Questa voglia di vivere

voglia-di-vivere-68c468ce-b3d1-4d65-b372-8da87cc09bdf.jpgE poi c’è questa voglia di vivere.
Che fa tutt’uno col dolore. Che lo riconosce, lo ringrazia. Ok, sei la cartina al tornasole del mio sangue nelle vene. Però adesso, ecco, va bene così.
Perché c’è la rabbia, e il vento. E c’è il sole. Le sue scaglie sulle onde. C’è la primavera dallo stesso sapore delle mandorle verdi.
C’è la tempesta, le parole che si affollano sulle dita, quelle che popolano i pensieri.
C’è la voglia di gridare, di ridere, di piangere. La voglia di abbracciarli tutti e tutte, per dire loro che sì, sono qui, anche se a volte sembro distante, come i miei occhi innamorati.
C’è la paura. E fare sì, con un leggero movimento del capo. Con la necessità di andare avanti, qualsiasi cosa accada. Perché non c’è alternativa a tutto questo.

C’è questo. La vita, appunto. Con la sua luce e le sue ombre. Tanto più dense quanto è più forte la prima. Il calore e il rifugio. Gli abbracci e le pause. Ci sono io, ed è già un buon inizio.

Annunci

Il fuoco sacro non brucia più

«Perché vuoi cambiare lavoro?»
«Perché mi hanno fatto disinnamorare.»
«Non hai il fuoco sacro?»
«…»
«Eppure è più importante quello che fai in classe, a scuola, che ciò che potresti fare in una biblioteca universitaria!»

Questo è stato il mio discorso di Capodanno, proprio mentre scoccava la mezzanotte, con un ragazzo che avevo conosciuto quella sera, alla festa alla quale ero stato invitato.

Il mio interlocutore, sinceramente convinto delle sue motivazioni, non riusciva a capacitarsi della mia perdita di senso di un mestiere, quello dell’insegnante, capace di plasmare – e lo dico in senso costruttivo – le giovani menti del domani. Mi ha molto colpito l’allusione al fuoco sacro, ovvero quella forza invisibile e pulsante che ti spinge, ogni mattina, ad affrontare il traffico romano e il capriccio degli elementi per raggiungere la tua classe e dispensare e condividere il tuo sapere.

Poi ho riflettuto, tra me e me, proprio su quest’ultimo aspetto: la condivisione del sapere. Perché quando ho scelto questo mestiere, perché l’ho scelto (e forse anche esso ha scelto un po’ me), avevo improntato quel senso – ormai perduto – proprio su quelle corde. La realtà mi ha disingannato. O forse mi ha proprio ingannato.

Perché?

Vi racconto un fatto accaduto a me. Per cui un fatto reale. In una scuola in cui ho lavorato, anche se per poco a dire il vero, mi è stato chiesto, a un certo punto, di collaborare alla gestione del decoro e dell’ordine nell’ambiente di lavoro. In altre parole, di fare noi, prof e allievi, le pulizie dei locali.

«Sa prof, noi insegnamo ai bambini a sparecchiare e a rassettare la sala…»
Che va tradotto con: non paghiamo abbastanza le signore della mensa, quindi per rimettere in ordine ci dovete pensare voi. Sgrassatore in mano, si intende.

Il dramma sta nel fatto che, lo stesso ragionamento, puoi applicarlo per ogni altra cosa.
Prendiamo le gite di istruzione, ad esempio. Le nuove normative richiedono, a noi docenti, di provvedere ai controlli dei pullman e del personale assegnato. Immaginate una conversazione siffatta? «Scusi, mi fa vedere i freni? Sa, non vorrei che, poi, andiamo giù per una scarpata…». Oppure, immaginate di dover fare il controllo dello stato tossicologico dell’autista: «Senta buon uomo, lei si droga?».

