Le parole ulteriori

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E poi c’è la regola del fuoco: mai, e sottolineo, mai sprecare parole ulteriori con chi non ha il tempo che tu hai utilizzato per proferirle in passato.

Nel senso che va marchiata nel cuore, come se fosse ferro rovente. Perché ha la stessa sacralità di un rito di iniziazione.
E tutto il resto delle cose da dire è inutile, a partire da questo momento.

On air: The Muse, The time is ranning out (per caso, lo giuro)

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Il suono del tempo che

Il tempo che verrà avrà il suono di queste strade bagnate. Un suono di tetti, da poter gestire senza troppe aspettative. E avrà il un cielo di latte oscuro, a metà strada tra il rosso e le tenebre, sebbene incapace di spaventare davvero, perché quando nel buio ci vivi, alla fine, anche le ombre hanno contorni familiari e ogni cosa ha un suo volto.

Sarà rassicurante come il sonno che ti abbraccia la sera, nella parte sinistra del tuo letto.

Si ripeterà, sempre uguale, nella risacca marina dei giorni. Nel sapore delle tazze bianche e del caffè del risveglio. Nell’attesa del treno, nell’orizzonte scrutato, sgombro di nubi, ma pronte a invaderci come pennacchi di cavalieri celesti. Nelle telefonate dense di amore, di quello che, tuttavia, non infliggi agli alberi dentro cardioidi intagliati con un coltello o come quando, da bambini, usavamo le chiavi di casa. Nell’attesa di una pioggia come questa. Verticale. Come il suono di un’arpa con una corda sola.

Sarà una comoda, rassicurante quotidianità. Scevra delle vesti dei fantasmi impigliate nei rami morti, anch’essi. Sarà un tempo indenne ai loro richiami, ai loro pentimenti tardivi. Avrò il profumo delle mandorle, il suono di una musica ascoltata altre volte, la voce di una telefonata che arriva sempre.

Sarà uno spazio interiore dove trovar rifugio per quella profonda inquietudine che ti tormenta per ricordarti che sei vivo. Quell’insieme di domande che non ti aiutano a mettere radici. Quel rimbombo eterno, che va oltre la sicurezza degli oggetti, alla certezza delle immagini mentali. Che ti fa sentire disperatamente solo, di fronte al baratro. Ma che, subito dopo, ti fa aprire le ali per trasformarlo in orizzonte.

10 Favourite songs of all time

Le dieci canzoni che porterei con me in ogni tempo. Anche se dieci canzoni sono poche. E non basta tutto il tempo possibile per conoscerle tutte, per conoscerle fino in fondo.

Twenty one, Cranberries: perché un giorno sarò come il finale di questa canzone.
I giardini della preesistenza, Franco Battiato: perché se esiste, il paradiso, è così.
Non molto lontano da qui, Carmen Consoli, perché dice la verità.
Your woman, White Town: perché parla di libertà e autodeterminazione.
Because the night, Patty Smith: perché, a modo suo, mi trasmette gioia.
My skin, Nathalie Merchant: perché mi somiglia. Dannatamente.
You’ll follow me down, Skunk Anansie: perché non deve accadere mai più.
Thorn, Nathalie Imbruglia: perché siamo tutti un po’ lacerati.
Time is running out, Muse: perché il tempo è prezioso e noi lo sprechiamo.
Bells, The Nacked and Famous: perché mi ricorda che l’amore è possibile.

L’elenco, ovviamente, è casuale. E, soprattutto, mai definitivo.

Trentasette

E adesso che tutto cambia, tutto appare come è sempre. Da sempre.
Adesso che dai un nome alla luce dei giorni, che non riconosci le strade che navighi quotidianamente e che un tempo ti erano amiche, ti erano amanti.
Adesso che il tempo non è indulgente, adesso è arrivato il tempo.

Di smettere di praticare il dolore, per capire che il dolore fa male.
Di smettere di credere che basta un abbraccio che arriva quando meno te lo aspetti per credere che tutto sia definitivamente cambiato.
Di smettere di credere che verrà il principe azzurro, fuxia o marrone-merda che ti salverà e ti porterà via da qui. Perché solo tu puoi salvarti, per andare in ogni altrove.
Di smettere di guardare al passato come l’unica occasione possibile. Di sentirti senza una direzione anche se la direzione, in fin dei conti, non c’è.
Di smettere di smarrire, un poco alla volta, ogni pezzetto di ciò che sei.

E poi.

Cerca di trovare quella parte di te che non ti rende ancora intero.
Di ritrovare le persone che ti hanno accompagnato, per tutto questo tempo, e che si sono un po’ disperse a guardare il vento e le foglie. Proprio come hai fatto tu.
Di capire che la vita va un po’ oltre la tua pelle, le tue dita, la tua tastiera e il tuo mondo fatto di equidistanze e di squilibri, di nascondigli e di cose che stentano a venir fuori.
Di porre fine alla tirannide delle tue manie.
Di avere più pazienza, ma di non avere paura di dire le cose come stanno.
Di osare.
Di crederci ancora, senza sperare l’inverosimile, perché il tuo cammino si è popolato di unicorni e di streghe buone, ma i miracoli non li hai mai incontrati e forse c’è una ragione.
Di volerti bene.

Per il resto buon compleanno. È questo il mio regalo.

On air: Win one for the reaper