La sensibilità dei cattolici

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…che coincide, almeno dalle mie parti, con il concetto di istigazione alla violenza.

Nulla di nuovo, per carità! Millenni di storia del cristianesimo ci hanno insegnato che certe fedi hanno bisogno di sangue e vittime per poter prosperare. Gli epigoni del Cristo in croce non fanno differenza. Ma almeno gettassero la maschera. A partire da quella la cui guancia viene utilizzata per “sopportare” la reiterazione dell’offesa.

Mi aspetto inoltre che le orde dei giovani gay sensibili alla sensibilità dei cattolici reagiscano con la stessa determinazione, possibilmente al netto della solita stupidità dimostrata per il caso del Cassero, nel condannare questo tipo di abusi. Che avallare l’omofobia e violenze annesse dovrebbe esser cosa contraria alla sensibilità dell’essere umano.

Fonte: Angelerrimo, su Twitter.

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Convegno di Milano: il video dell’intolleranza omofoba

Ma Sentinelle in piedi, Manif pour tous, Mario Adinolfi, la sposa (mai del tutto) sottomessa Costanza Miriano, non erano per la libera espressione e libertà di opinione di tutti e contro ogni forma di omofobia?

lo studente viene preso per un braccio

lo studente viene preso per un braccio

Perché a guardare un video pubblicato nel sito di Repubblica sul convegno omofobo organizzato a Milano con il patrocinio della Regione Lombardia – e abusivamente associato al logo dell’Expo 2015 col placet di Maroni – in cui un ragazzo chiede coraggiosamente alla platea se sanno qual è il reale orientamento sessuale dei figli dei/delle partecipanti, io sento solo parolacce contro di lui, fischi e tanta violenza verbale.

Da notare la “serenità” degli astanti, a cominciare dal “moderatore” del convegno che lo apostrofa pesantemente, con frasi «sei venuto a rompere le balle» e «ma va a cagare!».

lo studente viene allontanato dal microfono

lo studente viene trascinato via dalla sicurezza

Mi chiedo e vi chiedo, cari amici e care amiche eterosessuali: vi sentite al sicuro sapendo che è questa gente che vuole difendere le vostre famiglie? Cosa accadrebbe se costoro, arrivati al potere, pensassero che le vostre decisioni non sono affini alle loro idee (ad esempio in materia di interruzione di gravidanza, divorzio, fine vita, educazione della prole, ecc)? Perché di fronte a tutto questo, mi viene in mente una parola e una soltanto: fascismo.

Siamo sicuri che questa gente voglia davvero tutelare le vostre famiglie o forse, visti i toni e le reazioni rispetto a una semplice domanda, sono loro la minaccia da cui occorre difendersi?

E in tutto questo, ricordiamolo: la Lega Nord, il partito di Matteo Salvini, sta dalla parte di queste belle persone. Lo chiedo per l’ennesima volta: tutto questo vi fa davvero sentire al sicuro?

La dignità di Matthew

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Matthew Shepard, ucciso dalla violenza omofoba

Era il 12 ottobre 1998: Matthew Shepard moriva dopo le torture inferte dai suoi aguzzini omofobi. Per capirne la violenza, vi dirò solo che venne trovato agonizzante, qualche giorno prima, legato a una staccionata. Il viso era talmente tumefatto che venne scambiato per uno spaventapasseri. Il volto era completamente ricoperto di sangue, ad eccezione del solco lasciato dalle sue lacrime.

12 ottobre 2014: entro su Facebook e vedo i soliti post omofobi. Ad essere sotto attacco è un libro che spiega, dentro gli asili nido, che esistono anche le coppie omogenitoriali: “Questi lavaggi del cervello negli asili nidi sono tollerabili? Degradano la dingità umana” scrive sul suo profilo tale Filippo Savarese, vicino a Manif pour tous, con tanto di refuso.

