Un puntino destinato a svanire

TVset1Ogni tanto il passato bussa all’anima ed è un rimbombo silenzioso. Assomiglia a questa luce di adesso, là fuori. Timida. Lo stesso rintocco di gesti irrimediabilmente perduti. Come quando c’era tutto quel procedimento da fare, per spegnere la tv a casa della zia. Due canali soltanto, due pulsanti dietro. Smanettare con un aggeggio che stava sotto e solo allora premere off, anche se non si chiamava così. E poi di quelle immagini, in bianco e nero, non rimaneva che un puntino destinato a svanire. Ed è come se tutta la vita, in certi momenti, fosse rinchiusa lì. Tenue, come l’ultimo bagliore ad ovest.

È un suono che procede per immagini veloci.

Come lo sfrigolare delle zippole – voi le chiamate frittelle, forse, ma sono zeppole ed è una parola del sud – le sere di san Giuseppe quando la casa in cima alla strada, in quella salita verso il nostro vivere quotidiano, era popolata dal tutto.
Il rumore della macchina da cucire, con quell’incedere regolare sotto il piede e la manovella sapienti.
La luce che nella fessura del palazzo, costruito male, regalava incendi arancioni tra fine autunno e l’inizio di ogni altra stagione.
La vita che fu e che non può tornare (perché lo so, lo diceva anche Tabucchi, per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu e questo è impossibile).
Come il nostro sguardo indietro, per vedere se lei è ancora lì e capire che Ade ha vinto ancora una volta il suo gioco che divora tutto il tempo che ci è stato concesso.
I pomeriggi noiosi, di cui non hai nostalgia, tra le chiacchiere inutili e presenze ingombranti. Eppure è da lì che vieni. Da quei pomeriggi senza prospettive.
La paura dei compiti, per il giorno dopo, nelle domeniche oscure.
E il vasetto col basilico sulla finestra in alto, sulla cucina, che sembrava un saluto al sole.

La vita che fu, appunto. E che non può più tornare.

La stessa gioia delle stelle mattutine

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Confesso che da innamorato do il meglio di me. Come preparare il pranzo, in una domenica lontana, quando là fuori c’era lo stesso gelo di adesso e si raccoglieva insieme le briciole del pane tagliato per darle agli uccellini, fuori sul balcone – l’avevamo letto su un giornale o non ricordo più dove, ed era per salvarli, per cercare di sconfiggere se non la morte, almeno la sua ombra.

Come quando presi gli ingredienti di un pasto veloce, per farli danzare col profumo delle spezie al suono del frigolio dell’olio, e c’era pure la promessa del rosmarino e lui era di là, al di là del futuro che poi non ci sarebbe più stato, a fare le sue cose al computer, quando a volte si arrabbiava e mi diceva, mentre andavo dietro di lui e lo stringevo a me, di sorpresa, che sì, riuscivo a calmarlo e non sapeva nemmeno perché.

Come quando fai chilometri e chilometri nel cuore della notte, perché l’oscurità è attenuata dalla fede nella tenerezza e non c’erano uomini neri dietro gli angoli dei palazzi o premesse grigie nell’avvicendarsi del mattino, ma solo quella certezza che a un certo punto avresti acceso la tv, la sua testa sarebbe caduta sulle tue spalle, una mano tra i capelli, incastrarsi nel sonno come un puzzle di due tessere e tutto il colore di cui c’era bisogno. E il calore, quello pure.

Come quel giorno che piansi, perché la vita non ci assomigliava più e solo per un attimo mi voltai indietro, solo per vedere se c’era una speranza ed una sola. Ed anche quello fu come l’ultimo petalo della rosa che case sul mobile di ciliegio e lascia la Bestia a trasformarsi in se stessa. Eppure fino a quell’attimo avevo tutto il destino nelle mie mani. Con la stessa agilità del cucchiaio di legno nella pentola, delle dita veloci sulla tastiera a scrivere parole, delle mani sulla pelle a suggerire la stessa gioia delle stelle mattutine.

E sì, lo confesso. Proprio tutto questo.

Il pigiama giallo

La vita è quella cosa che svuoti le tasche dei pantaloni o uno scatolone, e ritrovi il mondo che ci avevi dimenticato dentro vent’anni prima.

