Il gatto in un appartamento vuoto

Morire. questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti
strofinarsi contro i mobili?
Qui niente sembra cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori posto
la sera la lampada non è più accesa
si sentono passi sulle scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre qualcuno. Sempre.
e poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
in ogni armadio si è guardato
si è cercato sulle mensole
e infilati sotto il tappeto
ma non ha portato a niente
si è persino infranto il divieto
di entrare nell’ufficio
e si sono sparse carte dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se osa!
Deve imparare che
questo non si fa a un gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto nè un miagolio.
Almeno non subito.

Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia

(stasera mi manchi, piccola Maria, perché tu mi aspetti sempre: in tutti questi anni mi hai sempre aspettato e ogni volta vieni a sederti sulle mie gambe, per rassicurarmi che per te non cambia niente, anche se io a volte mi sento spaventosamente egoista e disperso nella mia vita assurda e senza direzione)

Sulla cura di sé

Un giorno, mentre attraversava un fiume, la dea Cura venne incuriosità dall’argilla e cominciò a modellarla, creando una sagoma umana. Quindi chiamò Giove, a cui la dea chiese di donare lo spirito vitale. Giove ne fu ben lieto e vi infuse la vita.

La dea Cura, quindi, chiese al padre degli dèi di poter dare il proprio nome a quella creatura, ma Giove pretese lui stesso di poter avanzare quel privilegio, poiché era stato lui ad aver concesso il dono dell’anima. Ne nacque una diatriba a cui si aggiunse, in un secondo momento, la Terra: «sono stata io che ho fornito il materiale per la sua creazione, il nome da dare alla creatura deve essere il mio!».

Per risolvere la contesa le tre divinità si rivolsero a Saturno, il dio del tempo, che dopo aver sentito le ragioni dei contendenti, così si espresse: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito vitale dopo la morte della creatura ne avrai l’anima. E tu, Terra, che hai fornito l’argilla, dopo la sua morte ne avrai il corpo. Tu Cura, che lo plasmasti, te ne occuperai per tutta la durata della sua vita. E riguardo al nome, lo chiamerete uomo, perché è stato fatto con l’humus.»

Ed è per questo che la cura di noi stessi/e deve essere un dovere, nei confronti di anima e corpo: perché senza di essa non potrebbe esserci nulla di ciò che noi chiamiamo vita.

(Questo mito, che non conoscevo, mi è stato raccontato ieri dal mio terapeuta durante la nostra seduta. Credo sia molto bello e credo che tutti/e dovremmo conoscerlo).

Fino all’ultima goccia di sangue

Chissà se tornerà il tempo dei sogni, quelli simili all’alba, che secondo il mito sono destinati a realizzarsi.
Il tempo in cui le storie che vivi e l’uomo che ami ti assomigliano per intero. Fino all’ultima goccia di sangue.
Chissà se nella mia vita sarò mai come la Principessa della Luna.
«Prima lavoravo per la moda.»
Mi ha detto, mentre giocava con la sua buccia d’arancia, figlia illegittima del cocktail, a giacere al suo cospetto di ghiaccio e opinioni.
«Ho beccato il telefono di Mick Jagger… una volta gli ho mandato un messaggio di auguri, a Natale, per gioco. Mi ha risposto. Ogni tanto ci sentiamo.»
A volte mi chiedo se la mia vita assomiglierà a un mattino islandese e alle onde dell’oceano, in un’isola africana.
Alla musica regalatami da uno sconosciuto, in quel mattino di aprile.
Chissà se essa ha raggiunto il suo punto più alto, nel sole di questa giornata. Chiamata vita, per convenzione.
O chissà, appunto, se tornerà il tempo dei sogni all’alba.
«E capisci perché mi incazzo? Mick Jagger mi scrive e quell’altro si fa desiderare per un appuntamento…»
Il solito uomo sbagliato, nel cuore giusto.

Volevo dirglielo, alla Principessa della Luna. La legge dei tempi moderni, quella per cui se ti piace lui scappa, è solo il suono una canzone modesta. Ma non avevo le parole, in quel momento. Magari un giorno glielo dirò. Quando troverò i sogni e le parole. A me uguali. Fino all’ultima goccia di sangue.

Mi passerà

Domani mi passerà. E questa sensazione di abbandono e di continuo sgretolamento sarà solo un pensiero della notte. Uno dei tanti, buoni solo a spodestare il sonno.

Perché siamo fatti male. Perché, nella nostra specie, abbiamo inventato l’addomesticamento delle volpi e la solitudine dei pianeti lontani.

Domani mi passerà, ma per adesso è qui, mi tiene per mano e mi accarezzo sullo stomaco, e mette dentro, come una Pandora al contrario, tristezza, lacrime, rabbia, coraggio, onnipotenza, desolazione.