Chissà se il buon Filippo ritenga che massacrare di botte un ragazzo di vent’anni legato a una staccionata sia ugualmente qualcosa di degradante, per la dignità degli esseri umani. E se così fosse, ci dovrebbe spiegare come mai torturare e uccidere un ragazzo gay da una parte e spiegare a scuola, dall’altra, che si possono avere in classe compagni/e figli/e di una famiglia arcobaleno sia la stessa cosa.

Perché quel libro che suscita tanto scalpore dovrebbe servire affinché nessuno venga più sbeffeggiato, deriso, discriminato e, in ultima istanza, ucciso per la sua diversità.

cos'è la dignità umana per gli omofobi?

cos’è la dignità umana per gli omofobi?

Naturalmente, se cresci ragazzi e ragazze all’idea che ci siano persone di serie A e di serie B, magari da disprezzare o verso le quali riservare trattamenti a parte, poi è inevitabile che per qualcuno sia normale calcare la mano. Sia con un compressore ai danni di un ragazzino obeso, uno stupro a una donna, una coltellata a un “frocio”, ecc. La matrice è la stessa.

Una legge seria contro l’omofobia – non la pagliacciata che il Pd ha approvato alla Camera – servirebbe a creare un clima culturale per evitare questo tipo di brutalità. Manif pour tous, che protesta contro tutto questo, da che parte sta? Secondo me, così facendo, continuando a diffondere terrorismo psicologico contro le persone LGBT, si contribuisce a rinvigorire quelle basi culturali per nuove violenze, psichiche e fisiche. Non vorrei che un domani il figlio di Savarese, per una sciagurata ipotesi, venisse scambiato per gay e preso in giro, o picchiato, o torturato e ucciso. Chissà se questa prospettiva sarebbe ugualmente degradante, per persone come Filippo e le varie groupie omofobe.

Google è gay-friendly, Facebook tollera l’omofobia

Un'utente di Facebook gioisce dell'omicidio di un gay

Un’utente di Facebook gioisce dell’omicidio di un gay

L’altro giorno una mia cara amica, Tiziana Biondi, presidente dell’associazione Stonewall GLBT di Siracusa, mi scriveva per segnalare un profilo Facebook di un fake i cui contenuti non rientrano propriamente nel concetto di umanità e senso civico.

In questa pagina, infatti, si possono leggere post vari, quali incitazioni alla violenza, compiacimento per le uccisioni di gay, il proprio favore nei confronti di Putin, equivalenza omosessualità-malattia, con commenti del tipo «se non si curano che vadano in prigione» e amenità similari.

In molti e in molte abbiamo segnalato la pagina e i post incriminati ai gestori, ma ci siamo visti rispondere così:

per Facebook gioire della morte di un gay rientra negli standard della comunità

per Facebook gioire della morte di un gay rientra negli standard della comunità

Ma non solo. Anche un’altra attivista, Gabriella Mastrovalerio di Arcigay Reggio Calabria I due mari, si è vista recapitare la stessa notifica dopo aver segnalato gli stessi contenuti.

Prendiamo quindi atto che articoli e dichiarazioni come quelle che si rallegrano per la morte di una persona – omosessuale, nello specifico – rientrano negli standard di comunità del social network di Zuckerberg.

Per fortuna, dall’altra parte della barricata, Google oggi dedica un doodle non solo alle Olimpiadi di Sochi, ma anche al diritto delle persone, tutte, di praticare lo sport e coronando la homepage con la bandiera arcobaleno della comunità LGBT.

il doodle per i giochi di Sochi

il doodle per i giochi di Sochi

L’intestazione recita: «La pratica dello sport è un diritto dell’uomo. Ogni individuo deve avere la possibilità di praticare lo sport senza discriminazioni di alcun genere e nello spirito olimpico, che esige mutua comprensione, spirito di amicizia, solidarietà e fair-play.»

