Sulle unioni civili ci prenderanno per fame

famigliagay.jepAncora sulle unioni civili e al mio articolo precedente.

Leggo risposte e commenti, su Facebook, come questo: «a me hanno insegnato che piuttosto che niente è meglio piuttosto!».

Ok, ci prenderanno per fame. Piuttosto che niente, meglio qualcosa che assomiglia a un pranzo di nozze. Peccato che già solo questo modo di pensare sia indignitoso per cittadini/e a pieno titolo. Uguaglianza vuol dire essere uguali in tutto. Se si è “meno uguali” significa che si è diversi. E la cosa grave non è la politica, incapace e ladra di dignità, ma chi tra voi applaude all’elemosina che stanno pensando per dare un nome alla vostra esistenza affamata.

Unione gay: ecco perché deve chiamarsi “matrimonio”

Giusto ieri su Gay’s Anatomy ho scritto un articolo sulla morte di Dominique Venner, storico militante dell’estrema destra francese che a 78 anni si è suicidato a Notre-Dame per protestare contro la legge sul matrimonio egualitario.

Tra i commenti che mi hanno scritto, ne ho trovato uno particolarmente penoso – nel senso che mi ha dato pena leggerlo – e che vi riporto:

Il matrimonio è il vincolo che lega uomo e donna, sia esso religioso o solo civile. Viceversa il vincolo civile che unisce due persone dello stesso sesso puoi chiamarlo come vuoi, hai solo l’imbarazzo della scelta. O bisogna per forza chiamarlo matrimonio, solo perché vogliamo fare dispetto?

Ho riflettuto a lungo sulla risposta da dare e alla fine ho scritto quanto segue.

La questione terminologica è fondamentale e non è un fatto secondario né tanto meno un “dispetto” fatto da una componente minoritaria – evidentemente vista come tenutaria di una dignità minore – nei confronti di una maggioranza “naturale” o “normale”.

Il matrimonio è un contratto giuridico che, nel corso dei secoli, è stato soggetto a continui rimaneggiamenti: da compravendita (con tanto di dote) di figlie femmine a unione affettiva. Anche nei diversi punti del globo esistono svariate forme di matrimonio, anche tra elementi dello stesso sesso, per ragioni simboliche, religiose, pratiche, ecc (vi consiglio la lettura di Contro natura di Remotti in merito alla non unicità del matrimonio tra eterosessuali).

La questione apre una riflessione duplice: siamo, in quanto gay e lesbiche, capaci di sentimenti. Questi sentimenti sono uguali a quelli degli eterosessuali? Sì o no? Se sì, perché bisognerebbe creare due istituti paralleli (o uguali e paralleli) per disciplinare lo stesso progetto di vita che scaturisce da sentimenti uguali? Se è sempre amore, lo è sempre. Per chiunque.

Altrimenti i fautori del pensiero cattolico, anche gay-friendly, vogliono dimostrarci che esiste un amore di serie A e uno di serie B. Vogliono ma non lo fanno – ne, aggiungo, potrebbero – perché fino ad ora si limitano a posizioni di principio, tipo quella: il matrimonio è solo tra uomo e donna.

E sappiamo che non è vero, visto che siamo partiti dall’assunto che esso varia nel tempo e nello spazio.

C’è poi un aspetto molto pratico sul perché deve essere (e non solo chiamarsi) “matrimonio”: la creazione di un istituto parallelo genererebbe nel linguaggio una prima discriminazione che potrebbe portare, a livello giuridico, una differenza di trattamento nel godimento di diritti specifici.

Si è uguali a partire dal modo che abbiamo di chiamare le cose e i fenomeni. Nomi diversi indicano cose diverse. E cose diverse alimentano diversità, anche di trattamento, nel caso della legge.

Concludo non potendo non notare come l’aderenza a una fede rende inevitabile la percezione di se stessi, nel caso di certi gay credenti (e ribadisco certi, non tutti) , come soggetti “inferiori”. C’è un’ottimalità – garda caso cristiana e di natura specificamente eterosessuale – che i gay non possono nemmeno pronunciare. Ma vi sentite davvero così sporchi e peccatori, cari amici gay cattolici, da non ritenervi nemmeno degni delle stesse parole che descrivono (e tutelano) i sentimenti della maggioranza eterosessuale?

