Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Solo perché fa freddo

È solo colpa dell’inverno.

Perché fa freddo. E siccome fa freddo, non posso fare un sacco di cose: come fumare nella mia stanza, senza tenere la finestra chiusa, o dormire abbracciato a qualcuno che non sia il mio cuscino.

Per scaldarmi meglio, mica per altro. E poi i vestiti, pesanti, goffi, in perenne lite col vento…

Ma arriverà il bel tempo e il letto sarà solo mio e di nessun altro, sia esso un ricordo in carne ed ossa o meno. E dalla finestra entreranno, non invitati e a caso, i suoni del mercato e i pollini degli alberi di strada.

Ago e filo

Il vento di gennaio, al cospetto del cielo limpido, porta sempre con sé qualcosa di doloroso e rassicurante allo stesso tempo.

Il mio tempo interiore prosegue con l’andare delle stagioni… arriverà primavera.

Nel frattempo, occorre guarire quel frammento di anima che gronda di sangue. Ogni goccia che cade sul suolo genera mostri ed errori. Vado a prendere ago, filo e magia. Per quanto doloroso.

Figli dell’aria

La costanza delle cicale.
Il canto incompreso delle gazze.
Il cielo di quarzo, in guerra tra il vento e l’afa.

Nessun uccello a volteggiare per le nuvole. Ed io che appartengo all’aria, non ho il potere di interrogare il mare sugli auspici venturi.

Vorrà dire che attenderò tempi più adeguati e il temporale che purifica. Intanto, rimetto in ordine le mie armi magiche e, cosa ancora più importante, i pensieri di questi giorni tra ferro e fuoco.

I poteri del cardamomo

Voglio.

Una casa. Il mio gatto. I miei sogni, che si avverano tutti.
Ci voglio dentro tutte le persone che amo e deve esserci non dico la felicità, ma il coraggio delle proprie scelte, quello sì.
Voglio una trapunta con un patchwork come quello dei film americani e le tende accarezzate dal vento di luglio.
Voglio le spezie, la cannella e lo zenzero per la passione, il pepe rosa per fecondare i pensieri con la curiosità e il cardamomo, di cui non ricordo i poteri, ma lo scelgo per il nome.
Ci saranno le fresie. E cercherò di piantarvi l’eliotropo.
Ci saranno, anche, milioni di libri. Tutti quelli che ho letto, quelli che vorrò leggere e quelli di cui ho perso la memoria.
Avrà il profumo del pane e l’aroma del caffè mattutino.
Darà sempre conforto, perché sarà fatta di ciò che va oltre il dolore.
Sarà lontana dal male. Sarà vicina a chiunque ne sia degno.

E non importa quanto grande. Non importa quanto povera.

Sìsili

Il profumo del mare, appena atterri. Non gridato. Un sussurro, un cenno quasi invisibile tra lui e te, che ci sei nato accanto.
Il viola del tramonto, che ti fa sentire in colpa, per tutto il tempo in cui sei stato lontano.
Il sapore dell’acqua, dura, pietrosa, della stessa essenza dei cortili assolati d’estate, dei muri condannati alla luce.
La morte e la vita, a rincorrersi nei ricordi e nelle quotidianità sfiorate, nel caos di un mondo distratto, insulso, volgare, lirico, stupefacente.

La pietra si sposa col miele e si colora di vespero.
Il vento bugiardo porta calura.
Il suono della città, lontano e continuo, interrotto solo da un volo di rondone.

Questo ho trovato al mio rientro a casa. E ogni cosa, dentro di me, gronda di sangue e d’amore.

Dicotomie

Vivere in bilico, tra ciò che hai e ciò che vuoi.

O se vogliamo, tra tutte le parole che domini e il silenzio che ti imponi. Tutto. Anche quello.

Perché a volte la verità di cui si è capaci non ha nemmeno troppo senso. Il significato delle cose che vivi può disperdersi, può addirittura infrangersi nell’unica realtà che possiedi.

Oggi ho pensato a te. Mi è stato detto così. Ed era un pensiero bello.
E poi, mi hanno rivelato, il mio sguardo si è fatto buio. Come il vento di questa notte che ci ha sparpagliati via, in un momento infinito.

Per un attimo, infine, i nostri corpi si sono toccati. Ed è stata la fine del mondo. La fine di tutto. Perché il tutto coincide col niente.

E nasce da queste evidenze di silenzi e significati ogni lacerazione interiore.

Con uno scatto improvviso

Ieri notte, nel silenzio. Voglia di birra, di fumare, di trangugiare gelato al cioccolato con nocciole tritate dentro, di parlare con qualcuno di speciale, di rimanere ancora stupito, di ritrovare quella forza di un tempo…

E forse è meglio.
Che mi fermi qui.

Perché dall’angolo della mia finestra c’è un raggio di sole che lascia attraversare quel venticello di maggio che solo qui, sull’isola, ha un senso profondo, che penetra la più intima natura delle cose. Lo lascia attraversare e porta con se tutta la nostalgia di cui è capace. Come quella del silenzio di certe notti, di altre, lontane, perdute nel tempo e nelle risate di una prima giovinezza, immatura, acerba, verde come ogni mela, che aveva il rumore del mare di notte, lontano. Rassicurante.

Perché alla fine ogni cosa che ritorna, ritorna a metà. Oppure non ritorna affatto. E questo Luna Lovegood non lo aveva previsto.

Perché alla fine nessuno può salvarti se non te stesso. Perché nella vita, in ogni attimo, dovrai sempre fare affidamento solo su te stesso. Perché sai solo tu qual è stata la fatica per metterti in piedi e cominciare a camminare. Per trovare il sentiero. Perché solo tu conosci il sapore delle lacrime celate quando hai capito che ogni strada portava proprio in quel laddove dal quale volevi scappare. Perché solo tu sai quanta vita ritrovi in te quando pare che le cose comincino ad andare in un certo modo. Quando assapori l’amore.

La solitudine non è una prigione. È la camera iperbarica dove facciamo affluire nuovo sangue all’esistenza. Dove le cose, gioco forza, devono trovare un nuovo ordine.

E mentre tutto questo (ac)cade, depositandosi dentro da qualche parte, a caso, le urgenze del momento mi ricordano che devo ancora andare a tagliare i capelli, che il vestito è di là e tutti mi diranno che sto benissimo, che la sposa si farà attendere un po’ e che sarà splendida e raggiante e che in mezzo a tutta questa malinconia la vita seguirà il suo corso.

Si torna a vivere. Forse. Un passo per volta, magari. Oppure con uno scatto improvviso. Chi lo sa.

Al riparo da ogni fulmine

Eri un petalo. Leggiadro. Destinato a volare via col primo soffio di vento. Abbiamo cercato di custodirti, di farti crescere prima come fiore, poi come albero forte e sano. Ma per te era stata scritta un’altra storia. Forse è poca cosa pensare che, per tutto questo tempo, ti abbiamo innaffiato con l’acqua di tutto l’amore possibile. Eppure è quello che successo, e anche se non si può lottare contro il destino che porta la tramontana, nessun alito malvagio potrà cambiare ciò che è stato. Perché è ciò che sarà, sempre e comunque. E questa pianta, quella della speranza e della tenacia degli affetti, quella della bellezza dei ricordi, cresce dentro, al riparo di tutte le piogge, di ogni fulmine, di ogni parola posta alla fine e scritta a sproposito.

Ciao piccola Ninninera… il vento ti ha portata via per sempre, fallendo tuttavia nella sua missione di morte. Sei volata in cielo e questo ha fatto di te un angelo eterno.