Ricordando Pippo Fava e la necessità della lotta politica

Giuseppe Fava, 1925-1984

Giuseppe Fava, 1925-1984

Copio e incollo dalla bacheca Facebook della mia amica Caterina Coppola:

Neanche le vittime della mafia, in Italia, sono tutte uguali. Ci sono vittime che (giustamente!) vengono ricordate ogni anno con cerimonie pubbliche, discorsi roboanti, lunghe trasmissioni televisivie, convegni nelle scuole e via discorrendo. E poi ci sono vittime un po’ scomode, alle quali si concede un veloce passaggio nei TG (e neanche tutti), qualche trafiletto sulla cronaca regionale e poco altro. Il resto, è affidato a chi ha scelto di raccogliere quell’eredità di coraggio, di amore per la verità, di passione per la giustizia (quella che, spesso, non passa dai tribunali).

Il 5 gennaio di 31 anni fa moriva ammazzato dalla mafia, a Catania, Pippo Fava, uno che del giornalismo aveva fatto missione, che con la sua ansia di verità denunciava il potere criminale della sua città e che ha insegnato quel modo di fare questo mestiere ad un manipolo di ragazzi, che ne hanno raccolto e tramandato l’eredità (e che ringrazio personalmente, uno per uno).

E il 5 gennaio era anche il compleanno di Peppino Impastato, morto per mano dei sicari di Badalamenti, perché con la stessa urgenza di verità, raccontava dal microfono di una radio indipendente di paese i loschi traffici e la malefatte di “Tano Seduto”. La sua memoria è arrivata a noi grazie alla sua famiglia, a sua madre Felicia e ai suoi compagni di quell’epoca. E anche loro vanno ringraziati, uno ad uno.

E no, non sono cose che riguardano solo i siciliani, se ancora non fosse chiaro a tutti…

Chiudo con una frase di Pippo Fava, forte ed emblematica per tutti coloro che pensano che i soprusi, le ingiustizie, le sopraffazioni e le disuguaglianze vadano combattute: “A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?”.

A queste parole, aggiungo quelle trovate sulla pagina di Wikipedia dedicata al giornalista ucciso:

Alle ore 21.30 del 5 gennaio 1984 Giuseppe Fava si trovava in via dello Stadio e stava andando a prendere la nipote che recitava in Pensaci, Giacomino! al Teatro Verga. Aveva appena lasciato la redazione del suo giornale. Non ebbe il tempo di scendere dalla sua Renault 5 che fu freddato da cinque proiettili calibro 7,65 alla nuca. Inizialmente, l’omicidio venne etichettato come delitto passionale, sia dalla stampa che dalla polizia. Si disse che la pistola utilizzata non fosse tra quelle solitamente impiegate in delitti a stampo mafioso. Si iniziò anche a frugare tra le carte de I Siciliani, in cerca di prove: un’altra ipotesi era il movente economico, per le difficoltà in cui versava la rivista.
 
Anche le istituzioni, in primis il sindaco Angelo Munzone, diedero peso a questa tesi, tanto da evitare di organizzare una cerimonia pubblica alla presenza delle più alte cariche cittadine. Le prime dichiarazioni ufficiali furono clamorose. L’onorevole Nino Drago chiese una chiusura rapida delle indagini perché «altrimenti i cavalieri potrebbero decidere di trasferire le loro fabbriche al Nord». Il sindaco ribadì che la mafia a Catania non esisteva. A ciò ribatté l’alto commissario Emanuele De Francesco, che confermò che «la mafia è arrivata a Catania, ne sono certo», e il questore Agostino Conigliaro, sostenitore della pista del delitto di mafia.
 
Il funerale si tenne nella piccola chiesa di Santa Maria della Guardia in Ognina e poche persone diedero l’ultimo saluto al giornalista: furono soprattutto giovani ed operai quelli che accompagnarono la bara. Inoltre, ci fu chi fece notare che spesso Fava scriveva dei funerali di stato organizzati per altre vittime della mafia, a cui erano presenti ministri e alte cariche pubbliche: il suo, invece, fu disertato da molti, gli unici presenti erano il questore, alcuni membri del PCI e il presidente della regione Santi Nicita.

Da attivista LGBT, da cittadino, da cittadino e attivista siciliano, credo che sia importante ricordare la centralità di questa figura, per il suo amore per la giustizia e la verità, per l’importanza che egli dava alla “lotta politica” come spazio d’azione volto a garantire un mondo più bello per tutti e per tutte.