Ecco, magari lo mandiamo a Zuckerberg. Con l’invito a rileggersi le norme di comportamento che si convengono non tanto di una piattaforma digitale, quanto a una società civile. Sono fermamente convinto che avesse un figlio gay non avrebbe piacere a dar voce a gente che potrebbe gioire della sua morte.

A Roma, il marcio per la famiglia

Oggi a Roma, alle 15:30 a piazza SS. Apostoli si terrà una manifestazione “per la famiglia”, promossa dal coordinamento di associazioni omofobe, conosciuto col nome di Manif pour tous.

Lo scopo di queste persone è quello che non venga riconosciuta nessuna legge a sostegno delle persone LGBT. Ferocemente contrari alla legge Scalfarotto – che evidentemente non hanno mai letto, visto che questa tutelerebbe a livello giuridico proprio questo tipo di espressioni di pensiero – il raduno cattolico integralista (al quale aderiscono, per altro, diverse realtà anti-abortiste) di oggi parte da queste premesse: «La legge sull’omofobia è una legge che intende distruggere la famiglia naturale, basata sul matrimonio tra uomo e donna, quella di cui parla la nostra Costituzione agli articoli 29, 30, 31 e che lede irrimediabilmente la libertà religiosa e la libertà di pensiero e di opinione, descritta nell’articolo 21 della Costituzione».

Numerose le adesioni di parlamentari di (estrema?) destra. Tra i nomi più conosciuti: Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Lucio Malan, Giorgia Meloni, Alessandro Pagano, Eugenia Roccella, Maurizio Sacconi.

Questa gente non sa, tuttavia, che:

1. la “famiglia naturale basata sul matrimonio” in realtà non esiste. Se è naturale, non ha bisogno di un istituto giuridico per esistere. Se ha bisogno del matrimonio per essere famiglia, non è naturale;
2. in natura non esiste un modello familiare, esistono le cure parentali semmai. Il maschio feconda e va via, il più delle volte, e se torna è per uccidere i cuccioli e accoppiarsi di nuovo. I cuccioli sani sopravvivono, i cuccioli malati vengono abbandonati a morte certa… e via discorrendo;
3. nella storia dell’uomo non esiste un modello familiare univoco. Si pensi alle famiglie poligame, alle famiglie in cui è la donna ad avere il comando e l’uomo assume i ruoli domestici, alle famiglie collettive. Quello di famiglia è un concetto culturale che muta nel tempo e nello spazio;
4. la libertà religiosa non è un valore assoluto. Ognuno è libero di seguire la religione che preferisce e i dogmi che si ritengono validi, la legge prevede questo, ma l’appartenenza a una fede qualsiasi deve sottostare alle leggi vigenti, o sarebbero tollerati, in nome di tale “libertà”, sacrifici umani, infibulazioni, sottomissione delle donne, compravendita di bambine per politiche matrimoniali (come ampiamente documentato sulla Bibbia), ecc.

Ne consegue che nessuna fede può tollerare atti di razzismo, incitamento all’odio o discriminazione all’interno del consesso civile. Quelli di Manif pour tous, vogliono che questo atto di legalità e di buon senso, che già viene osservato per neri, appartenenti ad altri religioni, donne e bambini, non si applichi anche alle persone LGBT.

Per questa gente – per esistere e per continuare ad avere un’identità politica – è fondamentale che si mantenga una situazione di squilibrio, di discriminazione e di violenza ai danni di una fetta della società, rappresentato in particolar modo da gay, lesbiche e trans.

Ci sarebbe da chiedersi, ancora, dove sono queste persone (e quegli stessi politici sopra menzionati) quando c’è davvero da difendere le famiglie dalle politiche fiscali dei vari governi, che tra tasse vecchie e nuove e i tagli ai servizi (scuola in primis) hanno impoverito concretamente la società italiana. Senza per altro riconoscere giuridicamente nessun diritto alla comunità LGBT.

