Oggi sul Fatto Quotidiano: Arcigay, tesseramento della destra e…

Pascale si tessera ad Arcigay Napoli

Sull’ingresso di Pascale e Feltri in Arcigay, insieme all’apertura di Berlusconi verso i diritti delle persone Lgbt mi sono già espresso. E attenzione, non sono di quelli che pensa che certi temi debbano avere collocazione solo a sinistra e ben vengano ulteriori apporti da parte di larghe fette della società e, soprattutto, della politica.

In parlamento la proposta delle unioni civili che si discuterà a settembre, secondo quanto dichiarato dal nostro Presidente del Consiglio, dovrebbe avere già una solida maggioranza, almeno in teoria. Sicuramente alla Camera e con numeri un po’ più ridotti al Senato.

Aggiungo, a tutto questo, che la consacrazione di certi personaggi, come Pascale, rischia di aprire il fronte delle larghe intese con la prospettiva dell’ennesima mediazione al ribasso. Ne avevamo bisogno?

Il resto potete leggerlo sul Fatto Quotidiano di oggi.

Meno male che Silvio c’era

cavaliere_x

Non entro nei dettagli tecnici della sentenza Mediaset, non ho gli strumenti per farlo e rimando a chi ha più competenza di me.

Detto questo, faccio un paio di considerazioni a caldo, rigorosamente sparse.

1. Alcuni sostenitori di Silvio Berlusconi hanno già fatto sapere che chiederanno la grazia a Napolitano. Speriamo che il presidente non si renda complice di questa ennesima vergogna e tuteli, per una volta, gli interessi reali del paese.

2. Trovo veramente paradossale che ci siano personaggi di sinistra, alcuni dei quali pure militanti LGBT, che si dispiacciano  commentando: “non dovevamo farlo fuori così, ma politicamente”. Nessuno ha fatto fuori nessuno. È stato condannato per un reato. È stato rispettato lo stato di diritto. Se non si capisce questo si dà prova di analfabetismo istituzionale. Oltre a essere sostanzialmente uguali al leader del PdL.

3. Per altro affermare che si doveva battere politicamente Berlusconi significa che si riconosce, a livello proprio politico e culturale, la sua azione di distruzione sistematica dello stato di diritto. Solo un analfabeta della democrazia poteva dire una cosa del genere. Coerente con certo pensiero renziano, ma irricevibile.

4. Il Pd adesso, se fosse un partito serio, avrebbe tutte le carte in regola per non farsi più ricattare dal PdL. Potrebbe o dettare la linea su tutto l’azione di governo o farlo cadere e andare a nuove elezioni. Se fosse un partito serio, appunto. Purtroppo ha espresso Letta e questo esecutivo abominevole.

5. Alcuni membri del governo hanno rimesso il loro mandato non nelle mani del presidente del consiglio (e lo scrivo volutamente minuscolo), ma in mano a Berlusconi stesso. Ciò denota l’irrilevanza del nostro premier, il carattere eversivo e, ancora, l’analfabetismo di certi attuali ministri che ricade, di conseguenza, sul governo tutto.

6. Fa bene pensare che Beatrice Lorenzin potrebbe tornare a fare la diplomata del liceo classico.

7. Fa bene pensare che esiste la magistratura, ultimo baluardo della democrazia in questi ultimi vent’anni di follia di cui quasi tutti i partiti e leader dell’arco governativo sono stati complici. Da D’Alema in poi.

Abbattere il debito pubblico? Schiavizziamo i leghisti! E non solo…

Borghezio ha trovato la soluzione per risolvere il debito pubblico italiano: vendere la Sardegna. Intervistato da KlausCondicio, l’esponente della Lega Nord ha dichiarato la necessità di vendere agli USA o a qualche miliardario russo le regioni-zavorra – ipse dixit – della nostra Repubblica, perché troppo impantanate nei fanghi del malaffare e della criminalità.

