Seibezzi tra diritto, “cultura della vita” e minacce di morte

Camilla Seibezzi è una consigliera comunale di Venezia, con la delega da parte del sindaco Orsoni ai Diritti civili e contro le discriminazioni. Coerentemente con il suo lavoro, ha fatto una proposta che reputo giusta e condivisibile: ha proposto di modificare la modulistica per l’accesso agli asili nido: invece di inserire i termini “padre” e “madre”, questi verranno sostituiti con “genitore”.

La ragione la spiega la consigliera stessa in un video all’Ansa: «La scelta di “genitore” non esclude l’uso corrente del termine “padre” o “madre” come molti temono semplicemente li comprende. Questo provvedimento fa sì che qualsiasi tipo di famiglia che va a iscrivere i propri figli a scuola non subisca discriminazioni né viva delle situazioni di disagio. Così la madre single piuttosto che il padre vedovo, la coppia eterosessuale piuttosto che la coppia omosessuale che iscriva i propri figli venga compresa a pieno titolo dalla parola “genitore”».

Viviamo in una società in cui la famiglia eterosessuale è, ormai, una delle tante realizzazioni possibili. Sicuramente maggioritaria e certamente degna di ogni rispetto, ma altrettanto relativa rispetto ad altre forme familiari ormai presenti anche nel nostro paese.

Una scelta di buon senso, dunque, che non solo non è lesiva per le coppie eterosessuali, sposate o meno, credenti o laiche, ma che include nell’ambito del diritto anche tutte quelle realtà familiari e genitoriali che al momento sono escluse dal riconoscimento pubblico. Un atto di giustizia, per dirlo in altre parole.

Ovviamente la cosa non ha tardato a infiammare polemiche da parte dei soliti noti. UdC, Lega e Fratelli d’Italia – rispettivamente: un partito che ha fatto eleggere diversi esponenti condannati o indagati per mafia, un altro che ha fatto del razzismo la sua cifra politica (si ricordino gli insulti a Kyenge) e un drappello di ex fascisti che si sono fatti un partito a parte per la vergogna di stare nella stessa sigla di Berlusconi, ma non abbastanza coerenti con quel sentimento per correre da soli – hanno tuonato le solite litanie apocalittiche sulla fine della famiglia tradizionale.

E si sa: poiché viviamo nel paese in cui viviamo, all’omofobia di palazzo segue sempre quella di strada. E questa ha un linguaggio e uno soltanto: la violenza. Camilla Seibezzi, infatti, è stata minacciata di morte sul web per la sua iniziativa.

Evidentemente, la cultura della vita – tanto decantata dai tutori della famiglia eterosessuale e cattolica – ha bisogno dell’istigazione alla violenza, del mantenimento delle disparità, delle discriminazioni e delle minacce di omicidio per poter salvaguardare i milioni di “padri” e “madri” che vivono in Italia. Fossi in loro non vivrei poi così tranquillo…

Ci dovremmo essere abituati, visto che quella cultura ha già prodotto fenomeni analoghi con chi, nel corso dei secoli, ha semplicemente tentato a pensare con la propria testa: roghi, caccia alle streghe, inquisizioni e crociate dovrebbero renderci avvezzi a un certo tipo di esternazioni. Eppure la ragione umana non si rassegna di fronte all’esibizione di certa inciviltà.

Personalmente esprimo la mia più totale vicinanza umana e la mia più assoluta solidarietà per Camilla Seibezzi. Il suo impegno testimonia che, a volte, non è vero che la ragione – intesa anche come intelletto – non può stare da una parte sola. In tutta questa storia vedo, da un lato, un tentativo di rendere questo paese più civile; dall’altro, la solita logica basata su arroganza, prevaricazione e odio sociale. Quest’ultima non può e non deve avere cittadinanza. Non più.

