Lezione

Sentirsi dire: «Dovresti entrare nella vita delle persone in punta di piedi», perché dire subito chi sei può essere destabilizzante. Come se non avessi vissuto fin troppo senza far rumore. E voler rispondere: «Il mio dolore è uguale al tuo, tranquillo, non voglio invadere il tuo spazio, anche se siamo costretti e condividere questo che il caso ci ha assegnato. A entrambi».

Lo so, ti dà fastidio che non ho paura ad essere ciò che sono. Penso a quella frase, di quel film “Per tre anni ho avuto le rose e non ho chiesto scusa a nessuno”. Non ti imporrò i miei desideri, la mia identità. Nemmeno le cose in cui credo ti porterò in dono, se non le vuoi. Meno che mai. Ma sono ciò che sono, non mi sforzo più di tanto, non dopo la fatica che ho fatto per stabilire i miei confini, per quanto mobili. E non chiederò mai scusa per questo.

Sentire tutta l’energia di cui si è capaci, del corpo che vibra, il tremare delle braccia, le mani attorcigliano il braccialetto di caucciù, i miei piedi disegnano cuori (come sempre quando muovo i piedi e nessuno se ne accorge). Sapere che è lo stesso agitarsi delle onde e del vento sul mare, quella cosa che mi suggerisce che il pianeta che sono è vivo.

Capire che il mondo ha le dimensioni del recinto che altri hanno costruito per me e che non crederci è il primo atto di ogni liberazione.

Oggi la vita mi ha insegnato tutto questo.

Tutta la nobiltà del grano

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Treccia svizzera

A volte penso di mollare tutto e aprire una pasticceria o un piccolo forno. Una stanzetta raccolta, una vetrina, le signore del quartiere che vengono a parlarmi dei loro gatti, il ragazzo del palazzo di fronte del quale cerco di capire le intenzioni (e tanto lo so che o è etero, oppure strafidanzato da anni). Una vetrina su una strada di sampietrini, di quelli che quando piove è tutto così nostalgico. Una porta che quando la apri sprigiona il profumo del pane un po’ ovunque. Metterci pure dei libri, qua e là. Regalare i panini al cioccolato ai bimbi più timidi. Dare consigli alla ragazza che litiga al telefono, perché in queste cose io sono bravo. Con gli altri, sempre e comunque. Perché si è sempre saggi con le vite altrui. Preparare il dolce della domenica, “che cos’è?”, “crostata di ricotta e cannella”, “mi farà ingrassare…”, “ma la farà felice…”, impastare non solo ricette che prendi qua e là per il mondo, ma anche la tua nuova vita, senza il grigiore di qualsivoglia burocrazia, senza il sapore insulso del potere.

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Crostata di ricotta

Tutto questo farò un giorno. Alzarmi di mattina presto e chissà, magari dare un bacio a chi dorme vicino a me, un bacio leggerissimo, per non svegliarlo ma per fargli capire che ci sarò sempre, e poi scendere al mio piccolo forno, creare trecce di pane dolce, sistemare il tutto come in una gioielleria che non ammette forzieri o distanze armate e aspettare che la vita entri da quella porta, con uno scampanellio allegro, il calore della legna accesa, il sapore della cioccolata, delle noci e tutta la nobiltà del grano. A tutto questo, penso, a volte.

Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.

Sta di fatto che devo vivere

«Non so cosa pensare. Con tutto il dolore che ho intorno, comincio a vergognarmi di prendere sul serio i miei umori. Eppure devi continuare a prenderti sul serio, devi rimanere il centro, e in qualche modo devi venire a capo dei fatti di questo mondo; in nessuna situazione puoi chiudere gli occhi, devi “confrontarti” con questi tempi orribili, e cercare una risposta alle numerose questioni di vita e di morte che essi ti pongono. E allora forse troverai una risposta ad alcune di esse, non solo per te stesso ma anche per gli altri. Sta di fatto che devo vivere, e che devo affrontare ogni cosa.»

Etty Hillesum, Diario 1941 – 1943; Adelphi, Milano, 1981, p. 56-57.

Il mio 2014, in dieci immagini

Queste sono le dieci fotografie che in certo qual modo hanno caratterizzato il mio 2014. Un anno particolare, di transizione, direi. Con alcune cose che sono irrimediabilmente finite e altre che sono cominciate, di punto in bianco. Con parti di me che ho riscoperto, con gioia e non senza stupore. E ombre che ancora ritrovo, qua e là nella mia anima. Eppure anche questo, mi suggeriscono dalla regia, fa parte del ciclo della vita. E allora…

 

1

Clotilde è la mia prima orchidea. L’ho comprata all’Ikea, all’inizio del 2013 e ancora vive. E non solo. Ha fatto pure una seconda fioritura, cosa che – per quanto mi ha detto chi se ne intende – è abbastanza rara. È il mio simbolo delle cose che si rigenerano. Dell’inatteso. Della vita che è più forte del destino.