Adesso, poiché la nostra Costituzione vieta lo smembramento dello Stato, va da sé che tale pratica è improponibile. Ma visto che va di moda riesumare soluzioni d’ancien régime, credo di poter rilanciare e di controbattere a Borghezio soluzioni che potrebbero risalire all’uso romano, o mediterraneo nella sua specificità. D’altronde io non sono di stirpe celtica, bensì ellenica.

E allora.

Si potrebbe cominciare con la reintroduzione della schiavitù. Il criterio di selezione dei nuovi schiavi andrebbe rintracciato nel loro grado di produttività purché inversamente proporzionale alla capacità di produrre cultura e pensiero. D’altronde abbiamo bisogno di forza lavoro, non di raffinati cervelli. Immaginate quanto la Lega, e il suo elettorato, sarebbero utili in tal senso. Fornirebbero braccia e gambe, temprate dai rigori padani e cervelli freschi, mai scalfiti dal dubbio, dal pensiero critico e dalla capacità di mettersi in discussione. Vere e proprie bestie da soma. Il costo del lavoro si abbatterebbe e le aziende avrebbero una bella boccata d’ossigeno.

La reintroduzione della schiavitù comporterebbe un esproprio delle proprietà dei nuovi schiavi. Anche in questo caso l’elettorato leghista servirebbe il paese in modo più che egregio! Dai vertici all’ultimo degli elettori, le casse dello Stato sarebbero rifocillate dall’introito di denaro – al nord sono più ricchi, si sa – lingotti d’oro, diamanti, ecc.

Poiché non sono razzista e poiché credo che tutta Italia debba servire alla causa dell’abbattimento del debito pubblico, propongo inoltre che lo stesso trattamento venga rivolto a tutte quelle categorie che fino ad adesso hanno parassitato il nostro sistema e il nostro paese, a danno delle persone oneste che ci hanno sempre rimesso. Per cui andrebbero compresi in questo programma di reinserimento sociale altri gruppi quali mafiosi, evasori, politici corrotti, gerarchie ecclesiastiche (quelle che coprono i colleghi pedofili, ad esempio), abusivi di ogni sorta.

Avremmo risolto il problema del debito pubblico, si ridurrebbero le tasse in modo sensibile, circolerebbe una grande quantità di denaro per un numero ridotto di contribuenti e tutti noi avremmo colf, badanti, baby sitter e manovalanza di basso rango gratis in qualsiasi momento del giorno e della notte.

Certo, capiremmo poco del barbaro idioma del picciotto di turno o del militante padano. O saremmo infastiditi dalle idiosincrasie di ex deputati, senatori, assessori e sindaci indagati per corruzione, malaffare, rapporti con le cosche e via discorrendo.

Ma, come si diceva in apertura, basterebbe ridurli al silenzio, applicando un tradizionale sistema dei discendenti delle glorie di Roma, dell’eleganza greca e dei fasti di Firenze: il taglione della lingua. Eviteremmo così di sentire ancora le ricette di Borghezio, i paragoni di Daniela Santanché e scongiureremmo l’eventuale futura barzelletta in caso di ritorno di Silvio Berlusconi. Secondo me il guadagno ci sta tutto.

Una chiesa inadatta alla democrazia

Le ultime dichiarazioni di monsignor Babini su Vendola e la sua omosessualità dovrebbero essere bollate come noiose e ripetitive, indice del fatto che la chiesa cattolica non solo non sa adeguarsi ai tempi, ma è incapace di leggere la realtà se non attraverso lo sguardo di un testo epico-religioso scritto migliaia di anni fa.

Sarebbe, poi, ancora meglio ignorare il vescovo emerito di Grosseto che ha capito – al pari di Buttiglione, Giovanardi, Adinolfi e di altre tristi primedonne dell’omofobia – che basta produrre dichiarazioni di un certo tenore per aver assicurate prime pagine di giornali, testate on line, blog e via dicendo.

Quello che però salta agli occhi, questa volta, non è la condanna morale di un modo di essere da parte di un’istituzione in costante crisi di credibilità nel suo ruolo, autoproclamato, di “agenzia etica” della società contemporanea.

Babini ha messo a confronto due cose tra loro non paragonabili. Da una parte una condizione personale – l’omosessualità del governatore della Puglia – e dall’altra le pratiche sessuali del nostro presidente del consiglio.