Tutto questo per per 1300 euro al mese e un boato di Irpef da pagare a fine anno scolastico (io da solo, per il 2010, tre mesi dei quali in stato di disoccupazione, ho versato 2500 euro alle casse dello fisco). Per non parlare dei 700 euro di tasse al mese, decurtati direttamente dalla busta paga.

Nel mio caso c’è poi una doppia aggravante.

La prima, non insegno quello per cui mi sono laureato, ma ogni anno raccolgo le briciole di cattedre non coperte dai colleghi. Dovrei condividere il mio sapere in letteratura italiana e latina, e invece di volta in volta mi ritrovo a gestire dalle sette alle quindici classi per volta, tra geografia, storia e “approfondimento letterario” (una delle tante inutili trovate del fu ministro Gelmini). In termini di diritto del lavoro si chiamerebbe “demansionamento”.

Secondo poi: sono gay e lo Stato non riconosce nulla, attraverso la sua classe politica inetta e ai limiti della delinquenza, delle mie rivendicazioni. Esige da me ogni dovere e non rilascia il godimento di alcun diritto richiesto che, stiamo bene attenti, mi viene negato proprio per il mio orientamento! Lavoro, cioè, per una società che esige il mio senso del dovere senza corrisponderlo in altri diritti concreti (parlo di sgravi fiscali dentro la coppia o la coabitazione, ad esempio).

In un quadro siffatto, credo che sia abbastanza normale che la fiamma di ogni natura si spenga da sola. Come sempre avviene quando finisce l’ossigeno.

Poi è vero pure che ho scelto di non fare della mia vita il banco di prova di qualsivoglia sacrificio o martirio. Ho deciso, in altri termini, di non operare per la salvezza dell’umanità. Per quello esistono gli eroi e io non ho nessuna intenzione di ricoprire tale ruolo.

Per questa vita ho scelto un più sano egoismo. Se devo diventare una brutta persona – in altri termini, e perdonatemi la provocazione – che sia per denaro e responsabilità consone. Ma non certo per un percorso di vita venduto come umanamente elevato e poi ridotto, fatti alla mano, ad una specie di manovalanza e manco intellettuale.

Di esercizio di intelletto, nel mio lavoro, c’è ben poco. Poi, certo, esiste la mia umanità ed è il cerchio di fuoco (sacro?) in cui proteggo i miei allievi e le mie allieve dal male del mondo. Ma continuare a far questo, così come è ora, significherebbe essere eroi. E ho già detto, mi pare, che non sono più disposto a farlo. Un po’ mi infastidisce, siamo d’accordo. Anche questo ragionamento, dico, che trasuda di cinismo. Ma nella vita si fanno delle scelte. Ed io ho scelto me. Punto.

Il corpo delle donne, il cervello dei preti

controdonpieroNon ci sarebbe molto da aggiungere sulla vicenda del parroco di Lerici. Per chi (ancora) non lo sapesse, il sacerdote del paesino ligure ha pubblicato sulla bacheca parrocchiale una comunicazione ai fedeli in cui dichiarava che il femminicidio è la conseguenza dei comportamenti immorali del sesso femminile. A un giornalista del GR1 che chiedeva conto del fatto, il simpatico prete ha risposto: «ma lei prova qualcosa di fronte a una donna nuda o è frocio anche lei o meno?».

Il fatto, quindi, si commenta da solo. E palesa quel legame a tripla mandata tra maschilismo, sessismo e omofobia, cifra culturale dell’Italia di oggi, i cui promotori istituzionali più importanti stanno al vertice di partiti, istituzioni e presso i massimi rappresentanti della chiesa cattolica romana. Don Piero Corsi ha solo dato voce a un insieme di input. Non avrebbe neanche senso scandalizzarsi o prendersela con lui, così come non avrebbe senso, in una logica stringente e asettica, stupirsi se vediamo due gay impiccati a Teheran o una donna lapidata a Ryad. Rientrerebbe nella natura delle cose. Nella natura di certi sistemi culturali, monoteisti, patriarcali, intrinsecamente illiberali che Buffoni etichetta come “abramitici”.

