La rabbia e l’orgoglio (gay)

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“Dario stai esagerando con questa storia della legge sull’omofobia.”

“Stai diventando aggressivo.”

“Stai perdendo lucidità.”

Queste alcune obiezioni da parte di chi mi legge, da parte di qualche conoscente e amico.

Mettiamola così: la rabbia, a volte, ti fa essere poco lucido. Ma essere poco lucido, a volte, è ciò di cui hai bisogno per sbollire la rabbia.

La rabbia è la voce di un sentimento che nasce dopo la delusione, dopo una ferita o dopo il reiterarsi delle stesse. Credo che rientri nelle facoltà delle persone vivere i propri sentimenti, anche quando questi non sono positivi o propositivi.

Spero che non si pretenda che un omosessuale, in quanto tale, debba essere migliore rispetto ad altre categorie nel gridare la propria delusione. Soprattutto se quell’ottimalità sembra coincidere con il silenzio o, peggio ancora, con l’adorazione del potente di turno.

Capisco chi mi dice questo per salvaguardare la mia credibilità.

Capisco un po’ di meno chi mi invita al rispetto a chissà quale galateo istituzionale.

In questi giorni ho deciso di far voce a quella parte di me che vuole urlare, che vuole prendere a schiaffi qualcuno, che manderebbe all’aria tavoli, mediazioni, equilibri politici e amenità similari.

Poi verrà il tempo per rimettersi in sesto. Pe rimettere in ordine i cocci del vaso rotto da qualcun altro. Per ora sbraito e bestemmio, perché quel vaso, quello della speranza e dell’illusione di vivere in un paese tutto sommato civile, è stato definitivamente distrutto.

Credo di interpretare il sentore di molti che la pensano come me. Chi non accetta questo, chi lo trova sconveniente, non ha rispetto a mio parere di quel sentimento collettivo di disillusione. Ed è da lì che si dovrebbe ricominciare, non certo inseguendo il plauso e l’autocompiacimento di chi ci ha portati allo squallore di adesso.

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Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Complimenti, Hollande. Auguri, Montalcini…

Ieri, 22 aprile 2012. Due notizie importanti. Una mi ha dato speranza, l’altra mi ha commosso.

La prima, quella di cui tutto il mondo parlerà: la vittoria, al primo turno, del candidato socialista François Hollande, col oltre il 28% dei suffragi, alla presidenza della Repubblica Francese.

Non illudiamoci. Il ritorno dei socialisti al governo non determinerà un’immediata risoluzione dei problemi e non sono prevedibili cambiamenti realmente innovativi, rispetto all’architettura sociale dell’occidente, ancora troppo informata su un sistema economico incancrenito ma lungi dall’essere sostituito da un modello alternativo e valido.

Ma ci sono degli importanti elementi di novità: il nuovo vento di sinistra in Europa, la voglia di cambiamento rispetto alla gestione della crisi, l’avanzamento dei nuovi diritti (Hollande si è detto favorevole all’allargamento dei diritti della comunità GLBT, a cominciare dalle adozioni), l’auspicabile fine del sistema Merkozy, che tanto ha affamato popoli come quello greco…

La vittoria, ovviamente, non è scontata. Si può solo sperare per il meglio. Vero è pure che l’arroganza di Sarkozy e il modello di rigore imposto dalle destre europee viene bocciato senza appello. Il prossimo inquilino dell’Eliseo dovrà fare i conti con questa evidenza.

La seconda: il compleanno di Rita Levi Montalcini. Centotré anni, un Nobel per la medicina, un sorriso sempre sereno. Montalcini, ebrea, partigiana, scienziata: una delle voci ancora vicine ai giovani, al mondo della ricerca. Una donna che, anche nei momenti più bui, non si è mai arresa ed è andata avanti rincorrendo il suo sogno, le sue aspirazioni. In altre parole: un modello.

Vederla sorridente, con la coppa di champagne, mi ha commosso e mi ha restituito una speranza.

Per queste ragioni, e non solo, auguri professoressa. Di fronte al dilagare della follia e delle mediocrità del presente, esempi come il suo ci rendono fieri e fiere di essere nati in questo paese.

A scuola con leggerezza

Oggi a scuola sono entrati venti studenti. Li abbiamo raggruppati tutti in un’unica classe. Tra prime, seconde e terze. Mi tocca star qui, anche se non ho classi con i miei allievi. Tranne una, a dire il vero. Ma tant’è…

I colleghi fanno vedere alcuni film sullo schermo gigante. Perché la mia scuola sarà pure in periferia, ma è fica. Ha le lavagne multimediali, il teatro, i pc e i prof di geografia più belli della città (io, tra questi).

