andato per esprimere due voti, quello del Codipec Pegaso di Catania e del Milk di Milano, ma quando è stato il mio turno era già deciso tutto. Tra l’altro: Arcigay mette i soldi ergo chi mette i soldi governa. Amen.

2. Arcigay e Facciamo Breccia sono ai ferri corti perché una delle brecciarde nel 2008 ha preso a sberle uno di Arcigay e da allora sono volate denunce e querele. Nel frattempo Taylor Forrester resuscitava per la sessantaduesima volta, mentre Alexandra Spaulding rivelava a suo fratello Alan di non essere sua sorella bensì sua nonna… (Dio che cosa importante per i destini dei gay e delle lesbiche d’Italia).

3. Facciamo Breccia è incazzata (ma va?).

4. Se il pride non è antifascista, contro Casa Pound, contro il capitalismo, contro l’eterosessismo, contro Babbo Natale e i puffi, contro a prescindere, Facciamo Breccia non scenderà in piazza (grazie per pensare ai diritti delle persone GLBT ogni tanto, ci si potrebbe commuovere).

5. C’è un totale scollamento tra le associazioni e la gente. Nessuno dei presenti pareva comunque preoccupato, a parte poche rare e importanti eccezioni, del fatto che la stragrande totalità dei gay, delle lesbiche e delle persone transessuali non si riconosca nell’azione politica che le associazioni portano avanti a nome meramente personale, arrivati a questo punto (voi sì che siete fighi, eh!).

Morale della favola: una colossale perdita di tempo. La sensazione di trovarmi a un appuntamento a metà strada tra il Concilio di Nicea e una puntata a caso di Uomini e donne, mi ha schifato a tal punto che forse faccio domanda di prepensionamento dal mondo GLBT. Quando ho cominciato a fare attivismo, l’ho fatto perché pensavo (e penso) che possa esserci un ragazzo impaurito, là fuori, che ha bisogno di chi gli dice che non è solo, che può contare su persone che credono in lui, che c’è qualcuno disposto ad ascoltarlo, che si farà qualcosa per rendere questa società meno squallida, più giusta, magari anche più felice.

Poi, se devo perdere pomeriggi intieri a fingere di essere un gay impegnato per poi strapparmi i capelli con la prima isterica, senza distinzione di orientamento sessuale e identità di genere, che mi capita sotto mano a causa di quanti asterischi mettere in un documento o per sentirmi dire, da chi ha i soldi, “perché io valgo” senza essere nello spot di un shampoo, preferisco fare il gay starnazzante e impegnare il mio tempo ad attività ben più amene quali shopping, ristorante giapponese, aperitivi chic e, all’occorrenza, mentula.

Parafrasando (al contrario) Vladimir Luxuria, qualche sega mentale in meno e molti orgasmi in più. Ne converrete.

I fantastici quattro (o del perché non me ne frega niente dell’ennesimo gay al Grande Fratello)

Ragazzi, così non va. La novità della settimana è quella di un gay, l’ennesimo, al Grande Fratello? Si può solo commentare il tutto con due sole parole: già visto. O tre: niente di nuovo. Perché non so se ve ne siete accorti, ma è quello che pensa la stragrande maggioranza degli italiani, teodem inclusi, quando preme il telecomando e si ritrova Platinette ad Amici o Signorini a far gossip su Mediaset.

Non mi perderò a cercare un senso a tutto questo. Le teorie su quanto può far bene o male un gay in TV non mi entusiasmano molto. C’è chi dice che così si normalizza il fenomeno, chi sostiene che veniam messi ulteriormente alla gogna. Io vedo solo che, da Luxuria in poi, le cose non mi pare siano cambiate, se dobbiamo pensare ai grandi numeri. Ma non è su questo che dovremmo porre la nostra attenzione.

Il fatto che dovrebbe farci riflettere è che la televisione ha semplificato la complessità umana in quattro macrocategorie da “reality & Striscia”, che potrei così riassumere:

1. il modello Taricone: ovvero il maschio eterno. Belloccio, ma di quel bello che piacerà sempre al prototipo della velina assoluta (vedi qui di seguito). Muscoloso, tracotante, col mito del proprio pene, senza mai fare un discorso che preveda la lettura di un libro o uno spiccato senso critico. L’italiano medio, a ben vedere. Ma maschio, bianco, cattolico e, possibilmente, di destra.