Eppure, la logica non è qualcosa che esiste di per sé, ma passa attraverso un’interpretazione dei fatti e dei dati che è del tutto umana. E di fronte a tali constatazioni il senso della nausea e lo smarrimento per com’è diventata l’Italia dopo vent’anni di berlusconismo, alleato con i potentati vescovili e ben tollerato dall’attuale sinistra parlamentare, ci stanno tutti. E non è, si badi, reazione. Dovrebbe essere, semmai, spontanea condizione dell’animo contro chi considera il corpo della donna quale manufatto divino a disposizione della sua “creatura più riuscita”: il maschio.

E a ben vedere, questa è l’intima essenza del cristianesimo, almeno così come concepito a Roma, del corpo in generale. Qualcosa alla mercé di una forza superiore – Ratzinger stesso lo ha detto: non siamo noi a possedere la verità, è essa che possiede noi, attraverso la parola di Cristo. Peccato che questa verità sia, a sua volta, gestita in modo esclusivo da certi uomini di Dio…

In questa logica è più che “naturale” che si veda nel femminicidio la conseguenza di un atto dovuto dal sesso eletto (il maschio) contro chi esprime la propria libertà, soprattutto nell’esercizio dell’autodeterminazione del corpo attraverso la sessualità, la maternità, la riproduzione, ecc. Secondo la logica di don Corsi, che poi è la stessa del Vaticano (e che nutre e/o accompagna la pseudo-filosofia berlusconista tutt’ora imperante nel nostro paese), tutti questi atti hanno bisogno del benestare maschile, secondo una morale predisposta… da chi gestisce la verità che ci domina!

Se tutto questo manca, il sistema entra in default e bisogna rimuovere le cause del corto circuito. E siccome stiamo parlando di istinti primordiali, il ricorso alla violenza è la prima scelta possibile. Quella più “naturale”. Ciò dimostra, tra le altre cose, quanto il concetto di natura – non a caso agitato contro l’affettività e la sessualità di gay e lesbiche – sia solo un’arma ideologica e non una categoria dell’essere.

In base a tutto questo, noi non possiamo davvero pretendere dal signor Corsi, ormai di professione ex-prete,  di avere un sistema di pensiero più grande rispetto a quello che gli è stato inculcato dalla sua chiesa. Le idee, d’altronde, dovrebbero essere come uccelli: se le chiudi in gabbia, potranno solo passare da un bastoncino all’altro, dentro quel recinto. E no, don Corsi, sarò pure gay ma non stavo alludendo a ciò che lei penserebbe, a proposito di larghi orizzonti, se leggesse mai queste mie parole.

Quindi, riassumendo, non possiamo chiedere a certi preti di avere pensieri più elevati rispetto a quelli inculcati dalla gerarchia e riprodotti nel quotidiano sociale. Ma a coloro che ci circondano, sì: e non solo possiamo esigerlo, ma dobbiamo farlo. Perché costruire un mondo migliore, per le nostre madri, figlie, sorelle, amiche, colleghe, studentesse, ecc – per tutti e tutte noi in buona sostanza – è un dovere civile. Un esempio di democrazia. Un fatto di umanità.

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Iqbal, uno di noi”

Oggi su Gay’s Anatomy ho deciso di parlare di Iqbal Masih, un ragazzo pakistano che venne venduto dai genitori per pochi dollari a una fabbrica di tappeti. Lì lo incatenarono a un telaio e venne costretto a lavorare per quattordici ore al giorno, in condizioni disumane. Fino a quando riuscì a liberarsi, a scappare. A denunciare il lavoro minorile, la schiavitù alla quale era stato costretto.

