Il caso Meriam e la differenza tra omofobi e attivisti gay

caso Meriam: il problema è l’integralismo religioso

Quando Vladimir Luxuria venne arrestata a Sochi per aver espresso il suo dissenso contro le legge antigay di Vladimir Putin, la nostra diplomazia lavorò per il suo immediato rilascio, in quanto cittadina italiana. Ricordo, come se fosse ieri, le argomentazioni del solito cattolicume omofobo con esternazioni quali “i marò li lasciano marcire in India, la trans se la riportano in casa”, “i veri problemi sono altri”, “chissà se le associazioni gay farebbero lo stesso se ci fosse un cristiano al suo posto” e idiozie simili.

Riguardo al tema della “cristianofobia”, nuovo mito di frange cattoliche estremiste (le stesse che popolano le iniziative di Manif pour Tous e delle Sentinelle in piedi, per capire di cosa stiamo parlando) si è agitato – soprattutto su Twitter e sui social network in genere – una vera e propria strumentalizzazione ideologica, per opposizione. Ma andiamo per ordine.

È di queste ore la notizia che Meriam Isha Ibrahim, sudanese imprigionata e condannata a morte nel suo paese per aver cambiato religione ed essersi convertita al cristianesimo dall’islam, ha raggiunto l’Italia per intercessione del nostro governo. Una missione umanitaria che denuncia la follia dell’integralismo religioso: non si può, nel XXI secolo, rischiare la vita per questioni legate alla fede. Che questa donna sia stata salvata è indubbiamente una buona notizia.

Ritornando alla strumentalizzazione di cui sopra, i vari supporter dei club omofobi hanno sempre usato questo caso da una parte per millantare l’esistenza del fenomeno della “cristianofobia”, che non esiste, e dall’altro per porlo in opposizione all’omofobia, che per loro non esisterebbe. Attraverso la storia di Meriam, questa gente cerca di far passare un messaggio: “i veri problemi sono altri, come le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico, non le richieste assurde dei gay”. Ringraziano, nell’ordine: i musulmani, dipinti tutti come assassini, e le persone LGBT, raccontate come personaggi capricciosi che hanno scarsa aderenza con la realtà. Molto spesso, infine, questo tipo di argomentazioni è supportato dal fatto che le associazioni omosessuali fanno i pride per i loro diritti ma mai manifestano contro questo tipo di violenze (e questa è un’altra bugia).

Se vogliamo vedere le cose come stanno, andrebbe invece detto che:

1. Meriam è stata condannata a morte per apostasia, non perché convertita al cristianesimo, ma perché ha abbandonato l’islam. Se si fosse convertita al buddismo o fosse diventata testimone di Geova avrebbe subito la stessa sorte. Non è scegliere la religione di Gesù il problema, è abbandonare Allah che può essere rischioso in certi contesti

2. il cristianesimo, soprattutto nella lettura che ne fa la chiesa di Roma, per secoli ha imposto lo stesso trattamento agli apostati: in passato se si cambiava religione si moriva. Con la benedizione di questo o quel papa. Va da sé che il problema sta nell’intransigenza religiosa. Per cui, ancora una volta, è un certo modo di intendere la fede il vero problema

3. ancora oggi la chiesa di Roma scomunica chi cambia credo o chi si dichiara ateo. Adesso, se la libertà religiosa è un valore, lo dovrebbe essere per tutti e tutte, a prescindere dal credo che si sceglie di professare. Ma i nostri integralisti cattolici non sembrano scandalizzarsi rispetto alla reazione della propria chiesa rispetto alla libertà di chi decide di seguire un’altra confessione (ragazzi, non sarete un attimo ipocriti?)

4. sulla questione LGBT, legata al caso Meriam: nessuna associazione gay si è ribellata o ha espresso giudizi negativi sul fatto che lo stato italiano si sia interessato a questo caso. A parti invertite, invece, certe realtà integraliste fanno sentire tutto il loro disappunto, come nel caso Luxuria.

Sta qui, credo, la grande differenza tra omofobi/e e attivisti/e LGBT. I primi agitano fantasmi che non esistono e pretendono trattamenti diversi, di fronte a casi analoghi (la violazione delle libertà individuali, nella fattispecie). I secondi, invece, lottano di fronte a discriminazioni reali e, soprattutto, non si ribellano quando la giustizia segue il suo corso.

Personalmente non posso che essere contento che il caso di Meriam si sia risolto nel migliore dei modi. Anche lei, come migliaia di persone LGBT, è stata vittima di un modo sbagliato di intendere e vivere la fede. Non può che avere la solidarietà di chi opera per l’affermazione dell’autodeterminazione dell’individuo.

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