Il Pd, Elsa e Priebke al governo

Il Partito democratico non ce la fa. Non è nel suo DNA essere una formazione seria capace di creare indirizzi politici forti e, quindi, strategie vincenti per vincere le elezioni e governare il paese, per fare dell’Italia uno stato moderno, europeo, realmente democratico, laico e liberale.

Si era visto, per altro, già dalla sua costituzione, assolutamente contro natura, per cui un partito di sinistra (o presunto tale) ha svenduto il suo patrimonio elettorale ai residuati bellici dell’ex DC – Bindi, Fioroni, ecc – o lo ha regalato a quei trasformisti della politica italiana a cominciare da Rutelli. Roba che manco una drag queen, in confronto.

A guidare questa transizione verso una delle pagine più grigie della storia della Repubblica, l’ex sindaco di Roma, Veltroni, che facendo cadere il governo Prodi ha consegnato il paese intero in mano a Berlusconi, assieme ad altre due colonne della politica italiana: Rutelli e Fassino. I quali passeranno alla storia per aver decretato la morte dell’unico partito possibile, un soggetto socialista-democratico (senza nessuna e) sul modello della SPD o del PSF, per intenderci. E invece…

Adesso questo transatlantico alla deriva è pilotato da un capitano la cui stessa base mette in discussione – altrimenti Renzi non avrebbe ragion d’essere – rappresentativo solo della poltrona che occupa, esempio “illuminato” di una casta di sciagurati che in un paese serio qualsiasi, sarebbe già stata sterminata, politicamente parlando.

Nel contesto italiano, sarebbe facile, adesso, vincere le elezioni. Pressare il governo per non far passare le leggi ultra-conservatrici che favoriscono banche e speculatori a danno dei cittadini onesti, ad esempio. Minacciare gli alleati di far saltare ogni cosa, se dovesse passare la proposta di legge elettorale che penalizzerebbe una probabile coalizione SEL-Pd. E invece…

Bersani vuole Casini, in un impeto affettivo talmente incomprensibile che potrebbe dar adito al sospetto di pulsioni omoerotiche – mi si conceda la provocazione, non lo penso e non lo auspicherei nemmeno: i gay italiani non potrebbero subire anche questa mostruosità.

Casini lo vuole o politicamente morto, o subalterno alla sua politica confessionale e centrista, scenario che evidentemente a Bersani piace – ché forse è insita nella natura dei mediocri l’esser marginali o la stessa prospettiva di fare tale fine. Ma il Pd continua ad anelare alleanze con chi, in parlamento, o vota perché la comunità gay di questo paese venga ancora discriminata, oppure, quando non dà sfogo alla propria omofobia, fa eleggere personcine a modo come Totò Cuffaro.

Tutto questo è Casini, assieme il suo partito.
Tutto ciò Bersani desidera disperatamente.

In questa parabola di miseria umana e di terrore istituzionale, l’ultima sortita per pedere definitivamente l’elettorato progressista, il nostro Pierluigi l’ha partorita poco fa: se Fornero vuol far parte del suo governo, non ha che da chiederlo. Poco importa che questa gentile signora insulti milioni di giovani, tra precari e disoccupati, con epiteti esotici o che abbia già taglieggiato pensioni e diritti sociali. A Bersani basterà che la nostra si dichiari di sinistra. Poi potrà continuare, anche sotto il suo governo, il suo massacro sociale.

Due considerazioni sorgono lecite, a questo punto.

La prima è un’affermazione, quasi un consiglio: caro Bersani, guarda che se non li vuoi i voti della sinistra, basta dirlo eh!

La seconda è una domanda: visti gli alleati di cui ti circondi, il prossimo chi è, Priebke con delega alle pari opportunità?

In tal caso, basterà che l’ex comandante utilizzi la parola “compagno”. Visti i criteri di selezione, per Bersani sarà più che sufficiente.

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Primarie e brutte persone

Matteo Renzi, sulle regole delle primarie: «Non capisco perché non vadano bene le regole del passato, quelle che andavano bene quando hanno vinto Prodi, Veltroni, Bersani».