005Come quando rientrasti a casa e lei si era appena trasferita. E allora Epifania (la chiamavamo così, Rita), mi disse che era arrivata. Nella sua stanza. Mi affacciai, uno sguardo fugace. Una bambina, ancora. Rosa. Le guance dico. Tutto intorno c’era un pigiama giallo e una sofferenza sullo sfondo, negli occhi. Fu così che Meg entrò a far parte dei miei giorni. Per sempre. Anche se a distanza. Anche se solo con un like su Facebook. Lei c’è. Ma sto tergiversando.

La sera, la musica. Sono ancora sordo di un orecchio. Non mi piace più andare a ballare. Salvo. Rare. Eccezioni. È una questione di entusiasmo, non riconoscersi in un luogo, avere quella strana sensazione di essere fuori dal tempo. Musica a parte, che a volte è una discreta merda. E quello fa tanto. Quello è un amante occasionale che non bacia. Com’è che ti viene duro, poi? E poi, invece, il dj rovista nelle tue tasche. Liquido, Narcotic. E mica solo quello. Cherry lips, dei Garbage. Se voleva essere davvero carino, poteva anche mettere Valvonauta, dei Verbena. Ma va bene così, per carità. Perché erano i suoni di quando avevi manco venticinque anni. Quando lei, Meg, prima ancora di trasformarsi nella Crudelissima Eleazar, mi accompagnava alla fermata della circumetnea. Perché mi piaceva un tipo e ci si vedeva tutti a casa di un’amica comune, da quelle parti lì, o forse sto solo mescolando i ricordi, ma poco importa. Meg, appunto, era lì.

camminare-mano-nella-mano-previewE poi fai un salto spazio-temporale. Roba alla Star Trek, insomma (seppure io preferisca Battlestar Galactica). Prima si presenta il libro, poi vai a ballare, appunto. Veronica è stata così carina ad invitarti, vacci e non fare il vecchio stronzo. Che a volte vecchio ti ci senti non perché di anni non ne hai più ventitré, ma perché la vita ha smesso di sorprenderti da un po’. Come se fosse lì, da qualche parte, e tu non la vedi. E porca troia, insomma. Però ecco, dicevo, la musica è bella e c’è un tipo orso (sarà gay?), travestito da orso, ed ogni minuto strappa un foglio e dalla consolle lo lancia al pubblico, ed io lo amo già e c’è la musica baraccona, quella che ti piace tanto e poi niente, è come vivere. Perché niente è come vivere. È come l’acqua sulla rosa di Gerico, quando tutto diventa verde in pochi minuti. E balli. È come un bacio leggero che non ti aspetti e che arriva, di punto in bianco. Perché è stronza, la vita. E così come con le ferite, ti stupisce quando meno te lo aspetti.

La vita è quella cosa che accade quando vai in giro per la città, ritrovi una piazzetta antica, una colonna storta sull’abside della Pieve, ricordi che c’è una storia dietro quella bizzarria anche se non ricordi che storia. È la salita verso la casa di Petrarca, il torneo di spade di legno, quando ad Arezzo ci portasti una delle tue classi, e c’era una bambina – fragile come una promessa alla sua età – che ti chiamava papà per errore, in classe, perché suo padre mancava quattro settimane ogni cinque, faceva il camionista in giro per l’Europa, ed era lì che tutta la tua rabbia antica si frantumava di fronte a quella tenerezza. Fu lì che facesti il tuo primo e unico viaggio con Meg. In giro per il centro-nord. Quando vi sareste trovati davanti a Botticelli, agli Uffizi, a versare lacrime insieme perché annientati dalla bellezza. Quando rimaneste delusi proprio perché volevate vedere gli affreschi di Piero della Francesca ma eravate arrivati in ritardo. Tutto chiuso.

pagine%20al%20ventoQuando il futuro non era ancora una minaccia, ma un posto a cui affidare in custodia i nostri sogni.