Suona la quarta ora, tocca a me. E siccome io mi annoio a non fare niente, comincio a pensare. E mi illumino, come la lampadina di Archimede, quella dei fumetti Disney per intenderci.

E allora…

Vai con il video dei Black Eyed Peas, quelli di I gotta feeling, col flash mob di Chicago, in cui ballano migliaia di persone tutte insieme per far capire ai ragazzi che con la disciplina e l’impegno si possono raggiungere grandi risultati.

Vai col video di I’d rather dance with you, dei Kings of  Convenience, perché sappiano cosa dire quando qualcuno – adulto, e senza l’amore per la vita – dirà loro che i loro sogni non sono realizzabili. Anche se sono sogni tutti strambi.

Poi l’omofobia. Perché loro ogni tanto sghignazzano, anche verso di me. Ne parlo con molta ironia, senza risentimento. Perché non è colpa dei ragazzi se gli adulti di cui sopra li hanno educati al disprezzo. E allora mando le immagini dello spot del governo, anche se è brutto, e poi ancora quello delle vecchiette portoghesi, che invece è bellissimo.

E ancora, siccome devono crescere innamorandosi della cultura, gli dico: volete sapere a che serve la geografia? Bene, se il tizio de L’era glaciale non avesse studiato questa materia non avrebbe mai disegnato il film, col trailer della deriva dei continenti. Lo guardano, ridono. Sono contenti.

Perché la cultura, la musica, la gioia, il rispetto, la bellezza dei corpi che si muovono all’unisono possono farci innamorare di noi, dei nostri sogni, delle cose che riusciamo a fare nel mondo, anche se a volte il mondo è brutto.

E così suona la campana della quarta ora e vado via.

Non so se ho lasciato loro qualcosa. Ma ci ho provato. E credo che se l’anima è fertile, i germogli cresceranno rigogliosi. Carichi dei frutti della speranza e del domani. Tutto con leggerezza, improvvisazione, ma senza andare a casaccio. E scusate se è poco.

Caro Buttiglione, caro Giovanardi, io, gay, vi abbraccio con tutto il mio amore

Roma, 30 aprile 2011

Ho aspettato a lungo a scrivere questa lettera, aperta a voi e a chiunque volesse leggerla. Ho aspettato non tanto per placare l’ira che è scaturita dalle vostre affermazioni degli ultimi giorni – affermazioni che prendono di mira, in modo poco onesto, le nostre famiglie (mi rivolgo a lei, Giovanardi) e il nostro vivere dentro la società e del nostro lavoro (e qui il riferimento è a lei, Buttiglione) – ma per trovare le parole più adatte, quelle più vere, lontane da ogni livore e vicine al concetto di verità. Una verità che è soggettiva, visto che che vi parlo di me, del mio vissuto, ma che non stento a credere sia condivisibile da molti, a prescindere da ogni orientamento sessuale e dall’esempio di ognuno.

Sento troppo spesso la parola “famiglia” nei vostri discorsi. E la cosa, lo dico duramente, lo so, ma con altrettanta pacatezza, mi amareggia. E non perché siete voi a parlarne – perché ognuno ha il diritto di pensarla come vuole, assumendosi la responsabilità del ridicolo di cui si copre – ma perché mi rendo conto che non sapete di cosa parlate quando proferite le vostre “verità”.

Sono tornato a casa, per le festività pasquali, e ho raggiunto i miei genitori. Sono gay e ho un profondo senso della famiglia. Il mio modello è quello che ho imparato da mio padre e da mia madre. Forse un modello non perfetto – siamo tutti umani! – ma è quello in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato come individuo e come cittadino. Di quel modello ho accettato, come accade a chiunque, gli aspetti in cui mi ritrovavo, criticandone altri, da cui ho preso le distanze, sempre nel rispetto dell’amore che mi lega ai miei cari.

Vedo i miei genitori invecchiare, perché il tempo è inesorabile. Ho visto mio padre sempre più silenzioso e mia madre piangere, quando io e mia sorella siamo andati via, per ritornare al nostro lavoro – io nella capitale, lei, siciliana come me, in un nord ad alta densità leghista – perché la sua casa sarebbe ritornata vuota.

Io e mia sorella non siamo andati via per capriccio o per celia, ma perché al sud non si lavora: cioè, per non morire. Civilmente, s’intende.

