Sondaggi: si vince comunque, anche senza l’UdC

Fonte: Sondaggi Politico-Elettorali

Adesso qualcuno prenda il pallottoliere e lo spieghi a D’Alema e a qualche altro genio che sta a capo del Partito Democratico: PD-SEL-IdV più alleati minori stanno al 45,5 (si badi: senza Rifondazione).

PdL e Lega con qualche alleato minore non arrivano al 37%. L’UdC è al 6%.

Si vince, cioè, senza rincorrere il leader di un partito integralista e omofobo che si è distinto, fino a ora, per aver candidato gente impresentabile (Saverio Romano e Totò Cuffaro) e per aver contribuito a determinare le fortune elettorali di Silvio Berlusconi.

Sondaggi: divisi si vince

I numeri parlano chiaro. Va da sé che se Fini, Casini, Bersani, Vendola e Di Pietro si presentassero uniti vincerebbero con oltre il 50% dei voti. Ma questa sarebbe solo aritmetica e facciamo attenzione: in una coalizione siffatta tutti scalcerebbero per ritagliarsi una fetta di visibilità o per rimarcare la propria identità. Sarebbe una riedizione, elefantiaca, dell’Unione, con scenari successivi ben più cupi.

Per fortuna pare che FLI non abbia nessuna intenzione di correre con il pd. Se anche Bersani lo capisce, siamo a un passo avanti dell’evoluzione del sistema politico.

Bersani dovrebbe capire anche un’altra cosa: dopo la manifestazione di domenica Berlusconi è più debole. E i sondaggi non sono meno impietosi.

Si vince da soli, a quanto pare, anche senza il grande centro. Tre segretari di partito dovrebbero riuscire a stilare un programma chiaro, sul quale andare d’accordo. Se poi si mettessero d’accordo sul candidato premier – a questo punto andrebbe bene pure Bersani, ma Vendola sarebbe meglio, non fosse altro per questioni mediatiche – la coalizione risulterebbe più appetibile. Gli analisti fanno notare che, al momento, la sinistra prende più punti della destra anche senza un leader che la rappresenti. Con un candidato unico si potrebbe solo crescere.

Un piccolo però: i cattolici. In una coalizione siffatta c’è il rischio che siano proprio loro a dare maggiori problemi pretendendo dal loro partito e dagli alleati un’obbedienza a un centrismo che dovrebbe essere una delle componenti della coalizione e non il faro dell’azione politica. Vediamo se, come penso, il cattolicesimo parlamentare si qualificherà come freno della modernizzazione civile e politica del paese.

Dulcis in fundo: dai dati emerge che, contrariamente al mantra che si è sentito dire nei mesi passati, il pd per vincere ha bisogno dei suoi alleati che sono più forti, assieme, della Lega. E non viceversa.

Piaccia o meno, il partito democratico per tornare a governare ha bisogno della sinistra. Gli orfanelli di Veltroni e il fan club di Massimo D’Alema dovrebbero essere ammaestrati a riguardo.

La più amata dagli italiani.

L’Espresso ha lanciato un sondaggio:

Una donna a Palazzo Chigi:
voi chi preferireste? Dopo lo scandalo Ruby, sono in molti a pensare che l’opposizione alle prossime elezioni dovrebbe proporre una candidata donna. Quale sarebbe secondo voi la più adatta e quella con maggiori possibilità di vincere?

Seguono una sfilza di nomi. Tra questi, tra cui spicca un’unica politica degna di voto, Emma Bonino, (con un occhio di benevolenza alla Serracchiani), ne spuntano di improponibili e assolutamente inutili, per non dire dannosi, quali la Finocchiario, la Melandri e, addirittura, la Lanzillotta.

In quello che appare un omaggio all’epica della tristezza, a vincere è lei: Rosy Bindi. E non poteva essere diversamente.

La cretinaggine italiana, che fino a oggi ha dato potere a Berlusconi, se si dovesse votare una donna, vorrebbe una mezza-suora laica, nonché criptolesbica e omofoba.

Dentro gran parte dell’elettorato di centro-sinistra non si riesce ad andare oltre la sciatteria, politica e umana, di quella donna. Si vorrebbe governare, cioè, la complessità del presente affidandola a chi non va oltre la superstizione a cui si ispira per la sua azione “politica”.

I miei connazionali si meritano decisamente il peggio.
Fosse non altro perché lo rincorrono.

Dopo Mirafiori pd in caduta. Ma Veltroni dà i numeri

In quella fiction che ormai sta diventando la politica italiana – fiction che ultimamente ha assunto i connotati di un curioso ibrido tra il porno e produzioni quali Ai confini della realtà – l’aspetto parossistico, surreale e grottesco è affidato a quel genio della politica che è Veltroni, l’uomo che, come ha giustamente dichiarato Beppe Grillo, sta alla sinistra come il meteorite preistorico sta ai dinosauri.