Essere gay può essere ancora, nel mondo dei cavernicoli e nei corridoi vaticani (purché irrorati dalla luce del sole e di fronte a un microfono acceso) un disordine mentale o un’aberrazione della natura. Ma non è un crimine, almeno per il nostro codice penale e fino a quando l’Italia, secondo quello che pare essere il disegno dei vescovi, non assomiglierà all’Iran o all’Arabia Saudita.

Le notti hard del premier, invece, hanno una doppia conseguenza sul valore etico e penale. In primo luogo perché, se è vero quel che si dice, si usa il corpo della donna e la sua mercificazione per avviare intere carriere politiche. In secondo luogo perché andare con prostitute minorenni è reato.

Monsignor Babini, nella sua ansia di rinverdire le sue fortune mediatiche o nella sua missione di radere al suolo ogni moderna Sodoma, non riesce a distinguere tra comportamenti personali e crimini. Occorrerebbe ricordargli, per altro, che le legislazioni democratiche non riconoscono il peccato, ma valutano la liceità dei comportamenti personali sul piano del diritto.

Questa semplice evidenza lo rende, assieme all’istituzione che lo foraggia, poco credibile e inadatto su qualsiasi piano della vita pubblica e civile di un paese europeo, moderno e democratico.

Qual è il colmo per Silvio Berlusconi?

Caso Ruby.
Ferri corti con la Lega.
Guerra in Libia e amicizia con Gheddafi da giustificare davanti al mondo intero.
Crisi di consensi.
E lo spettro del tribunale sempre più concreto.

Pare che i nodi del cavaliere stiano venendo tutti al pettine. E per uno che ha i capelli finti, se vogliamo, è proprio il colmo.

Se Silvio ci cade sull’uccello…

Per prima cosa andate sul sito del Fatto Quotidiano e leggete l’articolo che vi propongo. Illuminante il pezzo in cui dice che a Berlusconi han fatto più male tre mesi di Gianfranco Fini che quindici anni di Massimo D’Alema.

Apprezzabile e assolutamente condivisibile tutta la parte di critica contro la gerontocrazia. Soprattutto laddove dice che il comando non è qualcosa che ottieni chiedendolo per favore. È qualcosa che conquisti con una lotta. E se ci va di mezzo qualcuno, pazienza. Nella dura legge della giungla, il più grosso mangia il più piccolo ma è anche vero che il più furbo e il più adattabile vince contro il più forte. E a volte, si scambia il più grosso per il più forte ma non è esattamente così… ricordate la storia del t-rex?

Intanto, in questo pianeta di dinosauri che è l’Italia, nell’attesa dell’arrivo del salvifico meteorite una domanda mi sorge: che per Berlusconi la fine di tutto possa essere l’insieme di conseguenze delle sue insane passioni?

Il che, ammettiamolo, sarebbe davvero sconveniente. Silvio Berlusconi – che gli italiani di un certo tipo vedono come il nuovo duce, il nuovo uomo della provvidenza, il salvatore dai carri armati dell’URSS che non esiste da prima che lui arrivasse al potere, l’uomo di tutte le libertà a cominciare da quella di fare ciò che vuole in ispregio al concetto stesso di regola – finirebbe non già come il suo predecessore per le conseguenze di una tirannide sfociata nell’alleanza con Hitler, bensì, parafrasando il fu Bongiorno, ci cadrebbe sull’uccello.

In altre parole: Mussolini è passato alla storia come un povero sprovveduto con manie di grandezza e la sua unica grandezza è stata quella di aver schiacciato un paese intero sotto una dittatura cogliona ma cattiva per poi consegnare gli italiani, dopo i bombardamenti degli americani e degli inglesi, alle rappresaglie dei tedeschi.

Berlusconi passerà alla storia come quello che è sceso in politica per evitare di essere processato e presumibilmente per non farsi un solo giorno di galera. La sua fine, però, non sarà determinata dalla spallata di una classe dirigente capace e dinamica – ricordate il paragone appena fatto tra Fini e D’Alema – ma per le voglie un po’ patologiche di un uomo di età avanzata che non si rassegna alla tirannide dell’età che ormai lo bracca senza pietà alcuna.