La chiesa, l’omofobia, la politica italiana e l’idiozia dell’insieme

Credo sia abbastanza inutile che vi dica quanto non mi abbia sorpreso l’ultima sortita di Joseph Ratzinger sui matrimoni egualitari. Non mi stupisce per almeno tre ordini di ragioni:

1. la chiesa è omofoba, per cui quell’affermazione per cui il matrimonio tra due uomini e tra due donne è contro la pacifica convivenza degli esseri umani rientra in una coerenza interna di chi, prima, aveva bisogno di odiare ebrei, di schiavizzare neri, di stringere alleanze con le dittature, ecc, e adesso non può rinunciare all’ultimo nemico interno, rappresentato dai gay;
2. la Francia sta operando affinché si abbia una legislazione sul matrimonio egualitario in tempi relativamente brevi e anche il Regno Unito si muove in quella direzione;
3. in Italia tra pochi mesi, verosimilmente a febbraio, ci saranno le elezioni legislative e la chiesa sta già mandando segnali chiarissimi ai partiti su come comportarsi in merito alla questione omosessuale.

Certo, l’affermazione è goffa, oserei dire ai limiti del sospetto della demenza senile per chi l’ha pronunciata – se un vecchietto qualsiasi dicesse una cosa analoga ai danni di qualsivoglia minoranza verrebbe, nel migliore dei casi, compatito – e possiamo giurare che, proprio per chi l’ha proferita, tale scempiaggine verrà accolta entusiasticamente dalla nostra classe politica, la più derelitta d’Europa (basti guardare al silenzio del Pd e lo sconcerto della destra per le critiche scaturite, soprattutto su Twitter, contro il papa).

Di buono c’è, appunto, la reazione della comunità, non solo LGBT. Una protesta trasversale ha attraversato i social network, coprendo di ridicolo un’istituzione – e di conseguenza i suoi scagnozzi, si chiamino essi Bersani, Casini o Alfano (o chi per lui) – sempre più sola nella lettura che riesce a dare della società. Una lettura, nel migliore dei casi, folle. Più realisticamente, criminale. Il papa ha implicitamente incitato all’odio verso un’intera categoria di persone che hanno l’unica colpa di volersi amare, nella piena dignità giuridica.

Segnalo, a tal proposito, due materiali ripresi dal web. Il primo, un montaggio curato dall’associazione radicale Certi Diritti:

kato

la didascalia recita: «sopra la foto di David Kato Kisule, attivista lgbt e iscritto di Certi Diritti, al congresso dell’associazione il 26 dicembre 2010. Un mese dopo David è stato ammazzato a Kampala.
Sotto la foto dell’incontro di ieri in cui il papa ha benedetto la speaker del Parlamento ugandese, Rebecca Kadaga, che ha promesso ai fondamentalisti una legge antigay come “regalo di natale”.

Il secondo, un manifesto del gruppo di Condividilove, che l’estate scorsa aveva prodotto un bellissimo video sul matrimonio per tutti/e:

condividilove2

la società italiana, in altre parole, si dimostra molto più europea di una chiesa amica più vicina alle istanze di potenti e pedofili – che a quelle della democrazia – e alle sue metastasi parlamentari più note come PdL, Pd, UdC e partiti minori.

E sia ben chiaro: tra poco si tornerà a votare. Teniamolo bene a mente…

Il Pd, Elsa e Priebke al governo

Il Partito democratico non ce la fa. Non è nel suo DNA essere una formazione seria capace di creare indirizzi politici forti e, quindi, strategie vincenti per vincere le elezioni e governare il paese, per fare dell’Italia uno stato moderno, europeo, realmente democratico, laico e liberale.

Si era visto, per altro, già dalla sua costituzione, assolutamente contro natura, per cui un partito di sinistra (o presunto tale) ha svenduto il suo patrimonio elettorale ai residuati bellici dell’ex DC – Bindi, Fioroni, ecc – o lo ha regalato a quei trasformisti della politica italiana a cominciare da Rutelli. Roba che manco una drag queen, in confronto.

A guidare questa transizione verso una delle pagine più grigie della storia della Repubblica, l’ex sindaco di Roma, Veltroni, che facendo cadere il governo Prodi ha consegnato il paese intero in mano a Berlusconi, assieme ad altre due colonne della politica italiana: Rutelli e Fassino. I quali passeranno alla storia per aver decretato la morte dell’unico partito possibile, un soggetto socialista-democratico (senza nessuna e) sul modello della SPD o del PSF, per intenderci. E invece…

Adesso questo transatlantico alla deriva è pilotato da un capitano la cui stessa base mette in discussione – altrimenti Renzi non avrebbe ragion d’essere – rappresentativo solo della poltrona che occupa, esempio “illuminato” di una casta di sciagurati che in un paese serio qualsiasi, sarebbe già stata sterminata, politicamente parlando.

