Una risposta che non arriva

autumn-leaves-fall-wood-fallen-leaves-dead-leaves-2560x1440Il vuoto è quello spazio bianco che hai dentro e ti fa pensare alla morte. Alla dannazione dell’anima, mentre sei ancora in vita. Quando pensi: e se finisse tutto adesso, quale sarebbe stato il senso di tutti questi giorni? Delle opinioni su quella terrazza lontana, delle notti di risate perpetue, dello scoprire la turnazione delle foglie e della speranza accesa? Lo stesso suono di una risposta che non arriva.

Il vuoto lo riempi o ti divora. E allora mangi, vivi a mille all’ora, fai troppo sesso, ti lasci dietro scarpette di lattice che nessuno reclamerà per proporsi come principe dei giorni a venire. È scivolare verso la perdita di senso, non riconoscere più le grammatiche interiori che altrimenti chiamiamo vita, quotidianità, amore. Perché se è vuoto, a un certo punto ritorna, come il buco allo stomaco e all’anima. E a dispetto di tutta la tua bulimia, alla fine si nutre di te.

È, il vuoto, quella distanza interiore che permette, per capriccio o paradosso, a qualcun altro di trovare posto. In riva a uno specchio d’acqua, mentre l’autunno fa cambiare colore alle cose, col libro in mano e la testa tra le nuvole. E quella stretta, che tanto ti somiglia, dentro il petto.

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Un incantesimo di protezione

a-aquilibristaCi vorrebbe una pozione magica, di quelle capaci di cancellare le cicatrici di tutto il male del mondo.
Dell’incomunicabilità degli uomini.
Dei nostri tagli.
Del vuoto della notte, quando ascolti una canzone disperata per dare il giusto suono al momento.
Che scivola tra le mani e ti attraversa le viscere.

Ci vorrebbe un incantesimo di protezione, da se stessi a volte.
Anche se la tua rabbia è giusta e hai deciso che non permetterai a nessuno di dirti come deve essere.
Non smarrirsi per strada, quando torni a casa.
La tazza fumante, l’odore dell’erba.
Una spugna che assorba la tristezza.
Guardare oltre. Perché c’è sempre la vita, al di là di quel treno che ti passa sopra.  E perché c’è sempre qualcuno che riempirà il vuoto lasciato da qualcun altro, per quella legge della fisica alla quale tutti noi obbediamo.

Ci vorrebbe tutto questo, insomma. E tutto questo, per ora, non c’è.

Il suono dei tuoi passi sul legno

11147191_10153364296710703_6172719650083121016_oCercarsi nella solitudine dei vicoli ombrosi e ritrovarsi in tutto ciò che si è smarrito, indietro.
Voltare lo sguardo, verso quei gradini notturni un tempo popolati da speranze e delusioni.
Passeggiare tra i corridoi del monastero, tra le aule studio e i giardini interni, al cadenzare del tuo incedere e tra i fantasmi di una vita passata.
Aprire gli occhi. Capire che hai lasciato quei luoghi, quegli spazi, quella stessa luce a persone che non sanno nemmeno chi sei.
Soffermarti nei loro sguardi, studiarsi a vicenda. Trovare persino qualcosa di sacrilego, in quel non riconoscersi.
E ritornare al suono dei tuoi passi sul legno del pavimento.

12719611_10153364268685703_1740087281233963920_oLa nostalgia è una bestia ammansita dopo aver divorato di tutta la vita possibile in certi momenti. Il silenzio di voci interiori. Un’eco che senti solo tu. Mentre altre esistenze, tutto intorno, accadono con le stesse identiche dinamiche. Ma non a te. Non più. Perché non è più quello il tuo posto nel mondo.

La nostalgia è una cosa che può anche guarirti. È lo sguardo di Orfeo che si rivolge indietro per capire di esser vivo e di non avere altra scelta che andare avanti. È la gratitudine per  chi ti ha lasciato, perché se non ci fosse stata quella frattura non ci sarebbe stato tutto ciò che necessitava dell’unico. È riempire i vuoti, perché per tornare ad essere come fu, dovrebbe essere proprio ciò che fu e, come dice il poeta, ciò è impossibile.

La nostalgia è un po’ l’ombra di ciò che siamo nel qui ed ora. Del sole che ci sta sempre di fronte e, con esso, delle cose non ancora occorse.

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

Il lato destro del letto

La domenica, a quest’ora, è sempre malinconica. Perché è come se altrove, nelle case illuminate, a partire da quelle che danno sul cortile della cucina, ci si riorganizzasse per ripartire, per rimettere le cose a posto. Mani che aiutano altre mani, baci dati ai bambini prima di andare a dormire, immagini la cui luce si proietta sul muro come l’ombra delle piogge, nei pomeriggi trasversali.

È in questi momenti che penso che il lato destro del mio letto è vuoto da troppo tempo. E penso agli errori, alle incomprensioni, alle cose spezzate anzi tempo, a tutto quello che non è andato. E la musica non aiuta.

Per fortuna questi pensieri andranno via con il sonno e si confonderanno, dopo il risveglio, con i rumori delle macchine nell’agitarsi, in cui tutti siamo mescolati senza urgenze ma con molta fretta, della città mattutina.

