Tra sessismo, sindacati di allevatori e sperimentazione animale

Post sessista contro Brambilla

Post sessista contro Brambilla

Tempo fa polemizzai contro il gruppo-fake “A favore della sperimentazione animale”. Una pagina che, più che fare corretta informazione scientifica, pare interessata a insultare chi non la pensa come loro con un piglio da grillino estremista, a cominciare dagli insulti sessisti e omofobi, che fioccano in quantità industriali.

Questo gruppo, collegato a un blog omonimo (e anonimo), è gestito da persone che non rivelano i loro nomi per non meglio precisati motivi di sicurezza personale – a leggerli, pare che esprimersi a favore della sperimentazione animale possa portare ad attentati contro la vita – però, sempre per ragioni oscure, in quella pagina non si hanno problemi a pubblicare foto e nomi dei loro supporter.

Io stesso fui segnalato, con tanto di nome e cognome, da uno dei loro iscritti: la mia colpa era quella di aver detto la mia in due post in cui auspicavo un superamento di queste pratiche.

Particolarmente invisa a questo gruppo è la deputata berlusconiana Michela Vittoria Brambilla, come si può riscontrare dalle immagini qui riportate. Adesso, come si sa, io non abolirei la sperimentazione animale, pur reputandola crudele (e in alcuni casi anche abbastanza inutile). E riguardo a Brambilla, per me starebbe meglio a lavare le scale in un condominio di periferia. Ma quel linguaggio è inaccettabile ed è la cifra culturale della pagina in questione.

ancora insulti...

ancora insulti…

Insomma, tutto lascia credere che più che un sito a favore della scienza, sia un raduno di antianimalisti. Se poi si va a scartabellare un po’, si scoprono alcuni aspetti interessanti: la mole degli articoli dedicati a Green Hill, il lager in cui si allevavano beagle per destinarli a morte certa – e chiuso dai tribunali italiani, non certo dal WWF – e la pubblicità a FederFauna, confederazione sindacale di allevatori, commercianti e detentori di animali.

Insomma, la chiusura del canile-ghetto non è andata giù ai gestori del sito che, per chissà quali ragioni, difendono la scienza lasciando che si auguri la morte alla signora Brambilla e pubblicizzando nelle loro colonne i sindacati degli allevatori.

Forse tutto molto casuale, non ho problemi a crederlo. Ma anche abbastanza sospetto.

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Ma l’animalismo è sentimento di pietà

vivisezione

Il mio articolo di ieri sulla mia contrarietà di tipo etico alla cosiddetta “sperimentazione animale” – articolo in cui ho ribadito che esser contrari non deve indurre nessuno a sabotare laboratori, insultare persone malate e auspicare la fine della ricerca – ha prodotto le solite reazioni all’italiana, in cui non è possibile esprimere un parere senza produrre il solito tifo da stadio (e relativi fenomeni da curva).

negazionismoIl senso del mio articolo di ieri è molto semplice e lo ribadisco: siamo una specie arrogante, che pensa di possedere il pianeta quando invece dovrebbe convivere in armonia con esso. Proprio per queste ragioni il sentimento di pietà verso le specie di cui ci nutriamo, che schiavizziamo e che utilizziamo in esperimenti in cui si arreca loro sofferenza e morte (piaccia o no, topi, gatti e scimmie vengono sottoposti a torture, né più né meno), il sentimento di pietà dicevo dovrebbe essere comune a tutta l’umanità. Fosse non altro per recuperare quel senso di empatia con una natura a cui apparteniamo.

Per molti sostenitori degli esperimenti sugli animali questo stesso senso di pietà è considerato inaccettabile. Mi è stato chiesto – e te pareva – nell’ordine:
1. se mangio carne (ma non mi pare di essermi scagliato contro il consumo di cibi animali)
2. se sono a favore delle derattizzazioni (e non mi sono mai espresso contro le pratiche igieniche)
3. di smettere di usare medicinali (quindi, per coerenza, chi è a favore della sperimentazione donerà i suoi animali domestici ai laboratori di vivisezione?).

Mi si è portato come fonte inoppugnabile della necessità della sperimentazione su topi, gatti e scimmie pagine di tortureWikipedia (nota fonte scientifica) e richiami a fantomatici siti e pagine Facebook gestiti da utenti rigorosamente anonimi, che si scagliano contro i correttivi alle direttive sulla salvaguardia degli animali usati nella ricerca. Uno di questi siti fa disinformazione sull’uso dell’anestesia sulle cavie. Un’altro era addirittura contrario alla chiusura di Green Hills, il canile-lager chiuso l’anno scorso dalla magistratura, non certo dalla LAV, per le condizioni di maltrattamento dei beagle.

