Perché i Soliti Idioti sui gay sono stati offensivi

Ci risiamo. Succede un po’ nella vita di tutti i giorni, un po’ qui in queste pagine. Non appena ci si lamenta di fronte a un atteggiamento ritenuto poco carino o offensivo nei confronti dei gay, arriva sempre qualcuno con la pretesa che chi denuncia mente o ha torto, a prescindere, mentre il comportamento denunciato è indiscutibilmente sano e corretto.

Ho sentito qualche amico, anche gay, dirmi, in merito all’esibizione dell’altra sera dei Soliti Idioti, «ma che male c’è?».

Premetto una cosa fondamentale: criticare e fare satira su certi atteggiamenti di specifici personaggi gay a me va benissimo. Così come ironizzare su alcuni aspetti legati all’omosessualità. Poi, una cosa è sorridere, in un ambito in cui non si stigmatizza un comportamento o una condizione, un’altra cosa è irridere e sbeffeggiare.

La stessa differenza che può esserci, in altre parole, su un prodotto come Will & Grace e la solita barzelletta sui froci che comprano il salame intero perché il loro culo non è un salvadanaio. Non so se è chiaro il discrimine.

Tornando ai nostri solidi Idioti: sapete perché quello sketch è volgare e offensivo?

Cominciamo dall’incipit. Il personaggio a un certo punto dice, con un certo disappunto:

Come mai che quest’anno a Sanremo non c’è nessuna canzone sugli omosessuali?

Si lascia così intendere che il mondo gay esiga che si parli di sé: quante volte è successo che qualsiasi associazione o personaggio gay abbia fatto una richiesta simile? Chi ne ha memoria, alzi la mano.

In realtà ciò che si chiede è, semmai, proprio il diritto all’indifferenza. Nessuno, infatti, pretende che ci siano canzoni a tematica gay a Sanremo, semmai si spera che quando certi argomenti si trattano – vedi il caso Povia – lo si faccia con un minimo di cognizione di causa.

Il numero intanto prosegue con una serie di battute poco felici per la loro vena cominca intrinseca, mentre uno dei due dimostra di avere una spiccata dipendenza da iPhone – senza nemmeno saperlo usare, visto che si fotografa senza rivolgere a sé l’obiettivo sullo schermo (vogliamo usare uno stereotipo? Bene, un gay non commetterebbe mai un simile errore) – fino a quando emergono altri particolari poco edificanti della rappresentazione dei due gay.

Innanzi tutto, la pretesa di omosessualizzare il mondo: Fabio, per dimostrare a Morandi che la società è popolata da gay, pretende che il pubblico faccia in blocco coming out. Poi, quando si rende conto che è minoranza, grida al complotto omofobo.

C’è pure un vago riferimento alla politica e alla vicenda Giovanardi, ma è sbiadito, poco accennato, il pubblico non lo coglie nemmeno.

Si continua, ancora, con la ridicolizzazione del matrimonio. I due gay lì presenti sono rappresentati come persone superficiali, che sottovalutano l’importanza del sentimento e dell’istituzione matrimoniale. L’altro Fabio, alla proposta di prender marito, risponde con un “non lo so”. Morandi, quando “coniuga” i due, dice loro «vi dichiaro marito e non lo so». Si ricalca, così, uno stigma sociale che deprezza (e disprezza) il sentimento tra due persone dello stesso sesso. Non si è in grado di dire nemmeno “marito e marito”. Che, guarda caso, è il fine della lotta per l’allargamento del matrimonio a gay e lesbiche.

Quindi comincia la canzone e qui si viene sottoposti a una messe di cliché offensivi per più di una categoria sociale. Esser omosessuali è come «esser donna senza il ciclo mestruale», per cui si ripropone l’equazione gay/femmina e, in una società maschilista, sappiamo quanto valore possa avere un accostamento simile. Le donne, ovviamente, ringraziano.

Si accenna al fatto che le coppie gay vogliono un figlio, che sia ovviamente omosessuale, «un po’ sano un po’ normale». Un po’ appunto. Il lato nero della luna in cui sono apposti i termini “salute” e “normalità” rievoca, di contro, parole infelicissime di malattia e anomalia. Altri due elementi che, nell’immaginario comune, rappresentano l’esser gay nell’Italia del 2012.

Quindi si arriva al seguente verso:

E tu che ti vanti di essere normale, intransigente nella tua scelta genitale…prima o poi lo sai c’è un dubbio che ti assale, sarò mica omosessuale?

Tradotto: tu che sei come dovresti essere, prima o poi potrebbe capitare di non esserlo più, di essere “non normale”. Di essere, cioè, gay. E l’opposizione gay/etero si gioca tutta sulla sfera sessuale: si parla di “scelte”, per di più “genitali”. Ciò che distingue le due categorie, cioè, non è l’affettività bensì l’uso del pene e qualcos’altro. Essere gay o meno è una questione di direzione del pene, un tiro al bersaglio che può colpire un centro piuttosto di un altro: o vagina o ano. E anche gli etero, almeno i più consapevoli, ringraziano, a questo giro.