E pure le sue recentissime battute sul fatto che è meglio essere come lui – arrapati? – che omosessuali (il che, mutatis mutandis, personalmente mi conforta) sono il segno evidente di una decadenza che oltre che fisica e politica è, prima di ogni altra cosa, culturale. Nel cervello da settantenne del nostro amato premier il dato politico si riduce a fissazione per la vagina. Di chiunque.

Agli italiani di un certo tipo forse tutto questo piace. Peccato che con tutto questo non si pagano gli stipendi, non si tutela l’ambiente, non si evitano le discriminazioni per le minoranze e, men che mai, non si assicurano alle patrie galere i delinquenti. Di qualsivoglia rango.

Gesù Cristo potrebbe pure rivoltarsi nella tomba

Tempi difficili per il Vaticano e, last but not least, i suoi più orridi maggiordomi, dentro e fuori il parlamento.

Tutto comincia quando un buontempone fa circolare un video, con la solita battuta di sua maestà il premier su Rosy Bindi. Adesso, pure io non sono mai stato molto tenero con colei che reputo molto semplicisticamente una suora mannara, ma va detto a onor del vero che se ripeti sempre lo stesso mantra, come minimo pecchi di originalità. E considerando che si parte sempre dalle piccole cose per poter capire eventi ben più grandi, la ripetitività di Berlusconi sull’avvenenza della Bindi può esser vista come il corrispettivo psichico della sua fissa di evitare i processi. Da quindici anni, a ben vedere, tra governo e opposizione non ha pensato ad altro.

Ma veniamo al punto: re Silvio recita la solita solfa, vecchia come la pelle che continua a tirarsi sul viso anche a costo di assomigliare a Mao Tze Tung, e parte il bestemmione. Piazza San Pietro si indigna. Per poi far sapere che occorre comunque contestualizzare. Anche quando si accosta il concetto di Dio alla sfera semantica del suino. E poi si dice che la chiesa sia contro il relativismo…

Certo, fosse stato detto a una puntata di un qualsiasi reality, Berlusconi avrebbe già lasciato la casa, l’isola, la fattoria e pure l’harem. Ma la vita, per fortuna, non è il Grande Fratello. L’unica cosa in cui coincidono è la stronzaggine cosmica che poi, a ben vedere, è la stessa che genera l’alchimia che fa diventare ministre le veline e docenti universitarie le figlie di miliardari prestati alla politica.

Tutto questo per altro dimostra, per altro, come oltre Tevere si abbia, a volte, la dimensione morale di una Marcuzzi qualsiasi.

Ma non è di questo che volevo parlare.

Volevo parlare di embrioni, invece. A quanto pare il premio Nobel per la medicina, quest’anno, se l’è aggiudicato tale signor Edwards, che ha fatto la felicità di migliaia di coppie che, altrimenti, non avrebbero potuto avere un figlio. Vedi pure: fecondazione assistita.

Il Vaticano, coerentemente col suo amore per i bambini, si è ribellato: nell’attribuzione del premio a un uomo che, a sentir la pretaglia, ha permesso la distruzione di milioni di embrioni – che poi, in realtà, vengono utilizzati per ricerche scientifiche, per migliorare la salute, per fare cure di cui pure i rappresentanti del clero godono o godranno – non si è tenuto conto dell’aspetto etico della fecondazione in vitro. Già. La stessa, magari, che fa fare spallucce a chi, come l’attuale papa, ha scritto documenti super segreti per proteggere pedofili in tutto il mondo.

Ma al peggio non c’è mai fine e visto che si parla di etica, mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Joseph Ratzinger del fatto che la sua visita a Palermo del 3 ottobre scorso ha causato, nell’ordine:
– un salasso economico per un comune già disastrato da anni di amministrazione della destra
il calpestamento della Costituzione della Repubblica, proprio quando la polizia, in pieno stile fascista, ha fatto togliere a una libreria alcune frasi proferite da un certo Gesù Cristo, in uno dei Vangeli che parlano di lui perché considerate offensive nei confronti del papa.