Insomma, oggi a Roma manifestano quelli che vogliono l’aborto clandestino e le legnate per i gay, solo che chiamano tutto questo “famiglia naturale”.

Prostitute a 14 anni: una vicenda tutta eterosessuale

Ok, lascia a dir poco sconvolti il caso delle ragazze romane dei Parioli, costrette a prostituirsi in piena adolescenza. E ci fa sicuramente inorridire il fatto che a sollecitare questo tipo di pratiche fosse proprio la madre di una delle due. Per chi ha letto le intercettazioni, rimane un senso di vuoto e di squallore. È innegabile.

Questa storia tuttavia fa riflettere su come la notizia è stata data in pasto alle masse dai media. Tra prurito e pietismo. Con l’immancabile psicologa che parla di crisi di valori. Ma nessuno ha detto l’unica cosa che si doveva dire: il modello familista e maschile, per cui l’uomo domina e la donna è oggetto (molto spesso procreativo), è il grande accusato al banco degli imputati. Perché questa è una delle tante storie violente del potere maschile e familista sul corpo delle donne.

Ovviamente qui stiamo parlando della degenerazione di un sistema socio-culturale che dimostra, ancora una volta, di non rappresentare una garanzia per il perfetto e sano equilibrio dell’individuo: quello dell’eterosessismo. Anzi, tale modello, proprio così com’è, (de)genera (in) questo tipo di perversioni. La famiglia non protegge. “Famiglia classica”, modello a sessi “differenziati” e a finalità riproduttive. Anzi, diviene il luogo dove addirittura la violenza assurge al rango di sistema economico.

Faccio parte di un gruppo sociale – quello delle persone LGBT – che chiede diritti specifici, soprattutto in tema di genitorialità e tutela degli affetti.

Ci sentiamo dire, noi della gay community, che non possiamo accedere al matrimonio perché è riservato a soli uomini e donne, in quanto cellula fondamentale della comunità. E mettere in discussione (?) questo principio, significa distruggere la società stessa.

Ci dicono, ancora, che i figli non dobbiamo averli – meglio lasciare morire un negro in Africa che affidarlo a due froci, secondo illuminati/e esponenti di certo centro-sinistra, anche se detto in modo meno schietto – perché l’essere omosessuali sarebbe contraria alla felice crescita dell’individuo.

Riassumendo: siccome siamo gay, lesbiche, bisessuali o trans, non dobbiamo sposarci e non dobbiamo allevare bambini. Perché faremmo solo del male a tutti/e coloro che ci circondano. Non ci dicono come, ma dicono che è così. Per fede. Cattolica, il più delle volte…

In questa storia delle prostitute ragazzine, invece, nessuno ha messo in discussione l’eterosessualità della vicenda. Se la madre che incitava sua figlia a vendere il suo corpo fosse stata lesbica, che cosa si sarebbe detto? In quanti avrebbero trionfalmente portato il caso come prova inconfutabile che la fuoriuscita dai canoni della famiglia tradizionale porta all’abominio?

Eppure questa storia è tutta eterosessuale: lo sono le vittime, lo sono i clienti, lo sono i/le carnefici. Ma nessuno ci ha fatto caso. Contrariamente a quanto sarebbe accaduto a parti invertite. Dovremmo riflettere, e a lungo, su questo.

A costo di ucciderci tutti…

Questo è un commento rilasciato da tale Louie, in risposta al mio post Diamo una lezione all’omofobia:

omofobia

credo che il contenuto di questo messaggio si qualifichi da solo. Faccio solo notare che:

1. per certi cattolici questo sarebbe un mirabile esempio di “cultura della vita”
2. per certi altri, e per i loro politici di riferimento, si tratterebbe invece di “libertà di opinione”
3. per certi partiti, infine, sarebbe una scelta auspicabile.

Per me è solo un esempio di una profonda disumanizzazione. Chi pensa che le persone LGBT debbano essere uccise piuttosto che avere i figli, concedendo al massimo un ghetto giuridico, non è poi tanto diverso da chi mandava ebrei e rom nei campi di sterminio.