Molto semplicemente, egregio sindaco di Firenze, perché Prodi, Veltroni e Bersani non sono stati scelti con elezioni primarie: sono state così chiamate, invece, delle acclamazioni aperte a un pubblico indistinto di elettori – che potevano essere dell’ex PCI così come di Forza Nuova – in cui non c’era reale competizione.

Adesso che c’è lo spauracchio che la classe dirigente venga messa ai margini, l’esercito di D’Alema, Bindi & Co. si attrezza per fare in modo che diventino primarie vere ma a risultato minimo garantito: ovvero, la vittoria di quelli di sempre. Si legga La casa degli spiriti di Isabelle Allende. È illuminante, in tal senso, oltre ad essere un capolavoro assoluto.

È giusto, per altro e a mio giudizio, che a questo tipo di elezioni votino i militanti e i simpatizzanti di quel partito o di quell’area specifica – io, ad esempio, le restringerei solo agli iscritti del Partito democratico o dei partiti di coalizione – ma ciò che sta accadendo dimostra un’evidenza, per certi versi, tragica: i precedenti segretari e candidati premier erano semplicemente delle emanazioni di apparato. E il popolo si è limitato ad accettare lo stato delle cose. Non era, in altri termini, democrazia. Era farsa.

Questo ci rende – noi italiani e italiane dell’area di centro-sinistra – delle brutte persone. Anche noi, anzi, proprio noi di sinistra. Quasi uguali, per dire, a certi berlusconiani che ci fanno tanto orrore per le stesse, identiche ragioni.

Dietro il caso De Gregorio c’è l’alleanza piddì-Lega?

Da qualche giorno il web è stato scosso dalla notizia che Concita De Gregorio, l’attuale e dimissionaria direttrice de L’Unità, lascerà la guida del quotidiano dell’ex-PCI, ora piddì, di comune accordo con il suo editore, Renato Soru, ex presidente della regione Sardegna.

Non mi interessa ripercorrere le vicende editoriali, le lettere, le smentite, le conferme. Chi vuole informarsi può benissimo fare una ricerca su Google.

Ma già da un po’ un sospetto serpeggia tra i miei pensieri.

De Gregorio è stata colei che ha dato voce, dalle colonne del suo giornale, a quell’Italia che negli ultimi mesi si è rivelata più dinamica, innovatica, a tratti disperata. L’Italia di precari, di donne, di immigrati, di gay e lesbiche. L’Italia di Pisapia e di De Magistris, l’Italia che ha vinto i referendum contro l’attuale governo.

Una voce del genere, dentro un organo ufficiale – e non un organo qualsiasi, ma il giornale storico della sinistra italiana – può dare fastidio se, per esempio, dalle alte sfere si stanno organizzando piani e alleanze di un certo tipo, lontane ad esempio con quello che è il concetto tradizionale di “sinistra”.

Non è peregrino pensare che certe fazioni, dentro il piddì, tenteranno di far fuori i partiti dell’IdV e di SEL per creare un’alleanza spuria con il terzo polo e la Lega.

Lo stesso Vendola, che pure non schiferebbe trovarsi a braccetto con un Casini che però schifa lui in quanto gay, si è allarmato di fronte all’eventualità del genere.

E a ben vedere queste alleanze prevedono dei sacrifici e, quindi, categorie sacrificabili.

I gay non piacciono a Casini.
I precari che chiedono più diritti non piacciono a Confindustria.
Gli immigrati non piacciono alla Lega.
E via discorrendo.

Certo, c’è chi mi fa notare che Bersani ha smentito: «noi siamo alternativi alla Lega!».

Però è vero pure che, dentro quel partito, tempo addietro un certo Cofferati, prima di divenire sindaco di Bologna (uno dei più odiati per altro) aveva dichiarato che, finita la sua esperienza da segretario della CGIL, si sarebbe ritirato dalla scena politica.

