Renzi e l’inglese

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Ho sentito ieri uno stralcio del discorso di Renzi all’assemblea del Partito democratico. Devo ammettere che il ragazzo ci sa fare, in quanto a comunicazione. Giudicheremo al momento del dunque se le sue promesse sono solo retorica o se c’è concretezza in quelle parole. Il momento della valutazione arriverà. Nell’attesa di esso, faccio notare un aneddoto curioso.

Renzi, parlando di Landini, ha detto che il sindacalista gli ha suggerito di non usare più i termini stranieri quando si parla di lavoro. “Da quando si parla in inglese, noi lavoratori abbiamo meno diritti”.

Dopo di che, il sindaco di Firenze ha parlato di diritti delle persone LGBT, riprendendo il suo cavallo di battaglia sul tema: le civil partnership.

Ecco, fossi uno degli amici gay o delle amiche lesbiche che stanno nel partito farei notare, oltre l’uso dell’inglese, che la politica italiana ci ha sempre promesso modelli stranieri o sigle suggestive per poi non fare mai nulla.

Meno esotismi, meno Inghilterra (o Francia o Germania) e più parole nostrane. Magari quelle di “matrimonio” e “egualitario”. Invece del solito niente.

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Unione gay: ecco perché deve chiamarsi “matrimonio”

Giusto ieri su Gay’s Anatomy ho scritto un articolo sulla morte di Dominique Venner, storico militante dell’estrema destra francese che a 78 anni si è suicidato a Notre-Dame per protestare contro la legge sul matrimonio egualitario.

Tra i commenti che mi hanno scritto, ne ho trovato uno particolarmente penoso – nel senso che mi ha dato pena leggerlo – e che vi riporto:

Il matrimonio è il vincolo che lega uomo e donna, sia esso religioso o solo civile. Viceversa il vincolo civile che unisce due persone dello stesso sesso puoi chiamarlo come vuoi, hai solo l’imbarazzo della scelta. O bisogna per forza chiamarlo matrimonio, solo perché vogliamo fare dispetto?

Ho riflettuto a lungo sulla risposta da dare e alla fine ho scritto quanto segue.

La questione terminologica è fondamentale e non è un fatto secondario né tanto meno un “dispetto” fatto da una componente minoritaria – evidentemente vista come tenutaria di una dignità minore – nei confronti di una maggioranza “naturale” o “normale”.

Il matrimonio è un contratto giuridico che, nel corso dei secoli, è stato soggetto a continui rimaneggiamenti: da compravendita (con tanto di dote) di figlie femmine a unione affettiva. Anche nei diversi punti del globo esistono svariate forme di matrimonio, anche tra elementi dello stesso sesso, per ragioni simboliche, religiose, pratiche, ecc (vi consiglio la lettura di Contro natura di Remotti in merito alla non unicità del matrimonio tra eterosessuali).

La questione apre una riflessione duplice: siamo, in quanto gay e lesbiche, capaci di sentimenti. Questi sentimenti sono uguali a quelli degli eterosessuali? Sì o no? Se sì, perché bisognerebbe creare due istituti paralleli (o uguali e paralleli) per disciplinare lo stesso progetto di vita che scaturisce da sentimenti uguali? Se è sempre amore, lo è sempre. Per chiunque.

Altrimenti i fautori del pensiero cattolico, anche gay-friendly, vogliono dimostrarci che esiste un amore di serie A e uno di serie B. Vogliono ma non lo fanno – ne, aggiungo, potrebbero – perché fino ad ora si limitano a posizioni di principio, tipo quella: il matrimonio è solo tra uomo e donna.

E sappiamo che non è vero, visto che siamo partiti dall’assunto che esso varia nel tempo e nello spazio.

C’è poi un aspetto molto pratico sul perché deve essere (e non solo chiamarsi) “matrimonio”: la creazione di un istituto parallelo genererebbe nel linguaggio una prima discriminazione che potrebbe portare, a livello giuridico, una differenza di trattamento nel godimento di diritti specifici.

Si è uguali a partire dal modo che abbiamo di chiamare le cose e i fenomeni. Nomi diversi indicano cose diverse. E cose diverse alimentano diversità, anche di trattamento, nel caso della legge.

Concludo non potendo non notare come l’aderenza a una fede rende inevitabile la percezione di se stessi, nel caso di certi gay credenti (e ribadisco certi, non tutti) , come soggetti “inferiori”. C’è un’ottimalità – garda caso cristiana e di natura specificamente eterosessuale – che i gay non possono nemmeno pronunciare. Ma vi sentite davvero così sporchi e peccatori, cari amici gay cattolici, da non ritenervi nemmeno degni delle stesse parole che descrivono (e tutelano) i sentimenti della maggioranza eterosessuale?

Vi lascio con questa domanda, nella speranza riusciate a trovare, prima di tutto dentro voi stessi, una risposta che non sia la solita riproposizione di un senso di colpa con cui cercate di conciliare la vostra appartenenza religiosa e – scusate il francese – ciò che si agita tra le vostre mutande.

P.S.: questo ragionamento parte dal presupposto che un matrimonio abbia come base un progetto affettivo. Tende a cadere e a modularsi diversamente quando per matrimonio intendiamo un progetto di vita basato su interessi altri. I quali, intendiamoci, per me hanno piena legittimità se avviati da adulti consenzienti.

Mondo civile e matrimonio egualitario

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Farò il punto della situazione dei diritti delle coppie gay e lesbiche nel mondo e del matrimonio egualitario nei paesi di vecchia e nuova democrazia. E vi parlerò di una cosa che non mi piace nella dicitura “matrimonio gay”.