E perché nella scuola – dove siamo impiegati con contratti sempre più precari – in Sicilia, se sei giovane e non hai la fortuna di aver vissuto in tempi più benevoli, non c’è spazio. E allora si fugge. Non per chissà quale Hollywood italiana, o dentro qualche casa spiata da milioni di vostri elettori, ma per lavorare. Un lavoro che prevede tasse e, per noi single, nessuno sgravio fiscale. Un lavoro mal retribuito, che non tiene conto di anni di sacrifici prima sui libri, poi sui tram affollati alle sette del mattino e poi ancora degli sforzi per mandare avanti baracca e ufficio, nonostante i tagli degli ultimi quindici anni, avallati anche dalle vostre scelte politiche.

Con il mio lavoro pago le tasse per quegli ospedali che non vogliono il sangue di un gay, perché è passato il mito che il sangue di un omosessuale è naturalmente più infetto del sangue di tutti gli altri.

Pago le tasse per mandare a scuola quei figli di famiglie possibilmente omofobe, assieme a quelle solidali e vicine alla causa gay, senza aver la possibilità, a mia volta, di costruirmi una famiglia riconosciuta dallo Stato e senza avere la facoltà di adottare bambini bisognosi o di poterne avere naturalmente, con la maternità surrogata.

Questo dislivello del diritto è causato anche da voi, dalle vostre credenze, dalle vostre dichiarazioni, dal vostro voto contrario a qualsiasi tentativo di rendere la vita di gay, lesbiche e transessuali, meno violenta o semplicemente più bella.

Perché io potrei costruire una famiglia, con un altro uomo, adottare un bambino o procrearlo, circondarlo dell’amore mio e del mio eventuale partner – se abitassimo in Spagna, Canada, Sud Africa, Svezia e qualche altro paese civile, democratico e avanzato, potrei definirlo sposo – e di quello della mia famiglia di provenienza, sì anche di quella, e degli amici e degli affetti che mi circondano.

Come potreste vedere, se faceste lo sforzo di conoscermi, la mia vita, prima ancora di essere la vita di un gay, è una vita improntata sul concetto di umanità. Profonda, sentita, viva e, a volte, intrisa anche di sofferenza, perché il dolore è sempre l’ombra di tutte le gioie di cui siamo potenzialmente capaci.

Se le cose in questo paese andassero diversamente, io potrei avere una mia famiglia e stare accanto alla vecchiaia dei miei genitori. Potrei pagare le tasse per tutti, come già faccio, con la consapevolezza però, che per ora non c’è, che anche gli altri possano fare lo stesso per me e per ciò che rappresento. E questo non è un privilegio, ma il cardine di ogni democrazia: la condivisione responsabile di solidarietà  (in una sola parola: diritti) a parità di doveri. Questi ultimi ci sono tutti, per me. I primi, invece, mancano.

Se le cose in questo paese fossero diverse, potrei anche lavorare nella mia città, per arricchire la mia terra, la Sicilia, che soffre di una crisi di presenze mentali che, a sua volta, la depaupera a livello sociale ed economico.

E se le cose non vanno così è anche per vostra responsabilità, perché non c’ero io in parlamento quando la Moratti prima, la Gelmini poi, e l’onnipresente Tremonti sempre, decidevano di tagliare il mio futuro e quello delle persone che vorrebbero starmi accanto.

Le vostre scelte, in altre parole, hanno determinato la solitudine della mia famiglia di provenienza. E determinano, di conseguenza, l’impossibilità, a livello legale, di crearmi una mia famiglia la cui presenza nella società attuale arricchirebbe il contesto in cui sono immerso. Un esempio soltanto: non posso comprar casa perché, visti i prezzi, un mutuo sarebbe per me proibitivo. Potrei condividerlo solo con un compagno, ma poi ci sarebbero problemi di ordine legale sull’eredità, il possesso e tutte quelle conseguenze che stanno alla base di una convivenza che non può essere tutelata perché altri hanno scelto altrimenti.

Le vostre scelte, in pratica, impediscono a migliaia di famiglie di gay e lesbiche di rendere più dinamico il mercato immobiliare.

Come potete vedere, se la mia potenziale famiglia non è tale, a livello giuridico, non è per una sua (mai dimostrata) incapacità congenita, ma per l’ostilità della sub-cultura politica che vi ostinate a portare avanti, in nome di un Dio che, se esistesse, forse vi biasimerebbe.