E sempre da quel partito, un certo Veltroni, prima di consegnare l’Italia e Roma, la città di cui era sindaco, a Berlusconi e Alemanno, aveva giurato che se ne sarebbe andato in Africa a fare del bene. E poi si è candidato a premier…

Non mi stupirei, dunque, se fosse già pronto un comunicato di rettifica sulle alleanze. Magari da pubblicare, in un futuro non lontano, sulle pagine dell’Unità.

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pubblicato su Gay.tv

Quando il popolo mette in fuga i potenti…

In queste ore su Facebook gira un video su Renato Brunetta. Il ministro è ospite al Convegno Nazionale dell’Innovazione, a Roma. A convegno concluso, dalla platea, alcuni lavoratori della Rete precari della Pubblica Amministrazione chiedono la parola. Brunetta, capito chi sono i suoi interlocutori, li liquida in modo brusco – con voi non ci parlo – scappando via, evidentemente impaurito, e chiosando con un insulto finale: siete l’Italia peggiore.

La ragazza che aveva chiesto la parola lo ha fatto in modo garbato, ma non le è stato nemmeno permesso di esprimersi. Snobbata, liquidata e insultata. La sua colpa: essere stata falcidiata dalla politica di questo governo.

Mi fa strano vedere come i grandi scappino alle domande di ragazzi, precari, gente comune. Cos’ha da nascondere il potere di fronte al popolo sovrano?

La stessa domanda potremmo farla anche a sinistra – o presunta tale – a gente del calibro di D’Alema e Veltroni, anche loro messi in fuga da Matteo Collacchio Marini, il blogger romano che ha posto domande scomode agli ex leader del PDS-DS-pd, i quali non hanno risposto e sono fuggiti precipitevolissimevolmente.

E anche in quel caso – basta fare una ricerca su Youtube per sincerarsene – il ragazzo, diciottenne e studente, è stato prima snobbato, poi insultato e aggredito (verbalmente) dai supporter dei personaggi in questione.

Ancora una volta, il potente di turno, tronfio e gongolante, che trema e scappa di fronte a qualcosa che potremmo definire come verità. E chi scappa di fronte a ciò che è vero, non potrebbe essere definito un bugiardo?

Domanda che andrebbe rigirata all’onorevole Stracquadanio che, in una sua dichiarazione pubblica sui referendum, non ha meglio da fare se non insultare i comitati referendari e il popolo, sempre sovrano, che ha fatto l’errore di esercitare un suo diritto: esprimere una propria posizione secondo gli strumenti garantiti dalla Costituzione.

Ed ecco che i cittadini che hanno creato coscienza civica diventano fancazzisti – gli amici del pd usano, invece, il termine di antipolitica, ma di questo magari ne parleremo altrove – perché tutti pubblici dipendenti, perché passano il loro tempo su Facebook invece di lavorare.

L’onorevole del PdL dovrebbe tuttavia dimostrare quello che dice. Accusare quattro milioni di persone di non far nulla per mandare avanti, coi soldi dei contribuenti, la causa del comunismo sovietico – secondo il retropensiero berlusconiano – non è affermazione da poco.

Non vorrei che domani un blogger o un impiegato pubblico facessero domande scomode, al punto da costringere anche Stracquadanio a dover fuggire, come i suoi onorevoli colleghi, di fronte all’ennesima pretesa di verità. E inseguito dalle sue menzogne.

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articolo pubblicato su Gay.tv

Amministrative e referendum: che nasca la nuova sinistra!

La campagna referendaria è stata un successo e questo si deve all’azione principale di due piccoli partiti – IdV e SEL – e, soprattutto, al martellamento su rete da parte dei comitati per il Sì. Il governo si è distinto per codardia e scorrettezza. Il resto della politica non ci ha fatto una splendida figura, tra divisioni di comodo e ambiguità di sorta.

Ad ogni modo, il dado è tratto e la lezione che possiamo trarre non solo dai referendum ma anche dal voto amministrativo è articolata e merita un approfondimento che dovrebbe coinvolgere i partiti e la società civile.

