La memoria, le parole, il futuro

auschwitz

Targa in memoria di Auschwitz

Oggi si ricordano sei milioni di persone uccise nei campi di sterminio dal 1933 al 1945.

In questa cifra – insieme ad ebrei, dissidenti, testimoni di Geova, sinti e rom – vanno inclusi  cinquantamila omosessuali, in maggioranza maschi. Le lesbiche venivano incluse nel gruppo degli asociali. E non facevano certo una fine migliore.

Oggi, per tutte quelle persone uccise ingiustamente, noi ricordiamo.

La memoria è narrazione. La narrazione è fatta di parole. Se droghiamo le parole, se diamo loro un significato diverso, se le pervertiamo, non capiremo mai l’esatta valenza di termini quali “razzismo”, “discriminazione”, “omofobia”, “violenze”, ecc. Non saremo in grado di voltarci indietro. E di creare, conseguentemente, futuro.

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Isinbayeva, normalità russa e la futura shoah gay

«Io sono a favore delle regole sui gay. Noi russi siamo normali, i ragazzi con le donne e le ragazze con gli  uomini. Rispettate le nostre leggi».

Queste le dichiarazioni dell’atleta russa Yelena Isinbayeva, in merito alle proteste degli altri e delle altre partecipanti ai mondiali di atletica che si stanno svolgendo nel paese di Putin, dove recentemente sono state varate leggi restrittive sulla libertà e la sicurezza delle persone LGBT. Ricordiamo anche che queste regole a cui allude vietano di manifestare il proprio orientamento sessuale, pena la prigione, e hanno già portato diversi gruppuscoli neonazisti ad adescare e torturare giovani omosessuali, mandando poi in rete i video delle violenze.

Continua ancora la “campionessa” di tolleranza: «Forse siamo un popolo diverso da quello di altri paesi, ma abbiamo le nostre leggi e vogliamo che gli  altri le rispettino, perché noi all’estero lo facciamo. Ci consideriamo gente normale».

Quindi, nella migliore delle tradizioni degli alfieri della disonestà intellettuale, e forse dietro il malumore di qualche sponsor, oggi arriva il “dietro front”, con l’immancabile “non sono stata compresa”.

Qualcuno faccia notare a quest’analfabeta del concetto di dignità della persona quanto segue:

1. esser capaci di maneggiare un’asta di resina non è condizione sufficiente e necessaria per parlare a sproposito di cose che non si conoscono (a meno che non si voglia fare la stessa pietosa figura di una Cuccarini o di un Cannavaro qualsiasi)
2. anche la Germania nazista e il Sudafrica dell’apartheid avevano le loro leggi, ma se una legge è sbagliata non solo non la si deve rispettare, ma va combattuta con ogni forza
3. nessuno sta mettendo in discussione il diritto della Russia di autodeterminarsi, ma credo che nemmeno a lei farebbe piacere sapere che esistono luoghi nel mondo dove si viene discriminati perché russi
4. essere a favore delle leggi varate da Putin significa essere persone orribili, come era orrendo in passato essere dalla parte di chi discriminava i neri o mandava nei lager gli ebrei
5. evidentemente la normalità russa passa nel traghettare da una dittatura all’altra, accettando passivamente la negazione dei diritti umani. Forse questo può piacere a Isinbayeva, ma suscita inquietudine e sgomento a chi si ritiene membro di una qualsiasi società civile.

Faccio notare, ancora, che in tempi di globalizzazione avere un paese così ferocemente omofobo qual è la Russia come partner commerciale e interlocutore politico pone un rischio effettivo nella tenuta democratica degli altri paesi. Cosa accadrebbe, poniamo caso, nelle aziende europee se i loro consigli di amministrazione cadessero nelle mani dei capitali russi? Sarebbero ancora garantite le libertà fondamentali ai dipendenti LGBT? Agirebbero da gruppo di pressione nei confronti del potere politico dei singoli stati? La questione sta lì, aperta e lungi dall’essere risolta.

Ci sono tutte le premesse affinché sotto gli Urali si concretizzi una futura shoah gay. Se guardiamo cosa è successo agli ebrei, non andiamo molto lontano da un futuro analogo. Secoli di pregiudizio, leggi speciali e, quindi, campi di sterminio. Il contesto della crisi economica e di futuri scenari bellici fanno da sfondo a simili eventualità.

Noi, da occidentali, dovremmo evitare che il passato ritorni. E poiché lo Stato italiano è incapace anche solo di varare una legge seria contro l’omofobia, anche in questo caso sarà compito del movimento LGBT sensibilizzare l’opinione pubblica in merito alla situazione che si sta venendo a creare dall’altra parte del mondo sui diritti umani di milioni di persone omosessuali, bisessuali e trans.