E intanto – mentre passeggi per le vie del centro – arriva un sms: «Se sei in zona, vieni a San Francesco a vedere Piero?». È Erica, la ragazza che ha presentato il libro con te. Di nuovo, qualcuno che rovista nella tasca dei pantaloni. Guardo l’orologio, ho tempo: il treno per Roma riparte tra un’ora e la chiesa è a due passi dalla stazione. Entro in basilica. Che un po’ glielo devo, a Meg. Per quella delusione di un tempo, dico. Chissà se mi emozionerò ancora. Da lontano, intanto, il Sogno di Costantino brilla con le sue tonalità di giallo e di rosa.

Questa voglia di vivere

voglia-di-vivere-68c468ce-b3d1-4d65-b372-8da87cc09bdf.jpgE poi c’è questa voglia di vivere.
Che fa tutt’uno col dolore. Che lo riconosce, lo ringrazia. Ok, sei la cartina al tornasole del mio sangue nelle vene. Però adesso, ecco, va bene così.
Perché c’è la rabbia, e il vento. E c’è il sole. Le sue scaglie sulle onde. C’è la primavera dallo stesso sapore delle mandorle verdi.
C’è la tempesta, le parole che si affollano sulle dita, quelle che popolano i pensieri.
C’è la voglia di gridare, di ridere, di piangere. La voglia di abbracciarli tutti e tutte, per dire loro che sì, sono qui, anche se a volte sembro distante, come i miei occhi innamorati.
C’è la paura. E fare sì, con un leggero movimento del capo. Con la necessità di andare avanti, qualsiasi cosa accada. Perché non c’è alternativa a tutto questo.

C’è questo. La vita, appunto. Con la sua luce e le sue ombre. Tanto più dense quanto è più forte la prima. Il calore e il rifugio. Gli abbracci e le pause. Ci sono io, ed è già un buon inizio.

Nessun’altra scelta se non di assecondare il vento

1238734_10151558357085703_75058325_n«Prof, ma perché Dante parla di Ulisse, se già lo aveva fatto Omero?» Questa la domanda di una mia studentessa, oggi a lezione. Ho spiegato, perciò, che fa parte della bellezza della letteratura. In Percy Jackson, ad esempio, si prende in prestito il patrimonio della mitologia greca. E pure in Harry Potter abbiamo riferimenti a centauri e sirene. E ok, qualcuno starà già storcendo il naso. Ma hanno dodici anni, devo parlare con il loro linguaggio. Ho però ricordato che anche Joyce ne recupera il ricordo, nel suo romanzo omonimo. E così, nel medio evo, l’autore dell’Inferno.

«Anche un autore greco, un poeta contemporaneo, ne ha scritto», rivelo alla mia classe. Parlo di Kavafis, della sua Itaca. Non lo nomina mai, lui, il protagonista dell’Odissea. Ho cercato di spiegar loro che quell’invito a prendere la vita nelle proprie mani e andare oltre i limiti dei nostri lidi interiori, verso l’orizzonte dei nostri sogni, è il miglior consiglio che si può dare a un essere umano. Poi ho cercato il testo, su Google, e l’ho letta in aula, cercando d’esser solenne, perché io non sono bravo a recitare e con le parole eterne bisogna essere, se non all’altezza, quanto meno gentili.

Ad un certo punto ho incontrato questi versi:

Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza lei mai ti saresti messo 
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

e a quel punto la mia voce si è rotta, forse in modo impercettibile o forse no. I miei occhi si sono inumiditi, per un attimo brevissimo. Giusto il tempo di ricacciare indietro le lacrime. Che va bene essere umani e mostrarsi tali, ma cosa avrei detto loro di quel cedimento, di quella fragilità gigantesca come quell’istante, del significato profondo della ricerca di un senso alla propria vita?

La mia Itaca è ancora lontana dall’esser raggiunta, e provo ad accumulare tesori e ad evitare i lestrigoni e i ciclopi. Non sempre vi riesco, e le tenebre hanno il sopravvento. Eppure ci provo. E lo so, sono goffo o così mi vedo, dal mio sguardo interiore e impietoso. Ma credo di non aver altra scelta se non di assecondare il vento che gonfia le vele dei miei giorni. Senza affrettare il viaggio. Avendo in mente sempre quel pensiero. Cercando di fare in modo, con tutto l’amore che posso, che semmai dovessi trovarla povera, non per questo mi avrà deluso. E pregando perché ciò accada.