Vi lascio con questa domanda, nella speranza riusciate a trovare, prima di tutto dentro voi stessi, una risposta che non sia la solita riproposizione di un senso di colpa con cui cercate di conciliare la vostra appartenenza religiosa e – scusate il francese – ciò che si agita tra le vostre mutande.

P.S.: questo ragionamento parte dal presupposto che un matrimonio abbia come base un progetto affettivo. Tende a cadere e a modularsi diversamente quando per matrimonio intendiamo un progetto di vita basato su interessi altri. I quali, intendiamoci, per me hanno piena legittimità se avviati da adulti consenzienti.

Mondo civile e matrimonio egualitario

matrimonioegualitario

Farò il punto della situazione dei diritti delle coppie gay e lesbiche nel mondo e del matrimonio egualitario nei paesi di vecchia e nuova democrazia. E vi parlerò di una cosa che non mi piace nella dicitura “matrimonio gay”.

Ma andiamo per ordine.


1. Il mondo dei diritti

L’elenco presente è ripreso e ottimizzato dal sito di Repubblica – anche se mancano alcune realtà come il Regno Unito e l’Ungheria – che oggi dedica un articolo alla legalizzazione del matrimonio per tutti e tutte in Francia.

Francia – è il 14° Paese a rendere legali le nozze gay. L’ultimo prima della Francia è stato lo scorso 17 aprile la Nuova Zelanda. Ecco come funziona nel resto del mondo.
Nuova Zelanda – Il 17 aprile scorso il Parlamento ha approvato la legge sui matrimoni gay, diventando il primo paese dell’Asia-Pacifico a legalizzarli. La legge apre la strada all’adozione. Nel Paese l’omosessualità era stata depenalizzata solo nel 1986.
Uruguay – L’11 aprile 2013 è diventato il secondo Paese latinoamericano a permettere le nozze tra omosessuali. La nuova legge prevede l’eliminazione di ogni riferimento al sesso delle persone negli articoli del Codice Civile sul matrimonio.
Olanda – È stato il primo Paese, nell’aprile del 2001, ad aprire al matrimonio civile per le coppie gay con stessi diritti e doveri delle coppie etero, tra cui l’adozione.
Belgio – Il matrimonio omosessuale è in vigore dal 2003, mentre il via libera alle adozioni è arrivato nel 2006.
Spagna – Le nozze gay sono previste da luglio 2005. E le coppie gay, sposate o no, possono adottare bambini.
Canada – La legge sul matrimonio gay è del luglio 2005.
Sudafrica – Nel novembre 2006 il Sudafrica è diventato il primo Paese africano a legalizzare le unioni gay attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare.
Norvegia – Da gennaio 2009 omosessuali ed eterosessuali sono equiparati davanti alla legge in materia di matrimonio, di adozione e di fecondazione assistita.
Svezia – Le coppie gay possono sposarsi con matrimonio civile o religioso da maggio 2009. L’adozione era già legale dal 2003.
Portogallo – Una legge del 2010 ha abolito il riferimento a “sesso diverso” nella definizione di matrimonio. Ma è esclusa la possibilità di adottare.
Islanda – Le nozze gay sono legalizzate dal 2010. Le adozioni sono legali dal 2006.
Argentina – Il 15 luglio 2010 l’Argentina è diventato il primo Paese sudamericano ad autorizzare il matrimonio gay e le adozioni da parte di omosessuali.
Danimarca – Primo Paese al mondo ad aver autorizzato le unioni civili tra omosessuali nel 1989, ha autorizzato nel giugno 2012 le coppie gay a sposarsi davanti alla Chiesa luterana di Stato.
Messico – Le nozze sono possibili sono nella capitale, Città del Messico.
Stati Uniti – I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali solo in 9 Stati e a Washington Dc.

Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Svizzera, Colombia e Irlanda riconoscono le unioni civili.

Direi che il mondo del diritto diventa ogni giorno molto più grande. E bello.


2. Questioni terminologiche

Per favore, non chiamatelo “matrimonio gay”. Non stiamo parlando di un’oasi del diritto. Chiamarlo matrimonio egualitario è una scelta lessicale importante, perché non stiamo creando un istituto che è apposito per i gay e le lesbiche. Dire “matrimonio gay” ha lo stesso grado di assurdità di dire “diritto di voto gay” o “diritto allo studio gay”. Un diritto è tale se è fruibile da tutti i cittadini e da tutte le cittadine in un contesto di totale parita giuridica e culturale. Altrimenti ci troviamo di fronte a un privilegio.