Non è un caso, ahinoi, che l’Italia di oggi assomigli a quella parte di società che negò la natura mafiosa di quel crimine e che disertò in massa i funerali di quello che può definirsi, con poche parole, un grande uomo.

Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

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La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

Il giro di boa

La bellezza del tramonto in estate, qui sempre dietro gli Iblei.
E la bellezza del tramonto dell’estate.
Gli ultimi scampoli.
I messaggi degli amici e delle amiche, sparpagliati qua e là.
Il viola della sera.
La pigrizia delle cicale. Come se la pigrizia, poi, fosse un disvalore.
Il sonno dei gatti.
La propria indolenza, nell’incertezza tipica di ogni crepuscolo interiore.
Che poi sto solo cercando di dire che non so se andare a mare o se poltrire il resto del giorno nella mia stanza.
I profumi della cucina di casa.
Le voci, di là. E quelle interiori.
Il venticello, gentile e dispettoso.
Tutti i pensieri. Tutti.
L’attesa dei temporali estivi. E l’auspicio dell’arcobaleno.
Il bacio che non c’è.
I buoni propositi, che per stavolta non scriverò, perché poi vanno via come sabbia tra le mani.

E il giro di boa, che sempre accade in momenti come questo, a metà agosto, in quella vibrazione tra ciò che è, ciò che sta finendo e quello che accadrà, come sempre.

Elezioni amministrative 2013: e adesso?

Riassumendo.

1. Il centro-sinistra vince ovunque. Ok, con la metà di elettori ed elettrici a casa, ma questa è la democrazia, tesoro! Adesso il Pd, assieme ai suoi alleati, ha due opzioni: o cavalcare l’onda, prendersi tutte le sue responsabilità, darsi un’identità definitiva – progressista, laica, moderna, europea e europeista a cominciare dai fatti – oppure convincere quel 50% di astenuti a passare dall’altra parte e perdere parte dei suoi. Dal 2006 sono stati maestri i nostri eroi in questo. Adesso anche basta.

2. Il MoVimento 5 Stelle frana rovinosamente, perdendo fino a trenta punti percentuali sui precedenti consensi in Sicilia – a meno che non si voglia fare un raffronto con i tempi di Federico II di Svevia o col periodo normanno e dichiarare la vittoria netta e imprescindibile. Forse, e sottolineo forse, il primo errore è stato quello di aver negato la fiducia a Bersani quando era possibile farlo. Appoggio esterno, governo tenuto sotto controllo vigile, magari Rodotà al Quirinale e, soprattutto, Berlusconi politicamente finito. Invece il Cavaliere detta legge a Letta, anche se lui fa di tutto per smentire l’evidenza. Questo risultato è un insieme di cause. Una di queste va ravvisata delle scelte di Grillo, imposte ai suoi parlamentari. E oggi siamo con un M5S al 3-4%. Contenti loro…

3. Il governo delle larghe intese ne esce a pezzi, sotto il profilo politico: vincono i personaggi anti-sistema ma dentro ai partiti di centro-sinistra e proprio quelli con un’identità specifica: Serracchiani e Marino oggi, Zedda e Pisapia ieri. Identità e programmi, riconoscibilità politica e pragmatismo. Ciò che è mancato la Pd da che è nato. Per star dietro a Bindi e D’Alema, per altro. E oggi ci siamo ridotti a Letta. (S)contenti noi!

4. Il PdL perde malissimo ma campa (e con tanto di fanfara) proprio quando il centro-sinistra perde identità e pragmatismo e sostituisce l’anelito vitale della politica, elemento fondamentale di ogni democrazia efficace, a certo “immobilismo riesumazionista”. Insomma, quando il democratici fanno il partito-zombi. Il Pd di questi anni è stato, sul piano nazionale, il territorio di sfida di due cadaveri piuttosto ingombranti: PCI e DC. Seppelliamo definitivamente i morti e diamo nuova linfa al futuro. Ma in casa Berlusconi stiano molto attenti: Roma era di Alemanno, la Sicilia in mano ai sindaci destroidi. Hanno perso tutti. A Catania il sindaco uscente si fa battere addirittura da un residuato bellico come Enzo Bianco. Cari ragazzi, che pensate ancora che Ruby Rubacuori sia nipote di Mubarak, evidentemente avete fatto schifo. Se se ne accorge anche la popolazione italiana, ma a livello nazionale, siete finiti. Per fare questo occorrerebbe, ovviamente, una sinistra forte e cazzuta. Per cui per ora potete continuare a star tranquilli. Per ora. Anche se io spero che muoiate tutti. Politicamente parlando, ça va sans dire.