Al di là della strada

passi.svelti.5Diciotto anni fa, più o meno a quest’ora. Era lì di fronte a me. Una porta in metallo leggero e pannelli di plastica, trasparente. Io dall’altra parte della strada.  Avevo ventiquattro anni e una paura fottuta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Potevo vedere la gente dall’altra parte, anche se non pareva ci fosse nessuno. La luce era accesa. E c’ero io, da questa parte della strada. E di là, proprio davanti, il mio destino.

Credo di aver deglutito un paio di volte. Sapevo cosa fare, ma non riuscivo ancora a muovermi. Avevo cercato l’indirizzo sull’elenco telefonico. Non ricordo se in un bar o in una tabaccheria. A casa non avevo il telefono, e allora ero dovuto andar fuori a cercarlo. Via Gargano 33, Catania. Una strada piccola, nascosta dietro piazze e viali più importanti. Manco a farlo apposta, proprio lì accanto c’era una sede dell’ufficio dove lavoravano i miei genitori. Ci ero andato in autobus, avevo strappato una pagina del Tuttocittà per potermi orientare in quel dedalo di traversine. Poi ero arrivato, dopo un viaggio lunghissimo.

Un viaggio che durava da ventiquattro anni.
Un viaggio fatto di solitudine e di parole malvagie.
Di preghiere notturne, per tornare “normale”.
Di parole che non riuscivo a riconoscere.
Di tutte le volte che avevo guardato il balcone di camera mia, pensando «deve essere solo un attimo. Un salto ed è un attimo. E tutto questo schifo finisce una volta per sempre».
Di film assoluti, da cui apprendere il coraggio di vivere, per recitarne in segreto le battute o trascriverle sul diario, pensando tra me e me «chissà se riuscirò mai a dire anch’io una cosa del genere».
Un viaggio in cui poi qualche sorriso mi ha preso per mano, senza avere la pretesa di sapere chi fossi davvero (ma sapendo davvero chi fossi e aspettando di essere pronto per dirlo a me stesso).
Un viaggio in cui il giro di boa fu rappresentato da quel no!, prima solitario, poi destinato a essere urlato al mondo intero. Quel no, nella prigione che avete pensato per me non sarò io a marcire (semicit.).
In cui poi, come la marea, qualcosa dentro mi aveva suggerito che sì, chi se ne frega. «Sei gay, accettalo e sii felice».
Un viaggio che finiva lì, di fronte a quella porta.

Poi ho respirato (o forse ho sospirato, ma converrete che non c’è poi tanta differenza, arrivato a quel punto) e ho cominciato a camminare. Un piede davanti l’altro. Un passo e uno ancora. Una strada di pochi metri, ma grande quanto tutta la vita di cui ero stato capace fino a quel momento. Una volta raggiunto l’altro marciapiede, niente sarebbe stato uguale. Lo sapevo benissimo. Ero lì per quella ragione. Non aveva senso indugiare ancora. Mi scoprii capace di tutto il coraggio che c’è. E attraversai quella stradina. Piccola, sporca. Forse uno dei giorni più importanti della mia vita.

Ricordo ancora l’ingresso dell’Open Mind. È stata la prima associazione LGBT nella quale ho militato. Lì ho conosciuto persone che ancora oggi fanno parte di me, della mia esistenza o solo dei ricordi. Che fanno parte di una delle mie famiglie, sparse qua e là. A quella strada, a quell’attraversarla, a tutto quello che è successo dopo, devo tutto. Nel bene e nel male. Non credo che ci siano sufficienti parole o che esistano termini adeguati per esprimere il senso di questa gratitudine. Ma stanno qui, le sento. Tra queste dita tremanti e la mia anima che trabocca di riconoscenza. E credo che non ci sia altro da dire. Se non grazie, naturalmente. A tutti e a tutte, indistintamente. Perché altrimenti non sarei quello che sono. Non sarei vivo.

Ferite e feritoie

Cuore-FeritoOggi ho appreso che il prezzo da pagare per non essere monadi è quello di accettare la nostra sensibilità. E che si è sensibili laddove si è feriti. Perché è in quella lacerazione che riusciamo a far entrare l’altro. Questo non significa ritornare dentro quel dolore, ma tornarci sopra, per guarirlo o per tentare di farlo.