Eppure, se aveste l’opportunità di accogliere il mio abbraccio, sapreste cosa si agita dentro il mio mondo e al di qua della mia pelle. Conoscereste il suono del battito, quando l’amore si concretizza. Sapreste il sapore delle lacrime di fronte alla delusione dei sogni che si frantumano. Sareste invasi dal tepore della mia tenerezza e dalle tempeste del mio smarrimento. Sareste accolti un una costellazione di umanità (singolare e plurale) che vi lascerebbe senza parole. Senza le vostre parole. Perché poi vi si chiederebbe, come successe a Giona, dove siete voi quando le stelle del mattino della speranza – mia e di tutti quelli come me, etero e gay poco importa – gioiscono in coro.

Allora concludo questa mia lettera, serena e tragica, ma non ancora senza speranza, quindi non disperata, con un abbraccio. Con tutto il mio amore. Quello che c’è stato e che se n’è andato, quello che c’è tutt’ora e quello che di sicuro ci sarà. Perché dentro quel sentimento di vita – vita!, non morte – c’è tutta la mia verità e su questa le vostre parole rimbalzano, ritornano a voi, si frantumano al cospetto dell’ipocrisia e dell’ignoranza.

E perché dentro questa verità le vostre si manifestano per quello che sono realmente: menzogne. Come sempre accade di fronte alle evidenze.

Per questo vi scrivo. Perché il mio amore riesce a comprendervi e se lo rifiutate, siete voi a non esserne capaci. Siete voi a non vedere ciò che succede, nonostante la violenza che mi (e ci) fate e che, proprio per la sua forza, riesce a sopravvivere e ad andare avanti, immerso tra sorrisi e infelicità. Perché è questo che ci rende umani. Che mi rende, profondamente e con ogni convinzione, un essere umano.

Cordialmente,

Dario Accolla

La fabbrica della speranza

Comiso è una città modellata nella pietra. Delle sue tante chiese, una è sconsacrata e adesso, nei suoi locali, vi sono uffici comunali. Delle altre, una era gestita da un prete socialista, l’altra da un fascista. I due partiti che per anni si sono contesi il potere, sono stati il PCI e l’MSI, nella prima repubblica. I loro eredi, nel presente. Il suo aeroporto, intitolato a Pio La Torre dall’amministrazione di sinistra, in memoria dell’antimafia, è stato ribattezzato in onore di quel generale Magliocco che nelle colonie trucidava la popolazione indigena. Cultura di destra in un paesino dalle solide radici rosse.

Alle ultime elezioni il Partito democratico ha candidato come capolista la moglie di Fassino, l’attuale candidato alla poltrona di sindaco di Torino. Gli abitanti del luogo non ricordano la signora Serafini. Non è mai stata “al paese”. Una città che la legge elettorale voluta dalla Lega Nord ha defraudato del diritto di rappresentanza. Chi viene eletto, evidentemente, non è migliore della legge che lo ha nominato.

In questa città Partito democratico e Sinistra dialogano. Fratelli separati “alla crescita”, ex DS ed ex PCI sparsi qua e là dalla storia e riuniti sotto il simbolo di SEL, hanno dato il via alla Fabbrica di Nichi. Un esperimento di democrazia che ha del miracoloso.

Biagio Guastella, ventidue anni, iscritto al Pd e in politica da quando era adolescente e mai su una poltrona, ha messo a disposizione la casa dei nonni per creare un luogo di aggregazione. Una casa per tutta la sinistra. La Fabbrica comisana, infatti, non raccoglie solo i militanti del Pd e i vendoliani, ma anche la rete degli studenti medi. Sulle pareti, il simbolo del Che. I ragazzi, età media diciassette anni, mi fanno notare che è tutto merito del loro lavoro. Pareti imbiancate, parquet sul pavimento, arredamento. “Non puoi capire cosa abbiamo trovato entrando qui dentro, ma adesso…” mi dicono, con orgoglio e con gli occhi abitati dal ricordo della fatica. Ho subito pensato a chi dipinge i ragazzi di sinistra, anche quella “radicale”, come vandali incapaci di gestire il concetto stesso di decoro.

La Fabbrica è una realtà che funziona, i giovani (tra ragazzi e ragazze) la frequentano per incontrarsi, discutere di politica, passare il loro tempo libero, organizzare iniziative. A breve, istalleranno le postazioni per il web. La politica che incontra il territorio, in nome del progresso. In una parola soltanto: sinistra.

