Ministro Profumo, ecco perché non farò il concorso

Egregio ministro,

sono un insegnante precario e, quest’anno, insegno alle scuole medie per il terzo anno consecutivo. Guardando il lavoro dei miei colleghi, mi rendo conto che è a dir poco arduo, poiché pieno di insidie e di enormi responsabilità, per cui sei sottoposto allo scherno sociale – gli studenti ti considerano uno sfigato – alla diffidenza dei genitori – pronti a “denunciarti” anche per il più banale dei rimproveri – e a un certo sfruttamento da parte dello Stato, visto che di fronte a ogni responsabilità possibile, si viene pagati poco più di 1300 euro al mese.

Mi perdonerà, dunque, se le dirò da subito che questo non era il mestiere che volevo fare. Eppure, per tirare a campare, come si dice tra le persone del popolo, ho accettato di lavorare anche quest’anno in un sistema in cui, molto più semplicemente, non mi riconosco: perché non è la mia missione, perché mi rende profondamente infelice.

Le dirò di più: ho altri titoli. Ho un master in Comunicazione didattica – che mi ha dato non poche competenze anche in quella pubblica – e ho un dottorato di Filologia moderna alle mie spalle. Sette anni passati in università, dapprima come “assistente” a costo zero, poi come dottorando, quindi come contrattista – io sono arrivato durante la fase Gelmini, quando sono stato pagato con la cifra stratosferica di 3 (tre) euro l’ora per due laboratori di due crediti l’uno.

Ho diverse pubblicazioni di Dialettologia, Linguistica italiana, Scienze onomastiche. Ultimamente mi interesso pure di Queer studies, sempre a livello universitario. E siccome da subito ho capito che l’accademia, da sola, non dà da mangiare, ho preso anche l’abilitazione all’insegnamento, la famigerata SSIS, ma per il liceo, per insegnare italiano e latino ai ragazzi più grandi. Non per snobismo, sia chiaro. Ma per affinità elettiva. D’altronde, c’è qualche articolo della Costituzione – non so se l’ha mai letta – che almeno su questo punto è dalla mia parte.

La mia strada me la sono costruita con le mie mani. In un sistema come quello italiano – e siciliano, nello specifico – in cui i concorsi si vincono grazie agli amici nei posti giusti, io ho vinto i concorsi pubblici fino ad ora svolti grazie alle mie uniche forze.

Parliamo della SSIS. Un concorso pubblico per accedervi, provato due volte. Poi una scuola di due anni e quattro sessioni di esami, per tre aree disciplinari a sessione con due-tre discipline ad area (qualcosa come trenta esami in due anni, per intenderci). Frequenza obbligatoria, il pomeriggio, tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, dalle 15:00 alle 20:00. La mattina, invece, il tirocinio a scuola.

Io affittavo un appartamento a Catania, la città dove frequentavo la scuola di specializzazione. Molti colleghi/e poi divenuti amici/he viaggiavano quotidianamente dalle città vicine e già allora i prezzi della benzina non erano proprio popolari… Il tutto alla modica cifra di 2500 euro – senza contare le spese di affitto – con un esame integrativo di Linguistica generale (altri 300 euro) per finire, in bellezza, con un esame di stato superato con il voto di 80/80. Più tasse amministrative, sia ben chiaro.

Ho, dunque, un master, un dottorato e una SSIS. Questi ultimi due titoli, li ho acquisiti dietro regolare concorso. Credo di aver dimostrato, a sufficienza, di essere idoneo a ricoprire il ruolo di insegnante o a livello universitario e a livello scolastico.

Poi, appunto, venne Gelmini. Tradotto in cifre: meno otto miliardi di euro alla scuola pubblica e all’università. Di quegli otto miliardi, quattro sono andati, in barba alla Costituzione, alle scuole private italiane.

Il risultato?

In Sicilia non c’era più lavoro, né a scuola né in università. Allora ho dovuto migrare. A 35 anni. Non a 25, ma a un’età in cui mio padre era già sposato e aveva due figli. Ho scelto Roma, sono finito qui, nelle graduatorie a esaurimento. Il primo sogno mi era stato tolto – fare ricerca – ma mi rimaneva il secondo: insegnare al liceo. Un sogno più piccolo, ma ugualmente bello.

A Roma ho insegnato al Keplero. Dieci ore a settimana. Settecento euro al mese. Scarse. Ne pagavo quattrocento di affitto. Spese escluse. Ma ero felice. Perché con le mie classi di allora si è sviluppato un rapporto umano meraviglioso, basato sul dialogo, sul rispetto reciproco, sulla voglia di imparare, anch’essa reciproca.