Nel contesto italiano, sarebbe facile, adesso, vincere le elezioni. Pressare il governo per non far passare le leggi ultra-conservatrici che favoriscono banche e speculatori a danno dei cittadini onesti, ad esempio. Minacciare gli alleati di far saltare ogni cosa, se dovesse passare la proposta di legge elettorale che penalizzerebbe una probabile coalizione SEL-Pd. E invece…

Bersani vuole Casini, in un impeto affettivo talmente incomprensibile che potrebbe dar adito al sospetto di pulsioni omoerotiche – mi si conceda la provocazione, non lo penso e non lo auspicherei nemmeno: i gay italiani non potrebbero subire anche questa mostruosità.

Casini lo vuole o politicamente morto, o subalterno alla sua politica confessionale e centrista, scenario che evidentemente a Bersani piace – ché forse è insita nella natura dei mediocri l’esser marginali o la stessa prospettiva di fare tale fine. Ma il Pd continua ad anelare alleanze con chi, in parlamento, o vota perché la comunità gay di questo paese venga ancora discriminata, oppure, quando non dà sfogo alla propria omofobia, fa eleggere personcine a modo come Totò Cuffaro.

Tutto questo è Casini, assieme il suo partito.
Tutto ciò Bersani desidera disperatamente.

In questa parabola di miseria umana e di terrore istituzionale, l’ultima sortita per pedere definitivamente l’elettorato progressista, il nostro Pierluigi l’ha partorita poco fa: se Fornero vuol far parte del suo governo, non ha che da chiederlo. Poco importa che questa gentile signora insulti milioni di giovani, tra precari e disoccupati, con epiteti esotici o che abbia già taglieggiato pensioni e diritti sociali. A Bersani basterà che la nostra si dichiari di sinistra. Poi potrà continuare, anche sotto il suo governo, il suo massacro sociale.

Due considerazioni sorgono lecite, a questo punto.

La prima è un’affermazione, quasi un consiglio: caro Bersani, guarda che se non li vuoi i voti della sinistra, basta dirlo eh!

La seconda è una domanda: visti gli alleati di cui ti circondi, il prossimo chi è, Priebke con delega alle pari opportunità?

In tal caso, basterà che l’ex comandante utilizzi la parola “compagno”. Visti i criteri di selezione, per Bersani sarà più che sufficiente.

Legge anti-omofobia e arance per l’UdC

Mentre ieri il mondo diveniva un luogo più salubre per i diritti di cittadinanza delle minoranze, l’Italia decideva di rotolarsi nel fango  del pregiudizio e dell’omofobia respingendo, in Commissione Giustizia, una proposta di legge per estendere ai reati di omofobia e transfobia la legge Mancino.

Attori di questo ennesimo schiaffo alla democrazia, i soliti partiti clericali e criptofascisti che rispondono ai nomi di UdC, Lega Nord e PdL.

È chiaro, e dovrebbe esserlo anche agli amici e alle amiche del Partito democratico, che non ci sono possibilità di mediazione e di rapporti politici con certi discutibili personaggi, che per altro tramano apertamente perché il centro-sinistra non torni a governare il paese.

Credo che sia evidente che l’unico rapporto che il Pd dovrebbe avere con l’UdC di Casini è quello pertinente all’orario di visita dei detenuti carcerari, per portar le arance ai vari deputati che Pierferdinando ha fatto eleggere e che sono finiti o finiranno in prigione.

Lo capissero anche Bersani ed altri eventuali fautori di alleanze coi “moderati” – termine che qui in Italia coincide col concetto di “integralismo religioso” – saremmo un passo in avanti verso il concetto di serietà politica e di dignità umana.

Matrimonio egualitario: il mondo civile dice sì

Spagna, 6 novembre 2012: La Consulta ha bocciato il ricorso del Partido Popular e conferma la legge Zapatero sul matrimonio esteso alle coppie gay e lesbiche. Un passo importante nei confronti della cultura mondiale del diritto per le minoranze. La Spagna, anche in un momento di grave crisi economica, non rinuncia al dibattito sulla questione dei diritti e, soprattutto, alla loro salvaguardia.