 

2

È un caldo pomeriggio di inizio primavera. Siamo altrove, siamo gli amici e le amiche di sempre. Alcuni di noi hanno avuto i bambini, altri (come me) sono scapoli d’oro. Nonostante tutto il tempo trascorso e la diversità delle nostre vite, abbiamo ancora la voglia di stare insieme, di ritrovarci. E di farlo con gioia. Questa immagine è il simbolo della continuità, delle cose che stanno dentro te, a prescindere dal fluire della vita.

 

3

Maria aveva diciannove anni e a maggio ci avrebbe lasciati. Era una gatta buona, tenera, intelligente. Avrebbe potuto insegnare molte cose a persone che non sanno cos’è la fedeltà e la devozione, che non conoscono l’amore. Questa fotografia è l’ultima che ci siamo fatti, insieme, in quel giorno di aprile, mentre l’accarezzavo sul mio petto. È il simbolo dell’amore più puro. Il più disinteressato.

 

4

Petra, un viaggio che ho sempre desiderato fare. Un luogo magico, unico al mondo. La storia, l’agire dell’uomo, la sua operosità. L’infinitezza del tempo. Il suo scorrere ineluttabile. Quella cosa che ci rende piccoli rispetto a ciò che siamo realmente. Quest’immagine rappresenta il simbolo del fluire delle cose e della memoria, unico filo possibile dei giorni che ci sfuggono inesorabilmente.

 

5

Ho scattato questa foto a San Marino, in una fattoria dentro una riserva naturale. È un luogo particolare, dove gli animali vengono ospitati per poter vivere felici. Quest’asina era destinata al macello ed è stata portata qui, in fin di vita. Aveva timore degli uomini, era stata maltrattata. L’amore dei proprietari della tenuta l’hanno riportata in salute e a fidarsi di nuovo delle persone. La ragazza che l’ha presa in cura ci ha detto che, una volta ristabilita, non voleva uscire dalla stalla dove era stata ricoverata, per paura. Le sue compagne, però, per una misteriosa ragione, hanno “sentito” che era lì e l’hanno chiamata, ragliando. Lei è come tornata in vita e da sola le ha raggiunte. Con questa immagine, che prelude a una carezza, do corpo alla speranza e ai nuovi inizi.

 

6

Questa foto è stata scattata a Palermo, a ridosso del pride. È stata la mia prima partecipazione a un talk show. Lì ho conosciuto persone speciali, come Caterina. Quando penso a quel giorno mi piace immaginare quegli elementi che quando si incontrano, in modo un po’ casuale (ma non più di tanto a ben vedere), generano qualcosa di nuovo. E quel che mi piace di più è che il bello deve ancora arrivare…

 

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È una notte d’estate, Ale ed io andiamo in giro per Roma. Una città a volte magica, che sa coccolarti, che ti illude, che ti rigetta, che sa essere puttana. Una città che se non fosse per gli amici, potrebbe essere la più dura del mondo, nonostante la sua bellezza. Ale è una new entry di quest’anno. Un affetto puro. Un punto di riferimento. Una di quelle persone che ti danno autostima per il solo fatto di averti scelto.

 

8

Caterina, dicevo. È il giorno del mio compleanno e ti arriva un pacco regalo. Dentro ci trovi la colazione, il cappuccino, i dolci. E pure una rosa, accanto. Mi piace essere coccolato. E lei mi ha fatto questa sorpresa. Gradita, inaspettata. Insomma, una cosa bella. Come sa essere a volte la vita… E Caterina, quindi. E il suo essere speciale, dicevo.

 

9

E siamo giunti a quota tre. Un saggio, una curatela, una raccolta di racconti. Quest’ultima, Da quando Ines è andata a vivere in città, nasce dopo anni di pudori. Dopo aver cercato per moltissimo tempo il coraggio di mettersi alla prova sul piano dei sentimenti. Perché va bene, so analizzare la realtà, di ciò sono fin troppo consapevole. Ma che spazio riesco a dare al mio cuore? Questo devo ancora impararlo, a quarantuno anni passati. E nell’attesa di scoprirlo, scrivo.

 

10

Questa foto mi è stata scattata a Napoli, a inizio dicembre. Ero a un convegno universitario. Portavo una mia relazione, dopo molto tempo. Sono felice, lo potete vedere dai miei occhi. Perché quella è la mia dimensione: produrre cultura. Non so se riuscirò mai a coronare il mio sogno. Ma so che non posso far altro che coltivarlo dentro di me. Perché anche se è un’illusione, mi rende vivo. E se c’è vita, abbiamo tutto quello che ci serve perché certe cose si realizzino. Se non come le vogliamo, almeno per quello che noi siamo.

Ed è così che lascio questo 2014, senza nessun proposito, senza auguri che non siano quelli di avere giorni pieni di stimoli, di riconquiste interiori, di presenze opportune, vecchie e nuove, di salti di gioia e della memoria dell’amore che fu e che – per chissà quale strana magia di cui non siamo del tutto consapevoli – può essere ancora.