Il matrimonio, nei paesi sopra citati, era fino a qualche tempo fa una prerogativa escludente rispetto alle aspettative democratiche di una fetta di popolazione. Minoritaria, siamo d’accordo. Ma una democrazia si misura proprio negli spazi di azione comune che riconosce proprio ai soggetti potenzialmente svantaggiati.

Dobbiamo far capire, in Italia, che non siamo sottraendo con la dicitura “matrimonio gay” un diritto naturalmente attinente alle persone eterosessuali. Stiamo operando una strada diversa, opposta: si allarga un diritto che rischia, appunto, di trasformarsi in privilegio.

Se non comprendiamo questo assunto fondamentale, saremo i primi a non meritare il concetto di eguaglianza. E dà eguaglianza ciò che è egualitario. Per cui, da oggi in poi, chiamiamolo così, il matrimonio che ci spetta. Perché siamo cittadini e cittadine con tutti i doveri richiesti ad altre categorie. Ma, proprio perché gay o lesbiche o in transizione, non abbiamo lo stesso accesso al raggiungimento della felicità affettiva garantita non solo dal ricorso a un istituto giuridico, ma anche dal poter usare un simbolo. Forte e imprescindibile.

Dobbiamo lottare perché tale simbolo sia “per tutti e per tutte”. E perché il diritto ci renda, appunto, uguali quanto il resto della società. Non di meno, né orwellianamente “più uguali degli altri”.

Poi, per il resto, W gli sposi e le spose, laddove chiunque può amare come vuole nel pieno accesso a ogni garanzia istituzionale. Adesso lavoriamo davvero per rendere anche il nostro paese più simile, anzi, del tutto uguale, al mondo che è migliore del nostro. E chissà che da quel “piccolo” passo l’Italia non diventi più bella anche sotto molti altri aspetti.

Il giusto spazio

Ieri pomeriggio ho fatto l’errore di pubblicare su Facebook uno stato che recita esattamente così:

oggi ai miei studenti ho spiegato che un mondo è giusto se dà il giusto spazio alle donne.

Parlo di errore, perché mi si è scatenato addosso il furor di chi pensa che la traduzione di quelle parole sia: “io maschio dominante, concedo a te donna alcuni diritti”. Mi si chiede, insistentemente, quale sia il “giusto spazio” e chi è che debba concederlo. Dando per scontato che quel “giusto” corrisponda al significato di “ridotto”.

Provo a chiarire, andando per gradi:

1. forse il mio stato può lasciare intendere a qualcuno che io stia concedendo degli spazi riservati naturalmente ai maschi. Capisco che la troppa sintesi può generare qui pro quo o pericolose semplificazioni, ma chi mi conosce sa perfettamente che io non vedo il mondo come uno spazio dominato da una categoria che concede diritti ad altre (essendo per altro io stesso membro di una categoria discriminata), per cui spero di potere dare rassicurazioni in tal modo

2. penso che lo spazio “giusto” – e non solo per le donne, ma per ogni categoria, discriminata e non – sia quello dell’accesso alle uguali opportunità senza guardare se davanti ci troviamo di fronte a un uomo, una donna, un gay, un ebreo, un nero, ecc. Tale accesso dovrebbe essere garantito in merito al concetto di meritocrazia – riesci a fare una cosa? Il lavoro è tuo! – e visto che anche la meritocrazia può avere una prevalenza maschile – viviamo in una società ancora patriarcale – credo sia doveroso che lo stato preveda una parità di rappresentanza in istituzioni, luoghi di lavoro, ecc

3. faccio presente che ho parlato di fronte una platea di undicenni. Certo, potevo utilizzare tutto il repertorio – che conosco bene, ve lo garantisco – del politicamente corretto, ma ho preferito usare la semplicità comunicativa. Ho detto: nel mondo ci sono uomini e donne, è giusto che tutti e tutte abbiano le stesse opportunità, il giusto spazio, appunto, di realizzare i propri desideri. Tale affermazione risulta offensiva? Credete che trasudi maschilismo? Credete che sia dannosa in merito al concetto di uguaglianza? Se è così, me ne scuso, sin d’ora. E eviterò di fare ulteriori danni. Magari lascerò lo spazio per un’educazione civica, che dovrei insegnare in quanto docente di storia, ai colleghi di religione, con tutto quello che può derivarne, nel bene e nel male. Ma almeno certi elementi critici saranno in pace con loro stessi sul fatto che un maschio non si permetta di parlare di questione femminile