Stati Uniti d’America, 7 novembre 2012: Obama vince le elezioni presidenziali per la seconda volta consecutiva, con un programma di grande apertura sui diritti delle coppie gay e lesbiche. Il presidente rieletto, per altro, si è detto favorevole al matrimonio egualitario. Nella stessa giornata di ieri è stato votato con esito positivo un triplice referendum, in Maine, Maryland e Washington, che istituisce il matrimonio per le coppie formate da persone dello stesso sesso. In Minnesota, invece, un referendum contrario viene respinto.

Francia, 7 novembre 2012: il governo ha approvato il disegno di legge sul matrimonio egualitario, che verrà discusso a gennaio in Parlamento.

In poco meno di ventiquattro ore il mondo civilizzato e democratico sconfessa, nell’ordine: la filosofia omofoba del Vaticano e dei suoi galoppini parlamentari italiani; Pierferdinando Casini e il suo orrido partito fondamentalista; l’italica destra (PdL e Lega) sempre più arroccati su posizioni medievali; l’intera linea del Partito democratico sulle unioni civili – con conseguenti mediazioni al ribasso – portate avanti dal 2007 a oggi, e in particolar modo le posizioni di personaggi discutibili quali Fioroni, Bindi, D’Alema e altri personaggi, più o meno grigi – Renzi e Bersani inclusi – della cricca cattocomunista di cui sono fieri alfieri.

A tutto questo non si può che dire sì. Un sì che va in direzione contraria al medio evo in cui pensano di vivere ancora le suddette persone e realtà politiche e che, proprio per la loro inadeguatezza di fronte al presente e alla storia, devono essere cancellati dalla scena politica italiana.

Sarebbe opportuno, adesso, che il movimento LGBT si desse una bella scossa e organizzasse, da qui ai prossimi mesi, continue iniziative di protesta e di sensibilizzazione per arrivare, in tempi brevi, a una legislazione avanzata sui diritti di cittadinanza. Magari mettendo da parte, per una volta, dissidi, dissapori, inimicizie politiche e quanto, fino a ora, ci ha reso, anche per colpa nostra, fanalino di coda in Europa e in quella parte di mondo che si fregia dell’aggettivo “civile”.

P.S.: per integrare, potete pure leggere il mio articolo di oggi su Gay’s Anatomy.

Cosa mai l’ha fatta diventare così stupido, onorevole?

Quella che segue è una lettera aperta che un giocatore di football americano, Chris Kluwe, della squadra dei Minnesota Vikings, ha scritto a tale Emmett C. Burns Jr., esponente del Partito Democratico americano che si era precedentemente scagliato contro un suo collega dei Baltimore Ravens, Brendon Ayanbadejo, per il suo supporto al matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La lettera, che è stata pubblicata su Il Post, è molto eloquente a tale proposito:

Caro Emmett C. Burns Jr.,

Trovo inconcepibile che lei sia stato eletto come delegato dello stato del Maryland. Il suo livore e la sua intolleranza mi imbarazzano, e mi disgusta pensare che lei sia in qualsiasi modo e a qualsiasi livello coinvolto nel processo di formazione delle politiche sociali.

Le posizioni che lei abbraccia ed espone non prendono in considerazione alcuni punti fondamentali, che illustrerò con dovizia di particolari (potrebbe esserle necessaria l’assunzione di uno stagista che la aiuti con le parole più lunghe):

1. Come sospettavo, non ha letto la Costituzione, quindi le vorrei ricordare che il Primo, primissimo emendamento di questo fondamentale documento si occupa della libertà di parola, e in particolar modo delle limitazioni di tale libertà.
Utilizzando la sua posizione istituzionale (facendo riferimento ai suoi elettori in modo da minacciare implicitamente la gestione dei Ravens) per dichiarare che i Ravens dovrebbero «scoraggiare dichiarazioni di questo genere» da parte dei loro dipendenti – nello specifico Brendon Ayanbadejo – non solo lei sta chiaramente violando il Primo Emendamento, ma dimostra di essere una narcisista macchia di merda.