Credo di non sbagliare quando dico che la sua testimonianza è la nostra. Per diverse ragioni. Perché il nostro percorso verso la libertà è quello di chi rompe le catene del telaio al quale si è legati per tessere una vita che non ci apparteneva. E perché se vogliamo che sia riconosciuta la giustezza della nostra causa, non possiamo dimenticare altre battaglie. Fatte di umanità, prima di ogni altra cosa.

Essere umani al 100%

La campagna di promozione per il prossimo Pride nazionale, che si terrà a Bologna nella settimana del 9 giugno, riporta l’immagine di Rosa Parks.

Il manifesto lancia lo slogan “tutto comincia con l’orgoglio” e quindi ci ricorda chi era quella donna, che nel 1955 osò sfidare l’obbligo di cedere, in autobus, il suo posto a un bianco, come prevedeva la legge (atto che le costò la prigione). Rosa Parks, infatti, disse no e non lo disse tanto a un uomo la cui pelle era diversa dalla sua, bensì rifiutò di perorare, con il suo assenso, una discriminazione.

Perché molto spesso è così che le ingiustizie trionfano sulle e nelle nostre quotidianità. Facendo finta di nulla. Lasciando che accadano.

Ricordo, ancora, che il movimento nero, in America, non si accontentò di mediazioni sul concetto di eguaglianza. I neri, a un certo punto, decisero che erano persone al 100%. Esseri umani al 100%. E se si è tali, si devono avere tutti i diritti, a parità di doveri. Non si accontentarono di sedersi nei posti riservati ai bianchi solo per poche ore al giorno, per intenderci, con qualcuno che diceva loro “è già qualcosa”. Vollero tutto e lo ottennero.

La stessa cosa dovrebbe valere con le rivendicazioni del popolo arcobaleno: se siamo esseri umani, abbiamo diritto ad accedere a quegli istituti che valgono per tutti e per tutte. A cominciare dal matrimonio. Ogni mediazione in tal senso va vista come un esercizio limitato di umanità, nello stesso modo in cui inorridiremmo se dicessero che due neri o due ebrei non possono sposarsi, ma solo pacsarsi o avere diritti individuali senza che venga riconosciuta la coppia (i DiCo, per intenderci).

Essere umani al 100% significa, in altri termini, pretendere che non vi siano più sedili per bianchi o istituti giuridici riservati alle maggioranze. E fino a quando non diremo no all’ennesima discriminazione non saremo poi così diversi da chi ha portato Rosa Parks in galera, solo perché si era ribellata a un’ingiustizia.

Il sapore che resta – Lettera a Gesù Cristo nell’anniversario della sua morte

Caro Gesù, diciamo che oggi per te è un anniversario importante. Quasi duemila anni fa, infatti, cominciava il tuo calvario: ti avrebbero messo in croce, avresti assolto tutti i peccati del mondo e, secondo il mito, sarebbe cominciata la nuova era, la fine dei tempi, l’inizio del regno di Dio.

E invece.

Venti secoli dopo il mondo non è migliore rispetto a quello che avevi immaginato. La società non crede più in troppe divinità, ma in una sola. Il potere. E questo ci ha reso, tutti e tutte, molto meno liberi di un tempo. Poi qualcuno, quel potere, lo chiama Dio, qualcun altro denaro, altri ancora conciliano egregiamente tutte e tre le cose – hai presente il concetto di trinità, no? – ma la sostanza non cambia.

Il popolo che preferì Barabba a te è sempre lo stesso. D’altronde, discendiamo dai nostri antenati. Non si è ben capito perché dovremmo essere migliori di chi ci ha preceduto, soprattutto quando la psicoanalisi ci insegna che riproduciamo, in modo più o meno conforme, i modelli che ci hanno educato. Ognuno è ciò che mangia, se vogliamo usare una metafora.