Ho anche capito una verità forse da un po’ dimenticata: troppo spesso chiediamo agli altri il permesso di essere liberi. Succede quando teniamo in considerazione il loro giudizio. E questo ci fa perdere noi stessi.

E poi c’è quella storia dei rami secchi. Che li tagli e ci fai una piccola catasta e dai fuoco a tutto. Per non guardare l’albero della tua vita. Perché a volte è più comodo distruggere. Come è più semplice dimenticare o far finta di nulla di fronte al dolore. Ma non funziona esattamente così. La legna brucia, diventa cenere. Ma sotto, il fuoco arde ancora e può tornare in fiammate improvvise. E illumina il tuo albero, la tua esistenza, le verità dimenticate, i nuovi saperi.

Basta solo un po’ di coraggio in più. Per trovarlo, ne serve molto. Ma non è detto che sia impossibile.

Lezione

Sentirsi dire: «Dovresti entrare nella vita delle persone in punta di piedi», perché dire subito chi sei può essere destabilizzante. Come se non avessi vissuto fin troppo senza far rumore. E voler rispondere: «Il mio dolore è uguale al tuo, tranquillo, non voglio invadere il tuo spazio, anche se siamo costretti e condividere questo che il caso ci ha assegnato. A entrambi».

Lo so, ti dà fastidio che non ho paura ad essere ciò che sono. Penso a quella frase, di quel film “Per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno”. Non ti imporrò i miei desideri, la mia identità. Nemmeno le cose in cui credo ti porterò in dono, se non le vuoi. Meno che mai. Ma sono ciò che sono, non mi sforzo più di tanto, non dopo la fatica che ho fatto per stabilire i miei confini, per quanto mobili. E non chiederò mai scusa per questo.

Sentire tutta l’energia di cui si è capaci, del corpo che vibra, il tremare delle braccia, le mani attorcigliano il braccialetto di caucciù, i miei piedi disegnano cuori (come sempre quando muovo i piedi e nessuno se ne accorge). Sapere che è lo stesso agitarsi delle onde e del vento sul mare, quella cosa che mi suggerisce che il pianeta che sono è vivo.

Capire che il mondo ha le dimensioni del recinto che altri hanno costruito per me e che non crederci è il primo atto di ogni liberazione.

Oggi la vita mi ha insegnato tutto questo.

Tutta la nobiltà del grano

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Treccia svizzera

A volte penso di mollare tutto e aprire una pasticceria o un piccolo forno. Una stanzetta raccolta, una vetrina, le signore del quartiere che vengono a parlarmi dei loro gatti, il ragazzo del palazzo di fronte del quale cerco di capire le intenzioni (e tanto lo so che o è etero, oppure strafidanzato da anni). Una vetrina su una strada di sampietrini, di quelli che quando piove è tutto così nostalgico. Una porta che quando la apri sprigiona il profumo del pane un po’ ovunque. Metterci pure dei libri, qua e là. Regalare i panini al cioccolato ai bimbi più timidi. Dare consigli alla ragazza che litiga al telefono, perché in queste cose io sono bravo. Con gli altri, sempre e comunque. Perché si è sempre saggi con le vite altrui. Preparare il dolce della domenica, “che cos’è?”, “crostata di ricotta e cannella”, “mi farà ingrassare…”, “ma la farà felice…”, impastare non solo ricette che prendi qua e là per il mondo, ma anche la tua nuova vita, senza il grigiore di qualsivoglia burocrazia, senza il sapore insulso del potere.

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Crostata di ricotta

Tutto questo farò un giorno. Alzarmi di mattina presto e chissà, magari dare un bacio a chi dorme vicino a me, un bacio leggerissimo, per non svegliarlo ma per fargli capire che ci sarò sempre, e poi scendere al mio piccolo forno, creare trecce di pane dolce, sistemare il tutto come in una gioielleria che non ammette forzieri o distanze armate e aspettare che la vita entri da quella porta, con uno scampanellio allegro, il calore della legna accesa, il sapore della cioccolata, delle noci e tutta la nobiltà del grano. A tutto questo, penso, a volte.

Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.