Che cosa mai l’ha fatta diventare così stupido? Mi sconcerta che un uomo come lei, che fa affidamento sullo stesso Primo Emendamento per coltivare i propri studi religiosi senza timore di ritorsioni da parte dello Stato, possa giustificare il soffocamento del diritto alla libertà di espressione di qualcun altro. Chiamare “ipocrita” un uomo come lei sarebbe mancare di rispetto alla parola. “Osceno, assurdo ipocrita del cazzo” è un po’ più appropriato, forse.

2. «Molti dei vostri tifosi non sono d’accordo con questa presa di posizione e ritengono che [questi argomenti] non debbano avere posto nello sport, che dovrebbe riguardare il tifo, l’intrattenimento, l’entusiasmo e nient’altro». Santo cielo, quante stronzate. Ha sul serio detto questa roba, lei che è stato «attivamente coinvolto nelle task force del governo che si sono occupate delle conseguenze culturali e sociali della schiavitù in Maryland» (come recita la sua voce di Wikipedia, ndt)? Non ha mai sentito parlare di Kenny Washington? Di Jackie Robinson? Nel 1962 la NFL prevedeva ancora la segregazione razziale, che è stata spazzata via grazie a atleti e allenatori coraggiosi che hanno osato esprimere il loro parere e fare la cosa giusta.
E nonostante tutto questo lei è capace di dire che la politica e le questioni politiche «non dovrebbero avere un posto nello sport»? Non so neanche da dove cominciare per immaginare la dissonanza cognitiva che con ogni probabilità sconvolge in questo momento la sua mente confusa e marcia, e la ginnastica mentale con cui il suo cervello si è contorto fino a produrre una dichiarazione così assurda da meritare una medaglia d’oro olimpica (il giudice russo sicuramente le darebbe 10, per “bellissimo repressivismo”).

3. Questo è più un mio dubbio personale. Ma perché odia la libertà? Perché odia il fatto che altre persone vogliano avere la possibilità di vivere le loro vite ed essere felici, anche se la pensano in modo diverso dal suo, o si comportano in modo diverso? In che modo, in che forma, la riguarda il matrimonio gay? In che modo influisce sulla sua vita? Teme che se il matrimonio gay diventasse legale, lei comincerebbe all’improvviso a pensare al pene? «Oh merda, il matrimonio gay è stato approvato, devo subito correre a farmi sfondare di cazzi!». Ha paura che tutti i suoi amici diventino gay e non vengano più la domenica a vedere le partite da lei? (Comunque è improbabile, dato che anche ai gay piace guardare il football).

Posso assicurarle che il matrimonio gay non avrà alcun effetto sulla sua vita. I gay non verranno a casa sua a rubare i suoi figli. Non la trasformeranno magicamente in un lussurioso mostro mangiacazzi. Non rovesceranno il governo in un’orgia di edonistica dissolutezza soltanto perché all’improvviso avranno gli stessi diritti del 90 per cento della nostra popolazione – diritti come le indennità della previdenza, agevolazioni fiscali per chi ha figli, i permessi familiari o i congedi per malattia per prendersi cura dei propri cari, e l’assistenza sanitaria estesa a coniugi e figli. Sa che cosa farà ai gay il fatto di avere questi diritti? Li renderà cittadini americani a tutti gli effetti, proprio come tutti gli altri, con la libertà di perseguire la felicità con tutto ciò che questo comporta. Le dicono niente le battaglie per i diritti civili degli ultimi 200 anni?

In conclusione, spero che questa lettera, in qualche modo, la porti a riflettere sulla dimensione del colossale casino che lei ha spudoratamente scatenato ai danni di una persona il cui solo crimine è stato esporsi per qualcosa in cui credeva. Buona fortuna per le prossime elezioni, sono certo che ne avrà bisogno.

Cordialmente,
Chris Kluwe

P.S. Mi sono dannatamente esposto sulla questione del matrimonio gay, quindi può anche prendere il suo «non sono a conoscenza di altri giocatori della NFL che abbiano fatto quello che fa Ayanbadejo» e ficcarselo nella sua piccola boccaccia priva di empatia, strozzandocisi. Stronzo.

A quanto pare l’omofobia induce molte persone, anche quelle che si definiscono democratiche, ad auspicare la fine delle libertà personali per contrastare, in nome di vecchie superstizioni, il principio dell’autodeterminazione.