In primo luogo, il berlusconismo è un sistema di potere che non è più rappresentativo e maggioritario. Sicuramente esiste ancora ed è molto presente nel paese. Ma non è maggioranza culturale. E se è per questo, non è nemmeno cultura.

Per altro, il berlusconismo di sinistra non trova agganci ai settori dinamici della società che da Milano a Napoli, passando per la cabina elettorale di ieri, esprime un voto unico, fatto di cambiamento, di prospettive nuove. Energie pulite, costituzionalità, nuovi diritti, la presenza forte dello Stato come garante della tenuta democratica e della giustizia sociale. La nuova sinistra dovrebbe avere questi punti di riferimento. Qualcuno lo dica ai berluscones rossi e, nello specifico, a D’Alema e a Veltroni.

Ne consegue che la sinistra, per vincere, ha bisogno di homines novi. Non è un caso che le sfide più difficili siano state vinte da uomini di SEL e dell’IdV – le stesse forze che hanno promosso e portato alla vittoria i referendum – riducendo il pd a serbatoio elettorale. Il futuro della coalizione progressista parrebbe stare in quei nomi che provengono da partiti quali i radicali, il movimento di Vendola e i dipietristi. Occorre capitalizzare questa ricchezza all’interno di una coalizione che abbia nel partito maggiore il catalizzatore di una politica realmente alternativa al berlusconismo, ma per fare questo occorre abbatterne i capi – i due già citati, ma anche gente del rango di Letta, Fioroni, Bindi, ecc. – che sono il freno principale alla modernizzazione del paese su tanti temi. Ricordiamoci che Massimo D’Alema, per ricordarlo ancora, ha osteggiato la candidatura di Vendola proprio perché voleva privatizzare l’acqua in Puglia.

Quindi, occorre costruire l’alternativa. E l’alternativa si costruisce su tre ambiti fondamentali, ovvero scuola e ricerca, diritti e lavoro. E per parlare solo del primo ambito di intervento: investire nell’istruzione e nelle università, dimezzare il numero degli studenti per aula e moltiplicare le classi, raddoppiare il numero degli insegnanti, prevedere una legislazione speciale per i precari – gravati dagli stessi doveri dei colleghi in ruolo ma senza alcun diritto – avviare un’opera di recupero delle strutture (migliorie negli edifici) che garantirebbe il rilancio del settore edilizio.

Ovviamente questo programma ha dei costi. Ma ci sono sempre voci di spesa che non possiamo più permetterci e che vanno redistribuite per i lavoratori, a cominciare dagli stipendi dei nostri amministratori per finire con le spese militari per le missioni all’estero. Personalmente sarei anche per una revisione della legge sull’8 per mille i cui proventi dovrebbero essere reinvestiti non per le chiese, ma per lo sviluppo sociale. Con buona pace dei cattolici, che devono decidere se di tenere di più alla cittadinanza che vogliono rappresentare oppure se volere arricchire una chiesa che è ancora causa prima del degrato culturale di questo paese (non a caso la CEI è stata, in questi anni, la migliore alleata di Silvio Berlusconi).

Gli ambiti d’azione sono tanti e basta semplicemente intervenire laddove il berlusconismo ha distrutto. La nuova sinistra dovrebbe avere come slogan la ricostruzione sociale, solidale, democratica e morale del paese. Per fare questo, però, è fondamentale essere all’altezza del progetto che si intende portare avanti.

Così com’è strutturato, il centro-sinistra – caratterizzato da una certa balcanizzazione identitaria della sinistra estrema e dall’empasse del pd, ancora prigioniero delle sue frange cattoliche – può solo vincere le elezioni per perderle ventiquattr’ore dopo con le solite beghe che abbiamo già conosciuto nei due passati governi Prodi.

Che Berlusconi si distrugga da solo, nel tempo che resta. Ma che la coalizione progressista, nello stesso tempo, si riorganizzi, abbia il coraggio di dire no al disegno dalemiano, abbia il coraggio di cacciare gente omofoba e filoclericale e abbia il coraggio di rappresentare un popolo che da un mese a questa parte ha preso in mano il futuro del nostro paese.