Intervistasto dal TG3, il principale responsabile della caduta del Governo Prodi e dell’avvento di Berlusconi al potere e di Alemanno nella capitale, dà i numeri, sostenendo che il suo partito «può contare su un elettorato potenziale del 42%».

Veltroni deve aver letto i sondaggi al contrario. L’ultimo, curato dalla SWG, afferma che il partito democratico naviga attorno al 24%. Il problema è che dall’altra parte si naviga ben sopra il 40%. Il dramma, evidentemente, è che Veltroni con quel dato crede di vincere. Un uomo, una tragedia, in altre parole. Della mente.

Ma non è tutto.

Sempre secondo il sondaggio della SWG emergono tre dati fondamentali.

Uno: dopo la vicenda di Mirafiori il pd perde altri consensi. E c’era da aspettarselo, visto che tutta l’intellighenzia piddina – e non c’è ossimoro – si è schierata entusiasticamente dalla parte del “grande capitale”. Anche i suoi esponenti più illuminati, quali Chiamparino, non hanno saputo far di meglio che osannare Marchionne, invece di prospettare una soluzione politica di mediazione tra l’estremismo della Fiom e il ricatto del capo.

Due: a guadagnare consensi sono il partito di Fini, SEL e la Lega. Ovvero coloro che, dentro e fuori il berlusconismo, hanno un’identità chiara, definibile, riconoscibile.

Tre: non è così certo che Berlusconi abbia una fortuna elettorale così favorevole. Gli incerti crescono giorno dopo giorno. Il suo partito si attesta sempre il primo, ma con una forte flessione, mentre altri crescono e il pd perde consensi.

Morale della favola: nonostante la crisi del berlusconismo, il partito democratico perde voti, non rintraccia il consenso operaio e del mondo del lavoro, non ha una strategia, non ha leader credibili, osanna coloro che dovrebbero stare agli antipodi di un modello di alternativa sociale basato sul diritto e, come se non bastasse, dà i numeri su possibili vittorie future.

In tutto questo, ricordo, forse in primavera si vota.

Prepariamoci al peggio.

In alto a sinistra: quello che i sondaggi non dicono

Leggendo i sondaggi che da qualche tempo circolano sui giornali, anche nella versione on line, e sulle trasmissioni di informazione, ad eccezione di quelle minzoliniane dove il premier è accreditato con percentuali bulgare e numeri cinesi, si nota una sostanziale coerenza nella rilevazione di un dato: il centro-sinistra avrebbe, al momento, superato la coalizione di destra di almeno due punti percentuali.

Se guardiamo i sondaggi commissionati dall’UdC e da Repubblica – un partito e un giornale di direzione politica opposta – appare chiaro che nella nuova ottica tripolare che si sta venendo a conformare, l’elettorato è orientato a ridare fiducia al nuovo tridente composto dal partito democratico, dai dipietristi e da SEL.

Questo dato, che se suffragato darebbe alla sinistra la maggioranza schiacciante alla Camera e, forse, qualche problema in Senato, necessita di alcune riflessioni su quello che potrebbe accadere in caso di vittoria da parte dell’alleanza progressista.

***

1. L’insufficienza del partito democratico.

In primo luogo è evidente l’insufficienza elettorale del pd che, per vincere, ha bisogno dei suoi alleati. Contrariamente a quello che prevedeva il modello veltroniano – e cioè un bipartitismo cannibale che ha funzionato solo con la sinistra radicale e socialdemocratica con l’unico scopo di privare milioni di cittadini della rappresentanza parlamentare facendo vincere, per altro, Berlusconi – nella situazione attuale mentre IdV e SEL avrebbero i numeri per essere presenti in parlamento e che sommati rivaleggiano con le percentuali della Lega, il partito di Bersani per vincere ha bisogno dei voti degli elettori di Vendola e Di Pietro.

Ciò ribalta una certa arroganza, tutta piddina e dai presupposti inesistenti, per cui se si vuole governare bisogna passare proprio dall’alleanza col pd. La verità, infatti, sta all’opposto: è il pd che se vuole andare al governo deve fare larghe concessioni ai suoi due alleati che così si rivelano fondamentali per la vittoria.

Nel caso, invece, che la sinistra perdesse le elezioni, sarebbe solo il pd a rimetterci visto che sia Di Pietro sia SEL ingrandirebbero le loro presenze parlamentari ai danni del principale partito di opposizione. Uno stato di cose che dovrebbe indurre a profonde riflessioni i dirigenti di un partito che non è mai riuscito a decollare e che al momento attuale è il vero anello debole della coalizione progressista.

***

2. L’inconsistenza della sinistra antagonista.

Nella situazione siffatta non stupisce l’aspettativa elettorale dei partiti comunisti che, sommati, non vanno oltre il 2%, contro i risultati ben più incoraggianti ottenuti da Rifondazione e PdCI fino al 2006 che assieme erano accreditati attorno al 7-8% dei suffragi.