Ma c’è anche da dire che questa gente riesce a produrre certi abomini anche grazie al pensiero di chi, prima, è andato/a in televisione a dire «meglio un bambino in Africa che a una coppia di omosessuali», di chi – durante il dibattito sulla legge contro l’omofobia – ha scritto lettere per rassicurare coloro i quali temevano di non poter più dire che essere gay è una malattia e amenità similari. Teniamolo sempre a mente.

Seibezzi tra diritto, “cultura della vita” e minacce di morte

Camilla Seibezzi è una consigliera comunale di Venezia, con la delega da parte del sindaco Orsoni ai Diritti civili e contro le discriminazioni. Coerentemente con il suo lavoro, ha fatto una proposta che reputo giusta e condivisibile: ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido: invece di inserire i termini “padre” e “madre”, questi verranno sostituiti con “genitore”.

La ragione la spiega la consigliera stessa in un video all’Ansa: «La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono semplicemente li comprende. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che va a iscrivere i propri figli a scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli venga compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”».

Viviamo in una società in cui la famiglia eterosessuale è, ormai, una delle tante realizzazioni possibili. Sicuramente maggioritaria e certamente degna di ogni rispetto, ma altrettanto relativa rispetto ad altre forme familiari ormai presenti anche nel nostro paese.

Una scelta di buon senso, dunque, che non solo non è lesiva per le coppie eterosessuali, sposate o meno, credenti o laiche, ma che include nell’ambito del diritto anche tutte quelle realtà familiari e genitoriali che al momento sono escluse dal riconoscimento pubblico. Un atto di giustizia, per dirlo in altre parole.

Ovviamente la cosa non ha tardato a infiammare polemiche da parte dei soliti noti. UdC, Lega e Fratelli d’Italia – rispettivamente: un partito che ha fatto eleggere diversi esponenti condannati o indagati per mafia, un altro che ha fatto del razzismo la sua cifra politica (si ricordino gli insulti a Kyenge) e un drappello di ex fascisti che si sono fatti un partito a parte per la vergogna di stare nella stessa sigla di Berlusconi, ma non abbastanza coerenti con quel sentimento per correre da soli – hanno tuonato le solite litanie apocalittiche sulla fine della famiglia tradizionale.

E si sa: poiché viviamo nel paese in cui viviamo, all’omofobia di palazzo segue sempre quella di strada. E questa ha un linguaggio e uno soltanto: la violenza. Camilla Seibezzi, infatti, è stata minacciata di morte sul web per la sua iniziativa.

Evidentemente, la cultura della vita – tanto decantata dai tutori della famiglia eterosessuale e cattolica – ha bisogno dell’istigazione alla violenza, del mantenimento delle disparità, delle discriminazioni e delle minacce di omicidio per poter salvaguardare i milioni di “padri” e “madri” che vivono in Italia. Fossi in loro non vivrei poi così tranquillo…

Ci dovremmo essere abituati, visto che quella cultura ha già prodotto fenomeni analoghi con chi, nel corso dei secoli, ha semplicemente tentato a pensare con la propria testa: roghi, caccia alle streghe, inquisizioni e crociate dovrebbero renderci avvezzi a un certo tipo di esternazioni. Eppure la ragione umana non si rassegna di fronte all’esibizione di certa inciviltà.

Personalmente esprimo la mia più totale vicinanza umana e la mia più assoluta solidarietà per Camilla Seibezzi. Il suo impegno testimonia che, a volte, non è vero che la ragione – intesa anche come intelletto – non può stare da una parte sola. In tutta questa storia vedo, da un lato, un tentativo di rendere questo paese più civile; dall’altro, la solita logica basata su arroganza, prevaricazione e odio sociale. Quest’ultima non può e non deve avere cittadinanza. Non più.