La Fabbrica funziona talmente bene che alcuni dirigenti locali del partito hanno storto il naso e si è persino ventilata l’ipotesi di espulsione di chi, dentro questa realtà, aggrega non attorno a un simbolo di partito, ma in nome di un ideale. Ma la politica, per fortuna, nei cuori della gente che ho incontrato ieri è una cosa un attimo più seria.

E ieri, infatti, sono stato a Comiso per parlare, nell’ambito dell’incontro Domani sposi, di diritti civili, di Legge 40, di adozioni e omogenitorialità, di coppie di fatto e matrimonio, di fine vita. Temi non facili, anche dentro i compagni e le compagne di sinistra. Temi recepiti, discussi, pur con qualche perplessità, ma nella volontà più pura di sapere, di informarsi, di cambiare idea, se necessario.

I ragazzi, di qualsiasi età, anche quelli coi capelli bianchi, erano lì, hanno partecipato, hanno toccato punti del discorso addirittura anticipando la scaletta del mio discorso. Si è parlato di cosa vuol dire sinistra, di come la sinistra di oggi, per essere forza del domani e del presente, deve sposare tutti i nuovi diritti. Per rendere la società più bella e più giusta. Per preservare anche i diritti di ieri.

A riprova che l’Italia (quella vera, moderna ed europea) è migliore di quella che vota Berlusconi e, soprattutto, quell’Italia migliore è giovane e pulita. Anche quella di provincia.

Tornando a casa, dalla città fatta di pietra dove scorre lo spirito sanguigno e vivace dei suoi ragazzi e delle sue ragazze, ho sorriso in direzione della notte. Perché il sole sorga, infatti, non c’è che d’aspettare. Per fare in modo che sia un buon giorno, dobbiamo metterci di impegno e lavorare. A Comiso, a mio parere, siamo a buon punto.

Un po’ di speranza, aspettando i risultati elettorali

Una cosa che ieri non ho detto a Cristiana e agli altri del suo comitato elettorale, mentre prendevamo un aperitivo al Coming Out, è che dopo mesi hanno riacceso in me la speranza. La speranza che qualcosa possa cambiare: sia in questo paese, sia nei partiti che ardiscono a governarlo, a cominciare dal maggior partito d’opposizione. Se per fortuna (o per disgrazia, ma non nostra) dovessero vincere la Bresso, Vendola e la Bonino, tutti assieme, nelle rispettive regioni, sarebbe l’inizio di qualcosa di nuovo a livello nazionale.

Innanzi tutto, come si discuteva ieri con Cri e gli altri, sarebbe la fine del paradigma dalemiano. I dalemo-bersaniani ce l’hanno messa tutta per far fuori due candidati d’eccellenza, quali la Bresso e il governatore della Puglia, fallendo miseramente. Se anche le urne saranno a loro favore, sarà la pietra tombale di ogni aspirazione di quella classe dirigente che è già sin d’ora, a prescindere dall’esito delle regionali, obsoleta, vecchia, inadeguata a cogliere il cambiamento sociale: basti vedere le ultime dichiarazioni del segretario del pd sulle coppie di fatto, uguali a quelle della Ferilli e della Cuccarini. Credo sia drammatico che un leader di un partito di massa, su questioni che riguardano l’affettività di milioni di persone, abbia la stessa dimensione intellettuale di una cafona che pubblicizza sofà.

Un altro aspetto che va giustamente tenuto in considerazione, come mi è stato fatto notare ieri, è che il voto cattolico ne uscirebbe a pezzi. Vero è che l’UDC in Piemonte sostiene Mercedes, ma vero è pure che la Bonino e Vendola sono stati osteggiati proprio da Casini. La vittoria di questi tre candidati, dunque, sconfesserebbe le manovre in atto, frutto di un accordo tra Opus Dei (della quale D’Alema è simpatizzante) e ex comunisti per allargare la maggioranza di centro-sinistra al partito di Cuffaro, al partito di chi dice di difendere la famiglia e poi è pieno di divorziati, al partito di Casini insomma.

Un primo dato, comunque, è certo: l’astensionismo. Se Berlusconi giustificherà una eventuale sconfitta elettorale con la solita leggenda metropolitana che ad astenersi sono le persone di destra, non fa altro che confermare la sua inadeguatezza politica. Se la gente non ti vota è perché non gli piaci. Se non ti votano più i tuoi, è perché gli fai schifo. Pensierino che dovrebbero fare pure a sinistra, tuttavia.