Certo, qualcosa è cambiato: non schiavizziamo più i neri in tuo nome. Le donne possono sedere a consesso con gli uomini nonostante i divieti di san Paolo. Pensa, se studiano e cercano di essere libere pensatrici non le si brucia nemmeno! Ma tanto per non perdere il vizio, siamo ancora razzisti – dal Ku Klux Klan alla Lega Nord, sai quanto orrore, caro Gesù? – siamo sessisti (hai mai guardato un reality o la pubblicità delle mozzarelle?) e, soprattutto, della Bibbia abbiamo dimenticato molte cose, a cominciare dal tuo invito alla povertà più pura – sei mai stato in Vaticano? – però Sodoma e Gomorra ce le teniamo ben strette e allora ce la prendiamo contro al frocio di turno. Di recente, nel Regno dei Cieli, avrai conosciuto persone come Matthew Shepard o Daniel Zamudio. Uccisi, entrambi, perché gay.

Ma se vogliamo, queste sono bazzecole, almeno di fronte ad altre chicche dell’umanità, come le guerre, la distruzione sistematica dell’ambiente in cui viviamo, il costante calpestare i diritti di miliardi di uomini e donne, con le dittature, il mercato, l’indifferenza…

Come facciamo a vivere, di fronte a tutto questo? Basta poco. Nel mio paese, ad esempio, è sufficiente appendere nelle scuole e negli uffici pubblici una statuetta di te, morente – dimmi tu se questo non è cattivo gusto – fare la comunione una volta l’anno e continuare a fottersene bellamente di tutto il resto. La coscienza ne vien fuori integra e pulita, almeno all’apparenza. Ma l’anima?

Per questo mi chiedo, io che non credo, ma che ho abbastanza stima di te da pensare che, anche qualora fossi solo un mito e non un personaggio realmente esistito, hai detto cose abbastanza fighe e rivoluzionarie per i tempi che hai vissuto, se ne è valsa la pena. Se ogni chiodo e ogni tortura che ti hanno attraversato il corpo non siano state un prezzo troppo oneroso, di fronte all’ipocrisia di chi oggi protegge criminali pedofili, va a braccetto con le dittature, vuol tenerci attaccati contro voglia a un respiratore e ci impedisce di amare al meglio delle nostre facoltà. E non sto parlando solo del tuo fan club. Se guardi bene, ho già scomodato tirannidi e distruzione di uomini e donne, animali, pianeti interi.

Era questo che volevi, quando hai deciso di affrontare il supplizio di una croce che ci assomiglia sempre di più? Perché a volte ho l’impressione di assomigliarti maggiormente io, gay, “peccatore” (se mai tale parola dovesse avere un significato qualsiasi), imperfettissimo e ferito dalle circostanze e da un’incontenibile bisogno di assoluto e di verità, che tutti coloro che dicono di parlare a nome tuo.

E allora, mi chiedo ancora: ma davvero sei morto e risorto e lasciare tutto in mano a certa gente, senza intrometterti più, senza dare un segno di disapprovazione, senza far capire che davvero da duemila anni a questa parte hanno sbagliato ogni cosa? No, perché davvero, io ci crederei pure in quella storia dell’amore e del suo abbraccio ad ogni creatura che c’è. Ma il tuo silenzio, in tutto questo tempo, e scusami se te lo dico, mi sa davvero di una prova troppo evidente per convincermi del fatto che forse sei una bella favola: dolce, tragica, senza speranza. E nulla più. Perché è questo il sapore che alla fine resta in bocca.

Per cui, anche se a me non piace, perché mi piace avere sempre ragione, se volessi smentirmi, ecco… per una volta non mi offenderei. Lo prometto. E ti prego di credermi.

Ma Harry Potter non è per nulla cristiano

Mi è arrivato un invito per partecipare, tra qualche giorno, alla presentazione del libro Il vangelo secondo Harry Potter, di Peter Ciaccio.

