Quell’unico punto

Le fusa del gatto.
Quello che resta della pioggia, in strada. E alle macchine il privilegio di trasformarlo in suono.
La confusione, qui in camera da letto. Fuori e dentro.
Quel desiderio.
E il caos dei pacchi da incartare, per andare altrove. Un’altra volta.
I consigli degli amici. I sì, i no, i “non devi”.
Tracy Chapman. E una canzone di Luca Carboni, come quando avevo diciott’anni.
Tutte le parole che stanno qui dentro. Proprio tutte. E tutte in quell’unico punto.
Il vuoto ha lo stesso rumore del silenzio.

Potrei anche dirti di venire a riempirlo. Perché vedi, io sarei anche disposto ad accoglierti.
E. Tu. Tuttavia.

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Voto in Sicilia: vox populi, vox Dei

Due considerazioni sul voto siciliano di ieri, per quanto emerso fino ad ora tra dati sui votanti e exit poll.

1. L’astensionismo.

Più di un siciliano su due non è andato a votare. Un messaggio molto chiaro per la classe dirigente dell’isola. La gente non si fida più. Pare che il “mal di Verre”, ovvero l’impossibilità di avere un governo su cui non cada il sospetto della corruzione e della politica della rapina, abbia convinto, a questa tornata, a non prendere posizione sulla rosa dei candidati possibili, fossero essi più o meno presentabili o assolutamente irricevibili.

Altrove ho letto che questo risultato decreta la morte della democrazia. Penso sia vero il contrario. La democrazia in Sicilia è già morta da un pezzo, semmai, e che tale morte abbia generato questa disaffezione che è una bocciatura per un’intera classe dirigente nella sua interezza, da Rifondazione all’estrema destra.

2. Il boom del M5S.

Gli exit poll darebbero, almeno a Palermo, una netta vittoria al candidato grillino. Mi chiedo: se questi dati venissero confermati, i partiti tradizionali continueranno nel loro snobismo contro il M5S? Di fatto questo movimento si sta imponendo sulla scena nazionale. Innanzi tutto come elemento di protesta contro l’ordine precostituito. E se perderà questi suoi connotati e dovesse dimostrare di avere anche un progetto politico serio, potrebbe diventare uno dei nuovi protagonisti della politica italiana.

Un bene, un male? Il senno di poi potrà dircelo. Ricordiamoci che la discesa in campo di Berlusconi è stata di gran lunga più pericolosa, perché calata dall’alto e sostenuta dal circo mediatico controllato dal Cavaliere in persona. E lo stesso Partito democratico, all’atto della sua nascita, non era altro che una fusione, sempre voluta dai dirigenti di DS e Margherita, di un’accozzaglia di partiti iper-identitari (quelli cattolici) o ideologicamente confusi (gli ex comunisti). Il dopo ci dimostra che Bersani può emergere, in questo contesto, e sempre che vinca le primarie contro Renzi, perché meno mediocre di chi lo circonda. Ma non si va molto lontani da una “plumbea medietà” in cui annaspa anche la dirigenza della cosiddetta sinistra.

In ogni caso, io credo che la democrazia, ieri in Sicilia, si sia perfettamente compiuta in relazione alla storia passata. Più della metà della popolazione locale ha licenziato la politica isolana. Il restante 48% dovrà essere distribuito tra cinque candidati. E se Grillo fa il boom, i partiti tradizionali saranno ridotti al minimo. Vox populi, vox Dei, d’altronde. Anche quando il popolo parla col silenzio.

Ore piccole

A volte hanno il suono di un violino silenzioso.
Dei bilanci di quanto accaduto fino un attimo prima di abbandonare i nostri vestiti sulla sedia, senza ordine, in armonia col caos. E in assonanza col dolore.
Hanno le parole della canzone che ascolti sempre in momenti come questo.
Il suo sguardo, fuggito per chissà dove. Ma nella rassicurante certezza del per sempre.
Il sapore del sonno, che tarda ad arrivare.
Il rumore delle cose perdute. E dei pensieri che si trascinano dietro, come barattoli dalla macchina di uno sposo. Uno soltanto.
Ripetono cose pronunciate da altri. Alle quali non credi, ma che ti appartengono. In un certo qual senso.
Si portano dietro il canto di un uccello ignaro dell’unisono con l’alba.
Hanno tutto il volume della solitudine. Impalpabile. Insostenibile.
Hanno il silenzio e si accontentano. Siamo noi a riempirlo di ogni cosa che, a ben guardare, esiste se non al di qua della pelle.