I cittadini e le cittadine si sono già espressi/e a riguardo. Occorre solo seguire la strada, democratica, che la gente ha chiesto che venga percorsa.

Quattro sì contro il berlusconismo (e i suoi principali alleati)

Centrali nucleari? Semmai solo ad Arcore, anzi manco lì.
Acqua privata? Dimostrateci che avete comprato le nuvole.
Legittimo impedimento? Te ne vai in galera anche se sei il primo ministro (ogni riferimento ad attuali premier è casuale).

L’Italia da un mese a questa parte sembra un paese vivibile. Quasi civile.

Ad ogni modo, il quorum c’è stato. I sì vincono. Berlusconi è minoranza culturale di questo paese. Adesso occorre cancellarlo del tutto. E subito dopo, che tocchi ai suoi alleati, dentro e fuori il centro-destra. A cominciare da D’Alema e Veltroni.

Per i leghisti, invece, si preparino i gommoni per gli espatri forzati. Io certa gente nella mia terra non ce la voglio più.

I palinsesti tv nell’era del bunga-bunga

Non chiedetemi come, ma sono venuto in possesso di un prezioso documento sul palinsesto di diversi programmi televisivi nei prossimi mesi delle maggiori emittenti nazionali.

La grande sete di informazione, per altro, ha portato i dirigenti Rai di minoranza a recuperare una serie di format anche precedentemente sospesi, in nome del pluralismo.

Una certa monotonia è stata registrata nei programmi di approfondimento politico, purché di stampo bolscevico e vicini alle procure, ormai veri e propri luoghi di delinquenza istituzionale, popolati da attentatori della sovranità popolare – per usare il più sobrio linguaggio da deputato medio del PdL – e cioè Anno Zero, Ballarò e L’Infedele il cui titolo, comune, sarà: “Il rattuso d’Italia”.

Un taglio più medico sarà dato, invece, ai programmi di informazione medica e scientifica. Se Superquark ha scelto come titolo “Il grande viaggio degli spermatozoi dopo i settanta”, Elisir si affida al più neutro “Il maschio settantenne italiano, tra andropausa e satiriasi”.

Più autoreferenziali programmi come Harem, il cui titolo di una puntata speciale di approfondimento sarà, appunto, “L’harem”.

Per quanto riguarda Un giorno in pretura, invece, circola la notizia che la trasmissione è stata cancellata per l’ indisponibilità del premier a partecipare al programma.

A tale proposito Chi l’ha visto proporrà un ciclo di puntate sulla scomparsa di Silvio Berlusconi dalle aule giudiziarie italiane.

Porta a porta, ancora, proporrà un ciclo di trasmissioni sul ruolo della zeppa nella moda dell’ultimo decennio.

Rilanciato anche il sodalizio tra il programma di Vespa e il Tg di Minzolini che dedicherà, sempre in apertura, ampio spazio alle borse da abbinare alle calzature che saranno lanciate nelle prossime collezioni moda.

Striscia la notizia, infine, proporrà un’inchiesta della durata di cinque anni sull’inaccettabile scandalo del mancato uso del congiuntivo da parte dei consiglieri comunali di pd, IdV e SEL dei comuni di Molise, Abruzzo e Toscana.

Captate diverse e contraddittorie reazioni da parte della chiesa e degli esponenti di maggioranza e opposizione. La CEI saluta con favore il nuovo corso televisivo: l’esposizione delle femminee grazie in tv, conformi al disegno divino, dissuaderà le giovani generazioni dall’essere moralmente disordinati e dal propendere per abomini quali l’omosessualità, il relativismo culturale e la democrazia. Per Walter Veltroni, invece, il nuovo palinsesto farà orbitare il suo partito attorno il 74% dei consensi potenziali. Daniela Santanché, dulcis in fundo, con la solita eleganza che la contraddistingue, ha mandato affanculo i giornalisti che le chiedevano di esprimere un’opinione in merito, agitando il dito medio e abbandonando, “schi-fa-ta e-ste-rre-fa-tta e sco-nvo-lta”, la sala stampa.