Si legge, nella pagina Facebook dell’evento:

Benché diversi credenti, e non solo, considerino il ciclo di Harry Potter un veicolo di modelli negativi, se non addirittura satanici, molti altri vi trovano invece, tra le altre, significative tracce della cultura ebraico-cristiana.

E ancora:

Peter Ciaccio propone così una lettura che mette in luce i parallelismi tra il mondo della teologia, quello della fantasia e quello reale, evidenziando molte questioni chiave della vita umana e della fede cristiana…

Personalmente trovo irritante il dover ricondurre ogni aspetto della vita a una dimensione religiosa. Forse Harry Potter è solo una storia umana che parla di sentimenti umani. E forse bisognerebbe cominciare a considerare l’ipotesi, tutta laica e scientifica, che questo sia possibile anche senza l’intenzione di qual si voglia divinità.

E in questo starebbe la grandezza dell’uomo: il sacrificio (tema centrale del romanzo della Rowling) per il bene altrui senza la necessità di una ricompensa finale, che, invece, è l’unico motore delle religioni, sempre opportunistiche.

Il senso del tempo che è stato. Per Alessandro Motta

Caro Alessandro,

ti scrivo qui, in una nota pubblica, in un documento visibile a tutte/i, per onorare la dignità e il coraggio delle tue lacrime di ieri. Lacrime che hanno origini lontane e che io penso di conoscere tutte. Le definisco, per altro, coraggiose perché hai esposto la tua più nuda umanità e questo era il senso dei Diari dell’orgoglio. Ma hai fatto di più: non hai avuto paura di affrontare la tua fragilità e per fare questo occorre una dimensione interiore che non tutti sono in grado di contenere.

Non riuscirò a rispondere a tutti gli interrogativi che hai cercato di enucleare, tra i singhiozzi, la rabbia, la delusione degli eventi passati. Non perché non voglia, ma anche io, a un certo punto, ho smesso di seguire il senso delle parole per controllare un’emotività che avrebbe voluto essere forte e onesta come la tua. Allora risponderò a quello che mi ricordo e per quello che avrei voluto dire, che avrei dovuto dirti.

Ci chiedevi a cosa è servito il tuo impegno, in tutti questi anni. Anni in cui abbiamo affrontato, prima ancora delle questioni complesse della causa omosessuale italiana, le faide associative, gli odi incrociati, il riconoscimento del nemico e tutta una mole enorme di energie oscure, ingiustificate – col senno di poi – alimentate in nome di ideali non (più) attinenti con la realtà in cui siamo immersi e non come gay, ma come cittadini, come persone, come esseri umani.

Ci chiedevi qual è stato il prezzo del tuo sacrificio, di fronte ai tuoi studi, di fronte alla tua vita privata, per portare avanti una causa che i più sembrano ignorare. Molte volte ci siamo sentiti dire, anche da “insospettabili”, a cosa servissero i nostri sforzi. Come se dovessimo essere noi a spiegare le ragioni che ci portano a volere un mondo migliore, anche per coloro che ci denigrano e continueranno a farlo.

La prima risposta che ti do può apparire scontata, ma è quello che sento di dirti. La ragione delle tue scelte, che poi sono anche le mie, sta nelle scelte stesse per cui siamo diventati militanti gay. No c’è una giustificazione che dobbiamo fornire se vogliamo che l’Italia diventi come la Spagna, la Svezia o la Germania. Dovrebbe essere qualcun altro, semmai, o dover spiegare la propria ignavia o la propria inadeguatezza. Ho la presunzione di credere che siamo nel giusto, perché vogliamo che tutti vivano nella possibilità concreta di seguire le loro scelte e le loro aspirazioni.

La seconda risposta che ti do è invece più intima. La forza che ti ha spinto a sacrificare una parte di te stesso sta nella tua nobiltà, una nobiltà che ha, tra i suoi ingredienti, il tuo idealismo, la tua amarezza di fronte le ingiustizie, il tuo orrore di fronte all’ignoranza, l’amore per Marco per il quale e con il quale immagini un futuro.