E adesso? Adesso la strada è quella di sempre: una linea retta, il solito bivio e quindi il coraggio o la mediocrità. Fino a oggi abbiamo scelto la via di destra. Lo vogliamo avere uno scatto di dignità? A quanto pare, anche quando tutto sembra andare in merda, qualcosa di buono succede. Basta avere un’identità chiara. E buone idee. E una pala, per seppellire il cadavere di ciò che fu. Anche se parla ancora, si batte il petto e si accarezza il baffetto hitleriano. Abbiamo solo da guadagnarci. Fidatevi.

Per colpa del vento

pagine%20al%20ventoLa prima cosa che mi accoglie, appena scendo dalla macchina, è il vento. Non uno qualsiasi. Ma quello di quando ero ragazzo e prendevo il motorino, sotto casa, in una giornata di quarzo e miele, per raggiungere i miei amici al mare, d’inverno, ad ascoltare il suono delle onde, le ombre degli uccelli indolenti, ad interrogare le forme delle nuvole.

Avevo dimenticato quella sensazione dell’aria che mi abbraccia, del risveglio della primavera, già presagita dai rami imbiancati dei mandorli. Ho cominciato a ritrovare le cose dimenticate, in questi anni, tra i viali alberati del Pigneto e le foreste di cemento della Tiburtina.

Ho ritrovato le carezze dei gatti e i gesti di mia madre, nelle sue mani sapienti che lavorano la pasta, in cucina.
Ho ritrovato gli occhi innamorati, forse per la prima volta, di mio padre, al mio arrivo in aeroporto. E lì ho capito che ogni incomprensione brucia come un fiammifero acceso, ma basta un soffio. Per.
Ho ritrovato i suoni di casa, la quotidianità rassicurante, ma mai troppo, delle ante richiuse, del frigorifero acceso, delle pentole di metallo.
Ho ritrovato gli sguardi dei miei amici di ieri, le loro voci, le strade di quella Catania che mi ha accolto e poi esiliato, i suoi angoli di lava, la sua notte fatta di stelle, desideri, speranze, attese in macchina, batticuori senza qualità, le luci porose e giallastre del centro storico, il silenzio dei suoi vicoli popolari.
E ho ritrovato la luce della mia città, immersa nel mare verde corallo.

Ed è tutta colpa del vento. Ha spalancato le mie finestre interiori e adesso fa corrente. Sotto pelle. Perché poi non è che le avessi dimenticate del tutto. Ma è come quando lasci un ricordo in un cassetto, un libro sopra una mensola, un messaggio non inviato. Rimani sempre sorpreso di fronte alla sua consistenza, anche se sta lì, in attesa di essere riscoperto, sotto gli strati di polvere e tra memorie più urgenti.

Tutta colpa sua, quindi. Anche queste lacrime. Perché è proprio quando fa corrente che entra la polvere e ti finisce negli occhi e lo sguardo si stropiccia.

Voto in Sicilia: vox populi, vox Dei

Due considerazioni sul voto siciliano di ieri, per quanto emerso fino ad ora tra dati sui votanti e exit poll.

1. L’astensionismo.

Più di un siciliano su due non è andato a votare. Un messaggio molto chiaro per la classe dirigente dell’isola. La gente non si fida più. Pare che il “mal di Verre”, ovvero l’impossibilità di avere un governo su cui non cada il sospetto della corruzione e della politica della rapina, abbia convinto, a questa tornata, a non prendere posizione sulla rosa dei candidati possibili, fossero essi più o meno presentabili o assolutamente irricevibili.

Altrove ho letto che questo risultato decreta la morte della democrazia. Penso sia vero il contrario. La democrazia in Sicilia è già morta da un pezzo, semmai, e che tale morte abbia generato questa disaffezione che è una bocciatura per un’intera classe dirigente nella sua interezza, da Rifondazione all’estrema destra.

2. Il boom del M5S.

Gli exit poll darebbero, almeno a Palermo, una netta vittoria al candidato grillino. Mi chiedo: se questi dati venissero confermati, i partiti tradizionali continueranno nel loro snobismo contro il M5S? Di fatto questo movimento si sta imponendo sulla scena nazionale. Innanzi tutto come elemento di protesta contro l’ordine precostituito. E se perderà questi suoi connotati e dovesse dimostrare di avere anche un progetto politico serio, potrebbe diventare uno dei nuovi protagonisti della politica italiana.

