Andiamo a litigare col parroco…

Riporto dal sito dell’UAAR:

Lo sbattezzo, visto dalla parte della Chiesa, si chiama apostasìa. Se da un punto di vista dottrinale è un peccato mortale, per il diritto penale della Chiesa, applicabile a tutti i battezzati, rappresenta invece un «delitto» (Codice di diritto canonico, can. 1041).

Quindi se ho ben capito, se non mi dichiaro cattolico sono peggiore dei pedofili che questi signori nascondono nelle loro chiese.

Per questa ragione durante il 24 dicembre, proprio in occasione del Natale, decisi di regalarmi la cancellazione dai registri parrocchiali, sia perché lo dovevo a me stesso e all’alta considerazione che ho di me in quanto cittadino onesto e laico, sia perché non posso più permettere a questi signori di battere cassa allo Stato italiano, in un momento di crisi come questo, in virtù del fatto che mi considerano un loro credente, con quella truffa chiamata otto per mille.

Ebbene, a distanza tre mesi e oltre, non ho ancora ricevuto nessuna notifica da parte di questi gentili signori che per legge sono obbligati a trasmettermi, attraverso raccomandata, l’avvenuta cancellazione dagli elenchi della parrocchia.

Vorrà dire che per Pasqua, dentro l’uovo, troverò una bella lite (con tanto di denuncia penale da parte mia) col parroco della chiesa in cui sono stato battezzato.

E tanti auguri!

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In fondo l’Italia è omofoba perché va in chiesa

Due notizie mi hanno accolto al risveglio. Apparentemente del tutto scollegate tra loro, eppure una stessa matrice subculturale le accomuna e le rende le due facce della stessa medaglia.

La prima sembra quasi una barzelletta: un uomo va in banca, per una normale operazione di routine. Il cassiere lo guarda e gli fa: «Lei è finocchio, non la servo». Succede nella civilissima Siena. Di quale banca si tratta ci è impedito saperlo. Il giornale non ne parla.

A questo proposito ricordo che in Italia, di fronte a certi crimini, efferati o minori, la stampa non ha problemi a pubblicare a quattro colonne nomi e cognomi e provenienza geografica di rom, extracomunitari, rumeni e via discorrendo.

La seconda: alla facoltà di Medicina di Palermo gli studenti di Infermieristica sono stati invitati a partecipare alla messa natalizia. Scrive l’UAAR, che denuncia il fatto: «…si consigliava caldamente agli studenti di partecipare, facendo presente che la messa sarebbe stata conteggiata come tirocinio».

Un vero e proprio abuso, ci fa notare ancora l’UAAR, «che discrimina in particolare gli studenti non credenti o di altra religione».

Aggiungo che con la messa e la comunione non guarisci le ferite e non curi i malati. A tal proposito, mi piacerebbe che si proponesse agli alti prelati e ai sacerdoti che impongono questo tipo di dinamiche di curarsi esclusivamente con la preghiera. Sarebbe interessante realizzare che sarebbero i primi a non aver fiducia nelle qualità taumaturgiche del loro dio.

L’Italia, tuttavia, è questa.

È l’Italia che sbatte in prima pagina il rom che (non) ha violentato la ragazzina bugiarda, ma poi protegge il nome di banche dove vengono insultati onesti cittadini.

È l’Italia in cui la chiesa pretende di avere il predominio morale sulle coscienze degli italiani, attraverso il ricatto e l’intimidazione: se non vieni a messa, niente crediti universitari.

Non mi stupirebbe sapere che l’anonimo – per ora – cassiere dell’altrettanto anonima – sempre per il momento – banca senese sia un timorato di Dio. E non mi stupirebbe venire a conoscenza del fatto che a Palermo si sia detto, eventualmente, qualcosa contro i moderni figli di Sodoma. L’omofobia, a ben vedere, ha in santa romana chiesa una delle sue madri più prestigiose. Il resto è cronaca.