Certo, poi ti viene in mente che se la Santa Sede tollera chi bestemmia il diretto superiore di ogni pontefice mai esistito – che per la cronaca è anche il leader politico del sindaco del capoluogo siciliano – e che sempre la Santa Sede in passato ha tollerato di andare a braccetto con le peggiori dittature del mondo, dal fascismo in giù. Non sarà un cartellone strappato a far scandalo.

Concludo riprendendo il commento di Micromega su tutto l’accaduto: fa strano che gli unici a indignarsi, per i fatti di Palermo, siano stati Il Fatto Quotidiano e il periodico di Flores D’Arcais. Il resto della stampa – di regime e antiberlusconiana, ma ugualmente papista – tace: evidentemente era troppo occupata ad avvolgere il pesce in qualche mercato rionale.

Il popolo viola l’ha fatto nero

Partiamo da un’evidenza: il viola porta male al mondo dello spettacolo. Per un governo che è un manipolo di pagliacci e di veline, il colore della manifestazione di ieri mi sembra veicolare un più che giusto auspicio. Quello che questi signori se ne vadano a casa. Qualcuno, eventualmente, pure in galera.

Per il resto c’è ben poco da dire. La giornata di ieri è stata meravigliosa. Si era talmente in tanti che non sono riuscito a beccare quasi nessuna delle persone con cui avrei voluto passare la giornata. Eppure, nonostante sia rimasto da solo per quasi tutto il tempo della manifestazione, solo non mi sono sentito, perché c’era una energia e una bellezza di centinaia di migliaia di persone – novantamila secondo la polizia (ma quelli si sa che non sanno contare), cinquecentomila per il TG1, quindi, verosimilmente, oltre un milione – che chiedevano una cosa soltanto: democrazia.

I contenuti di ieri possono essere sintetizzati così:

1. ogni male italiano, dal malaffare alla corruzione, passando per una certa affezione alla mafia, si riconduce a un’etica di massa che porta Berlusconi al potere;
2. l’Italia, grazie a Berlusconi, all’estero è vista come una repubblica ex-sovietica. E Berlusconi come un tirannucolo volgare, privo di qualsiasi credibilità politica, che si atteggia a grande statista;
2 bis: quanto sopra rende oltre modo ridicolo sua maestà Silvio;
3. questo governo non è autorevole, rappresenta un insieme di maggiordomi e future badanti del premier che devono obbedire ciecamente ai suoi ordini, pena l’espulsione da ogni carica politica (Margherita Hack ha invitato Alfano a vergognarsi);
4. la chiesa è vista come complice di tutto questo (io l’avevo detto, io l’avevo detto!);
5. Berlusconi ha utilizzato una grande tragedia umana – il terremoto a L’Aquila – per farne cassa di risonanza per il consenso politico e ciò lo rende oltre modo detestabile;
6. Salvatore Borsellino ha ricordato come sia inaccettabile e scandaloso che la mafia venga portata ai banchi del parlamento e dentro il governo stesso;
7. il nostro presidente del consiglio deve dimettersi perché sospettato di essere un mafioso, accusa alla quale anche Borsellino crede.

Fanno un po’ ridere le reazioni del Pdl. Tutti a prendersela con Di Pietro e la sinistra, con la piazza “comunista” e rossa. Ragazzi, non capite un cazzo, lasciatevelo dire. La manifestazione di ieri è stata autogestita. Ok, il popolo era (quasi) tutto di sinistra, ma questo dovrebbe farvi capire, cari amici di ogni parrucchino possibile, che in questo sta la grande differenza tra un elettore della sinistra e un berlusconiano: il primo ragiona ed è capace di fare politica a prescindere dal partito di riferimento. Il secondo, invece, è l’equivalente di un cane di Pavlov.

La serata è poi continuata con tanta musica ed io ho incontrato, alla fine, le persone che volevo vedere: la Pinzi, per altro, mi ha fatto un regalo bellissimo. Siamo andati dietro al palco e lì ho conosciuto Fiorella Mannoia, Moni Ovadia e ho visto il concerto di Vecchioni da dietro le quinte (le foto sono su Facebook!).