Un bene, un male? Il senno di poi potrà dircelo. Ricordiamoci che la discesa in campo di Berlusconi è stata di gran lunga più pericolosa, perché calata dall’alto e sostenuta dal circo mediatico controllato dal Cavaliere in persona. E lo stesso Partito democratico, all’atto della sua nascita, non era altro che una fusione, sempre voluta dai dirigenti di DS e Margherita, di un’accozzaglia di partiti iper-identitari (quelli cattolici) o ideologicamente confusi (gli ex comunisti). Il dopo ci dimostra che Bersani può emergere, in questo contesto, e sempre che vinca le primarie contro Renzi, perché meno mediocre di chi lo circonda. Ma non si va molto lontani da una “plumbea medietà” in cui annaspa anche la dirigenza della cosiddetta sinistra.

In ogni caso, io credo che la democrazia, ieri in Sicilia, si sia perfettamente compiuta in relazione alla storia passata. Più della metà della popolazione locale ha licenziato la politica isolana. Il restante 48% dovrà essere distribuito tra cinque candidati. E se Grillo fa il boom, i partiti tradizionali saranno ridotti al minimo. Vox populi, vox Dei, d’altronde. Anche quando il popolo parla col silenzio.

Intervallo siciliano…

spiaggia del Tellaro, Siracusa

Eloro, Siracusa: cattedrali di sabbia

mano elfica, al sole

Noto, Siracusa: chiesa di Montevergini

Noto, Siracusa: faccia al muro

Cassibile, spiaggia della Marchesa, Siracusa

…e faccia da elfo!

E siccome faccio le cose per bene, se volete la musichetta, cliccate qui.

Sull’inutile e dannosa guerra tra froci

In merito al post che ho scritto sull’articolo che mi ritrae in tenuta nazista, lasciando intendere mie presunte conversioni all’estrema destra dopo un passato da lanciatore di molotov – operazione che mi ha fatto tanto ridere, in verità – mi ha colpito un commento che riporto qui di seguito:

«Mi aspettavo piú stile nella concorrenza dell’esprimere la propia Opinione e non farla diventare una guerra da vicini insopportabili! Che tristezza usufruire di armi verbali ma attaccarsi in modo primitivo! Cordiali saluti!».

Al mio commentatore, che si firma col nome di Franco Scavazza, ho risposto che è proprio questo concetto di concorrenza che non riconosco. Io e gli amici di Gaiaspia saremmo concorrenti rispetto a cosa? Siamo tutti figli, ahimè, della stessa discriminazione. Dovremmo combatterla insieme, invece di perder tempo a dividerci tra chi opera nelle associazioni e chi si nasconde dietro a un monitor a fare dossieraggio.

O forse perché riconducibili a due presunte anime, contrapposte dentro Arcigay? Premetto che sono dentro quest’associazione, che in passato ho criticato anche aspramente e che tutt’ora mi dà non poche perplessità, da pochi mesi sia perché con Catania abbiamo tentato un lavoro di aggregazione di diverse sigle – tutte confluite nello stesso direttivo – sia perché mi è sembrato intellettualmente onesto ufficializzare un lavoro cominciato dentro Open Mind, dove militavo, e proseguito negli anni.

Non ho ambizioni politiche dentro Arcigay. Se le avessi avute non sarebbe stato un problema, per me,  tentare di scalarne i vertici. Semplicemente, non mi interessa. Io lavoro – e ci tengo a sottolinearlo, da militante semplice – a stretto contatto con le gente, quella in carne e ossa. Se le persone di cui mi fido e con cui collaboro dovessero lasciare, andrei via con loro. Non è la sigla che garantisce la bontà del progetto. Ma chi ne fa parte. La sigla è solo uno strumento. Se usato bene può dare buoni risultati. Altrimenti…

Per me i ragazzi di Gaiaspia, dai nomi non verificabili e dai volti presi in prestito dal mondo della moda d’oltre oceano, nei loro profili Facebook, non sono concorrenti. Il mio fine è quello di arrivare a una società più giusta. Il loro fine qual è? Siamo avversari di fronte quest’obiettivo?

Per me, tutt’al più, sono solo compagni che hanno invertito le priorità: dal bene comune all’interesse privato, finalizzato non si è ancora capito bene a cosa. In questo non c’è e non può esserci concorrenza. C’è solo la stupidità di una guerra tra froci che fa solo il gioco dei nostri avversari, quelli veri.