Pedofilia: governo e chiesa uniti nella lotta. Contro i giudici

Pietro Forno, che come si legge su Repubblica on line è  «procuratore aggiunto di Milano, capo del pool specializzato in molestie e stupri», in una recente intervista rilasciata al Giornale ha dichiarato che nei tanti anni in cui si è trovato a dover indagare su casi di pedofilia all’interno della chiesa, le indagini sono sempre partite dai familiari delle vittime e mai dagli esponenti del clero.

Dichiarazione sufficiente per scatenare le ire del ministro Alfano, che in un momento di ulteriore impeto garantista ha deciso di mandare gli ispettori a Milano per capire se ci sono gli estremi per parlare di diffamazione contro le gerarchie cattoliche.

Un po’ come dire che certi abusi dentro questa o quella fabbrica sono denunciati per lo più dagli operai e non dai dirigenti dell’azienda e lo Stato, invece che controllare la natura dell’abuso, manda la polizia contro il sindacato che protegge i lavoratori. Ma questa d’altronde è la destra che attualmente ci governa.

Mentre il nostro Guardasigilli paga, forse, il prezzo dell’appoggio delle gerarchie vaticane di cui sopra nell’appena trascorsa campagna elettorale, tale Raniero Cantalamessa – nomen omen – frate cappuccino e predicatore della Curia di Roma, sempre secondo Repubblica, durante l’omelia della Passione, ha definito l’attacco di questi giorni contro la chiesa simile all’antisemitismo razzista.

Qualcuno dovrebbe far notare rispettivamente al ministro e al frate quanto segue:

1. dire che specifiche denunce arrivano dalle vittime e non da chi dovrebbe controllare come vanno le cose dentro certe sacrestie non è diffamazione. È la triste constatazione del fatto che il Crimen solicitationis di Joseph Ratzinger, attualmente papa, evidentemente ha fatto scuola. Per altro se ne sono accorti pure in America, visto che vogliono portare Benedetto XVI in tribunale per chiarire certi suoi rapporti con sacerdoti accusati di aver fatto stupri di massa contro minori;

2. paragonare un’azione giudiziaria da parte degli organi dello Stato contro stupratori di bambini alle torture che i nazisti infliggevano agli ebrei è un’enormità che grida vendetta da parte dello Stato e della Magistratura, paragonati ai carnefici dei lager; e da parte degli ebrei, ridotti alla stessa stregua dei pedofili accusati e condannati per i loro crimini orrendi.

Poi, siccome al peggio non c’è mai fine, e la chiesa è fatta da uomini, alcuni dei quali preferiscono il peggio a Dio, ugualmente infinito, tale monsignor Girotti, si legge sul sito dell’UAAR, ammette serenamente che è peggio praticare l’aborto piuttosto che stuprare un bambino, poiché l’aborto è omicidio mentre la violenza su minore, se accompagnata da sincero pentimento, si può perdonare.

Ancora, dal sito dell’UAAR, leggiamo:

«L’intervistatore chiede se il confessore possa denunciare il colpevole all’autorità giudiziaria e Girotti risponde in maniera secca: “Assolutamente no. Il confessore non solo non può imporgli l’autodenuncia, ma non può nemmeno recarsi da un magistrato per denunciarlo. Romperebbe il sigillo sacramentale”».

Possiamo dormire sonni tranquilli, insomma. Se abbiamo commesso un crimine orrendo e ci mostriamo sinceramente pentiti davanti a Dio, e possibilmente a debita distanza dalla giustizia, troveremo pace e perdono e la chiesa non farà nulla per consegnarci nelle mani di polizia e tribunali.

Se poi dovessimo incappare in questa disgrazia non c’è d’aver molta paura: troveremo sempre qualche prete compiacente che farà di noi vittime da olocausto e uguale a un ufficiale delle SS chi cerca di far rispettare le regole. E se il giudice racconta, né più e ne meno, ciò che succede, questo governo gli metterà i bastoni tra le ruote inviando i suoi ispettori. Non sia mai che ciò che è evidente diventi pure di dominio pubblico.

Alla luce di tutto questo non stupisce poi più di tanto come mai, nelle ultime regionali, gli uomini di Silvio e gli uomini di Dio siano andati tanto d’accordo.