Il giorno della memoria e memorie future

Oggi è il giorno della Memoria, e parlarne sembrerebbe quasi una cosa banale, perché tutti e tutte – a parte qualche gruppuscolo di imbecilli di estrema destra – abbiamo imparato l’assurdità della storia, le sue tragedie, il significato profonda della Shoah. Eppure questa celebrazione non è una giornata “contro”, ma è, al contrario, un monumento al ricordo di ciò che è stato con il fine ultimo che quella tragedia, e tutte le altre simili ad essa, non si ripetano più.

Ribadisco: il fatto in sé dovrebbe essere talmente automatico, ormai, che solo il preambolo di cui sopra potrebbe essere etichettato come mera retorica. Eppure la storia recente ci ha dimostrato che l’orrore dei lager e della discriminazione delle minoranze è ben lontana da essere solo un’ombra del passato, per quanto inquietante. Dalle fosse comuni in Bosnia a Guantanamo, il filo rosso dell’eccidio sistematico si ripete. Uguale a se stesso nella filosofia che lo anima, diverso per modi e tempi di applicazione.

Un aspetto che, tuttavia, si insegna poco nelle scuole e che non si è ancora depositato nelle nostre coscienze, è quello della non casualità dell’eccidio di milioni di ebrei nei lager nazisti. E con essi, a ruota, omosessuali, rom, comunisti, donne non sposate, clochard, testimoni di Geova, disabili… Non fu la follia di un uomo a generare la Shoah. Le sue radici sono lontanissime, si legano a doppia mandata con la storia stessa del cristianesimo, con una delle filosofie fondanti e fondamentali di tutta la cultura occidentale.

La cultura cristiana ha rappresentato, ed è doveroso ammetterlo, il mandante morale di quella carneficina. Quella cultura, che oggi ammiriamo nella Cappella Sistina, tra le colonne di Piazza San Pietro e al cospetto della Pietà di Michelangelo, è la stessa che per secoli ha visto nell’ebreo il nemico. Non a caso il “perfido” giudeo era accusato del peggiore dei crimini: il deicidio, ovvero, l’assassinio di Gesù.

Da quell’accusa sono scaturiti secoli, millenni in verità, di odio sociale, di disprezzo pubblico, di sistematica criminalizzazione della minoranza ebraica. Hitler ha solo raccolto quel sottobosco di ignoranza e di delirio storico-collettivo, gli ha cucito addosso la sua ideologia criminale e ha completato l’opera con la più sanguinosa ciliegina su una torta preparata da altri. Questo ovviamente non minimizza, né mira a farlo, la tragedia del nazismo. Ma non possiamo capire il senso della Shoah se non identifichiamo le sue radici culturali più profonde. E piaccia o no, la nostra storia e le nostre origini grondano di tutto quel sangue.

Ribadisco che nei campi di sterminio non vennero uccisi solo gli ebrei, ma altre minoranze. Appartengo a una di queste: quella degli omosessuali. Ciò significa che se fossi nato qualche decennio prima, probabilmente avrei scontato la pena del confino se fossi stato italiano come adesso o mi avrebbero attaccato addosso un triangolo rosa se fossi stato tedesco, polacco, ceco o di altra etnia conquistata dal Reich tedesco.

Il giorno della Memoria, quindi, mi tocca non solo in quanto essere umano, ma anche come categoria discriminata. E, duole ammetterlo, discriminata ieri e oggi.

Ovviamente non si può paragonare la situazione attuale del gay del ventunesimo secolo a quella dell’ebreo degli anni ’30. Almeno non in Italia e non in occidente. In Francia e negli USA si sta provvedendo ad estendere il matrimonio anche alle coppie dello stesso sesso. In Spagna, Portogallo, nei paesi scandinavi e negli stati nordici questo processo è già compiuto. Ma altrove vige ancora il pubblico disprezzo, la criminalizzazione e l’eliminazione del diverso: Uganda, Arabia Saudita, Iran, Russia, paesi baltici… l’elenco è ancora troppo lungo.

Anche in questo caso le radici di tale discriminazione, non legata a fatti di appartenenza religiosa ma determinati da atti e fatti di fede, riguarda, almeno nel nostro sistema culturale, il cristianesimo. Da Sodoma e Gomorra in poi, le tre principali chiese cristiane (anche se va dato atto ai protestanti di aver fatto un lungo cammino in tal senso) si sono rese colpevoli e responsabili del sangue versato, nella lunga storia dell’occidente, da milioni di gay e lesbiche.

