Tabacci, giù le mani dai nostri figli

Bruno Tabacci, leader dell’ennesimo partito centrista dello 0,0%, torna sul dibattito dei diritti civili, del matrimonio e delle adozioni con l’unico argomento di cui sono capaci i cattolici di fronte alla complessità umana: il no.

Secondo le agenzie, riportate da Libero, il “leader” centrista avrebbe sentenziato:

Il matrimonio è quello fissato dalla Carta Costituzionale e comunque, soprattutto, non si toccano i bambini. Un conto è che si discuta del figlio naturale di un membro di una coppia gay: in questo caso non c’è dubbio che possa essere dato in affido. Sto parlando dell’adozione di bambini che vengono da altre realtà, da altre comunità o da altre condizioni.

Proviamo a tradurre: un conto è che chi ha già la disgrazia di nascere e/o crescere in una famiglia di pervertiti ci rimanga, un altro discorso va fatto per chi può essere salvato da questa tragedia.

Adesso Tabacci smentisce, sostiene di non aver mai detto “giù le mani dai bambini”, ma sta di fatto che il contenuto delle sue parole è e rimane quello: i gay e le lesbiche non possono crescere (e adottare) i figli (degli altri). Per il compagno del genitore biologico prevede, al massimo, un affido.

Io credo, invece, che veicolare questo tipo di messaggi sia una violenza indicibile verso quei centomila bambini italiani che sono figli di un genitore omosessuale. Tabacci sta lasciando intendere a queste persone che i loro papà o le loro mamme sono dei poco di buono. Forse l’ex senatore dell’UdC, poi ApI, adesso Centro Democratico sarebbe più credibile se rivolgesse, questa volta a chiare lettere, la stessa identica frase a quella chiesa cattolica che è stata e che è il suo attuale sponsor politico. Per le ragioni che conosciamo tutti, purtroppo…

Fino a quel momento, Tabacci tenga lontano le sue mani, attraverso i suoi discorsi omofobi, dai nostri figli. Lo impongono il senso del rispetto, l’umanità e una coscienza che altre culture definirebbero come “cristiana”.

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Primarie da copione, con flop finale

Niente di nuovo sotto il sole, sarebbe da dire. Bersani primo, Renzi secondo, Vendola terzo e Puppato e Tabacci con percentuali tali da rendere gloriose le ultime tornate elettorali di Rifondazione & ko. Adesso nel teatrino della politica si consumerà ciò che in altri paesi si chiama consacrazione e che qui in Italia, patria di ogni corruzione semantica possibile, è definito col termine di primarie.

Perché dico questo? Cito Aldo Busi, sottile analista della pagina politica di ieri il quale, oltre ad aver definito i “fantastici cinque” con l’epiteto più idoneo di “smoscia-uccelli”, fa notare ad una Parietti in cerca disperata di visibilità, senza nemmeno l’attenuante dell’Isola dei Famosi –il momento più alto del suo eloquio è stato una citazione plurima dell’epiteto “culo” – che questa tornata “elettorale” è cosa modesta rispetto alle gare, quelle vere, che possiamo assistere altrove.

Queste primarie avrebbero avuto un senso, in altre parole, senza l’ingombrante presenta di un Bersani come espressione di un potere, quello dell’apparato di partito, che non ha intenzione di schiodarsi da poltrone et similia.

Votare l’attuale segretario del Pd ha avuto il solo significato di giustificare gli ultimi vent’anni di politica italiana. Tutta. Quindi il berlusconismo, che è il vero creatore dell’attuale classe dirigente di quel partito, tolte alcune eccezioni, va da sé.

Ieri perciò non si è votato tra due o più progetti di sinistra da presentare all’elettorato. È stata per lo più una conta per capire se il modello politico vincente in Italia debba essere quello della conservazione o quello dell’innovazione. E faccio presente che considero il primo modello quello proposto da Bersani e Vendola, il secondo quello seguito da Renzi. Certo, un’innovazione di tipo centrista e liberista, ma sempre preferibile al cattocomunismo che è stato fertile humus dell’ultimo ventennio. Fosse non altro per ridefinire su basi nuove il concetto di sinistra.