Una lettera del genere, ancora, potrebbe benissimo essere indirizzata a molti dei nostri politici – Giovanardi, Casini, Buttiglione, Bindi, D’Alema, ecc. – ma purtroppo non ci risulta che tra i nostri sportivi vi sia qualcuno che abbia una coscienza civica così sviluppata e, parolacce a parte, una così felice loquela.

Noi abbiamo gente come Gattuso e Cassano. E se lo sport è lo specchio di una società, si capisce come mai abbiamo anche certa gente dentro Pd, UdC e PdL.

Diritti civili e nessun leader gay

Il dibattito sul matrimonio (che non si farà) e sulle unioni civili (che dicono di voler fare) non è solo lo specchio di una politica, assieme alla sua classe dirigente, logora e ammuffita. È anche la cartina al tornasole di un movimento gay assolutamente incapace di darsi una direzione e, quindi, di affrontare la questione secondo una strategia non solo comune ma, addirittura, vincente.

Dentro il movimento, e più in generale anche dentro la comunità LGBT, si stanno polarizzando due posizioni. Chi sostiene la necessità del matrimonio – e io sono tra questi – e chi, invece, mira a una mediazione sulle unioni civili, perché più a portata di mano, almeno secondo chi perora questa causa.

Premetto un aspetto fondamentale: le due cose possono benissimo coesistere anche dentro lo stesso schema di pensiero. È ovvio che questo parlamento, che sarà a lungo in ostaggio, come la democrazia che dovrebbe rappresentare, di personaggi quali D’Alema, Bindi, Berlusconi e Casini, non produrrà niente di buono sul versante dei diritti civili. Si arriverà a una legge che, nella migliore delle ipotesi, assomiglierà agli attuali PaCS francesi. E se pensiamo ai DiCo di bindiana memoria, sicuramente questo è un passo in avanti. Rispetto un mondo che però, su quel passo, ne ha già fatti mille in più. Il movimento tutto questo non riesce a vederlo, sia tra i “duri e puri” del matrimonio, sia tra i “possibilisti” circa l’opportunità dell’uovo oggi, in attesa della gallina del futuro domani, per il momento molto, troppo futuro.

Di fronte a questo stato di cose, se domani il parlamento legiferasse, nella migliore delle ipotesi, per una civil partnership sul modello inglese, con diritti pressoché uguali a quelli garantiti dal matrimonio, saremmo davvero a un passo avanti e ciò non toglierebbe, a noi fautori del matrimonio, un orizzonte politico di più vasto respiro, mentre metterebbe a tacere chi, da Imma Battaglia in poi, si accontenta di formule di serie B con tanto di elogi a Casini e teodem vari.

Il problema, è appunto, di strategia, non di obiettivi di medio termine.

Si sente moltissimo la disunità del movimento, il suo totale scollamento dalla comunità di gay e lesbiche. Non c’è una voce comune. non un leader che la rappresenti. Solo presidenti di associazioni, alcune delle quali pure inutili e dannose, perché personalistiche. Altri ancora sono talmente invischiati nelle logiche di partito che dovrebbero avere il buon senso di tacere, per non scomodare il sospetto del conflitto di interesse, anche elettorale. E invece…

Chi è pro-matrimonio non mi sembra si stia irregimentando dentro una strategia di lungo periodo.
Chi è pro-unioni, invece, si limita a elogiare entusiasticamente una serie di intenti che non sono supportati dalla prova dei fatti, ma che, al contrario, sono conditi da insulti (vedi Casini) e intimidazioni (vedi le ultime di Bindi).

Ci vorrebbe un movimento che faccia, assieme alla comunità, corpo unico e che andasse a parlare con Bersani, con Vendola, con Di Pietro e Casini e dicesse: noi spostiamo un milione di voti. Se li volete, vogliamo nero su bianco sin d’ora la firma del vostro impegno sulla proposta di legge e il testo della stessa che andrà presentata in parlamento. Su quella vi daremo il voto e, va da sé, quella pattuita dovrà essere presentata, senza se e senza ma. A sostegno e come garanzia, si dovrebbero pretendere alcuni rappresentanti, interni al movimento, da far eleggere in parlamento, come indipendenti, per vigilare sullo stato dei lavori.