Per altro dalla nuova Federazione della Sinistra prossima ventura – nome che nasconde, anch’esso, una certa arroganza, visto che si vorrebbe dare il nome di Sinistra tout court solo a una parte di essa, escludendone moderati, socialisti e ambientalisti – arrivano segnali a dir poco scoraggianti. Ferrero ha fatto sapere che in caso di elezioni e di vittoria la FdS non parteciperà al governo. Il che, se vogliamo, da una parte è rassicurante visto che una riproposizione dell’Unione con chi ha più a cuore i destini di Cuba e del popolo Saharawi rispetto alla sorte dei cittadini italiani sarebbe poco credibile.

Ci si chiede, tuttavia, se tutto non si riduca a mera rappresentanza ideologica in funzione di poter attingere ai fondi pubblici per i partiti. Se l’attività di governo, che la presenza in parlamento garantisce e che è fine ultimo dei partiti, è così sconveniente  non si capisce perché  la FdS deve anche essere pagata da un sistema che non viene riconosciuto e che non merita neppure di essere governato.

Ragione per cui, in caso di accordo di desistenza, sarebbe opportuna che la coalizione progressista garantisse a rifondaroli e compagni una presenza minima alla Camera (non più di dieci-quindici rappresentanti) e nessun eletto al Senato, proprio per non ripetere i problemi dell’ultimo governo di centro-sinistra.

L’inconsistenza della sinistra antagonista è, prima che elettorale, proprio politica. Questo spiegherebbe il crollo elettorale al 2% nella migliore delle ipotesi.

***

3. La presunta non rappresentatività delle sinistre.

Prepariamoci al peggio. Se pd ed alleati dovessero vincere partirà, immediatamente, il mantra berlusconiano che farà leva sul fatto che col 40% dei suffragi non si è rappresentativi della maggioranza degli italiani. Strategia non nuova, in passato efficace, ma che può e deve essere disinnescata da subito facendo notare, ad esempio, che questo sistema elettorale è stato voluto proprio da PdL e Lega e che avrebbe potuto consentire la vittoria, a quei due partiti, nello stesso identico modo che poi potrebbero, in ipotesi, criticare.

Per altro occorrerebbe fare notare un piccolo paradosso. Se la sinistra vincesse col 40% contro il 38% della destra, sarebbe assurdo che chi è ancora meno rappresentativo parlasse a nome di tutti gli italiani, visto che il terzo polo si configura come alternativo e antagonista al modello berlusconiano.

***

Ovviamente queste considerazioni sono preventive e hanno valore qualora si andasse a elezioni in primavera, con questa legge e col trend attuale. Vero è pure che gli indecisi sono molti – si parla di un terzo dell’elettorato – e che non bisogna dare, ancora una volta, per spacciato Berlusconi. La storia degli ultimi quindici anni dovrebbe averci insegnato qualcosa in merito.

Sondaggi: destra unita al 49%! E in ogni caso vince Berlusconi

Sondaggio di Mannheimer per il Corriere della Sera. Se si andasse alle urne domani andrebbe bene per Fini e SEL, male per PdL e pd. Si registrerebbe l’ennesimo boom della Lega, mentre UdC e di Pietro sarebbero stabili. Sempre più marginale, infine, l’ala della sinistra radicale.

Il gradi di incertezza sfiora il 35% dei/lle votanti, per cui i giochi sono, com’è evidente, ancora aperti in termini di posizionamento elettorale.

Su tutto questo, un’unica garanzia: vincerebbe ancora una volta Berlusconi. E se la destra fosse unita, arriverebbe al 49% dei suffragi e il PdL distanzierebbe di oltre nove punti il pd.

A buon intenditor…

I leader del pd e la pipa di Pertini

Adesso io lo capisco pure che bisogna darsi coraggio. Per non parlare del fatto che sono il primo a ricordare le parole di Pertini, il quale diceva che a volte occorre lottare non solo senza paura, ma anche senza speranza. Però poi apri le pagine dei giornali vicine al piddì e leggi toni trionfalistici: «Fiducia al governo: mai così in basso».

Basta guardare qualche sondaggio pubblicati sul sito del Ministero degli interni per scoprire che se si votasse domani Berlusconi e i suoi avrebbero il 49,3%. Contro una sinistra sgangherata e un pd che rimane la sterile sommatoria di DS e Margherita (17% + 10% delle politiche del 2006).

Mettiamoci pure che Lazio, Puglia e Piemonte traballano e il quadro è completo.

Ma come ho già detto, capisco che bisogna farsi coraggio e ricordiamoci le parole di Pertini. Sebbene i mostri sacri che stanno ai vertici del pd di quell’uomo non sono in grado di reggere nemmeno la pipa.