Duole ricordare che anche qualche rabbino si lancia in affermazioni omofobe, sempre forte del fatto che almeno nell’odio anti-gay il dio dei cristiani e quello ebraico la pensano allo stesso modo.

Non è un caso che la recente legge antigay, in Russia, abbia avuto l’avallo della chiesa ortodossa locale. Non è un caso che Joseph Ratzinger abbia “benedetto” i politici ugandesi che gli hanno portato come regalo di Natale una legge che prevede la condanna a morte dei gay nel paese africano. Non è un caso che il Vaticano si sia opposto con tutte le sue forze al tentativo portato avanti dalla Francia, qualche anno fa, di decriminalizzare il reato di “omosessualità” nel resto del mondo.

Abbiamo, dunque, una grande responsabilità nei confronti della memoria futura: dobbiamo impedire che le follie che hanno animato il passato, lontano e recente, diventino nuovamente attuali. Per fare questo occorre rintracciare responsabili culturali e pratiche di odio. E ammettere, con tutta l’onesta intellettuale di cui siamo capaci, che anche sulle nostre coscienze di europei c’è qualche macchia. Adesso l’occidente ha la possibilità di dimostrare di aver appreso la lezione. La questione omosessuale è l’ennesimo banco di prova di quella civilizzazione e di neoumanesimo capace di fare la differenza tra il passato, la storia (tragica) e il futuro.

Da oggi non abbiamo più scuse, proprio per il giorno che è oggi. Ricordare anche questo aspetto, nel giorno della Memoria della Shoah, è un atto più che doveroso.

Se anche il rabbino perde la memoria…

Gilles Bernheim, gran rabbino di Francia, si è recentemente scagliato contro la decisione di Hollande di allargare il matrimonio alle coppie formate da persone dello stesso sesso. Per fare questo, il religioso ha scritto un saggio di una ventina di pagine, intitolato Mariage homosexuel, homoparentalité et adoption: ce que l’on  oublie souvent de dire (Matrimonio omosessuale, omogenitorialità e adozione: ciò che spesso si dimentica di dire).

Premetto che ho visionato in modo incompleto l’intero documento, lacuna che mi riservo di colmare nei prossimi giorni. L’impianto del saggio, tuttavia, sembra ricalcare la vulgata, ormai classica, di un pensiero omofobo – e attenzione, non sto parlando di violenze generiche, ma di un tipo di violenza specifica in cui rientrano anche le dichiarazioni del rabbino – che percepisce e dipinge i gay come pericolosi:

1. per la società, perché incapaci di creare un’armonia sociale e infatti, secondo altre tendenze religiose, saremmo oggettivamente disordinati
2. per la libertà, in quanto al centro di congiure internazionali per controllare, attraverso azioni di lobbismo, la politica dei paesi in cui viviamo
3. per le future generazioni e a questo proposito faccio notare l’equazione, non troppo rara, ahimè, tra omosessualità e pedofilia.

A tal proposito, vorrei ricordare al rabbino capo, semmai avessi l’onore di conferire personalmente con lui – e sappiamo tutti/e che questo mai accadrà, per cui mi limito a queste parole qui sul mio blog – tre leggende che circolavano sul suo popolo fino a non molti anni fa:

1. il mito di Aasvero, l’ebreo errante per aver deriso Gesù sulla croce e destinato a non avere fissa dimora – e con ciò gli antisemiti giustificavano la condizione di senza patria del popolo ebraico
2. i protocolli dei Savi di Sion, documenti falsi ma spacciati come reali, per dimostrare la volontà da parte degli ebrei di voler dominare il mondo3. il mito della Pasqua ebraica, per cui i “perfidi giudei” rapivano e sgozzavano bambini cristiani per impastare, col sangue delle giovani vittime, il pane azzimo da consumare per la celebrazione.

Come si può notare agevolmente, cambiano le forme, per altro anche poco fantasiose, di “narrazione” del pregiudizio, ma la dinamica pare essere sempre la stessa: essere dipinti come minacce per le persone, per la loro libertà, per il loro futuro.

Monsieur Bernheim dovrebbe ricordare, ancora, che l’insieme di queste dinamiche ha costituito un ottimo terreno di coltura per tutte le tragedie che il suo popolo ha dovuto subire e per le quali, tra qualche settimana, verrà giustamente ricordata la Shoah nelle scuole e nei luoghi istituzionali.