Un futuro, aggiungo, che è legittimo così come lo immagini, col tuo desiderio di famiglia. E se qualcuno dei “nostri” non riesce a capirlo, perché non capisce quanto può essere rivoluzionario nell’Italia di adesso l’aspirazione alla “normalità” di ognuno di noi, credo che, ancora una volta, non debba essere tu a fornire giustificazioni.

Le tue domande di ieri contenevano in esse le risposte che cercavi. E a quelle risposte aggiungo un’evidenza che in molti, però, non fanno troppo caso. Il tempo che ci lasciamo alle spalle non è mai perso, se alla base di esso ci sono scelte, sogni e aspirazioni. La vita si vive e il prezzo che paghiamo, a volte, è la sconfitta o il senso di impotenza. Ma la vita, per fortuna, non è solo questo.

La vita, se ci fai caso, sono le nostre serate a giocare a Bang con Lele e Monica. Sono i cineforum con Fili, le chiacchiere di fronte a un mojito con la Fuschi e Selene, i nostri appuntamenti con Giovanni. La vita è riempire un cortile o un’arena, perché la gente ha voglia di sentire quello che hai da dire. La vita è una cena dal gusto meravigliosamente retro a casa di Carmina, la stessa che ieri ti ha sostenuto, col suo abbraccio, mentre leggevi.

Fino ad adesso hai vissuto. E a volte ti sei fatto male. Ma se ieri c’era tutta quella gente ad ascoltare le tue parole, un po’ (o un po’ troppo) arrabbiate, è perché in questi anni hai comunque costruito qualcosa. Spero di farne parte ancora per molto tempo.

Con affetto sincero, con stima, con orgoglio,

tuo Dario

***

Alessandro Motta è coordinatore del Codipec Pegaso di Catania, membro del Laboratorio per il Pride e ha organizzato gli ultimi pride cittadini e il Sicilia Pride del 2009.

Ideatore, tra gli altri, della Queer Week, la nuova formula del Pride etneo del 2011.

Senza Dio, un mondo migliore

Nonostante tutto io continuo a credere che un mondo senza l’idea di Dio, sarebbe un mondo necessariamente migliore.

Le ragioni?

Meno vittime di pedofilia.
Non ci sarebbe stato lo schiavismo in America.
Non avremmo avuto l’11 settembre.
Non dovremmo pagare l’otto per mille alla chiesa.
Non ci sarebbe proprio la chiesa!
L’Irlanda del nord sarebbe un posto come un altro.
La Palestina sarebbe un posto come un altro!
Niente Shoah.
Non ci avrebbero martoriato al liceo prima con la provvidenza manzoniana poi con quella palla mostruosa della Gerusalemme Liberata.
Niente ora di religione a scuola.
Zero omofobia! E sottolineo, zero!
Non ci sarebbero state le crociate.
Non saremmo stati governati dalla DC per sessant’anni.
Avremmo più parcheggi nelle nostre città (tipo a Roma, in zona di via della Conciliazione).
Non dovremmo sopportarci lo stile indiscutibile di Rosy Bindi e Paola Binetti.
Formigoni sarebbe uno sfigato qualsiasi e Ratziger un vecchietto che non ha ancora superato la sindrome dell’amico immaginario dell’età infantile.
Casini non andrebbe in tv, col suo orrido accento e il suo fare da saputello.
Berlusconi non avrebbe vinto le elezioni col sostegno del mondo cattolico.
Non esisterebbe il piddì. Cioè, in Italia ci sarebbe la sinistra.
Si risparmierebbe a Natale e non dovremmo sorbirci il delirio di quei giorni.
Varie ed eventuali…

Certo, mi suggerisce un amico, poi non sapresti con chi prendertela quando ti martelli il dito per appendere un quadro. Ma c’è sempre il mondo intero, per questo. No?