Dal corpo al diritto

uomo_vitruvianoTra qualche settimana ci sarà il congresso di Arcigay a Catania, l’associazione in cui milito attivamente giù in Sicilia. Ho scritto un documento – intitolato, appunto, Dal corpo al diritto – sull’importanza dell’autodeterminazione e la percezione del sé, in quanto “ingredienti” di una politica più grande e incisiva nei confronti del concetto di persona e funzionale a un nuovo umanesimo. Condivido con voi le mie stesse riflessioni, sperando che arricchiscano il dibattito dentro la comunità e il movimento LGBT.

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1. L’importanza del corpo

La nostra battaglia culturale parte dal concetto di “liberazione dei corpi” per arrivare al riconoscimento dentro la legge, nelle maglie del diritto, secondo il Dettato Costituzionale.

Non si deve fare l’errore, abbastanza miope, di confondere questo processo di liberazione con una generica libertà sessuale, in quanto il primo è un percorso di identità, un “divenire” appunto di tipo politico e culturale. La seconda è una pratica che non può avvenire se prima non si libera il corpo che ne è destinatario.

Nasciamo, infatti, in un contesto di tipo “sessista” e conseguenzialmente maschilista in cui il corpo è legato a un’identità sessuale specifica. Dal fiocco rosa o azzurro fino alle convenzioni su ruoli e comportamenti, per cui se sei maschio non puoi essere fragile, se sei femmina non puoi essere autonoma nelle tue scelte. E, a prescindere da tutto questo, che si sia uomo o donna, non si è mai veramente liberi.

Il processo della liberazione del corpo ha questo presupposto fondamentale: liberare il sé, a prescindere dal corpo in cui abita. E poiché il sé agisce attraverso il corpo, sarà solo con la sua liberazione, col dispiegamento della sua volontà nelle azioni quotidiane e nell’esercizio del pensiero, che si potrà arrivare alla liberazione di uomini e donne non “nonostante”, ma proprio dando importanza alla diversità biologica, fisica, psicologica e intellettuale.

2. Tra libertà e pratica

Sbaglia, a nostro giudizio, chi riconduce la questione della libertà dell’individuo a un esercizio di “libera” sessualità. Perché è vero che oggi non si vieta alle persone LGBT di praticare le loro relazioni sessuali, ma tale esercizio è solo un aspetto della cura del sé, che nasce proprio con gli atti di volontà gestiti attraverso l’uso del corpo.

La sessualità delle persone LGBT viene, appunto, tollerata ma, di contro, viene anche confinata al di fuori di una norma eterosessista per cui è lecito solo l’atto procreativo. Ce lo insegna Mario Mieli nei suoi Elementi di critica omosessuale, d’altronde.

Alle persone LGBT, viene, dunque, permesso di esistere e di praticar sesso, ma sotto la lente di una norma che al massimo tollera tali esistenze e pratiche.

Noi, invece, dobbiamo rovesciare la questione: la sessualità è una conseguenza o di un’esperienza affettiva, in cui l’amore trova il suo completamento, o è risultante di un istinto per cui si asseconda il principio del piacere. In entrambi i casi tutte le sessualità, purché agite e vissute nel rispetto dell’individuo, sono lecite e rispettabili. Ognuno poi eserciterà le forme e le pratiche in cui si riconosce di più. Non c’è più un rapporto verticale tra eterosessismo (in alto) e ciò che non lo è, più in basso. Questo ribaltamento non può non verificarsi se, coerentemente col pensiero di Mieli, di Foucault e di altri pensatori e altre pensatrici dei gender studies, non si mettono i discussione quei ruoli sessuali legati a questioni di genere che hanno, a loro volta, origine nella visione di una certa politica dei corpi.

Si può anche baipassare questo ragionamento, comprendiamo che è difficile e ardua è la sua messa in pratica. Ma come tutti i processi nobili, virtuosi e rivoluzionari (laddove rivoluzione non coincide necessariamente col clamore della tempesta, ma con la placida verità del cambiamento), occorre partire proprio dalla messa in discussione di uno status quo che fa ancora differenze tra l’esser maschio e l’esser “altro” e, di conseguenza, tra uomini e donne, tra eterosessuali e persone LGBT, ecc.

3. Dal privato al pubblico

Le considerazioni fino a ora svolte riguardano la sfera individuale della persona nell’autopercezione del sé, ma investono una rilevanza pubblica quando esse si sposano a rivendicazioni politiche ben precise.

Le persone LGBT partono dal loro vissuto nella costruzione del proprio io. Nell’adolescenza si opera un doppio percorso di decostruzione, non solo dei modelli familiari per cui ci si costruisce un’etica autonoma, ma anche dai modelli familisti, per cui ci si deve costruire un’identità non prevista dal sistema.

Il non essere previsti, nel privato, ha ricadute oggettive nel pubblico: disprezzo, derisione, non riconoscimento dell’integrità fisica, morale e psichica dell’individuo, fino alla negazione dei diritti, a cominciare da quelli più elementari, come il diritto della cura di sé, attraverso la tutela della propria sicurezza, e come il diritto all’affettività nelle sue forme di tutela delle situazioni di coppia, nella genitorialità.