Ma andiamo per ordine.


1. Il mondo dei diritti

L’elenco presente è ripreso e ottimizzato dal sito di Repubblica – anche se mancano alcune realtà come il Regno Unito e l’Ungheria – che oggi dedica un articolo alla legalizzazione del matrimonio per tutti e tutte in Francia.

Francia – è il 14° Paese a rendere legali le nozze gay. L’ultimo prima della Francia è stato lo scorso 17 aprile la Nuova Zelanda. Ecco come funziona nel resto del mondo.
Nuova Zelanda – Il 17 aprile scorso il Parlamento ha approvato la legge sui matrimoni gay, diventando il primo paese dell’Asia-Pacifico a legalizzarli. La legge apre la strada all’adozione. Nel Paese l’omosessualità era stata depenalizzata solo nel 1986.
Uruguay – L’11 aprile 2013 è diventato il secondo Paese latinoamericano a permettere le nozze tra omosessuali. La nuova legge prevede l’eliminazione di ogni riferimento al sesso delle persone negli articoli del Codice Civile sul matrimonio.
Olanda – È stato il primo Paese, nell’aprile del 2001, ad aprire al matrimonio civile per le coppie gay con stessi diritti e doveri delle coppie etero, tra cui l’adozione.
Belgio – Il matrimonio omosessuale è in vigore dal 2003, mentre il via libera alle adozioni è arrivato nel 2006.
Spagna – Le nozze gay sono previste da luglio 2005. E le coppie gay, sposate o no, possono adottare bambini.
Canada – La legge sul matrimonio gay è del luglio 2005.
Sudafrica – Nel novembre 2006 il Sudafrica è diventato il primo Paese africano a legalizzare le unioni gay attraverso “matrimonio” o “partenariato civile”. Le coppie possono anche adottare.
Norvegia – Da gennaio 2009 omosessuali ed eterosessuali sono equiparati davanti alla legge in materia di matrimonio, di adozione e di fecondazione assistita.
Svezia – Le coppie gay possono sposarsi con matrimonio civile o religioso da maggio 2009. L’adozione era già legale dal 2003.
Portogallo – Una legge del 2010 ha abolito il riferimento a “sesso diverso” nella definizione di matrimonio. Ma è esclusa la possibilità di adottare.
Islanda – Le nozze gay sono legalizzate dal 2010. Le adozioni sono legali dal 2006.
Argentina – Il 15 luglio 2010 l’Argentina è diventato il primo Paese sudamericano ad autorizzare il matrimonio gay e le adozioni da parte di omosessuali.
Danimarca – Primo Paese al mondo ad aver autorizzato le unioni civili tra omosessuali nel 1989, ha autorizzato nel giugno 2012 le coppie gay a sposarsi davanti alla Chiesa luterana di Stato.
Messico – Le nozze sono possibili sono nella capitale, Città del Messico.
Stati Uniti – I matrimoni tra persone dello stesso sesso sono legali solo in 9 Stati e a Washington Dc.

Germania, Finlandia, Repubblica Ceca, Svizzera, Colombia e Irlanda riconoscono le unioni civili.

Direi che il mondo del diritto diventa ogni giorno molto più grande. E bello.


2. Questioni terminologiche

Per favore, non chiamatelo “matrimonio gay”. Non stiamo parlando di un’oasi del diritto. Chiamarlo matrimonio egualitario è una scelta lessicale importante, perché non stiamo creando un istituto che è apposito per i gay e le lesbiche. Dire “matrimonio gay” ha lo stesso grado di assurdità di dire “diritto di voto gay” o “diritto allo studio gay”. Un diritto è tale se è fruibile da tutti i cittadini e da tutte le cittadine in un contesto di totale parita giuridica e culturale. Altrimenti ci troviamo di fronte a un privilegio.

Il matrimonio, nei paesi sopra citati, era fino a qualche tempo fa una prerogativa escludente rispetto alle aspettative democratiche di una fetta di popolazione. Minoritaria, siamo d’accordo. Ma una democrazia si misura proprio negli spazi di azione comune che riconosce proprio ai soggetti potenzialmente svantaggiati.

Dobbiamo far capire, in Italia, che non siamo sottraendo con la dicitura “matrimonio gay” un diritto naturalmente attinente alle persone eterosessuali. Stiamo operando una strada diversa, opposta: si allarga un diritto che rischia, appunto, di trasformarsi in privilegio.

Se non comprendiamo questo assunto fondamentale, saremo i primi a non meritare il concetto di eguaglianza. E dà eguaglianza ciò che è egualitario. Per cui, da oggi in poi, chiamiamolo così, il matrimonio che ci spetta. Perché siamo cittadini e cittadine con tutti i doveri richiesti ad altre categorie. Ma, proprio perché gay o lesbiche o in transizione, non abbiamo lo stesso accesso al raggiungimento della felicità affettiva garantita non solo dal ricorso a un istituto giuridico, ma anche dal poter usare un simbolo. Forte e imprescindibile.

Dobbiamo lottare perché tale simbolo sia “per tutti e per tutte”. E perché il diritto ci renda, appunto, uguali quanto il resto della società. Non di meno, né orwellianamente “più uguali degli altri”.

Poi, per il resto, W gli sposi e le spose, laddove chiunque può amare come vuole nel pieno accesso a ogni garanzia istituzionale. Adesso lavoriamo davvero per rendere anche il nostro paese più simile, anzi, del tutto uguale, al mondo che è migliore del nostro. E chissà che da quel “piccolo” passo l’Italia non diventi più bella anche sotto molti altri aspetti.