Tutti questi siti sono concordi:

  • nel catalogare chi sostiene i diritti degli animali come “nazimalisti” o “animalari”, etichettandoli indistintamente come “terroristi”. Comprese associazioni come Legambiente, la LAV, l’Ente per la difesa del Cane, ecc.
  • nel nascondere l’identità dei loro gestori, salvo poi pubblicare foto di persone reali esponendole al rischio che vogliono risparmiare per se stessi (e poi magari pretendono “coerenza” da altri)
  • nel condannare (giustamente, ribadisco) gli insulti contro chi sostiene la sperimentazione animale, per poi ammettere nelle proprie pagine la stessa tipologia di linguaggio contro gli animalisti.

anestesiaRibadisco qui la mia contrarietà a pratiche che portano alla sofferenza degli animali. Mi rendo conto, tuttavia, che la sperimentazione non si può abolire in un giorno, che le soluzioni repentine sono peggiori del male che intendono guarire. Per queste ragioni, come già detto, se fossi ministro della Sanità non sospenderei le sperimentazioni. Auspico tuttavia un superamento delle stesse e un vigile controllo delle norme che portino al massimo benessere degli animali destinati a sofferenze e morte. Perché è di questo che si tratta.

Per queste creature nutro rispetto e pietà. Non intendo rinunciare a questo sentimento. Per i detrattori, per i fanatici dal bisturi facile, per gli antianimalisti, per chi sostiene l’assoluta sacrificabilità animale, il mio sentimento è qualcosa che non merita alcun rispetto.

Segno evidente che il fanatismo, animalista e antianimalista, ha due facce nella stessa unica moneta.

A Caterina e agli animalisti dico: io sto col dubbio

sperimentazione animale

Chi mi conosce bene, ma bene bene, sa che sono contrario all’aborto. Che non vuol dire che sono contro la legge 194. Significa, più semplicemente (e per assurdo) che se fossi una donna non credo che riuscirei ad interrompere una gravidanza indesiderata. Ciò non mi porta a giudicare negativamente chi decide di fare altrimenti, perché la libertà sulle questioni inerenti al proprio corpo è un bene “assoluto” (e si notino le virgolette).

Faccio questa premessa per spiegare meglio cosa penso su ciò che è successo con la studentessa di veterinaria, Caterina, insultata in modo disumano – e per questo ha la mia solidarietà personale – per il suo sostegno alla campagna a favore della sperimentazione animale. E per spiegare le ragioni della mia contrarietà ai test su topi, scimmie e criceti.

Parto da una premessa fondamentale: sono contrario ad essi, ma questo non significa che se fossi ministro della Sanità li abolirei.

E ne aggiungo un’altra: non sono un esperto del settore, per cui le mie obiezioni non sono di tipo scientifico, ma di tipo etico.

Detto questo, cercherò di spiegare le mie ragioni e di porre alcune domande.

In primis, essere contrari per quel che mi riguarda significa disattendere una sorta di “monoteismo farmaceutico” per cui non è ipotizzabile nemmeno pensare che si possa arrivare, un giorno, alla fine di questi esperimenti. Se da una parte c’è chi, come me, si auspica la fine della sofferenza degli animali in laboratorio, dall’altra c’è chi sostiene in modo militante la sua inevitabilità.
La domanda è: siamo proprio sicuri che, a lungo andare, questo tipo di pratiche non possano divenire, appunto, evitabili?

Secondo poi, il mito dell’inevitabilità della sperimentazione animale passa attraverso l’idea che per guarire certe malattie certe pratiche sono un male necessario. Adesso io credo che molta gente abbia tratto indiscutibili benefici dalla scienza medica così com’è, ma qui non si mette in dubbio il progresso e il beneficio, ma il modo con cui ci si è arrivati fino ad adesso. In un documentario sul canale storico della RAI – e mi spiace di non ricordare il titolo dello stesso – si diceva che non ci fossero stati gli esperimenti nei lager nazisti, non sapremmo molte cose riguardo all’anestesia. Ovviamente l’autore non riabilitava lo sterminio, cercava di far capire come da una follia collettiva si era cercato di trarre un beneficio comune, a posteriori. Insomma, di mali necessari la storia ne è piena… ma non sarebbe ora di ripensare a questa stessa filosofia? E questa è la mia seconda domanda.