Quindi, l’ennesima retrocessione. Alle scuole medie (sa, i tagli…). Scuole, ripeto, fondamentali, che richiedono un tipo di lavoro, da parte dei colleghi, a dir poco formidabile. Ma per le quali non sono portato.

Eppure, di fronte a quest’ennesima ingiustizia, mi ero “rassegnato” a dover lavorare alla scuola secondaria di primo grado. Ho pensato: mi permetterà di fare ricerca lo stesso – nel frattempo studio e pubblico, gratuitamente o a mie spese: a breve usciranno due miei contributi su Carmen Consoli in due pubblicazioni, una italiana e una internazionale, in USA, e un altro sul cambiamento del nome e delle identità dei partiti politici italiani, in Spagna (tutti tradotti a costo di alcuni sacrifici) – e mi permetterà di vivere nella città che ho imparato ad amare, dove ho nuovi legami, dove ho nuovi amici. Ubi maior… o far di necessità virtù. Spero che non pensi, arrivato a questo punto, che sia un bamboccione, che voglia vivere vicino a mamma – come ha proferito una sua collega, insultando milioni di migranti – che faccia i capricci.

Poi è arrivato lei. Nella triade che la vede dopo la coppia Berlinguer-Gelmini, lei, ministro Profumo, che è l’ultimo anello, rappresenta quello più beffardo e ingannevole. Berlinguer ci ha traditi, Gelmini si è lasciata odiare, limpidamente. Lei, caro ministro, col suo concorso, ci ha semplicemente truffati.

Perché?

Perché azzera tutti i sacrifici fatti fino ad ora. Aprendolo praticamente a milioni di potenziali partecipanti, lei mi ha derubato di 2500 euro, più le spese di affitto. Anzi, poiché quei soldi li hanno stanziati i miei genitori, credo di poter dire che lei ha derubato la mia famiglia.

Lo Stato mi ha chiesto di scegliere una città e di rimanerci a tempo indeterminato. Certo, me lo chiede ogni due-tre anni, e questo rende ridicola una situazione già insostenibile. E adesso io non so se lei è un figlio di papà o una persona che si è fatta da sola, ma dubito che lei sappia cosa significhi dover ricominciare ogni volta da zero. Istituendo il suo concorso che non a caso viene accompagnato dal termine “truffa”, lei sta chiedendo a tutti noi, precari e non, di scegliere una regione. Se vincessi il concorso sarei sballottato, a quasi quarant’anni, in qualsiasi punto del Lazio, della Sicilia o della Lombardia. E dovrei ricominciare, di nuovo, a dovermi ambientare, a farmi nuovi amici, a ricostruire la mia vita. In tal senso, lei sta cercando di derubarmi della mia vita.

Il suo concorso prevede prove stratosferiche – in tre parole: lo scibile umano – per avere un posto in luoghi fatiscenti, possibilmente in zone lontane da quelle che ormai tutti noi chiamiamo comunemente “casa”, e quindi a un prezzo umano elevatissimo, per 1300 euro al mese. Questo, forse, è pure sfruttamento.

Ma sto tergiversando.

Volevo dirle, egregio ministro, che, in virtù a quanto detto fino a ora, io non parteciperò al concorso. Perché sono stanco. In generale, intendo. E intendo, di uno Stato che pretende da me prove continue ma che non dimostra mai di essere all’altezza dei sacrifici che mi richiede. E, in particolare, perché, dopo ogni giorno passato a scuola – quest’anno su due istituti – quando torno a casa non ho la forza di mettermi a studiare tutto il programma di italiano dalle origini a Moccia e tutto il programma di latino dalle origini alle ultime bolle papali. In teoria (ma anche in pratica), sarei già stato valutato, in merito: 80/80.

Le dirò di più: adesso io sembrerò uno di quei professori frustrati che fanno male il proprio lavoro. Credo di poter affermare il contrario. Me ne rendo conto dalle parole di studenti, genitori e colleghi. L’altro giorno, tornando nella mia vecchia scuola, i miei ragazzi, appena mi hanno visto, hanno intonato cori da stadio. E una mamma, che mi ha incontrato all’uscita, mi ha detto, delusa: «ma quest’anno non è con noi?». Significherà qualcosa?

Ebbene, ritornando al discorso di cui sopra: io non parteciperò a questo concorso. Perché è iniquo. Perché è ridicolo, come quella classe politica che l’ha messa al posto che ricopre. Perché è ingiusto. Perché azzera gli ultimi dieci anni della mia vita. E io non posso permetterlo, a lei – che dovrebbe tutelarmi e che invece mi rovina – men che mai.