A tutto questo ho già detto no grazie, dalla fine del 2006. Il resto è storia. Quella accaduta, rintracciabile nelle cronache dei giornali. Non l’allusione fatta con fotomontaggi che, ripeto, dimostrano la stupidità di una parte e una parte soltanto.

Neppure per errore

Sveglia alle sei, perché ho l’aereo alle otto del mattino. Esatto. L’aereo. Alle otto. A Pasquetta. E siccome noi siamo uomini che non dobbiamo chiedere mai, la sera prima ce ne siamo andati pure a ballare. Quindi sveglia alle sei, con due ore di sonno alle spalle.

In aeroporto lotto ferocemente col sonno, leggo il mio libro di poesie e all’improvviso arriva lui. Si, proprio lui. Quello con cui ero uscito qualche mese fa e che, manco a dirlo, prima ha fatto il simpatico e poi se l’è tirata a morte. E voi sapete cosa succede se non mi dai una buona ragione per tenere il tuo numero di telefono entro quarantotto ore da quando hai fatto qualcosa per cui è auspicabile applicare una damnatio memoriae

Memore della fanculizzazione senza se e senza ma, mi aggrappo al mio libro di poesie, e voi non potete sapere quanto è stato vicino al concetto di “coperta di Linus”.  E lui che mi ha guardato per tutto il tempo. Certo, col suo fare distratto. Come se nulla fosse. Perché prima ti comporti da divo di Hollywood, bello e irraggiungibile, e poi magari ti stupisci e ti chiedi perché fingo di non vederti…

Arriva il mio amico Mel, prendiamo posto in aereo, mi parla di una festa religiosa e c’è pure la “madonnologa”, accanto a noi, che lo contesta, perché no, non si è mai vista se non nel paesino che dice lei la Madonna che va in giro vestita di lutto e io vorrei dirle: guarda stronza che al paese di mio padre la fanno pure per cui non ti intromettere e torna a sentire canzoncine dimmerda nel tuo finto ipod. Sfigata!

Quindi atterriamo, il treno farà tardi e scende a Ostiense… io e Mel Plummer prendiamo un caffè, per ingannar l’attesa. E poi ci dirigiamo in treno. Parliamo di varie amenità, guardo il suo bagaglio, mi giro intorno, osservo con smarrimento ed è lì che scoppia la tragedia.
«La mia valigia!»
L’ho lasciata al bar…  scendo dal vagone, un po’ come nella scena finale di The bodyguard, solo che come colonna sonore, invece di Whitney Houston, nella mia testa andava Loredana Bertè in uno dei suoi momenti light.

Recupero per magia – ma sono un elfo no? – la valigia e riesco addirittura a prendere il treno. Mel Plummer mi prende in giro.
«Bastano un paio di baffi a farti girare la testa…»
No, a me i baffi manco mi piacciono. Se vogliamo dirla tutta…

E se vogliamo dirla tutta, è che mi sono stufato di gente che mi legge qui sul blog e pensa che io sia un figo da paura, quando invece sono solo una persona normale, e allora vogliono conoscermi, mi cercano su Facebook, mi chiedono l’amicizia, mi chiedono di uscire e io mi sforzo pure di essere simpatico e gentile, solo che loro si aspettavano una specie di scrittore di grido, tipo quelli che vedi in una puntata qualsiasi di Gossip Girl o di Sex and the city e ci restano male, perché magari sognano chissà chi e invece si trovano davanti uno che al massimo lo vedi a fare il cameo in una puntata di Un medico in famiglia e allora tu magari ci vuoi credere pure che la gente è poco superficiale e che esiste dell’altro oltre l’immagine della rappresentazione del sé, ma la verità è che in un mondo fatto di pixel tutto si sbriciola in coriandoli che non esistono e l’unica cosa che è vera – perché è vera – è che io quando dico certe cose le dico sul serio, se scrivo che mi piaci è perché ci credo, perché è così, e se ci resto male e poi non ti parlo nemmeno, per favore, credimi, perché è proprio così, per cui fammi un favore, dammi retta, fanculizzati due volte e non mi cercare. Neppure per errore.

Perché io esisto e se non sono quello che hai immaginato nei tuoi gloriosi pensieri è proprio là dentro che devi trovarlo, l’errore. Non in me.

Ecco, questo succede nelle mie sinapsi devastate da due ore di sonno e un incontro che manco volevo farlo. Per questo ho la testa per aria, altro che baffi. A me non fanno nessun effetto… ma vabbè, arrivati a questo punto non fa nessuna differenza.