4. ho la netta sensazione che non siano le cose che io dico a infastidire o a generare le perplessità, bensì il fatto che io sia di sesso maschile e, per tale ragione, di invadere un campo di non pertinenza. Non è per altro nemmeno la prima volta che certe persone puntano il dito contro le mie intenzioni solo che, a questo punto, queste dovrebbero essere oneste fino in fondo, e dovrebbero accusarmi delle oggettive colpe che vedono, invece di essere allusive e inquisitorie. A ben vedere, questo è l’atteggiamento (il loro) di quel potere maschile che pretende una giustificazione da ciò che considera una diversità naturalmente nemica

5. viviamo in una società dove il maschio bianco, eterosessuale e cattolico detiene di fatto il potere. Io credo che possiamo contrastare questo problema in due modi: o una bella rivoluzione (e ci credo poco), o un progetto culturale di assunzione delle responsabilità. Io cerco di impartire il senso del dovere che, ripeto, non è dare istruzioni sulla concessione delle prerogative. Cerco di fare del mio meglio, forse non è sufficiente, ma almeno ci provo. Poi posso anche sbagliare, ma in quel caso credo che dei consigli – sempre bene accetti – siano più indicati di un dito puntato contro e dall’accusa, generica e non ancora dimostrata, sulla mia presunta inadeguatezza

6. faccio notare, ancora, che non cedo più ai ricatti, più o meno striscianti, sulla mia presunta inadeguatezza. Trovo per altro questo atteggiamento una dinamica di tipo di tipo sovietico o (neo)fascista. Per me non c’è molta differenza, in merito, sotto il profilo formale

7. ribadisco un aspetto fondamentale: il “giusto spazio” sta nell’allargamento delle opportunità a qualsiasi categoria, discriminata e non

8. ringrazio queste persone per il fatto di considerarmi una merda. Ma come ho già detto sopra, abbiano almeno il coraggio di dirlo apertamente. Dicesi onestà intellettuale. Dote rara, ma non cara.

Quindi, concludendo, visto che il mio tentativo di costruire un’educazione alla cittadinanza nel nome delle pari opportunità è considerato una gentile concessione del maschio verso il mondo femminile, smetterò di insegnare in classe che uomini e donne devono essere uguali. Mi adeguerò ai programmi che prevedono educazione stradale e ecologia, sicuramente altrettanto importanti.

Si ringraziano certi commenti – di persone interne o vicine a certi settori di estrema sinistra e di certo pensiero vetero-femminista – per le suggestioni che mi hanno spinto a questa decisione. Grazie davvero. Voi sì che porterete avanti il mondo.

***

P.S.: in realtà questo post è solo una provocazione, che mira a far capire quanto possano essere inutili, pericolosi e sostanzialmente stupidi certi argomenti ideologici e veteroqualcosa.

Non do il potere a nessuno di impedire a portare avanti la mia battaglia, che reputo più importante dei mille distinguo su ogni piccola virgola. Ecco.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Glielo spiego io, onorevole Bindi”

Ho scritto a Rosy Bindi:

La politica dei passi avanti portata dal suo partito non rientra nella filosofia di un avanzamento verso la piena equiparazione tra coppie sposate da una parte e coppie gay e lesbiche dall’altra. I vostri sforzi sembrano, al contrario, orientati nella direzione di fare di tutto affinché tale uguaglianza non venga raggiunta e questo non tanto per convinzioni personali o per la miseria umana che potrebbe nascondersi dietro ad esse – ogni riferimento a persone come Massimo D’Alema e Paola Binetti è voluto, sia ben chiaro – fatto grave di per sé, bensì per compiacere una casta sacerdotale che legittima la sua presenza in parlamento e da cui trae linfa elettorale per fare gli interessi non del popolo italiano, ma di uno stato straniero, il Vaticano. E questo stato, nella figura del suo massimo rappresentante, uno dei pochi monarchi assoluti ancora viventi su questo pianeta, ha già fatto sapere in più di un’occasione cosa pensa di noi persone LGBT. E ciò che pensa rientra pienamente nella definizione che l’UE dà di omofobia.