Il copione seguirà come deve: l’elettorato piddino, ligio nel prendere le parti del più forte, eleggerà senza nulla obiettare – a cominciare da tutto il male derivante dal governo Monti, sostenuto in tutto e per tutto dall’attuale segretario del Pd – Bersani, per poi lamentarsi, subito dopo, dei mali italiani. Un po’ come Susanna Camusso, la cui dichiarazione di voto ha di fatto distrutto ogni residuo di credibilità della CGIL (per chi non lo sapesse, la signora in questione ha votato il responsabile delle politiche per cui poi fa scioperare i lavoratori).

Vendola intanto fa l’occhiolino ai due finalisti. Dimenticando di ricordare di aver firmato un documento di intenti che lo lega a doppia mandata al leader piddino… certo, potrebbe fare l’ago della bilancia e chiedere maggiori garanzie su diritti civili, scuola, spese militari (da ridurre), questione morale, ecc. Temo che si accontenterà di recitare la sua parte da comprimario, delegando Casini a perno della futura coalizione.

E questo è quanto, popolo. Con un’ultima considerazione. A votare, sono andati in tre milioni e poco più. Cifra rispettabilissima, per carità. Ma il Pd – e gli altri candidati – riflettano bene: è il dato più basso nella storia delle primarie italiane. Anche se temo che tale riflessione, come molte altre, su quello che in realtà è un flop, purtroppo non arriverà.

Primarie? No grazie

Il 25 novembre si voterà per le primarie. Secondo l’attuale moda italiana della politica – queste non sono primarie vere, per altro, sono consacrazioni del potente di turno, da Veltroni in poi – mi dovrei recare a votare uno dei “fantastici cinque” per dare all’Italia il futuro da me sperato.

Vi spiegherò le ragioni per cui non andrò a votare.

1. I candidati

Sono impresentabili. Non nel senso che sono persone poco oneste – sappiamo tutti e tutte dove vanno a finire ladri e delinquenti di questo paese – ma nel fatto elementare che dei cinque, solo due hanno la possibilità reale di vincere (Bersani o Renzi), mentre le altre candidature sono semplicemente delle conte di corrente.

Bersani non mi piace perché è asservito al peggiore clericalismo dalemiano: rappresenta, in altre parole, il peggio della politica italiana. Se vincesse lui rifarebbero i DiCo, per altro, una legge discriminatoria che quest’anno cambierà nome in “unione alla tedesca”. E i gay che gli andranno ancora dietro avranno la grossolana illusione di avere un leader europeo, quando invece ci troviamo di fronte solo un piccolo e grigio burocrate di provincia che ha imparato, non senza pochi sudori freddi, a pronunciare correttamente la parola gay

In tutto questo, si ricordi, Vendola ha stretto un patto con lui, per cui se si va al ballottaggio gli elettori di SEL voteranno in blocco Bersani e il suo programma ultraconservatore. Grazie Nichi, ti ricordo che tu sei pure gay. Grazie per la sensazione di nausea che mi hai ragalato quando speravo che il tuo partito fosse l’unica scelta possibile.

Renzi piace a Confindustria, va a cena ad Arcore e pensa che il capitalismo sia di sinistra. Adesso, farebbe pure una partnership all’inglese. Questo lo renderebbe il più votabile tra i due unici accreditati al ballottaggio. Peccato che poi anche lui sia tentato da vocazioni maggioritarie che, Veltroni docet, servono solo a far vincere la destra. Insomma, votare Renzi avrebbe senso solo per distruggere il Pd. Ma aspettiamo le prossime politiche e questo fatto si realizzerà da solo.

Puppato e Tabacci, infine, non li considero nemmeno: non mi piacciono le candidature di bandiera e i riciclati dell’UdC. Semplice. Ma andiamo oltre…

2. Le primarie del 2005

Ho già votato alle primarie del 2005. Scelsi Scalfarotto, per dar forza a una candidatura speficicamente gay. Ma votai soprattutto per dar consistenza a un progetto politico. In quel progetto c’erano economia sociale, i diritti per le coppie di fatto (non per gli individui, ma per le coppie!), la scuola pubblica, l’ambiente, ecc.

