In alto a sinistra: quello che i sondaggi non dicono

Leggendo i sondaggi che da qualche tempo circolano sui giornali, anche nella versione on line, e sulle trasmissioni di informazione, ad eccezione di quelle minzoliniane dove il premier è accreditato con percentuali bulgare e numeri cinesi, si nota una sostanziale coerenza nella rilevazione di un dato: il centro-sinistra avrebbe, al momento, superato la coalizione di destra di almeno due punti percentuali.

Se guardiamo i sondaggi commissionati dall’UdC e da Repubblica – un partito e un giornale di direzione politica opposta – appare chiaro che nella nuova ottica tripolare che si sta venendo a conformare, l’elettorato è orientato a ridare fiducia al nuovo tridente composto dal partito democratico, dai dipietristi e da SEL.

Questo dato, che se suffragato darebbe alla sinistra la maggioranza schiacciante alla Camera e, forse, qualche problema in Senato, necessita di alcune riflessioni su quello che potrebbe accadere in caso di vittoria da parte dell’alleanza progressista.

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1. L’insufficienza del partito democratico.

In primo luogo è evidente l’insufficienza elettorale del pd che, per vincere, ha bisogno dei suoi alleati. Contrariamente a quello che prevedeva il modello veltroniano – e cioè un bipartitismo cannibale che ha funzionato solo con la sinistra radicale e socialdemocratica con l’unico scopo di privare milioni di cittadini della rappresentanza parlamentare facendo vincere, per altro, Berlusconi – nella situazione attuale mentre IdV e SEL avrebbero i numeri per essere presenti in parlamento e che sommati rivaleggiano con le percentuali della Lega, il partito di Bersani per vincere ha bisogno dei voti degli elettori di Vendola e Di Pietro.

Ciò ribalta una certa arroganza, tutta piddina e dai presupposti inesistenti, per cui se si vuole governare bisogna passare proprio dall’alleanza col pd. La verità, infatti, sta all’opposto: è il pd che se vuole andare al governo deve fare larghe concessioni ai suoi due alleati che così si rivelano fondamentali per la vittoria.

Nel caso, invece, che la sinistra perdesse le elezioni, sarebbe solo il pd a rimetterci visto che sia Di Pietro sia SEL ingrandirebbero le loro presenze parlamentari ai danni del principale partito di opposizione. Uno stato di cose che dovrebbe indurre a profonde riflessioni i dirigenti di un partito che non è mai riuscito a decollare e che al momento attuale è il vero anello debole della coalizione progressista.

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2. L’inconsistenza della sinistra antagonista.

Nella situazione siffatta non stupisce l’aspettativa elettorale dei partiti comunisti che, sommati, non vanno oltre il 2%, contro i risultati ben più incoraggianti ottenuti da Rifondazione e PdCI fino al 2006 che assieme erano accreditati attorno al 7-8% dei suffragi.

Per altro dalla nuova Federazione della Sinistra prossima ventura – nome che nasconde, anch’esso, una certa arroganza, visto che si vorrebbe dare il nome di Sinistra tout court solo a una parte di essa, escludendone moderati, socialisti e ambientalisti – arrivano segnali a dir poco scoraggianti. Ferrero ha fatto sapere che in caso di elezioni e di vittoria la FdS non parteciperà al governo. Il che, se vogliamo, da una parte è rassicurante visto che una riproposizione dell’Unione con chi ha più a cuore i destini di Cuba e del popolo Saharawi rispetto alla sorte dei cittadini italiani sarebbe poco credibile.

Ci si chiede, tuttavia, se tutto non si riduca a mera rappresentanza ideologica in funzione di poter attingere ai fondi pubblici per i partiti. Se l’attività di governo, che la presenza in parlamento garantisce e che è fine ultimo dei partiti, è così sconveniente  non si capisce perché  la FdS deve anche essere pagata da un sistema che non viene riconosciuto e che non merita neppure di essere governato.

Ragione per cui, in caso di accordo di desistenza, sarebbe opportuna che la coalizione progressista garantisse a rifondaroli e compagni una presenza minima alla Camera (non più di dieci-quindici rappresentanti) e nessun eletto al Senato, proprio per non ripetere i problemi dell’ultimo governo di centro-sinistra.