Maschi che difendono maschi

io“Sei un maschio che difende altri maschi.”

Me lo hanno scritto, ultimamente. Non in tanti/e, ma in un paio di casi, qui sul blog come su Facebook. Perché difendevo un politico di sesso maschile vittima, a mio modo di vedere le cose, di una gogna mediatica sproporzionata per un errore (e siccome non voglio tornare sul caso Piras, diamo per pacifico, anche se non è il mio pensiero, che abbia peccato di odio verso le donne).

La cosa mi ha fatto riflettere. Per i miei detrattori e per le mie detrattrici, non ero un “maschilista” o un “misogino”; ero semplicemente un maschio (primo livello di insulto) che compiva il peccato supremo: difendere qualcuno del suo stesso sesso. E se è una colpa nascere in un certo modo, figuriamoci difendere un altro portatore di pene.

Non amo il maschilismo, per quanto sia consapevole che essere nati e cresciuti in un contesto in cui vige un sistema culturale che vede nelle donne delle creature inferiori possa portarmi a cadere nelle sue trappole (dalle battute, apparentemente innocue, agli “sfoghi” da volante). Mi è già successo e temo, anche se spero il contrario, che accadrà ancora. Credo di essere una persona, tuttavia, che impara dai propri errori e che si mette in discussione.

Credo altresì che il maschilismo sia una degenerazione del concetto stesso di umanità, perché crea solchi irrecuperabili tra una categoria specifica (l’essere adulti, di sesso maschile ed eterosessuale) e tutte le altre (bambini/e, donne, omosessuali, trans, ecc). Credo che la base di questa disumanizzazione stia nel sessismo, arricchito a seconda del contesto di altri ingredienti, quali la religione, il nazionalismo e via discorrendo.

Ma se la radice del male è il sessismo, non sarà utilizzando ulteriori categorie sessiste che si arriverà alla piena liberazione dei corpi, delle coscienze, delle sessualità, della dignità umana. Credo sia sbagliato sostituire un sessismo con un altro. Non vorrei vivere in un mondo alla rovescia, per cui essere maschi è sbagliato come adesso lo è, nella percezione comune dei più, sia essa inconscia o meno, essere donne.

Essere considerati di serie B perché appartenenti a un genere specifico è una violenza uguale e contraria a quella generata del maschilismo, nella sua declinazione machista, di cultura cristiana ed etnicamente connotata in senso “bianco”.

Se poi ci mettiamo in mezzo che per tutta la mia vita sono stato insultato e deriso poiché “maschio” quanto più vicino all’essere simile a una “femmina”, la cosa assume connotati ridicoli.

Vorrei vivere in un mondo migliore, dove ad avere la meglio sia il concetto di onestà intellettuale e la critica basata su argomentazioni politiche e culturali. Purtroppo viviamo in un pianeta dove l’attribuzione di valore in base agli organi sessuali che la natura ci ha dato è un dato più forte della valutazione della persona. E per me questo è un sintomo di profonda stupidità, sia che esso colpisca uomini, sia che colpisca donne, in egual misura.

P.S.: poiché questo post mi tocca corde molto profonde, che recuperano anche dolori antichi, come credo sia facilmente intuibile, ho preferito mettere come immagine il mio volto. Come se volessi parlarvi a quattr’occhi. Mettiamola così… ;)

Ruini il fondamentalista a “Che tempo che fa”

Ieri sera, facendo zapping, ho avuto la terribile sventura di sintonizzarmi su Che tempo che fa. Attirato da una lettera di un’operaia a Marchionne, subito dopo ho dovuto assistere al triste siparietto di Fabio Fazio prono al cospetto di sua eminenza – io lo scrivo minuscolo – Camillo Ruini.

Tralascio la rabbia nel vedere un presentatore a metà strada tra lo scodinzolante e il tremebondo nei confronti del potere. Ecclesiastico, soprattutto. Soprassiedo pure su quel grado di umanità e di amore cristiano espresso dal cardinale, che ricorda la tenerezza di Nosferatu.