Hanno il silenzio e il nulla. Non hanno mai chiesto la rabbia e l’impotenza dell’asfalto. E si accontentano, appunto. Siamo noi semmai, ancora svegli e coi nostri dilemmi solo umani, ad esser fuori posto.

Le parole. E il silenzio

Quando venne scritto che Dio ci fece a sua immagine e somiglianza, gli autori della Genesi non alludevano a sembianze fisiche. Questo lo sanno in pochi.

La parola. Le parole. I suoni magici, i nostri abracadabra con cui riusciamo a creare la nostra vita. Così come vennero generate le galassie, le rose in autunno, la memoria di ogni abbraccio, le foglie sul fiume e le nuvole sopra le nostre teste.

Esse hanno il potere di offenderci. Di farci del male. Di distruggerci. Come quando ci insegnano a credere che non siamo adeguati per questa esistenza. Quando ci tagliano a pezzetti anche le lacrime, con un no, un va via per sempre.

Oppure hanno il potere di allontanare i temporali. Di farci ritrovare in un abbraccio insperato. Di costruire il senso di una realtà che si schiude di fronte a noi come le stelle del mattino che gioirono in coro, proprio al momento della loro nascita. Sempre con un suono, un assolo di violino, ma declinabile nei meandri delle grammatiche, pronunciabile anche con fare distratto. Come distratto sa essere solo il vento, a volte.

Le parole, in altre parole, sono la vita. Sono la benedizione di una promessa. L’appuntamento del giovedì, sotto la pioggia. Al loro opposto, dall’altra parte dell’essere e l’esistere, sta il silenzio. Il suono del sonno, dei pensieri non ancora pronti a diventare realtà, della fine di tutte le cose.

Per questo siamo simili a Dio. Perché parliamo. Perché cerchiamo di riempirlo, quel silenzio, nelle pagine dei libri, nei messaggi che lasciamo, intrisi della speranza più incontenibile, magari di essere richiamati. Nelle intenzioni, le più pure. Le più vere. Per ogni volta che promettiamo di amare. Di amarci.

Per tutto questo riempiamo il silenzio e creiamo il nostro Adamo, la nostra Eva, l’eden e l’albero della mela da mangiare per dare un senso a ogni cosa. Per trovare la parola giusta. Mai definitiva. Al massimo stabile. O forse solo un po’ meno precaria. Almeno, meno di noi. Per trovare un punto in cui sollevare noi stessi, dal mondo a volte ingrato. O per lasciarci cadere, con gioia, come nelle montagne russe. In attesa della prossima curva, delle prossime cose da dire. In attesa della rima perfetta.

In due

Nel silenzio della lampada e la sua luce diagonale.
Sul letto, sulle coperte bianche, sul pavimento da pulire.
Sui pensieri rosso sangue.

Scoprire che la tua anima è spaccata in due.
In due.
Yin e yang, alfa e omega, cielo e inferno.
Due parti che si contengono tutto il resto di te.
Ciò che ne rimane.
Un pezzo che, in concreto, non esiste. E vuole tutto il resto.
Il corpo, i sogni, le stesse parole, ultimamente solo scritte, in esilio.

E perciò, dentro e fuori, il silenzio.

Oggi su Gay’s Anatomy: La morte di Dalla e la nuova pietà

«Ritornando a Dalla: la chiesa – detentrice di verità assoluta – ha preteso e ottenuto, in un attualissimo trionfo della morte, il silenzio sull’arte dell’uomo. Il compagno dell’uomo, sempre presunto (e in ciò sta l’indeterminatezza di un sentimento non detto, per cui fragile nella sua definizione), ha incarnato una moderna pietà, dove non c’è nessuna madre che sorregge il figlio, ma solo un individuo (o un individuo solo?) che non ha più niente in mano, se non il dolore. I media hanno gridato l’omosessualità mai detta, tradendo con la retorica sempre oscena la gloria che si voleva dare all’artista.»

O del perché se il silenzio su una scelta è sempre rispettabile, ricorrere alla visibilità dà forza a tutto il nostro essere.

Per non cadere, in altre parole, dentro il recinto del dover essere invisibili. O, peggio ancora, di vivere una realtà fatta di bugie.

Il resto su Gay’s Anatomy.

Solo il giorno più lungo…

Comprare uno stereo che non sarà mai materialmente tuo può mai essere un passo, uno qualsiasi, verso la riappropriazione della propria vita?

Intanto.