L’inconsistenza della sinistra antagonista è, prima che elettorale, proprio politica. Questo spiegherebbe il crollo elettorale al 2% nella migliore delle ipotesi.

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3. La presunta non rappresentatività delle sinistre.

Prepariamoci al peggio. Se pd ed alleati dovessero vincere partirà, immediatamente, il mantra berlusconiano che farà leva sul fatto che col 40% dei suffragi non si è rappresentativi della maggioranza degli italiani. Strategia non nuova, in passato efficace, ma che può e deve essere disinnescata da subito facendo notare, ad esempio, che questo sistema elettorale è stato voluto proprio da PdL e Lega e che avrebbe potuto consentire la vittoria, a quei due partiti, nello stesso identico modo che poi potrebbero, in ipotesi, criticare.

Per altro occorrerebbe fare notare un piccolo paradosso. Se la sinistra vincesse col 40% contro il 38% della destra, sarebbe assurdo che chi è ancora meno rappresentativo parlasse a nome di tutti gli italiani, visto che il terzo polo si configura come alternativo e antagonista al modello berlusconiano.

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Ovviamente queste considerazioni sono preventive e hanno valore qualora si andasse a elezioni in primavera, con questa legge e col trend attuale. Vero è pure che gli indecisi sono molti – si parla di un terzo dell’elettorato – e che non bisogna dare, ancora una volta, per spacciato Berlusconi. La storia degli ultimi quindici anni dovrebbe averci insegnato qualcosa in merito.

Il pride non è di destra. E la destra è e rimane omofoba!

Leggo in una nota su Facebook di Cristiana Alicata che Daniele Priori, esponente di Gaylib, associazione gay vicina (o sottomessa) al PdL e di malcelate simpatie fasciste, avrebbe invitato Berlusconi al Pride di Roma perché ormai non è più una manifestazione dell’estrema sinistra.

Risponde bene Cristiana quando gli fa notare che:

1. il fatto che alcune realtà associative non abbiano partecipato ai lavori del Roma Pride non rende quell’evento automaticamente di destra;

2. che il modello politico a cui fa riferimento Gaylib continua ad essere ferocemente omofobo.

Riguardo alle parole di Priori, lo inviterei a vedere (e riprendere) le recenti dichiarazioni della Meloni sulle famiglie omogenitoriali. Mi pare che Priori sia felicemente fidanzato… il suo progetto di vita è stato visto, da un suo ministro, come “naturalmente” insano. La Meloni, per altro, chiama l’amore insito in una coppia GLBT, nel migliore dei casi, come amicizia.

Questa è la destra che piace a Priori, evidentemente. Il quale non si rende conto che certe dichiarazioni non fanno altro che alimentare quel clima culturale che poi porta a soprusi e violenze di cui egli stesso è stato vittima in passato.

E qui devo rimarcare una differenza. Noi di sinistra quando uno dei nostri sbaglia, e questo vale almeno per me, per Cristiana, per Fireman e molti altri che noi conosciamo, non abbiamo problemi a sconfessarlo o ad attaccarlo. Anche aspramente.

A destra, invece, la critica dei capi è inconcepibile. Contenti loro…

Se ne deducono due cose.

La prima, che sinistra è sinonimo di libertà.
La seconda, che quelli come Priori, Oliari e chi per loro devono avere un evidente problema con la figura paterna.

Dulcis in fundo: io penso che debbano esistere i gay di destra. Così come esistono in tutto il mondo. Non capisco perché un gay, per essere di destra, debba anche sospirare nostalgicamente per il fascismo. Questo è un atteggiamento profondamente idiota, a mio modesto parere.

Che Guevara fucilava i gay, per questioni ideologiche. Quando l’ho scoperto non ho avuto problemi a riporre la bandiera con la sua effigie nel cassetto. Non sono stato meno di sinistra per questo: semmai ho rivisto certe posizioni.

Perché Gaylib ha bisogno di essere “pessima”, con le sue note nostalgie mussoliniane, quando potrebbe essere semplicemente diversa e, magari, migliore? Ma qui forse ritorna la questione dei rapporti con la figura paterna.