Dal rappresentante massimo di una comunità così importante, anche per la storia (anche tragica) che essa porta con sé, mi aspettavo una maggiore sensibilità verso il trattamento delle minoranze. Le vicende del suo popolo ci avrebbero dovuto insegnare che se crei una lacerazione nel tessuto sociale, per cui generi una componente di “diversi” sotto il profilo giuridico, poi quel principio potrà essere applicato a qualsiasi altra categoria. E, penso, siamo arrivati a un punto della nostra storia – storia comune, egregio Bernheim, perché anche i gay vennero sterminati nei lager nazisti – in cui certe leggerezze dovrebbero essere considerate un lusso per imbecilli e non ingredienti argomentativi.

Ho sempre pensato che la diversità abbia un carattere rivoluzionario proprio perché ci impone di pensare in modo “ulteriore” rispetto alla norma condivisa e fare in modo che il mondo dei normati e dei normali diventi il mondo di tutti e di tutte, dove poter esprimere le proprie peculiarità. Credo sia un principio insieme liberale, democratico che risale alle origini più nobili della nostra cultura, a cominciare da quella illuminista.

E pare, purtroppo, che Gilles Bernheim abbia dimenticato cosa significa appartenere a una categoria che viene stigmatizzata per il solo fatto di esistere. Ribadisco: per il rappresentante di una cultura che basa la propria esistenza, tra le altre cose, sul valore della memoria, questa mi sembra una leggerezza ben poco tollerabile.

A scuola con Ozpetek

A scuola sto facendo un percorso sulle differenze.

Mi piace parlare di diversità, soprattutto in una classe dove ci sono cinesi, rumeni, moldavi, indiani e mille altri colori.

Stiamo affrontando, insieme ai miei allievi e alle mie allieve di ultimo anno, il tema dell’antisemitismo, in previsione della Giornata della Memoria.

Quando in tv si parla di olocausto, ancora oggi vengono dimenticate le vittime omosessuali: gay e lesbiche, triangoli rosa e neri, dimenticati dentro il massacro. E non si ammazza due volte con l’oblio il ricordo di chi ha vissuto, fino a morirci, quella follia.

Ho proposto La finestra di fronte, allora, di Ozpetek. Nessuno, in classe, sapeva chi fosse.
Ho spiegato loro che ho scelto questo film perché il protagonista è anche gay, oltre ad essere ebreo. Alla parola gay qualcuno ha ridacchiato. Allora ho rivelato ai miei ragazzi e alle mie ragazze che ridacchiare di qualcuno può far male. Anche senza saperlo. Si strappa, dalla persona di cui sorridiamo, un pezzetto di vita per volta. E quando quella vita non c’è più, molti giovani omosessuali decidono di farla finita. È successo anche di recente, qualche giorno fa, a Eric.

Ed è questo il senso di ogni razzismo e di ogni discriminazione: strappare via la vita, pezzo dopo pezzo. Fino a ridurla a niente. L’essenza stessa di quella follia che ha generato la Shoah.

Abbiamo visto la prima parte del film. Ero contento ed emozionato, allo stesso tempo. I ragazzi erano attentissimi e quando ho dovuto chiudere – l’ora era finita – hanno protestato. Ma ci sarà tempo. E sarà il tempo della bellezza, quella di ragazzi e ragazze che, spero, abbandoneranno il linguaggio dell’ingiustizia per abbracciare quello della comprensione e del rispetto.

Io, nel mio piccolo, ci sto provando.

Triangoli neri, triangoli rosa.

Il colore rosa era stato ovviamente scelto per scherno nei confronti di chi era giudicato intrinsecamente effeminato: alle (relativamente poche) lesbiche internate di cui si ha notizia fu imposto invece il triangolo nero delle “asociali”.
Fonte: Wikipedia

Contro gli omosessuali che dopo la creazione della Centrale per la lotta alla omosessualità voluta da Himmler nel ’36 affollavano sempre più i lager nazisti, le SS sfogavano la loro rabbia e il loro disprezzo; i medici usavano i “triangoli rosa” per i loro esperimenti, li castravano o li sterilizzavano studiandone poi le razioni fisiche e psichiche.
Fonte: CIG Arcigay Milano

Si pensa che fino a seicentomila persone omosessuali siano state uccise nei campi di concentramento nazisti. Le cifre sono difficili da calcolare perché i prigionieri avevano vergogna di rivelare la loro condizione, una volta usciti dai lager.

I prigionieri omosessuali tedeschi furono gli unici che, una volta scoperti i campi di concentramento, vi rimasero internati come criminali comuni anche dopo la fine della guerra. In Germania, infatti, rimase in vigore il paragrafo 175 che puniva il reato di omosessualità.

Ad imperitura memoria.