Sigla d’apertura

Se la mia vita fosse una fiction questa sarebbe la sigla di apertura.

E poi vabbè, ci sarebbe quella voglia di nord Europa che ogni tanto ti prende, per dare un colore giusto al tuo spleen, per la poesia di della pioggia che scivola sulle finestre grandi e bianche e per il cielo vichingo.
Per il sapore della colazione del mattino che ha quell’altrove.
Per fuggire, occasionalmente, all’irriverenza del sole di qua, anche se ne sei perdutamente innamorato. E quando ami un po’ è così: sai che non te ne andrai mai, anche se una parte di te vuole scappare, per non perdersi per sempre.

Eh sì, vi dedico questa canzone oggi, mentre cercherò di rimettere insieme i pezzi della mia mente, della mia vita e del suo significato in una domenica un po’ volgare, a causa del caldo e per del sapore residuo della notte, che ancora si impasta con la lingua e i pensieri.

Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

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La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

Nemmeno la grandezza degli oceani

L’amicizia è un sentimento importante, perché alla fine, nonostante ogni cosa e al di là delle rovine a cui può assomigliare la nostra vita in certi momenti, è tutto quello che ti rimane e quando te ne accorgi, ti accorgi che non è poco.

L’amicizia è un sentimento solido e fragile allo stesso tempo, come un diamante. Bello, purissimo e difficile da trovare. Per questo devi prendertene cura, perché può rompersi per sempre in un punto e uno soltanto, ma è per questo che non devi mai arrivare a quel punto.

L’amicizia è vedere che qualcosa nell’ingranaggio segna un giro a vuoto, e te ne accorgi quando le parole non raccontano perfettamente la realtà. Allora fermi tutto, apri il congegno, rimetti le cose a posto – o almeno ci provi – e aspetti che la macchina riparta. A volte è un po’ difficile, ma ne vale la pena.

L’amicizia è trovare il suo sguardo e sapere che mai ti farà del male, e commuoverti di fronte a questa evidenza.

L’amicizia è sapere che qualcuno ti aspetta oltre il mare dei tuoi giorni, in quella che era un’altra quotidianità, un’altra storia, un’altra vita. E sapere che nonostante lo spazio e il tempo, praticamente nulla è cambiato.

L’amicizia è prendersi cura di chi ne ha bisogno, perché è un po’ come quella storia della volpe da addomesticare, ma sai anche viene da sé, non riesci a spiegarlo, a un certo punto scegli una persona, la adotti, fa parte non della tua routine, ma di te. Ed ogni cosa assume il valore della conseguenza.

L’amicizia è ridere al tramonto, la follia di una notte, la bellezza di un viaggio, ritrovarsi in uno sguardo di intesa, proteggere dalle bugie e proteggere con le bugie, rincontrarsi al punto di sempre come al muretto della nostra adolescenza, lasciare andare chi vuol andarsene, sapere che nemmeno la grandezza degli oceani sarà in grado di scrivere la parola forse, ritrovarsi a giocare con la sabbia in una domenica d’estate, trovare frasi in un tovagliolo in cui è stata lasciata una poesia, contare insieme le volte che hai provato a innamorarti, unire i puntini con le stelle del cielo. E crede che tutto questo sarà per sempre, perché in un certo modo è così che accade.

Quando le cose prendono forma

La vita è quando le cose prendono forma. Dentro un dolce, dentro una cura, nei desideri che sfioriamo da lontano, come tende abitate dal vento.

La vita è quella cosa per cui ciò che vuoi arriva quando non lo vuoi più e ciò che vorresti è sempre più scivoloso rispetto alla tua presa.

O riscoprire un demone in parole sfuggite al controllo. Ma per scovarlo, abbracciarlo e dirgli di non avere paura.

È quando realizzi che non c’è molto da dire in proposito: se non senti l’esigenza di abbracciarmi, se non fremi all’idea di vedermi, non ha senso niente di “noi”.

Il conto alla rovescia

Dev’essere la crisi dei quaranta che avanza.

Svegliarsi presto la domenica mattina e mettere musica da stillicidio interiore.
Fare bilanci interiori e trovarli tutti in rosso.
Guardare il lato destro del letto e vederci non tanto il vuoto, ma tutto il caos che c’è stato senza che nessuno si sia fermato davvero.
Fissare le pareti della tua stanza, che è come l’avevi disegnata nella tua testa, ma che non ti appartiene davvero.

Pensare che volevi festeggiare, ma poi cosa?, e allora rimetti mano alla lista delle persone che volevi invitare, cancelli tutto, spegni la mente e cestini. Perché ogni momento che passa è un secondo in meno, un conto alla rovescia. E quello che hai per le mani non ti somiglia nemmeno un po’. O forse troppo poco. Ma è pur sempre un salvadanaio vuoto quello che rischi di rompere.

E allora guardi fuori e ti accorgi, in tutto questo, che si è addirittura messo a piovere.