Dopo Mirafiori pd in caduta. Ma Veltroni dà i numeri

In quella fiction che ormai sta diventando la politica italiana – fiction che ultimamente ha assunto i connotati di un curioso ibrido tra il porno e produzioni quali Ai confini della realtà – l’aspetto parossistico, surreale e grottesco è affidato a quel genio della politica che è Veltroni, l’uomo che, come ha giustamente dichiarato Beppe Grillo, sta alla sinistra come il meteorite preistorico sta ai dinosauri.

Intervistasto dal TG3, il principale responsabile della caduta del Governo Prodi e dell’avvento di Berlusconi al potere e di Alemanno nella capitale, dà i numeri, sostenendo che il suo partito «può contare su un elettorato potenziale del 42%».

Veltroni deve aver letto i sondaggi al contrario. L’ultimo, curato dalla SWG, afferma che il partito democratico naviga attorno al 24%. Il problema è che dall’altra parte si naviga ben sopra il 40%. Il dramma, evidentemente, è che Veltroni con quel dato crede di vincere. Un uomo, una tragedia, in altre parole. Della mente.

Ma non è tutto.

Sempre secondo il sondaggio della SWG emergono tre dati fondamentali.

Uno: dopo la vicenda di Mirafiori il pd perde altri consensi. E c’era da aspettarselo, visto che tutta l’intellighenzia piddina – e non c’è ossimoro – si è schierata entusiasticamente dalla parte del “grande capitale”. Anche i suoi esponenti più illuminati, quali Chiamparino, non hanno saputo far di meglio che osannare Marchionne, invece di prospettare una soluzione politica di mediazione tra l’estremismo della Fiom e il ricatto del capo.

Due: a guadagnare consensi sono il partito di Fini, SEL e la Lega. Ovvero coloro che, dentro e fuori il berlusconismo, hanno un’identità chiara, definibile, riconoscibile.

Tre: non è così certo che Berlusconi abbia una fortuna elettorale così favorevole. Gli incerti crescono giorno dopo giorno. Il suo partito si attesta sempre il primo, ma con una forte flessione, mentre altri crescono e il pd perde consensi.

Morale della favola: nonostante la crisi del berlusconismo, il partito democratico perde voti, non rintraccia il consenso operaio e del mondo del lavoro, non ha una strategia, non ha leader credibili, osanna coloro che dovrebbero stare agli antipodi di un modello di alternativa sociale basato sul diritto e, come se non bastasse, dà i numeri su possibili vittorie future.

In tutto questo, ricordo, forse in primavera si vota.

Prepariamoci al peggio.

Veltroni, il Lingotto e il progetto che non c’è

Il discorso di Veltroni, al Lingotto, presenta un certo velleitarismo e una serie di contraddizioni tipiche di quel “ma anche” che ha prodotto mali come la caduta del governo Prodi, la nascita del partito democratico, l’elezione di Calearo et similia e la consegna dell’Italia a Berlusconi.

Riprendo da Repubblica alcuni momenti centrali dell’intervento dell’ex segretario piddino, segnalando a margine le contraddizioni intrinseche che ne scaturiscono.

La premessa: “In Italia può vincere un’alleanza di centrosinistra, è molto più difficile che possa farlo un’intesa solo di sinistra”.

La contraddizione: dov’è finita la scelta suicida della vocazione maggioritaria?

La prima condizione: “Liberarsi dalla tentazione di un populismo di sinistra, il populismo di Berlusconi si batte con il riformismo”.

La contraddizione: il riformismo è riproposto ma come parola vuota, proprio per l’assenza di un progetto politico di riforme, sociali, istituzionali e di politica economica. Un progetto che, invece, è viziato all’origine dall’obbedienza cieca e complice con forze sociali – grande industria e chiesa cattolica – di stampo conservatore.

La seconda condizione: “Dobbiamo affrancarci dall’illusione frontista, dalla coazione a ripetere, a costruire schieramenti eterogenei solo contro gli avversari che poi non capaci di reggere la prova del governo. Non si vince senza una credibile coalizione”.