Mi si dirà (e mi si è detto): è un tentativo di prendere in giro un certo modo di rappresentare l’omosessualità. Ecco, appunto. Perché c’è questa esigenza di ridicolizzare una categoria che già deve scontrarsi, quotidianamente, con aggressioni fisiche e verbali, leggi non approvate, negazione dello stato di diritto, dichiarazioni omofobe e via discorrendo?

Secondo poi, questo spettacolo (indecoroso) ha abbattuto i pregiudizi o li ha alimentati?

A tal proposito, vi faccio notare una cosa: avete fatto caso che, quando Fabio invita a dichiararsi pubblicamente, la parola omosessuale è ripetuta solo dalla componente femminile della platea?

E adesso chiedo, ai difensori dei due, se questo non significa nulla.
Per me è fin troppo chiaro.

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E a Sanremo i Soliti Idioti ci fanno rimpiangere Povia

L’attuale edizione del Festival della Canzone Italiana non andrebbe ricordata solo per le prediche di Celentano e le sue invettive contro la stampa cattolica, il fatto che #coprofagia sia un trend di Twitter che fa il paio con #sanremo, la bruttezza proverbiale della quasi totalità delle canzoni (mai come quest’anno), Irene Fornaciari che fa work out sul palco dell’Ariston e dell’ormai leggendaria passera al vento di Belen Rodriguez (anche se un microtanga in realtà c’era).

C’è di peggio, anche se si stenta a crederlo: i Soliti Idioti.

Per capirne la portata comico-culturale dobbiamo ricordare, anzi tutto, quanto segue: nell’Italia non ancora deberlusconizzata la giusta dose di trivialità, allusioni sessuali, luoghi comuni cavalcati e l’uso di parole chiave quali “culo” e “cazzo”, pagano ancora e pagano bene. I due lo hanno capito e infatti sono famosi. Peccato che il loro talento finisca qui. Tutto il resto è tedio. Per chi ascolta, per chi paga il canone, per chi è gay.

Perché? Parliamo della performance sulla coppia di omosessuali presentata sul palco, ieri sera.

Tralasciamo gli aspetti legati alla comicità dell’intervento, tali da prevedere un intero ciclo di puntate di Chi l’ha visto?, magari in versione reality.
Tralasciamo pure la sequela di stereotipi spiattellati di fronte a milioni di italiani che, per l’ennesima volta, riprodurranno l’equazione gay/coglione, senza capire che su quel palco, ieri, a mancare erano proprio i gay.
Tralasciamo, infine, la sequela di “ma perché”, di “mai più” e di “porca troia”, non importa se mentali o verbalizzati, che i puri di cuore hanno lanciato verso lo schermo del televisore.

Rimane il dramma di una TV di Stato (che per altro manda quelle immagini in Eurovisione) ancora bisognosa di espedienti da bimbominkia anni ottanta per fidelizzare un pubblico di decerebrati. O, per lo meno, così mamma Rai tratta i suoi spettatori.

E siccome al peggio non c’è mai fine, dopo il bacio “gay” tra uno di loro e Morandi, quest’ultimo ha esordito con un «non ho niente contro gli omosessuali, ma preferivo Belen». Come a dire: ok i froci esistono ma ad ogni modo viva la figa.

Per fortuna, il popolo di Twitter ha reagito, dimostrando che qualche italiano che non merita il meteorite esiste.
Tra i post più interessanti:

Paola Minaccioni: Soliti Idioti. L’ultima frontiera della comicità , il futuro è nel pernacchione.

contechristino: Finché non si sradica questa concezione secondo cui amare la figa è, per non so quale legge, condizione superiore o migliore non ne usciamo.

Dabliu: State rimpiangendo Povia eh.

Se poi volete proprio la riprova che Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio (questi i nomi) hanno sostituito egregiamente la Dolce Euchessina, vi ricordo che Morandi ha detto loro “bravissimi”  – come a chiunque sul palco e la merda non c’entra, lo giuro – e pure il solito, immenso e omofobo Mario Adinolfi, quello con la stessa tensione intellettuale dell’autore di Luca era gay, lo charme di Giovanardi, e politicamente utile come Carmen Russo,ha pubblicamente apprezzato.

Questo numero in buona sostanza ci ha fatto capire il ruolo che la natura ha previsto per Svastichella, se solo il caso, a volte, non fosse così cieco o “intelligente” come un attacco della NATO in Libia. E magari i due simpaticoni di MTV – senza augurare loro nessun male, ma la presa di coscienza che mai pseudonimo d’arte al momento della scelta era pronto a dare un senso nuovo alla locuzione latina nomen/omen – si renderanno conto, un giorno, che sketch come il loro stanno alla base di tanta omofobia di cui andiamo fieri nel mondo. In prima serata, magari, sualla rete ammiraglia del servizio pubblico.

Dio non voglia, o chi per lui, che la loro “ironia” non produca altri danni, nel frattempo.