Vivo in una terra il cui tramonto sposa il cielo alla labradorite ma questo non riesce ad essere, quasi mai, una consolazione. Nonostante tutto.
Non può mai esserlo, quando il tuo cuore batte tre sillabe, di volta in volta. Tre sillabe. Se le leggi veloci viene fuori: esodo.
Non può mai esserlo perché questa continua ricerca di senso e di significato dovrebbe avere come ingredienti primari una nuova storia e delle parole nuove. Le seconde, per raccontare la prima. Eppure tutto intorno, a volte, è di un silenzio che disorienta. Però la gente si lamenta con me, perché secondo loro non ho mai niente da dire. Io, non avrei nulla da dire…

(Ma mi hai chiesto quand’è stata l’ultima volta che sono stato felice? O che ho pianto. Guarda che per me è lo stesso.)

Per concludere: domani sarà solo il giorno più lungo. Anche se, come ogni giorno, durerà solo ventiquattr’ore. E forse questo consola. Chissà.

Rumore contro l’omofobia

Promemoria utile e necessario: oggi è la Giornata Mondiale contro l’omofobia. Avvertite gli stronzi…

Per chi poi volesse pure rendersi utile e militante, c’è questa iniziativa di We have a dream:

Rumoros* contro il silenzio!

Il 17 maggio 2010 si celebra la sesta giornata mondiale contro l’omofobia e la transfobia (IDAHO International Day Against Homophobia and Transphobia).

La data ricorda il 17 maggio 1990 quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso anche l’omosessualità ego-distonica dall’elenco delle malattie mentali.

Il Parlamento Europeo si è già pronunciato il 18 Gennaio 2006 con una Risoluzione sull’omofobia in Europa nella quale condanna con forza ogni discriminazione fondata sull’orientamento sessuale ed è tornata a parlarne con la risoluzione del 26 aprile 2007 per ricordare la necessità che la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale in tutti i settori sia vietata completando il pacchetto legislativo contro la discriminazione basato sull’articolo 13 del trattato CE, indicendo il 17 maggio di ogni anno quale Giornata internazionale contro l’omofobia (per le istituzioni europee parlare di omofobia equivale a parlare anche di transfobia).

Ancora oggi, nel 2010 alle sollecitazioni del Parlamento Europeo lo Stato Italiano risponde con l’indifferenza e il silenzio e continua a evitare di promulgare una legge che riconosca i reati di Omofobia e di Transfobia.

Al silenzio istituzionale si unisce quello sociale. Entrambi favoriscono non solo la violenza fisica, ma anche la discriminazione a scuola, sul posto di lavoro, nei luoghi di aggregazione per le persone lesbiche, gay, trans gender, bisessuali, queer e intersessuali.

L’omofobia e la transfobia si subiscono ogni giorno, anche nei piccoli gesti della vita quotidiana, per questo vi invitiamo a scendere in piazza per farci sentire, in maniera pacifica, colorata e chiassosa!

Portate in piazza i vostri ‘strumenti’ per essere rumorosi contro il silenzio delle Istituzioni: strumenti musicali, fischietti, pentole, coperchi, campane, cellulari e tutto quanto troviamo nelle nostre case per squarciare il silenzio che circonda l’omofobia e la transfobia.

Vi aspettiamo Lunedì 17 maggio dalle ore 19 in poi, davanti la piazza di Montecitorio

– Leggeremo una sintesi della risoluzione europea contro l’omofobia, per conoscere ciò che succede attorno a noi e ciò che ancora non succede in Italia.

– Ognuno di noi potrà leggere le dichiarazioni omofobiche e transfobiche, esplicite o velate, di personaggi pubblici, politici e prelati che contribuiscono a diffondere questo clima di odio sociale. Vi invitiamo a portare dichiarazioni, articoli, brevi scritti estratti da qualsiasi pubblicazione che ognuno di noi potrà leggere in piazza.

– Sulla scia della mobilitazione, della rottura del silenzio e dello spirito di solidarietà, alla fine imbracceremo tutti i nostri ‘strumenti’ e contribuiremo a costruire una chiassosa, ma pacifica orchestra rumorosa contro il silenzio!

puoi farti un’idea qui http://www.youtube.com/watch?v=HpEOQEjrjpM&feature=related

Mettere in ordine

So già come andrà a finire. So che alla fine rimetterò in ordine la mia stanza e aprirò le finestre, in modo tale che la corrente porti via le incertezze e anche un po’ di rabbia. Una cosa per volta.

Perché quello che non capisco è il silenzio. Che si rompe solo quando mi devi legare a te. Solo quando decido che non esisti più. È allora che ritorni. Per ricordarmi che sei lì, da qualche parte. Non solo in un altrove che vedo sempre più lontano. Ma da qualche parte al di qua del mio respiro.

E questo, credimi, è intollerabile, a volte.