La contraddizione: si apre il campo a ipotesi di alleanze con quei partiti appiattiti sul tentativo di assecondare industria e Vaticano.  UdC in primis. E si è poco chiari sull’apertura a forze progressiste come SEL o legalitarie come l’IdV.

La terza condizione: “Bisogna avere il coraggio dell’innovazione. Il motto dei democratici deve essere non difendere ma cambiare. Il Pd deve orientare il cambiamento senza perdere di vista la vocazione maggioritaria e il bipolarismo”.

La contraddizione: il partito democratico non si è configurato ancora come un progetto di alternativa civile. Sul caso Fiat, ad esempio, non è stata prospettata una soluzione diversa, anche di mediazione tra fronti opposti. Dovrebbe essere questo il compito di un partito di massa. Nel pd, a ben vedere, gli elementi più illuminati – mi riferisco a Chiamparino – si sono limitati all’acritica beatificazione del ricatto di Marchionne, prospettandolo come unico rimedio possibile.

La sintesi: “Se saremo questo allora anche le alleanze verranno da sé. Sarà la forza delle nostre proposte, del nostro programma, ad attrarre chi diventerà nostro alleato”.

La contraddizione: ritorna il mantra del ma anche. Da soli, ma anche con tutti gli altri che ci vorranno seguirci. Ciò cozza, però, con la vocazione maggioritaria più volte ribadita ma declinata e compromessa con l’apertura a tutte le forze “democratiche” – ma l’UdC è democratica? – che dovrebbero compattarsi attorno un progetto che non esiste ancora e che è il risultato all’obbedienza dei potentati di cui sopra.

Concludo con un’ultima considerazione: al di là del pensiero fumoso, disorganico e velleitario – farò, potrò, ma senza dir come – emerge di nuovo il protagonismo di un leader che si è distinto per aver disastrato non solo la sinistra tutta, di governo e radicale, ma anche l’intero paese, per le conseguenze della propria azione politica.

Che credibilità può avere una persona siffatta? Misteri, tutti interni, di un pd che si palesa ancora una volta quale accozzaglia di identità e non sommatoria di culture diverse, ma omogenee, attorno a un progetto politico organico, coerente e di alternativa a questa destra miserabile.

Sfiducia negata: Roma brucia

Chissà perché la sfiducia al governo respinta dalle due camere non mi sorprende. Viviamo in un paese senza dignità, dovrebbe essere chiaro da sedici anni almeno. Oggi non cambia nulla. E oggi non sarebbe cambiato nulla. Mettiamocelo bene in testa.

Mentre scrivo queste cose, Roma è in fiamme. La gente, disoccupati e precari, studenti, terremotati dell’Aquila, immigrati, protestano per le condizioni in cui versano. E le condizioni in cui versano – in cui versiamo – sono la diretta conseguenza delle scelte criminali di questo governo, l’unico in occidente a sembrare sempre più vicino al concetto di regime cileno.

Intanto bruciano le macchine e la polizia carica chi protesta. Pinochet sarebbe fiero di loro.

Sul Corriere ho letto che in via del Babuino le forze dell’ordine hanno fermato un manifestante. Una donna da un balcone si è messa a gridare: «Fermatevi, così lo ammazzate!». Evidentemente, non lo stavano fermando e basta. Ma anche questo, a ben guardare, è l’Italia di Berlusconi.

Ultimo appunto. Veltroni avrebbe dovuto far meglio i propri calcoli. Se il governo è salvo, per ora, lo si deve principalmente a lui. Ieri lo ha portato al governo, facendo cadere Prodi. Il resto della storia porta il nome di Calearo e di altri deputati del partito democratico (assieme a qualcuno dell’IdV e di Futuro e Libertà).

Magari se si fossero scelte persone più affidabili, anche politicamente, senza l’esigenza di reclutare un falchetto qualsiasi di Confindustria pur di dimostrare di non essere più comunisti oggi il paese sarebbe migliore. E invece così non è. Come diceva l’ex leader piddino: si può fare.