Non so se sono un bravo insegnante. So che faccio l’insegnante e lo faccio con scrupolo. So che i miei ragazzi mi chiedono di restare. So anche che quando vado a fare i convegni all’estero, mi sono sentito dire «ma che ci fa, uno come te, in Italia?». Me lo chiedo anch’io, egregio ministro, soprattutto quando vedo al potere gente come lei e come i colleghi del suo governo, che affamano il popolo e mantengono inalterati i privilegi dei potenti (cinque sole parole, a mo’ di domanda: ma l’IMU alla chiesa?).

Concludendo.

Per superare questo concorso dovrei studiare tantissimo in poco tempo – i pomeriggi, dopo il lavoro – per essere sballottato lontano dalla mia nuova casa per pochi spiccioli al mese. Si offende se le dico che della sua carità non so cosa farmene?

Ho deciso, perciò, di prendere una certificazione linguistica e di provare a fare, di nuovo, ricominciando da zero, la mia carriera accademica all’estero. Se non dovessi riuscirci, significa che ho fallito. Ma se farò una fine misera, sarà perché ho inseguito un sogno e ho obbedito alle ragioni della mia dignità. Conosce il significato di questa parola, ministro?

Forse la scuola perderà un bravo insegnante – o un insegnate che fa solo bene il suo lavoro – ma questo non dipende da me. Preferisco cambiare progetto di vita e paese, di nuovo, a quasi quarant’anni, per qualcosa di superiore a quello che lei ha da offrirmi. A quello che questo paese mi ha offerto fino ad adesso.

Anche se a lei non importerà nulla. Anche se lei mai leggerà queste parole. Ma so di non essere l’unico. E so che questo paese, se continuerà a perdere persone coscienziose, persone che fanno bene il loro lavoro, come me e moltissimi altri/e, sarà sempre un paese più alla malora di quello che è.

Se questo la fa star bene…

Cordialmente, con ogni disillusione, ma senza aver perso la speranza.

Dario Accolla

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Il concorso per la scuola? Inutile. Ma il Pd, ovviamente, lo sostiene

Leggo le dichiarazioni di Bachelet in merito al concorso pubblico della scuola che questo governo scellerato – che anche il Pd sostiene – intende indire, con l’unico scopo di creare l’ennesima guerra tra poveri e cioè tra docenti precari.

Bachelet, che evidentemente poco dimostra di sapere di politiche scolastiche e per tale ragione guida il Forum Nazionale Politiche Istruzione del PD, sostiene quanto segue:

• va garantito un equilibrio tra immissioni dalle graduatorie e nuovo reclutamento
• bisogna assumere nuovi insegnanti, i migliori tra quelli in graduatoria e i migliori tra i neolaureati
• i neolaureati in questione devono però avere l’abilitazione (e peccato che le SSIS siano chiuse…)

In questo c’è un sostanziale controsenso: il concorso sarebbe per abilitati, ma gli abilitati sono già dentro le graduatorie per cui, se ci sono posti disponibili, non si capisce perché dover valutare ancora insegnanti che hanno già superato, secondo i termini imposti dalla legge, le prove previste.

Nessuna critica e nessuna proposta sull’abbattimento dei tagli, vera piaga del mondo della scuola (-8 miliardi negli ultimi anni, 4 dei quali sono andati a vantaggio dei diplomifici cattolici, ma da bravo bindiano Bachelet questo evita di ricordarlo).

Il nostro, per supportare la sua proposta iniqua e contraddittoria, ricorda che alle pubbliche amministrazioni si entra per concorso. E secondo l’esponente del Pd, come si accede alle graduatorie? Non certo per i nostri cognomi altisonanti. Per immetterci in quegli elenchi, con la promessa del ruolo, noi attuali precari abbiamo seguito le seguenti tappe:

1. concorso pubblico, 100 euro di retta a classe di concorso (fino a tre classi)
2. scuola di specializzazione, due anni di corso, frequenza obbligatoria
3. tirocinio diretto e indiretto, 300 ore
4. esame di stato finale

il tutto alla modica cifra di 2600-2800 euro, al netto di ogni ulteriore sacrificio. Noi precari abbiamo già tutte le carte in regola per entrare di ruolo. Altri concorsi sono fuori luogo e servono solo a sperperare denaro pubblico a carico dei cittadini che pagano le tasse.

Bachelet facendo quelle dichiarazioni dimostra che l’ultima volta che è entrato in una scuola c’è stato per ritirare il suo diploma del liceo. E l’Italia meriterebbe veri esperti di politiche scolastiche, non certo di persone che blaterano su cose che evidentemente nemmeno conoscono. Converrete.