Il resto, potete leggerlo e commentarlo su Gay’s Anatomy.

Parole chiave: donne, gay, Tunisia, matrimonio

Forse non tutti/e lo sanno, ma in Tunisia, al momento, è in atto una vera rivoluzione. E non di tipo “libico” o “siriano”, bensì pacifica: al femminile. Dopo il crollo del regime di un anno e mezzo fa, si sono insediate nell’assemblea costituente due principali  fazioni contrapposte: liberali e islamisti. I primi sono laici, i secondi rappresenterebbero la versione locale dei nostri partiti di matrice cattolica.

L’assemblea sta scrivendo una nuova costituzione e il partito islamico ha provato a cancellare la parità effettiva tra uomini e donne. Indovinate come? Sostituendo, nei testi fondamentali, alla parola uguaglianza un’altra: complementarità. Le donne tunisine, ma anche l’opinione pubblica ad esse solidale – e cioè, quella parte di popolo vicina al significato reale del termine democrazia – sono insorte e adesso il partito islamico, Ennhada, sta facendo marcia indietro.

Il partito Ennhada ha provato a giustificarsi adducendo scuse quali: il concetto di uguaglianza era comunque ribadito altrove, il termine “complementarità” andava inteso come sinonimo, ecc.

Aiutiamoci col dizionario e vediamo cosa ci dice in merito: è complementare ciò “che si aggiunge a qlco. completandolo, anche se non è necessario”. Per i fratelli mussulmani, insomma, le donne rappresenterebbero un accessorio della democrazia. Per fortuna la società civile tunisina è di gran lunga migliore rispetto a quel partito e questo dovrebbe far riflettere molti islamofobi, tra le altre cose, e molti fan della superiorità dell’occidente.

Qui mi limiterò a suggerire un’altra chiave di lettura, che lega la questione terminologica del paese africano a una nostra querelle lessicale, quella che oppone la parola matrimonio al riconoscimento dei diritti delle coppie di gay e lesbiche.

Ovviamente le due situazioni sono molto diverse: in Tunisia si esce da una dittatura durata decenni, qui siamo in una democrazia malata, ma pur sempre dentro una democrazia.

Eppure gli elementi in comune stanno nella presenza di partiti confessionali che, in nome di una fede, e in questo cattolici e islamici sembrerebbero uguali, dettano condizioni di disuguaglianza spacciandole per politica.

Sento dire dai nostri parlamentari: i diritti sì, il matrimonio no. La famiglia è una sola, per la democrazia le coppie di fatto possono anche none sistere (Giovanardi & Co) oppure avere diritti ridotti, limitati, non riconosciuti dentro il concetto di coppia (Bindi e affiliati).

Esattamente come per i fratelli musulmani con le donne, noi gay e lesbiche, ma anche gli eterosessuali in situazione di coppie di fatto, possiamo, al massimo, puntare all’essere complementari alla famiglia tradizionale. Cioè, possiamo sperare, se tutto va bene, di essere accessori, non previsti, addirittura superflui. E se qualcosa dovesse arrivare, sarebbe per gentile concessione dei nostri fratelli cattolici.

Credo che le donne tunisine ci abbiano dato un esempio degno della migliore civiltà libertaria. Sta a noi, adesso, non arretrare sull’irrilevanza delle questioni lessicali. Le parole creano e descrivono il mondo. Se non le usiamo tutte, creeremo un mondo limitato, più stretto, dove ci sarà sempre meno spazio per qualcuno7a di noi. In Tunisia lo hanno capito dopo una lunghissima dittatura. Noi, in democrazia, non siamo ancora in grado di pretenderlo, è il caso di dirlo, a chiare lettere.

Rotelli sulle unioni civili: c’è piena parità solo col matrimonio

Riporto qui di seguito le parole di Antonio Rotelli, presidente dell’Avvocatura LGBT Rete Lenford. Per chi non lo sapesse, Rotelli è il tecnico che ha scritto la proposta di legge di iniziativa popolare sulle unioni civili lanciata, la scorsa settimana, da un gruppo di politici omosessuali e transessuali – tra cui spiccano i nomi di Concia, Luxuria, Zan, Grillini, La Torre, ecc – su cui si è aperta un’aspra polemica.