Almeno venti parlamentari sicuri, tra Camera e Senato, prelevati dall’associazionismo e dalla comunità. Da scegliere, magari, col meccanismo delle primarie.

Se il governo mantiene la promessa, bene. Avrà, anche in futuro, i nostri voti. Il movimento, dal canto suo, dovrebbe impegnarsi a costruire una maggiore cultura del consenso dentro partiti e società civile per rendere il nostro paese più vicino ai mille passi in avanti di Francia, Spagna, Regno Unito, democrazie nordiche, USA, democrazie sudamericane, ecc.

Questo dovrebbe esser fatto, nel medio periodo. Ma una voce unica, su tutto questo, non esiste. Esiste, invece, l’ordine sparso, tanto caro a molti “non leader” del nostro movimento, perché in quel caos è più facile dire la propria e ululare alla luna dell’opportunismo.

Avremo una grande responsabilità come movimento e come comunità per quelli che saranno i mesi futuri, gli accordi elettorali, i programmi, le cose da fare. La politica farà la sua pessima figura, di fronte a noi e di fronte al mondo. E noi non saremo migliori. Temo.

Rosy Bindi si allea con Casini e insulta i rottamatori

Il dado è tratto. In un’intervista alla Stampa Rosy Bindi parla di alleanze e di premiership:

Un Monti bis dopo le elezioni è una prospettiva con cui il Pd potrebbe trovarsi a dover fare i conti. In una situazione così fluida Rosy Bindi non esclude nulla anche se tifa per un governo politico di centrosinistra con Casini, guidato dal segretario del suo partito.

In barba ai malumori all’interno del partito e nel disinteresse più totale dei sentimenti dell’elettorato democratico, non confessionale e inviso a una visione integralista e fondamentalista della società. Anzi, non contenta dell’ennesima forzatura, Bindi insulta i rottamatori, la componente del pd che si oppone alla svolta a destra del partito:

La loro arroganza a volte è superiore alle loro capacità, che peraltro sono moltissime. E non vedo all’orizzonte una classe dirigente in grado di soppiantarci da un giorno all’altro.

Il messaggio è chiaro. Così come ai suoi contestatori, alla Festa dell’Unità, la pasionaria del pd lancia un aut aut: seguire i suoi diktat oppure andar via dal partito. Tanto, a sentir lei, nessuno ha la forza di sostituire l’attuale classe dirigente. La stessa, a ben vedere, che ha consegnato l’Italia a Berlusconi per ben tre volte in vent’anni. Mica pizza e fichi.

Lettera a Imma Battaglia sui diritti, le aperture e le feritoie

Gentile Imma Battaglia vorrei farle notare come espressioni del tipo «stabilire garanzie giuridiche per una coppia di conviventi anche dello stesso sesso è un fatto di civiltà ma i matrimoni tra gay sono una idea profondamente incivile, una violenza della natura e sulla natura» non rientrano propriamente nel concetto di rispetto. Basta che lei sostituisca la parola “gay” a “nero”, “ebreo”, “donna”, ecc, e ne avrà la riprova.

Le dico, secondo quello che è il mio parere, che Casini quelle parole – che lei ha sposato, pur riconoscendone il tono poco rispettoso – le dice non perché si è convertito, seppur a fasi alterne, alle migliori correnti di pensiero europeo e mondiale sulla sfera dei diritti, ma che afferma quel che afferma per trovare un’intesa elettorale con Bersani, il cui partito ha promesso «un presidio giuridico» sulle coppie di fatto, che prevedono una soluzione «nei dintorni della legislazione tedesca» e che questo, in parole più povere, andrà tradotto, molto probabilmente, con l’ennesima leggina insulsa sul modello dei DiCo del 2007.

In merito a tutto questo, vorrei spiegarle – casa Imma, a cui ricordo il merito di aver organizzato la grandiosa manifestazione del World Pride del 2000 – che lei ha tutto il diritto di esprimere la sua opinione, assieme al diritto di pensare che le sue relazioni affettive, se portate al piano della piena eguaglianza giuridica, possano essere considerate (da lei o dai politici che supporta) in qualità di barbarie.