Detto questo, aspettiamo i primi risultati elettorali. Come ho già detto, dopo anni li guarderò con trepidazione, con ansia, con la speranza di chi, e non so se questo è un bene o meno, è tornato a credere che possa esserci una possibilità di cambiare le cose in questo paese bellissimo eppure così maltrattato.

Al riparo da ogni fulmine

Eri un petalo. Leggiadro. Destinato a volare via col primo soffio di vento. Abbiamo cercato di custodirti, di farti crescere prima come fiore, poi come albero forte e sano. Ma per te era stata scritta un’altra storia. Forse è poca cosa pensare che, per tutto questo tempo, ti abbiamo innaffiato con l’acqua di tutto l’amore possibile. Eppure è quello che successo, e anche se non si può lottare contro il destino che porta la tramontana, nessun alito malvagio potrà cambiare ciò che è stato. Perché è ciò che sarà, sempre e comunque. E questa pianta, quella della speranza e della tenacia degli affetti, quella della bellezza dei ricordi, cresce dentro, al riparo di tutte le piogge, di ogni fulmine, di ogni parola posta alla fine e scritta a sproposito.

Ciao piccola Ninninera… il vento ti ha portata via per sempre, fallendo tuttavia nella sua missione di morte. Sei volata in cielo e questo ha fatto di te un angelo eterno.

Andare avanti, andare oltre

Sintomi: oppressione al petto.
Il cuore che si sente in gabbia.
E invece deve solo capire che quello che vede non è acciaio, ma solo maltempo.

La cura: immaginare.
Immaginare l’abbandono in un abbraccio. Come se fosse la voce di ognuno di noi quando stiamo con chi ci è dato in dono dal caso tramutato in destino e confidiamo nell’unica grande verità. E cioè che là fuori succede un po’ di tutto e ciò che è vero sta solo laddove si è vestiti solo della nostra più intima essenza. Di ogni nostra fragilità. Senza aver paura.

Controindicazioni: timore di essere divorati.
Ma io non ho mai avuto paura di esser divorato.
Io so solo che quando ho amato davvero ero vivo.
Così vivo che a volte mi sembra d’esser morto, adesso.

Effetti collaterali: difficoltà nell’andare avanti.
E poi mi guardo allo specchio e vedo che non è così. E anche se è difficile vado avanti. Oltre. E mi guardo dietro. E dentro. Alla fine, penso, sono pure fortunato perché ho provato cosa significa esser vivi, esser veri. Perché sono stato e sono circondato da persone meravigliose e non potrei fare a meno di questa evidenza. È questa l’unica cosa che mi fa andare avanti. Perché è l’unica forza che ho.

(dedicato alla musa che mi ha ispirato queste parole, in un lontano mattino americano)

Uomini

Gli uomini.
Quelli che ti sorridono e lasciano sul cielo del tuo universo l’arcobaleno della scoperta.
Quelli che lasci al bancone di un pub, parentesi aperte di una storia che nessuno scriverà mai, perché li hai lasciati fuggire.
Gli uomini che sono padri e fratelli e non chiedono altro in cambio che tu lo sia per loro.
Quell’unico che ti ha dato la vita e che riscopri dopo una vita intera o forse mai, perché è grande il malvagio incantesimo che te lo rende invisibile, ostile, addirittura crudele.
Gli uomini che ti baciano una sola volta e va bene così, per sempre.
Gli uomini che, appena ti baciano, capisci che così sarà per sempre.
Gli uomini che ti lasciano, lasciandoti una medusa al posto del cuore.
Quelli che si innamorano di te per il semplice fatto che esisti e di cui mai ti innamorerai, perché tu, da solo, non ti basti. Mai.
Gli uomini che si aggrappano a te come innesti in una pianta da cui prendere la linfa vitale, ma maldisposti a far crescere frutti, a lasciarteli raccogliere.
Gli uomini che mai ti regaleranno una rosa, in inverno.
Quelli che non ti salveranno mai più, nonostante le tue richieste d’aiuto.
Gli uomini inutili che butti nel cestino senza averli salvati con nome.
Quelli che ti penseranno come un gran bastardo. Quelli a cui tu penserai come tali.
Gli uomini che ti hanno portato nel cuore dei loro giardini di collina, che ti han fatto scoprire il sapore del vino.
E quelli che dormono nelle culle, incoscienti dell’amore di altri uomini e di altre donne che si riverserà su di loro, come la paura delle tempeste, come la gioia dei temporali in estate.
Gli uomini, come me: dilaniati dal freddo delle strade notturne, che si abbracciano nelle stoffe leggiadre portatrici di venti propizi.