La proposta è stata bocciata anche dallo stesso curatore, Rotelli appunto, che risponde così a chi fino ad adesso lo ha tirato in ballo per legittimare quello che si profila come uno dei più grandi errori strategici della storia dei diritti civili in Italia. Vi lascio direttamente alle sue parole, in risposta a un suo commentatore su Facebook che gli faceva notare la necessità di un chiarimento sull’intera faccenda:

Caro Marco, hai ragione! C’è bisogno di un chiarimento. Il testo della iniziativa di legge l’ho scritto io. Non è un segreto e non lo è mai stato. Quando me lo hanno proposto ci ho riflettuto e poi ho pensato che si trattava di un lavoro particolarmente adatto ad un avvocato, quale sono, specializzato in legistica.

Quasi ogni giorno scrivo testi di legge, ma – come puoi immaginare – spesso sono testi i cui contenuti non condivido. La mia preoccupazione è scrivere un testo che sia il migliore possibile dal punto di vista tecnico, ma non sono coinvolto nella scelta politica che ci sta dietro.

È per queste ragioni che aver scritto materialmente il testo non autorizza nessuno a usare il mio nome per legittimarsi. Ed è per le stesse ragioni che la responsabilità politica dell’iniziativa, nel bene e nel male, è di chi l’ha pensata, voluta e presentata.

Le mie idee al riguardo sono il precipitato della mia storia personale. Da sempre coltivo la convinzione che per le famiglie omosessuali o c’è il matrimonio o non c’è uguaglianza e pari dignità. Se sposarsi è un diritto fondamentale, non possiamo esserne esclusi per il nostro orientamento sessuale. Del resto, se oggi parliamo di matrimonio si deve anche al mio lavoro di anni. Sulla sentenza della Corte costituzionale, su quella della Corte di Cassazione e su molte altre, so che in filigrana c’è scritto anche il mio nome. Me ne sono occupato da dietro le quinte, così come ho fatto consigliando centinaia di coppie che si sono sposate all’estero.

Scrivere il testo di questa legge per me è stato solo un lavoro. Quando mi sono confrontato con i Colleghi e le Colleghe di Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford, abbiamo convenuto che l’Associazione dovesse rimanerne fuori per poter esprimere liberamente – come poi ha fatto – il suo punto di vista. Quel punto di vista era ed è anche il mio, come limpidamente ho anche detto fin da subito al mio committente.

Spero di aver chiarito la mia posizione e ti/vi ringrazio per quello che tu e i giovani di Padova avete scritto.

Per quel che mi riguarda, non credo che ci sia da aggiungere molto altro. Ricordo, infine, che Rotelli fa parte di un’associazione che, insieme ai radicali di Certi Diritti, è l’unica fino ad ora ad aver raggiunto risultati concreti in merito ai diritti per le persone LGBT.

Forse la classe politica, a cominciare da chi ha proposto quell’iniziativa, inutile e potenzialmente dannosa, dovrebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro. Un buon politico si vede anche dal cammino che percorre rispetto ai propri errori.

Nasce Equality Italia. Ma ce n’era bisogno?

Non so voi, ma io mi chiedo sinceramente a che pro far nascere Equality Italia quando esistono già altre associazioni di respiro nazionale e visto che buona parte del suo gruppo dirigente proviene dalle file di Arcigay e del partito democratico.

Così com’è impostata adesso sembra un tentativo da parte dei rappresentanti della mozione uscita sconfitta dal precedente congresso di Arcigay di ricrearsi un ambito politico d’azione che non debba dar conto alla nuova dirigenza Patanè.

Non vorrei, per altro, che i timori di Giovanni Dall’Orto si rivelassero fondati: creare cioè una sponda da dare al pd per giustificare una piattaforma politica ultra-moderata che prevederà una legislazione inadeguata e limitata a disegni di legge come quelli dei DiCo.

D’altro canto, dentro questa nuova realtà associativa trovo nomi di persone egregie, cosa che mi spinge ad augurare loro la riuscita di un percorso politico proficuo verso la realizzazione della piena uguaglianza delle persone GLBT e di altre categorie discriminate, secondo quella che è la mission di Equality.

Per cui, per ora, non resta che augurare un buon lavoro agli amici e alle amiche di questa nuova realtà. Per la valutazione dei risultati dovremo aspettare ancora un po’, invece.