La cosa davvero incommentabile e indegna di quella intervista è stata la tracotanza di un uomo – sua eminenza – in merito alla superiorità della religione cattolica (mascherata dietro il concetto più generico di cristianesimo) su ogni forma di pensiero.

Ruini ha attaccato, uno dopo l’altro, i concetti di laicità, illuminismo, relativismo, libertà di fede, democrazia e, non ultimo, di intelligenza.

Il cristianesimo, ha detto infatti, è sempre “inattuale”. San Paolo – e qui sta la trappola di questa religione: prendere l’insegnamento di un profeta, il Cristo, è accettarlo nella “corruzione” del Saulo di Tarso, intrisa di odio, misoginia e violenza – ha cominciato a cambiare un mondo che non coincideva con il concetto di cristianità. Cosa c’era in quel concetto, allora? Rispondere a questa domanda – rispolverando, magari, l’idea di “povertà” – sarebbe un interessante punto di inizio, per smontare l’arroganza vescovile nei confronti della pretesa di avere le uniche chiavi interpretative della realtà.

Ruini fa un doppio errore e lo fa coscientemente, per cui opera una vero e proprio atto di disonestà intellettuale.

Il primo: parte dal presupposto che Dio esiste e che ha dato alla chiesa il compito di amministrare e governare il mondo in sua vece. Il che potrebbe rientrare in una logica interna ad una fede, ma, appunto, una logica che sta dentro quella fede e che varrebbe, in linea di principio, anche per altre confessioni, monoteistiche e non. Fermo restando, si badi, che tale presupposto andrebbe dimostrato e non imposto come atto di fede, soprattutto a chi fede non ne ha e, cosa ancora più importante, non ne vuole avere!

Il secondo: di fronte al paventato pericolo di intromissione della chiesa negli affari della politica, Ruini se ne esce con un bizantinismo che, purtroppo per lui, diviene paradosso. La chiesa, secondo il cardinale, non compie mai ingerenza politica. Sono i cattolici – da notare che il termine è sempre declinato al maschile – che, in democrazia, avanzano dei progetti di legge. Se quei progetti trovano una maggioranza, diventano leggi per tutti. Peccato che la musa ispiratrice delle leggi “cattoliche” sia appunto la chiesa, ovvero, le gerarchie vaticane. Le stesse che hanno imposto provvedimenti come la legge sulla procreazione assistita, che di fatto la vieta. Per non parlare del fatto che il Vaticano è voce attivissima nel voler impedire ammodernamenti giuridici su divorzio breve, fine vita, coppie di fatto, matrimonio egualitario, ecc.

Ruini ha, di fatto, voluto confondere l’anacronismo della chiesa con il rinnovamento della società. E ha nascosto, in un perverso gioco di scatole cinesi, il concetto di diritto con quello di sopruso in nome di una fede, seppur “maggioritaria”. Questo tipo di processo, che altrove avviene in modo più brutale (si pensi all’Iran), ma che ha gli stessi effetti di certa legislazione cattolica nostrana – ovvero: la limitazione delle libertà individuali – si chiama fondamentalismo religioso.

Ieri sera la RAI e Fazio hanno dato spazio a un’operazione di questo tipo. Con i soldi dei contribuenti, milioni dei quali sono non credenti, laici, di altra fede religiosa, separati, omosessuali, favorevoli all’interruzione di gravidanza a al trattamento di fine vita e via dicendo. Peccato che per questi ultimi non vi sia mai una voce che abbia un’adeguata rappresentanza mediatica. E non certo per imporre la propria visione.

La laicità non impone, semplicemente permette a tutti e a tutte di vivere secondo i propri modelli ideali. Dall’altra parte vi sono le tirannidi, ideologiche e religiose. E, quindi, personaggi come Ruini e presentatori come Fazio.