Ebbene, io votai per fare in modo che la politica fosse come io la volessi. Ma loro l’hanno trasformata in un incubo. Ancora soldi alle scuole cattoliche per esempio – e anche oggi: di recente il Pd ha votato un provvedimento che dà 232 milioni ai diplomifici cattolici, riducendo ancora le già scarse risorse per la scuola pubblica – zero diritti per le famiglie gay e lesbiche, una sinistra che di tale aveva solo il simbolo della falce e martello e lo stesso rigurgito ideologico dei gruppuscoli di estrema destra.

Insomma, io ci ho provato a crederci, l’altra volta. E due anni dopo mi è restituito un paese in mano a Berlusconi, con un tasso di omofobia enormemente aumentato rispetto a prima, per non parlare del fatto che ho perso il lavoro in università e che adesso rischio di perderlo a scuola.

Grazie ancora, davvero!

3. Conclusioni

Questa truffa, all’epoca, io la pagai un euro. Un’inezia, per carità. Ma voi paghereste anche solo cinquanta centesimi la vostra rovina?

Tutto questo mi ha fatto decidere, dopo una lunga e quasi silenziosa meditazione, di rimanermene a casa. Non posso avallare un progetto che vedo come un grosso imbroglio: a cominciare dalle probabili agognate alleanze con l’UdC di Casini.

Mi spiace, ma ho già dato. Stupitemi e poi, semmai, ne riparleremo. Ma non ora. Non vi devo nulla che non vi abbia già dato. Davvero, no grazie.

No al matrimonio gay? Tabacci da bambino era un disadattato

La storia è sempre quella: politici di area cattolica, molti dei quali direttamente compromessi col berlusconismo che senza nulla sapere delle relazioni tra gay e tra lesbiche e le bollano come ridicola imitazione di un istituto giuridico più forte e importante, il matrimonio tra soli eterosessuali, perché utile socialmente.

L’ultimo, in ordine d’arrivo, è Bruno Tabacci, membro della giunta Pisapia a Milano.

Forse l’assessore lombardo non si rende nemmeno conto delle enormità che dice, collocando, anch’egli, al di fuori della società milioni di persone GLBT, quando afferma:

Scimmiottare un rapporto così delicato e trasformarlo in un fatto che ha una rilevanza di natura costituzionale. Mi pare del tutto sbagliato. La famiglia, nei suoi affetti sia religiosi sia civili, va tutelata perché è la sede in cui si snoda la vita sociale

Ancora, Tabacci spiega così la sua avversità all’estensione del matrimonio:

Mi è capitato di diventare orfano di padre da giovane. Il solo fatto di riconsegnare compiti in cui c’era solo la firma di mia madre mi faceva sentire diverso.

Proviamo a ragionare secondo la logica omofoba, ma invertendo i termini della questione. Tabacci è cresciuto in una famiglia monogenitoriale, per cui, siccome la società si sviluppa in pieno solo laddove c’è un padre e una madre, quella dell’assessore non era una famiglia, nucleo fondante del sistema sociale. Ne consegue che Tabacci sta fuori dalla società e chi è al di fuori di essa non può pretendere di rappresentarla, a nessun titolo.

Suona male, vero? Eppure è il ragionamento che si applica ai sentimenti e alle relazioni del popolo arcobaleno.

Si potrebbe, infine, riproporre la stessa rozzezza culturale per rimandare al mittente le sue dichiarazioni offensive e ignoranti e rispondere: “egregio assessore, non è che, siccome lei è stato cresciuto come un disadattato, adesso tutti devono fare la sua stessa fine!”.

Lo so, questo ragionamento nega, in un colpo solo, la dignità umana e le capacità politiche dell’individuo, il suo ruolo nella società, l’amore di una donna che lo ha cresciuto.  E, ribadisco, è quello che gli omofobi – schiera alla quale anche l’ex deputato dell’UdC, ora rutelliano, appartiene – fanno quotidianamente sulla vita di milioni di persone, senza vergognarsene nemmeno un po’.