2. la velina assoluta: dove per “velina” vada intesa una categoria onnicomprensiva che includa “letterine”, “venturine”, “bagagline” e tutto quello che il bikini da palcoscenico ha previsto e concepito per la gioia dell’italico tariconiano.

Caratteristica fondamentale dei due modelli appena analizzati è quella di essere interscambiabili con tipologie di altri format, inglobandole, per cui tariconiano e velina assoluta vanno bene sia in un programma della Carlucci, il sabato sera alla RAI, sia in un trono qualsiasi della solita De Filippi, a vomitare bile in trasmissione per esterne a luci rosse (e poi a dimettersi è Marrazzo).

Ma andiamo oltre…

3. il modello Jonathan: ve lo ricordate? Quello dal cappellino facile e con una virilità seconda solo a quella di Solange nella prima edizione de La fattoria. Quello così maschio da aver prestato il proprio nome a un insulto: a Torino si diceva “sei come Jonathan del Grande Fratello”, con conseguente tragedia (un ragazzo si suicidò, per questo). Il modello in questione prevede l’omosessualità dell’individuo in genere data la sua assoluta evidenza, purché di omosessualità non se ne parli. Il caso più felice di questo modello fu Luca Calvani, de L’isola dei famosi. Tutta la blogosfera lo etichettava come finocchio. Bono, per di più. La conferma arrivò, a livello mediatico, quando una povera stronza di cui non ricordo il nome – ma assurta agli onori della cronaca per una relazione con un tronista – lo etichettò, durante una lite, con l’epiteto di “cretina”. La poveretta venne messa alla gogna ma non certo per omofobia. Aveva accennato alla parola che non si dice. E il modello Jonathan questo non lo prevede nel modo più assoluto.

4. il modello Vladimir: o del gay redento. Ora è pur vero che la Luxuria è una trans. Ma all’italiano medio poco importa. Con o senza le tette, sempre frocio rimani. Il modello Vladimir, contrariamente a quello precedente, non nasconde la sua natura ma, al contrario, la spettacolarizza. Cosa che manda in bestia milioni di militanti LGBTQI (a voi lo scioglimento dell’arcana sigla), un po’ perché ci credono davvero, un po’ per invidia.

Morale (e moralismo) della favola

Domanda da sei milioni di euro (il dollaro, converrete, è sempre in calo): perché tutta sta manfrina? Perché non so se ve ne siete accorti, ma la nostra società prevede solo il primo modello come modello di comportamento. Uomo forte, maschio, sciupafemmine, un po’ gradasso, sventrapapere e, nel caso del reale Taricone, neppure troppo alto. Vi ricorda qualche premier attualmente al potere?

In questo imperio assoluto – potremmo ribattezzarlo “napoleonismo da viagra”? – la velina assoluta esiste perché nella Bibbia c’è scritto che Dio previde una Eva per ogni Adamo, ma a ben guardare, in un modello siffatto la donna è prevista per fare da spalla, da controfigura, non certo per essere personaggio che dice qualcosa (e non a caso le veline tacciono e le troniste urlano).

Gay e trans ci stanno perché ogni società ammette la sua corte dei miracoli. La TV lo ha capito e, siccome siamo in Europa, non potendosi più dire impunemente che “i froci tanto sanno prenderla solo in c**o”, allora ci scappa pure il caso umano. Ma rassegnatevi, voi sostenitori della bontà e bellezza del frocio da video: qualsiasi Vladimir su teleschermo sta alla liberazione del mondo GLBT come Padre Pio su Gente, Oggi e via dicendo sta allo spiritualismo vissuto come purezza della fede.

La vera rivoluzione, che in molti si ostinano a non vedere, è che a questo prezzo siamo tutti previsti. Come “deviazione” dalla norma tariconiana. Adesso, per me e molti di voi questo può anche essere un sollievo. Ma a votare è la famosa casalinga di Voghera, il cui marito, magari, con la scusa delle sigarette va a trans, le stesse che schifa con gli amici al bar. E quest’allegra famigliuola – che tanto piace oltre Tevere – vede i reality, prende la comunione e vota Berlusconi. Sono solo io a vederci un curioso circolo vizioso?