Ancora: molto spesso si bollano in toto le proteste degli animalisti come una forma di estremismo politico. Vero è che fanno più danni coloro che, ad esempio, liberano animali infetti dalle gabbie per rilasciarli nell’ambiente circostante, provocando problemi maggiori di quelli che si vorrebbero risolvere, ma non si può bollare l’animalismo nella sua interezza come una forma di fondamentalismo senza ragioni e avulso dall’elaborazione di un pensiero filosofico. In questo atteggiamento c’è una profonda arroganza della specie dominante (l’essere umano) su soggetti a diritti minori (gli animali). E vorrei ricordare che viviamo in un contesto in cui la specie dominante ha prodotto fin troppi danni all’ambiente circostante.
Domanda: non sarebbe arrivato il momento di porci una serie di questioni morali anche in merito a questo aspetto?

Non è vero, poi, che l’animalismo non abbia portato benefici a livello collettivo. La vivisezione (intesa come forma di crudeltà) è ufficialmente illegale. A livello comunitario non si possono usare animali per la cosmesi. La sperimentazione stessa va fatta nell’interesse del soggetto utilizzato: vanno usati gli anestetici per le pratiche dolorose, ad esempio. Ma ciò dimostra, e c’è poco da dire su questo, che troppo spesso la medicina è anche stata crudele per mancanza di sensibilità animalista. E mi domando: se non hai pietà per forme di vita “minori”, come puoi rispettare la complessità dell’uomo nella sua interezza?

L’inevitabilità delle sperimentazioni animali potrebbe essere superata, a mio modo di vedere, anche attraverso pratiche sanitarie di prevenzione. Sensibilizzare su un certo tipo di alimentazione, di abitudini quotidiane (alcol, fumo, sessualità), di impatto sociale. L’uomo crea, in buona sostanza, le condizioni del suo malessere. Eppure pare che l’unica soluzione sia quella di uccidere topi per migliorare le condizioni di vita della specie umana. Mi chiedo e vi chiedo: ma siamo proprio sicuri che sia così?

Infine – ma il discorso è infinitamente più complesso e non si esaurisce qui – c’è il dato economico. Sperimentare sugli animali costa meno (così mi è stato detto da “esperti del settore”, in discussioni private) rispetto alla sperimentazione alternativa. Ciò diventa, a mio modo di vedere, una scusa per non trovare strade alternative. Il problema diventa quindi politico. E siccome sappiamo tutti quanto umanitarie possono essere certe politiche industriali delle case farmaceutiche mi chiedo se il problema non sia anche legato al business. Con conseguenze anche sul piano etico proprio nell’interesse del paziente.

Per certi “monoteisti del farmaco”, per cui non avrai altro dio al di fuori del Moment in caso del mal di testa, poco importa se lieve, questa domande non devono nemmeno esser poste. E se le poni, vengono fuori con questioni sostanzialmente cretine, del tipo: ma tu la carne la mangi, ma quanti insetti schiacci col parabrezza dell’auto e amenità similari. Ti si accusa di “estremismo”, in buona sintesi, ma adducendo argomentazioni estreme.

Di fronte al dubbio, solo certezze (da una parte e dall’altra). Tipico delle religioni. E delle guerre che si portano dietro. Io resto con le mie domande. Ma mi pare di capire che il fan club di chi vuole gli esperimenti sugli animali sa essere dogmatico quanto certi animalisti fanatici. Ahinoi.

***

P.S.: per farsi un’idea, consiglio i seguenti articoli

a favore: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/27/vivisezione-o-sperimentazione-animale-andiamo-con-ordine/825617/

contro: http://qn.quotidiano.net/lifestyle/2013/12/28/1002556-animali-ricercatrice-malata.shtml

posizione intermedia: http://www.scienzainrete.it/files/gli_animalisti_tra_ragioni_ed_estremismi.pdf

(io mi colloco su posizioni simili a quest’ultima).

La coscienza degli animali

Pubblicità progresso:

Il rispetto per la Vita è una delle grandi conquiste dell’uomo, è un segno di civiltà.
E la Vita non è solo la “nostra” Vita, ma anche quella di tutto ciò che ci circonda.
Chi rispetta la Vita deve rispettarne ogni forma.
Chi è crudele con gli animali lo è anche con gli esseri umani.
Gli animali hanno un elevato livello di consapevolezza, coscienza, sensibilità e molti di loro hanno la capacità di sviluppare sentimenti.

Il primo diritto degli animali è il diritto alla vita.
Infliggere loro sofferenze per crudeltà, o peggio per divertimento, è un atto di violenza e un segno di arretratezza morale che non fa parte del mondo civile.