Il rumore dei tuoi passi sulla neve

C’era una volta. Io. Nella continua ricerca del principe azzurro. Perché da solo non ero intero e avevo bisogno dell’altra metà del mio cielo sempre oscuro. Del pezzo mancante della mela avvelenata. Del frammento del medaglione perduto nella profondità di tutti i mari in tempesta.

Questo ero io. Una scheggia di vulcano, un pezzo di vetro, la parte di un puzzle con una tessera sola.

Per questa ragione mi aggrappavo alla vita degli altri, per cercarvi dentro ciò che mi avrebbe dato compiutezza.

Ignoravo, tuttavia, che se non ti senti integro nessuno può completarti davvero. Diviene tutto solo un vagare di errore in errore. E questo ti spezza ancora, divieni l’horcrux di tutti i tuoi desideri.

Fino a quando un giorno le lenzuola del mio letto avevano pieghe diverse. Pieghe mie. Così come il colore della curcuma comprata al mercatino delle spezie. O il rumore dei tuoi passi sulla neve, una mattina d’inverno.

Stacco musicale…


Adesso non ha più senso riempire il vuoto. Adesso bisogna raccogliere gli altri pezzetti di me, tutti quelli nati dai miei errori, e distruggerli uno a uno.

Perché per ritornare ad avere un’anima sola, bisogna rinunciare a tutto quello che l’ha spezzata. Per essere interi, una volta e per sempre.

Report

Il week end che scivola via.
I vestiti sempre più stretti.
Le risate di Nano Mondano, contagiose come sempre.
Hello Kitty in calore.
Laura e Phoosky, con cui mi diverto tanto.
Milla, che mi cita in interessanti discorsi tra donne.
E Giada, bella come sempre.
Il Pompiere e Gian e la loro tenerezza. Su di me.
Il sole.
E la nausea, attutita solo un po’.
Il sesso.
Sesso, appunto.
Il bucato profumato.
Vale, nella sua isola abitata dagli uccelli della memoria e i gatti che mi guardano speranzosi.
La presentazione del libro di Franco, le mie parole e ogni emozione di cui ero capace.
Andrea che si prende gioco di me… (e gli voglio bene anche per questo).
Un pensiero su Vinz, ormai senza alcun dolore.
Andrea, l’altro Andrea, andato via e giunto a destinazione.
E uno sguardo che non dovevo incrociare.

E allora ascolto canzoni che chiudono un cerchio lungo di anni.

Perché la musica mi fa sempre compagnia quando la solitudine ritorna a sproposito e quando tutti i miei sensi in allarme mi sussurrano di andare a dormire e di lasciarmi travolgere da una quotidianità ogni giorno più estranea. Ma tant’è.

Il piano B

Una cosa l’hai capita: ti piace insegnare. Poi vero è pure che al governo c’è una stronza che fa di tutto per impedirtelo, ma questo è un mero dettaglio tecnico.

Hai capito anche un’altra cosa: tu hai dei limiti e uno di questi non va oltre il Tevere. Il pensiero di andare da Roma in su ti fa star male, perché dopo quelle sponde, e fino alle Alpi, il mondo ha un solo colore. Il grigio.

Sai che molto probabilmente a settembre ti chiameranno da Torino e forse – ho detto forse – tu rinuncerai, sia perché Torino non ti piace, sia perché hai deciso di fargliela pagare agli italiani del nord. Se votano la Lega in massa, non devi esser tu, poi, a riparare le loro pezze. E siccome l’anno passato ti hanno chiamato fino a marzo, vuol dire che quelle pezze fanno davvero schifo.

Però sai pure che se fai questo ci sarà di fronte a te un inverno difficilissimo, perché i soldi che stai accumulando basteranno fino a Natale e che se in quei mesi non succede qualcosa poi rimarrai col tuo orgoglio e con una famiglia che ti guarderà con lo sguardo di chi te l’aveva detto.

E mentre tutto questo si accumula nella tua mente, pensi sempre che andarsene da qualche parte, in qualche paese civile, a ricominciare tutto da capo è una probabilità che sa di balsamo sulle ferite della vita. Perché come dici sempre, ti accontenteresti mille volte di servire caffè al bar in un posto dove puoi vivere più degnamente i tuoi sentimenti – perché un uomo che non ha diritti è un uomo degno a metà – piuttosto che pagare le tasse per un’Italia che fa di tutto per farti sentire di troppo.

Mentre tutto questo avviene, a complicare le cose ci si mette pure quella leggera solitudine che ti solletica come il pungiglione dell’ortica, e se cerchi di spiegare le cose che senti ti sembra di parlare un’altra lingua.

Mentre tutto questo avviene, il piano B sembra ridursi a quell’unico salto nel vuoto che può farti sentire davvero libero ma che come ogni volo può ridursi ai cocci che poi sei costretto a raccogliere nell’asfalto. E questo ti terrorizza.

Allora intanto prendi le cose che trovi nella confusione che ti orbita attorno come un fascio di pianetini e forse comprerai pure il libro che Epy ti ha consigliato, perché hai finito di leggere giusto quello che volevi regalarle per il compleanno e adesso sei rimasto senza. Quindi farai un bel respiro e andrai ad abbracciare tua madre, con cui hai litigato poche ore fa, e tutto assumerà un significato che è sempre quello ma che può esser nuovo. Ma questa è un’evenienza che scoprirai solo a partire da adesso.