Quando le cose prendono forma

La vita è quando le cose prendono forma. Dentro un dolce, dentro una cura, nei desideri che sfioriamo da lontano, come tende abitate dal vento.

La vita è quella cosa per cui ciò che vuoi arriva quando non lo vuoi più e ciò che vorresti è sempre più scivoloso rispetto alla tua presa.

O riscoprire un demone in parole sfuggite al controllo. Ma per scovarlo, abbracciarlo e dirgli di non avere paura.

È quando realizzi che non c’è molto da dire in proposito: se non senti l’esigenza di abbracciarmi, se non fremi all’idea di vedermi, non ha senso niente di “noi”.

Il conto alla rovescia

Dev’essere la crisi dei quaranta che avanza.

Svegliarsi presto la domenica mattina e mettere musica da stillicidio interiore.
Fare bilanci interiori e trovarli tutti in rosso.
Guardare il lato destro del letto e vederci non tanto il vuoto, ma tutto il caos che c’è stato senza che nessuno si sia fermato davvero.
Fissare le pareti della tua stanza, che è come l’avevi disegnata nella tua testa, ma che non ti appartiene davvero.

Pensare che volevi festeggiare, ma poi cosa?, e allora rimetti mano alla lista delle persone che volevi invitare, cancelli tutto, spegni la mente e cestini. Perché ogni momento che passa è un secondo in meno, un conto alla rovescia. E quello che hai per le mani non ti somiglia nemmeno un po’. O forse troppo poco. Ma è pur sempre un salvadanaio vuoto quello che rischi di rompere.

E allora guardi fuori e ti accorgi, in tutto questo, che si è addirittura messo a piovere.

Tutto il resto

Ogni tanto la vita ha il sapore delle cose dette da lontano e in quei momenti sei spaventosamente vicino a ciò che più c’è di vero in te.
Quando sai che le distanze, in quel punto segreto e vibrante della tua anima, non hanno nessun significato apparente.
Ogni tanto la vita ha lo stesso sapore di un venticello serale, che richiama l’autunno, i sogni inespressi, le aspirazioni, il tremare in solitudine, di quella felicità un po’ stramba che magari non ha tanto senso eppure dà un significato inesprimibile a ogni cosa.
Quel sapore che ti lascia abbracciare la quotidianità, che ti porta a chiamare le persone a cui vuoi bene, con cui parli delle cose che vorresti e di quelle che ti feriscono accidentalmente.
E ti lasci travolgere dai saluti notturni, dalle strade percorse su un motorino, dalla presenza rassicurante di chi sta lì per farti compagnia, senza mai giudicarti ma pronto a dirti, quando occorre, che magari anche basta con le solite cazzate. E tu sai che è così che deve essere.
Ogni tanto un sorriso spontaneo e le parole consuete rendono tutto meno pesante. Tra una sigaretta di troppo, un negroni proibito, le promesse che stasera non si fa tardi e basta bere che poi al risveglio sembriamo morti con una coscienza e il mal di testa.
Ogni tanto mettiamo sul tavolo il nostro dolore, le sconfitte, quella rabbia per chi non ha capito qual è la reale essenza con cui ci hanno impastato davvero.
Riusciamo a essere come stelle in un cosmo profondo, blu cielo, riusciamo ad essere una notte avvolgente, che protegge e include. Per questo dopo le labbra serrate e i porcatroia di rito lasciamo fluire tutto il resto. Perché è imprescindibile scegliere la vita, anche quando ci taglia, ci rompe le ossa e ci brucia la pelle. Dentro o fuori.
Sono grato alla mia vita per avermi dato la capacità di poter descrivere tutto ciò, anche se tutto è sempre molto confuso e inafferrabile. Mi lascia credere di rimanere aggrappato ai miei sogni, all’amore, alla voglia di continuare. Anche se a volte è difficile. Ma non vedo altra soluzione.

Dedico queste parole alle persone che stanno con me in questo percorso. E a quelle che ieri – cioè a Simone, Barbara, Sonia e Giada – mi hanno fatto ridere e sorridere. Di me. E di tutto il resto.

Il gatto in un appartamento vuoto

Morire. questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti
strofinarsi contro i mobili?
Qui niente sembra cambiato
eppure tutto è mutato
niente sembra spostato
eppure tutto è fuori posto
la sera la lampada non è più accesa
si sentono passi sulle scale
ma non sono quelli
anche la mano
che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.
Qualcosa non comincia
alla sua solita ora
qualcosa non accade
come dovrebbe
qui c’era sempre qualcuno. Sempre.
e poi d’un tratto è scomparso
e si ostina a non esserci
in ogni armadio si è guardato
si è cercato sulle mensole
e infilati sotto il tappeto
ma non ha portato a niente
si è persino infranto il divieto
di entrare nell’ufficio
e si sono sparse carte dappertutto.
Cos’altro si può fare
aspettare e dormire
che provi solo a tornare
che si faccia vedere se osa!
Deve imparare che
questo non si fa a un gatto.
Gli si andrà incontro
con aria distaccata
un po’ altezzosi
come se non lo si vedesse
camminando lentamente
sulle zampe molto offese
e soprattutto
non un salto nè un miagolio.
Almeno non subito.