Per questo è necessario porre un freno al massacro degli animali nella stagione venatoria, fino alla totale abolizione della caccia. Non è degno di un Paese civile uccidere per sport, spesso con metodi crudeli, esseri viventi ignari e indifesi.
Per questo va eliminata la inumana detenzione di animali nei circhi e negli zoo.
Per questo va drasticamente vietata l’importazione di animali esotici da altri Paesi e continenti.
Per questo va regolamentato il barbaro trasporto di animali da macello in condizioni vergognose, senza cibo e acqua per giorni, ammassati in spazi invivibili. Anche agli animali presenti negli allevamenti occorre garantire un ambiente sano e che consenta libertà di movimento.
Per questo deve essere sempre vietato il feroce sgozzamento degli animali da macello senza stordimento e la conseguente agonia per dissanguamento.
Per questo va vietata e penalizzata la vivisezione, che è priva di reale validità scientifica.
Va inoltre punito l’abbandono degli animali domestici e la loro detenzione in condizioni degradanti e va promossa un’azione di sensibilizzazione contro l’uccisione di animali per ricavarne capi di abbigliamento, come le pellicce.

Gli animali nascono uguali davanti alla Vita e per questo hanno il diritto di essere rispettati.
Rispettando gli animali, rispettiamo noi stessi, la natura di cui facciamo parte e, soprattutto, rispettiamo il valore della Vita.

Per aderire, clicca qui.
Diffondete. E firmate, firmate, firmate.

L’UE ha così deciso: vivisezione libera per cani e gatti

Il mahatma Gandhi, che tutti amiamo fosse non altro perché non amarlo non ci renderebbe abbastanza chic – a cominciare da certi fautori del pensiero di destra – sosteneva che il grado di civiltà di un popolo è ravvisabile dal trattamento che questi riserva per i suoi animali.

Parafrasando: se al paese tuo è considerato normale prendere a calci un gatto solo perché è un gatto, vivi in un paese di merda.

Controparafrasando: in Canada, se ammazzi per il gusto di farlo uno scoiattolo, finisci in prigione. Non è un caso, d’altronde, che in Canada si abbiano i diritti civili, ci sia un diffuso cosmopolitismo basato sul dialogo delle diversità etniche e, va da sé, nessun partito lontanamente vicino, anche solo a livello concettuale, alla Lega Nord.

Dico tutto questo perché qualche giorno fa il parlamento europeo ha votato una risoluzione che permette di acciuffare cani e gatti dalla strada e vivisezionarli. Lo stesso trattamento è riservato agli scimpanzé.

Adesso, in Italia è vietato fare esperimenti su cani e gatti. Questa legge, quindi, non dovrebbe essere applicata. Non si capisce, tuttavia, come mai la stragrande maggioranza dei nostri eurodeputati ha votato a favore. E non parlo solo di persone riciclate dal palinsesto Mediaset, la cui scarsa cultura in fatto di diritto è quasi un prerequisito per essere eletti nel PdL, ma anche personaggi di più ampio spessore politico, come Cofferati.

A loro dico: complimenti per le vostre prossime vite. Se nasceste vermi da infilzare in un amo non mi stupirei più di tanto.

Secondo poi: ma chi è che definisce randagio un gatto? Molte colonie feline, ad esempio, sono adottate da interi condomini o da singole persone. Avete presente le gattare? Sapete quanto pericolosa possa essere una gattara inferocita? Io ne ho una in casa. Se volete, ve la mando.

Ancora: quando si andava alla casa al mare, noi lasciavamo in libertà i nostri gatti che giravano per i dintorni. E se domani venissero questi nuovi squadroni della morte a prelevare il mio o il vostro micio che ha l’unica colpa di non avere un collarino (e i gatti lo odiano) e di gironzolare vicino casa? Dio non voglia che io becchi un individuo del genere a mettere le sue mani sui miei animaletti. Potrei decidere di diventare pericoloso.

Dulcis in fundo: ma siamo sicuri che le sperimentazioni servano davvero? E che servano a scopi scientifici? Perché io, in linea di principio, posso anche tollerare il pensiero che la vita di un animale possa essere stata utile a salvare quella di migliaia di bambini, ma parlo di scienza pregressa: ormai bisognerebbe trovare nuove cure senza andare a scomodare la libertà e la dignità di primati, cani e felini.

Se invece è solo una scusa per fare in modo che le industrie cosmetiche abbiano delle cavie a buon mercato, magari per fare la cipria per qualche signora ricca e stronza, allora no. La bellezza è prima di tutto interiore. E non c’è bellezza alcuna nel sentirsi fica da morire sulla pelle degli animali.