Alla fine ho raggiunto Cristiana e gli altri. Cristiana che ha avuto la bella idea di lasciarmi un posto vuoto vicino a Ivan Scalfarotto e, quando li ho raggiunti, mi ha detto, davanti a tutti, col suo sorrisino e la sua faccia da schiaffi “Dario, presentati”. Cioè, sono seguiti un paio di minuti agghiaccianti. Ma poi, a ben vedere, i mariniani del piddì sono dei gran simpaticoni (e Scalfarotto è pure tenero, sapete?). Ma anche questo, mi consentirete, io l’avevo sempre detto.

2012: proprio la fine del mondo

Ieri sera sono andato a vedere 2012. Confesso di averlo fatto per tre motivi fondamentali: gli effetti speciali, per il crollo della cupola di San Pietro e perché quella cupola, mi era stato detto, crolla proprio sulla testa del premier italiano. Le aspettative sono state tutte ampiamente soddisfatte. Gli effetti speciali ti tolgono il fiato e ti incollano al maxischermo per oltre due ore, di fila. Il premier potevano renderlo più somigliante, invece era solo un ometto isterico con un alto senso del dovere che mal si adatta, isteria a parte, alla realtà politica locale. Ma tant’è.

Al di là del mio sadismo, il film è interessante, fermo restando che sempre di boiata trattasi, per una serie di questioni. Vediamole.

L’immaginario catastrofista. 2012 è un polpettone americano con tutti i crismi, che richiama tutto il filone catastrofista degli ultimi cinquant’anni. Si passa dai classici Terremoto a L’inferno di Cristallo, fino a coinvolgere i più recenti e disgraziati Dante’s Peak, Deep impact, The core e tutto ciò che prevede(va) l’apocalisse a cui gli americani avrebbero trovato adeguata soluzione. Infiniti i richiami a Titanic, dove mancano Jack e Rose, ma in compenso abbiamo una simpatica coppia di vecchietti che, lungi da ogni omosessualità latente, si ritrovano uniti al momento della fine.

L’immaginario politico. Il presidente degli USA è nero. Il premier tedesco è una donna. Il capo di stato russo non parla una mazza di inglese. Tutto molto realistico, a ben vedere. L’Italia viene trattata un po’ male, ma giustamente se vogliamo. Viene dipinta come serva del potere papale fino all’ultimo e, durante un summit d’emergenza, sarà la Merkel – o presunta tale – a parlare anche a nome dell’Italia. La nostra credibilità si deve registrare anche da piccoli fatti come questo. Nell’immaginario dello spettatore di americanate similari, l’Italia non conta un cazzo. Il regista lo sa e gli serve quest’evidenza tra un inseguimento di macchine e un’eruzione devastante. Tutto come da copione, insomma.

La figura del premier italiano. Come ho già detto è un isterico. Appare due volte e l’unica volta in cui parla eccelle per arroganza. Dopo di che si fa intendere che non si metterà in salvo per essere accanto al suo popolo nel momento della fine, accanto al papa, a pregare. Quando questo viene detto, la sala di solito reagisce con fragorose risate. Berlusconiani a parte che si mettono ad applaudire. Questo dà la misura di quanto siano cretini gli elettori del PdL per due buone ragioni. La prima: quel film non rappresenta Silvio, ma l’imbecillità italiana. La seconda, qualora lo rappresentasse, Berlusconi sarebbe uno dei primi a salire sulle navi della salvezza dei potenti. Ed è proprio questo carattere del premier italiano proposto dal film che lo rende una pellicola di fantascienza.

La real-politik. I politici vengono rappresentati come laidi vermi o come eroi. Ne escono bene lo pseudo-Obama e la pseudo-Merkel. Malissimo il russo e l’italiano (chissà perché). I cinesi sono visti come i soliti stronzi fascio-comunisti. E poi c’è la figura del segretario di-non-si-è-ben-capito-cosa americano, che assomiglia a Brunetta quasi in tutto e per tutto. Tracotante come il nostro ministro della pubblica amministrazione e ugualmente amabile, ne differisce solo per l’altezza. Per il resto hanno la stessa faccia. E non solo.