Wislawa Szymborska, Vista con granello di sabbia

(stasera mi manchi, piccola Maria, perché tu mi aspetti sempre: in tutti questi anni mi hai sempre aspettato e ogni volta vieni a sederti sulle mie gambe, per rassicurarmi che per te non cambia niente, anche se io a volte mi sento spaventosamente egoista e disperso nella mia vita assurda e senza direzione)

Sulla cura di sé

Un giorno, mentre attraversava un fiume, la dea Cura venne incuriosità dall’argilla e cominciò a modellarla, creando una sagoma umana. Quindi chiamò Giove, a cui la dea chiese di donare lo spirito vitale. Giove ne fu ben lieto e vi infuse la vita.

La dea Cura, quindi, chiese al padre degli dèi di poter dare il proprio nome a quella creatura, ma Giove pretese lui stesso di poter avanzare quel privilegio, poiché era stato lui ad aver concesso il dono dell’anima. Ne nacque una diatriba a cui si aggiunse, in un secondo momento, la Terra: «sono stata io che ho fornito il materiale per la sua creazione, il nome da dare alla creatura deve essere il mio!».

Per risolvere la contesa le tre divinità si rivolsero a Saturno, il dio del tempo, che dopo aver sentito le ragioni dei contendenti, così si espresse: «Tu, Giove, che hai dato lo spirito vitale dopo la morte della creatura ne avrai l’anima. E tu, Terra, che hai fornito l’argilla, dopo la sua morte ne avrai il corpo. Tu Cura, che lo plasmasti, te ne occuperai per tutta la durata della sua vita. E riguardo al nome, lo chiamerete uomo, perché è stato fatto con l’humus.»

Ed è per questo che la cura di noi stessi/e deve essere un dovere, nei confronti di anima e corpo: perché senza di essa non potrebbe esserci nulla di ciò che noi chiamiamo vita.

(Questo mito, che non conoscevo, mi è stato raccontato ieri dal mio terapeuta durante la nostra seduta. Credo sia molto bello e credo che tutti/e dovremmo conoscerlo).

Fino all’ultima goccia di sangue

Chissà se tornerà il tempo dei sogni, quelli simili all’alba, che secondo il mito sono destinati a realizzarsi.
Il tempo in cui le storie che vivi e l’uomo che ami ti assomigliano per intero. Fino all’ultima goccia di sangue.
Chissà se nella mia vita sarò mai come la Principessa della Luna.
«Prima lavoravo per la moda.»
Mi ha detto, mentre giocava con la sua buccia d’arancia, figlia illegittima del cocktail, a giacere al suo cospetto di ghiaccio e opinioni.
«Ho beccato il telefono di Mick Jagger… una volta gli ho mandato un messaggio di auguri, a Natale, per gioco. Mi ha risposto. Ogni tanto ci sentiamo.»
A volte mi chiedo se la mia vita assomiglierà a un mattino islandese e alle onde dell’oceano, in un’isola africana.
Alla musica regalatami da uno sconosciuto, in quel mattino di aprile.
Chissà se essa ha raggiunto il suo punto più alto, nel sole di questa giornata. Chiamata vita, per convenzione.
O chissà, appunto, se tornerà il tempo dei sogni all’alba.
«E capisci perché mi incazzo? Mick Jagger mi scrive e quell’altro si fa desiderare per un appuntamento…»
Il solito uomo sbagliato, nel cuore giusto.

Volevo dirglielo, alla Principessa della Luna. La legge dei tempi moderni, quella per cui se ti piace lui scappa, è solo il suono una canzone modesta. Ma non avevo le parole, in quel momento. Magari un giorno glielo dirò. Quando troverò i sogni e le parole. A me uguali. Fino all’ultima goccia di sangue.

Mi passerà

Domani mi passerà. E questa sensazione di abbandono e di continuo sgretolamento sarà solo un pensiero della notte. Uno dei tanti, buoni solo a spodestare il sonno.

Perché siamo fatti male. Perché, nella nostra specie, abbiamo inventato l’addomesticamento delle volpi e la solitudine dei pianeti lontani.

Domani mi passerà, ma per adesso è qui, mi tiene per mano e mi accarezzo sullo stomaco, e mette dentro, come una Pandora al contrario, tristezza, lacrime, rabbia, coraggio, onnipotenza, desolazione.

E tutto questo ha il suono di un violino, l’andirivieni della risacca, la morbidezza del manto di un gatto, la consistenza del piumone, il rumore della pioggia, un disco col fruscio, le chiacchiere delle amiche nella stanza vicina, il profumo delle cose cucinate, persistente come l’eco della memoria.

Domani mi passerà, ok. E andrò in giro per strada, con le mani in tasca e il mondo sotto i piedi. Ma per adesso no. Per adesso voglio assaporare questa tenerezza dolorosa, questo mio sentirmi profondamente umano, questo desiderio di sentire bisogno di un abbraccio, di qualcuno che mi dica che non c’è niente di cui avere paura.

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.