Ecco, Battaglia, lei ha tutto il diritto di sentirsi una persona di serie C2. Ma, per favore, quando fa certe affermazioni, vista la sua visibilità pubblica, per favore ripeto, parli a titolo strettamente personale.

Infine, le suggerisco di tenere bene a mente la differenza tra un’apertura e una feritoia. Da quest’ultima, di solito, si lanciano frecce ai nemici. E non è colpendo con i dardi infetti dell’omofobia i nostri diritti che si entra in modo dignitoso, cioè a pieno titolo, nel castello dell’uguaglianza di fronte alla legge.

Cordialmente,

Dario Accolla

Elezioni in Italia ed Europa: nuova (e brutta) politica all’arrembaggio!

Tempo di elezioni in Italia e in Europa. E credo che si possa sposare l’affermazione di Paola Concia, riguardo Parigi e Atene: la Francia rappresenta la speranza, la Grecia l’incubo.

Non nascondiamoci, infatti, un aspetto importantissimo: l’avanzata dell’estrema destra. Non solo il Front National, di Marie Le Pen, ma anche i neonazisti ellenici, di Alba Dorata. Roba, per intenderci, che i nostri leghisti, in confronto, sembrano mammolette illuministe.

Voto di protesta, certo. E voto di crisi. Ma pur sempre voto. Una scelta che non è per la “democrazia” in senso classico. Una scelta che non è, per altro, orientata verso l’astensione o la scheda bianca bensì verso opzioni comunque violente. E questo non va tenuto sotto gamba. La storia lo insegna.

In ogni caso, come già detto due settimane fa, adesso Hollande, in Francia, dovrà affrontare una sfida difficilissima: dare nuova credibilità a quella politica “tradizionale” che in tutta Europa è insidiata da una politica nuova – erroneamente accostata al prefisso anti-, e si pensi agli stessi Pirati tedeschi… – che non si riconosce nell’architettura istituzionale. Questo tentativo, si ricordi, dovrà inserire un nuovo percorso sui diritti GLBT. Vedremo come.

Per quanto riguarda l’Italia, credo che si possa riassumere la situazione di queste amministrative in modo seguente:
• le urne premiano la sinistra, sebbene la sinistra, anche in questo caso, benefici delle difficoltà della destra
• la Lega perde consensi, ma non scompare
• il PdL si scioglie, come il cerone di Berlusconi
• il Terzo Polo, di fatto, non esiste (Bersani e D’Alema, avete capito adesso o avete bisogno di un disegnino?)
• esplode il Movimento 5 Stelle, vero vincitore di queste elezioni

A questo proposito, mi soffermo su alcune ulteriori considerazioni:

1. a Genova vince il candidato di SEL, Doria, come a Milano la primavera passata. E a Palermo sembra profilarsi una situazione simile a quella di Napoli dell’anno scorso. Un candidato sostenuto da democratici e sinistra e che viene travolto da quello dell’Italia dei Valori, Leoluca Orlando. L’IdV rischia di divenire un alleato indispensabile. E questo devono capirlo non solo gli amici piddini, ma anche quelli dipietristi;

2. sul Terzo Polo. Un articolo sull’Unità parla di sostanziale flop di un’accozzaglia di partiti che si riduce a un’UdC allargata a pochi transfughi del PdL (Fini) e del Pd (Rutelli). Casini, intanto, si trincera dietro un assordante mutismo. A cominciare dal suo profilo su Twitter. Sperando che si tratti dell’inizio del giusto oblio della sua orripilante carriera politica;

3. i numeri del voto. Molti già dicono: «ha votato solo il 67% degli aventi diritto». Or bene, la democrazia non è ciò che potrebbe accadere se. È ciò che accade a urne chiuse. I berlusconiani lo ripetevano sempre. Non sarebbe male rinfrescar loro la memoria;

4. dal voto italiano ed europeo emerge un messaggio chiarissimo all’Europa dei burocrati. Merkel a livello internazionale e Monti, qui in Italia, hanno avuto un messaggio più che chiaro.

La sinistra, se vuole essere forza egemone e leader, deve partire da tutte queste considerazioni, bloccare il tentativo proporzionalista dell’UdC, partito che ha candidato Cuffaro e Romano – ricordiamolo sempre – e trovare un’unità interna, di programma e quindi di coalizione, che dia a questo paese un futuro nuovo.