No B Day: il piddì fa come piace a Silvio

Come in molti ormai sanno, il 5 dicembre ci sarà una manifestazione di protesta sulle malefatte del nostro premier. Non solo per quelle delle quali è accusato nei tribunali della Repubblica, ma anche quelle che fa in parlamento per evitare gli stessi tribunali in cui dovrebbe andare come qualunque altro cittadino, visto che fino a prova contraria saremmo in democrazia.

Questa manifestazione è stata organizzata da comuni cittadini e cittadine che, si legge nel sito ufficiale dell’evento, «ritengono Silvio Berlusconi una pericolosa anomalia del sistema democratico italiano».

Aderire all’evento è semplice, basta essere a Roma il 5 dicembre 2009 alle ore 14, in piazza della Repubblica, portandosi dietro un indumento color viola: una sciarpa, un cappello, una maglietta, ecc. Per la sua natura, inoltre, la manifestazione è apartitica, ragion per cui non sono permessi vessilli di questo o quel partito. In altri termini, è una libera iniziativa della cittadinanza, la voce del popolo che attraverso strumenti democratici si organizza e esprime il proprio dissenso, secondo quanto previsto dalla Costituzione, verso un disegno eversivo che mina le basi del diritto e della democrazia nel nostro paese, disegno incarnato dall’attuale maggioranza al potere e dal suo leader.

Stando così le cose, il principale partito di opposizione dovrebbe avere come imperativo categorico quello di aderire e di fornire un aiuto concreto alla libera iniziativa popolare: d’altronde, un partito che si chiama “democratico” dovrebbe favorire le iniziative che cercano di salvaguardare la democrazia.

E invece.

Il piddì non ci sarà e non aderirà ufficialmente al No B Day. La scusa è di stampo benaltrista: non è una manifestazione che propone, va solo contro. Il piddì, partito che ha caratterizzato la sua cifra politica in nome dell’ignavia, adesso vuole farci credere di avere delle idee. Dimenticano i dirigenti del pd che la piazza ha il diritto di arrabbiarsi e che sta proprio alla politica fornire soluzioni alternative anche prendendo spunto da ciò che la piazza richiede. E il 5 dicembre gli italiani onesti chiederanno che si torni dentro il dettato costituzionale. Non aderire a questa evidenza è un atteggiamento politicamente idiota, se non complice di quel disegno eversivo che è incarnato dal nostro premier.

Per rimediare a questa vergognosa assenza, il pd organizzerà, subito dopo, una manifestazione “propositiva”, in cui diranno non solo un NO al cavaliere, ma proporranno l’alternativa. Cosa che dovrebbero fare in parlamento, a dire il vero, magari presentandosi in massa e votare contro provvedimenti contro lo scudo fiscale. Tanto per fare un esempio. Scudo fiscale passato grazie alle assenze del partito guidato da Bersani, dalla Bindi, dalla Binetti.

Giorno 5 dicembre in piazza scenderà il popolo del diritto e della democrazia. Non aderire ufficialmente al No B Day, significa non avere a cuore la libertà di questo paese. Concludo facendovi notare come nel manifesto dell’iniziativa dei piddini, non compare mai il nome del premier. Una scelta in pieno stile veltroniano, a ben vedere, il leader del centro-sinistra che ha consegnato l’Italia intera all’attuale destra al potere. Una scelta di un partito che fa opposizione così come Berlusconi la prevede: senza che il capo della maggioranza venga attaccato, senza che il suo nome venga fatto, senza che le sue magagne vengano messe alla gogna. Questo, purtroppo, è il partito democratico.

L’alternativa a tutto questo c’è: andare il piazza il 5 dicembre. Sta a noi, liberi cittadini e libere cittadine, prenderci la libertà che i rappresentanti politici di entrambi gli schieramenti (con qualche lodevole eccezione) non hanno intenzione di salvaguardare.