E tutto questo ha il suono di un violino, l’andirivieni della risacca, la morbidezza del manto di un gatto, la consistenza del piumone, il rumore della pioggia, un disco col fruscio, le chiacchiere delle amiche nella stanza vicina, il profumo delle cose cucinate, persistente come l’eco della memoria.

Domani mi passerà, ok. E andrò in giro per strada, con le mani in tasca e il mondo sotto i piedi. Ma per adesso no. Per adesso voglio assaporare questa tenerezza dolorosa, questo mio sentirmi profondamente umano, questo desiderio di sentire bisogno di un abbraccio, di qualcuno che mi dica che non c’è niente di cui avere paura.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Ci vuole karma (e sangue freddo)

Io vado avanti.
Nonostante il lavoro, che non mi piace.
I maschi maledetti.
L’ipocondria.
La terapia (che di per sé non è un male, ma se ci vado è perché il male c’è).
La politica italiana.
I casini vari.

Chissà che persona orrenda ero nella mia vita passata…

Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.

Leggendo Wisława

In questi giorni leggo poesie. Di Wisława Szymborska, la mia poetessa preferita, morta da poco. Avevo sempre pensato di comprare qualcosa di suo. Un suo libro vero, per intenderci. L’ho sempre incontrata per caso, la sua poesia. In una raccolta dei Miti, ad esempio. O tra gli scritti di qualche amica. O sul web, per caso. Poi ho saputo della sua scomparsa e ho preso Vista con granello di sabbia. Un omaggio tardivo, tremendamente colpevole. Ma non retorico.

Adesso vado in giro, per la città, e a volte la gente mi guarda come se fossi uno studente fuori tempo, perché sottolineo singole parole, perché disegno schemi e relazioni, o perché di fronte a certe immagini, il rigo sul foglio fa seguito alla sottolineatura di una lacrima, fugace.

Tra le poesie che più mi piacciono ce n’è una che ha per tema la morte. Perché parla di vita. Per quanto destinati a divenir cenere e oblio, o per quanto destinati, in pochi, gli eletti e le elette, a sostare nel museo della memoria collettiva, la morte non può toglierci tutto quello che abbiamo vissuto. Se esiste un’immortalità, credo, sta nella coscienza, sin d’ora, di ciò che siamo. Questo non potrà mai cambiarlo nessuno. È una realtà che poiché è stata, sarà così per sempre.

Per questo abbiamo il dovere di vivere in modo più simile al concetto di felicità. Perché la realtà che disegniamo renda il nostro per sempre il più bello possibile.

Sulla morte, senza esagerare
Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.
Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.
Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.
Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.
Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!
A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più di un bruco
la batte in velocità.
Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo svogliato lavoro.
La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno fin ora, insufficiente.
I cuori battono nelle uova. Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.
Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.
Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.
La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.
Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Una risposta che in fondo non c’è

 

«Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
ma c’è il dolore che sale che sa e e fa male
arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me.
Prosegue nella sua corsa si prende quello che resta
ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa
vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c’è.
E sale e scende dagli occhi il sole adesso dov’è
mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
che le parole nell’aria sono parole a metà
ma queste sono già scritte e il tempo non passerà.

Ma quando arriva la notte, la notte e resto sola con me
la testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché
né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
la vita può allontanarci, l’amore poi continuerà.»

***

Niente ha raccontato meglio questi ultimi tre anni e mezzo, al calar della sera. E come nella canzone, nella sua parte finale, il sentimento è passato. La vita, invece, è continuata. Direi che va bene. No?

P.S.: la parte suonata col violino è una delle cose migliori che ci possano capitare. Ascoltate bene. E sia estasi. E una carezza di lacrime.

Cose da buttare

Chiamatela magia o superstizione. Ognuno di noi ha i suoi incantesimi, o i suoi scongiuri. E accade quando ci troviamo di fronte alle porte del tempo. Quando un giorno segna il passaggio tra un prima e un dopo. Halloween, il 31 dicembre, il nostro compleanno, un anniversario.

Per capodanno si buttano via le cose vecchie. Abbandonando un oggetto vetusto, si pensa, ci lasciamo alle spalle – o pensiamo di farlo – i guai, le delusioni, un’abitudine sbagliata. Per poi ritrovarci, trecentosessantacinque giorni dopo, di fronte allo stesso punto. Davanti la porta da varcare di nuovo, in cerchio.

Anch’io, ieri, ho buttato una cosa vecchia. Senza troppa enfasi. Perché un simbolo è importante, ma ciò che cambia davvero, la magia di cui siamo dotati, sta nella volontà.

Dobbiamo cominciare a buttar via le cose che non ci piacciono da subito, in ogni momento della nostra vita. Per poi trovarci, l’anno prossimo, di fronte al secchio dell’immondizia, senza enfasi, senza oggetti da maledire, senza nulla da recriminare.

Poi, chiamatela pure magia o superstizione.