Figli dell’aria

La costanza delle cicale.
Il canto incompreso delle gazze.
Il cielo di quarzo, in guerra tra il vento e l’afa.

Nessun uccello a volteggiare per le nuvole. Ed io che appartengo all’aria, non ho il potere di interrogare il mare sugli auspici venturi.

Vorrà dire che attenderò tempi più adeguati e il temporale che purifica. Intanto, rimetto in ordine le mie armi magiche e, cosa ancora più importante, i pensieri di questi giorni tra ferro e fuoco.

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La tempesta

Mi piacciono i temporali estivi. Il cielo si colora della sua furia benigna e l’odore dell’acqua pervade ogni cosa, dall’anima alla pietra. Di là, intanto, voci di donne preparano i cibi destinati alla sera. E la testarda immobilità del canneto alla finestra, al mio cospetto, tra i diamanti di pioggia che ha rubato alle nuvole, trattenendoli, tra trame e brame di corda.

Tutto questo è come quello che sento. Un sentimento fuori stagione. E la frescura del tempo, che contraddice le profezie del meteo, che fa nascondere la gente sotto i balconi. È esattamente quello che porto dentro, adesso. Come il colore di occhi che ignorano, ma che si incrociano ai miei, tra un sorriso senza pretese, dentro il sapore del tè, dentro domande che ne nascondono altre. Impronunciabili.

Il fulmine e la sua voce, in uno scrigno di vapore celeste. Chissà che non illumini il giusto scorcio, sin qui, al di qua del mio oblò.