Quell’unico punto

Le fusa del gatto.
Quello che resta della pioggia, in strada. E alle macchine il privilegio di trasformarlo in suono.
La confusione, qui in camera da letto. Fuori e dentro.
Quel desiderio.
E il caos dei pacchi da incartare, per andare altrove. Un’altra volta.
I consigli degli amici. I sì, i no, i “non devi”.
Tracy Chapman. E una canzone di Luca Carboni, come quando avevo diciott’anni.
Tutte le parole che stanno qui dentro. Proprio tutte. E tutte in quell’unico punto.
Il vuoto ha lo stesso rumore del silenzio.

Potrei anche dirti di venire a riempirlo. Perché vedi, io sarei anche disposto ad accoglierti.
E. Tu. Tuttavia.

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Il suono del tempo che

Il tempo che verrà avrà il suono di queste strade bagnate. Un suono di tetti, da poter gestire senza troppe aspettative. E avrà il un cielo di latte oscuro, a metà strada tra il rosso e le tenebre, sebbene incapace di spaventare davvero, perché quando nel buio ci vivi, alla fine, anche le ombre hanno contorni familiari e ogni cosa ha un suo volto.

Sarà rassicurante come il sonno che ti abbraccia la sera, nella parte sinistra del tuo letto.

Si ripeterà, sempre uguale, nella risacca marina dei giorni. Nel sapore delle tazze bianche e del caffè del risveglio. Nell’attesa del treno, nell’orizzonte scrutato, sgombro di nubi, ma pronte a invaderci come pennacchi di cavalieri celesti. Nelle telefonate dense di amore, di quello che, tuttavia, non infliggi agli alberi dentro cardioidi intagliati con un coltello o come quando, da bambini, usavamo le chiavi di casa. Nell’attesa di una pioggia come questa. Verticale. Come il suono di un’arpa con una corda sola.

Sarà una comoda, rassicurante quotidianità. Scevra delle vesti dei fantasmi impigliate nei rami morti, anch’essi. Sarà un tempo indenne ai loro richiami, ai loro pentimenti tardivi. Avrò il profumo delle mandorle, il suono di una musica ascoltata altre volte, la voce di una telefonata che arriva sempre.

Sarà uno spazio interiore dove trovar rifugio per quella profonda inquietudine che ti tormenta per ricordarti che sei vivo. Quell’insieme di domande che non ti aiutano a mettere radici. Quel rimbombo eterno, che va oltre la sicurezza degli oggetti, alla certezza delle immagini mentali. Che ti fa sentire disperatamente solo, di fronte al baratro. Ma che, subito dopo, ti fa aprire le ali per trasformarlo in orizzonte.

Oggi è così

Fuori dalla mia finestra l’odore della pioggia.
E dentro la cucina, il profumo di caffè.
L’andirivieni bagnato delle macchine, sull’asfalto mai così opportuno.
Un’aria vagamente londinese e il sole irriverente.
Il ricordo dei girasoli offesi dal cielo e dei papaveri discreti. E delle scaglie di mare, sotto una luce irreale e al cospetto del castello delle fiabe.

Oggi è così.

Tra le costanti della vita e le incertezze interiori. Ma senza più paura.
Sarebbe bello se là fuori fosse sempre il momento della fine della tempesta.