Forti di questa consapevolezza che nasce proprio dalla valutazione dell’essere umano nella sua libertà a partire dalla percezione e nella gestione del corpo, Arcigay Catania crede che sia fondamentale che le persone LGBT possano accedere alla piena uguaglianza giuridica, al momento riservata alle sole persone eterosessuali, attraverso provvedimenti quali:

  • l’approvazione di una legge contro l’omo-transfobia
  • la tutela delle situazioni di coppia attraverso l’approvazione del matrimonio egualitario e, contemporaneamente, di istituti più leggeri per chi non vuole sposarsi, come le unioni civili estese anche alle coppie eterosessuali
  • la tutela delle situazioni di omogenitorialità
  • l’estensione della facoltà di adozione alle persone LGBT e, più in generale, ai/lle single
  • la depatologizzazione della transessualità
  • la riattribuzione del sesso percepito per le persone trans prima ancora dell’intervento di riassegnazione
  • una nuova politica di tutela della saluta e di prevenzione delle infezioni sessualmente trasmissibili
  • la tutela delle persone HIV positive e di quelle già in AIDS, per rimuovere lo stigma sociale e per garantire cure adatte e una migliore qualità della vita.

Noi non chiediamo alla “norma”, così come intesa da Mieli, di darci il permesso di esistere o di tollerare la nostra presenza. Noi pretendiamo dalla società un cambiamento reale di fronte alle nuove sfide del presente, proprio perché soggetti che stanno a pieno titolo nel tessuto sociale di relazioni che qualificano la tenuta democratica di questo paese.

Per questo partiamo dal corpo: per liberare anime e coscienze. E, attraverso esse, per arrivare al diritto di tutti e di tutte non di essere “normali”, ma di essere uguali di fronte alla legge. Perché la normalità, come ci insegna la storia, non ha mai coinciso con l’uguaglianza. Ma lavorare per l’uguaglianza, dentro la norma giuridica, ci rende titolari della stessa dignità.

Per questo partiamo da lontano, nel privato dell’individuo: per arrivare al cuore del problema e per cercare di risolverlo, a livello pubblico.

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Vauro sessista? Come chiunque. Di voi

Mi linciate se dico che secondo me la recente vignetta di Vauro su Fornero non mi sembra affatto maschilista? Forse è di cattivo gusto, o brutta o insulsa – personalmente, ritengo che il gioco di parole attorno al termine squillo abbia la stessa tensione comica di una barzelletta da scuola primaria – ma dubito fortemente che dietro quell’immagine vi sia un attacco al sesso di Elsa Fornero. Come per altro ha dimostrato Vauro, una vignetta analoga è stata indirizzata ad Alfano, dipinto – guarda un po’! – come una prostituta alla corte di re Silvio smentendo chi lo ha accusato di diverso trattamento nel caso si fosse trovato di fronte a un maschio.

Sempre per quel che mi riguarda, ho letto in quelle immagini una critica al “puttanesimo” di certa politica, per cui ci si prostituisce moralmente e intellettualmente in cambio di potere, fama e ricchezza.

Certo, mi si potrebbe dire a questo punto che si usa una figura femminile, e il relativo accostamento con il mondo delle operatrici del sesso, per screditare l’agire politico dell’avversario. Forse in tal senso Vauro è maschilista tout court così come lo è gran parte della società italiana, come cerca di dimostrare Scalfarotto in un suo articolo su I Mille.

Ma mi domando e rilancio: questa stigmatizzazione della prostituzione, non è essa stessa un atteggiamento perbenista, sessista e discriminatorio? Non è per caso una forma di maschilismo che prevede che una donna, per essere rispettabile, non debba esercitare specifiche forme di sessualità, fosse anche a pagamento?

Credo che dietro la prostituzione vi siano problemi enormi che non dovrebbero portarci a ironizzare sul fenomeno in questione con tale leggerezza. E se questo vale per Vauro, che non dovrebbe permettersi certi accostamenti, dovrebbe valere in egual misura per chi ritiene che le operatrici del sesso siano, sic et simpliciter, delle mignotte.

Queste persone potrebbero essere, di volta in volta, donne libere o ridotte in schiavitù. Ma in entrambi i casi, se le donne vanno rispettate per quello che sono e non certo vilipese per come agiscono, perché umiliare chi decide di fare un certo uso del suo corpo o chi, al contrario, vi è costretta? Rientra nel concetto di rispetto e di umanità condannare costoro – e attenzione, stiamo parlando esclusivamente di donne – a una sorta di damnatio verbalis?

Credo, infine, che Vauro dovrebbe ascoltare quella fetta del sesso femminile che si è sentita turbata da quell’immagine ma credo, in egual misura, che i contestatori e le contestatrici del vignettista – per altro criticato non per quello che ha fatto ma per quello che sarebbe, e qui emerge un’altra vistosa contraddizione – dovrebbero farsi un esame di coscienza sul proprio perbenismo: il problema che si pone, in altri termini, è l’aver accostato una donna “rispettabile” a una prostituta, dando perciò per scontato che essere accomunati all’umanità di una “puttana” è naturalmente un’offesa. Sostituiamo il termine incriminato con altri (gay, ebreo, rom, disabile, ecc) e capiremo l’esatta dimensione di questa colossale follia collettiva.

Comincerei perciò a indagare sulle reali ragioni del comune disprezzo per tali categorie. Chissà, magari qualcuno scoprirà, con grande stupore, che la difesa dell’universo femminile di cui si fa alfiere/a passa proprio per una forma mentis prettamente maschilista e, quindi, ironia della sorte, sessista.

Velata, noli me tangere!

Lui: Ma qualcuno sa di te?
Io: Sono dichiaratissimo
Lui: Ah, cazzo!
Io: Scusa, è un problema?
Lui: Beh, potrebbe… perché spesso chi non ha problemi a dire questa cosa di sé con nessuno incarna un certo modo di vivere che inevitabilmente si allontana da quello di uno che vive nelle riservatezza la sua sessualità.
Ed io: Ma la mia sessualità io la vivo in modo riservatissimo, mica faccio sesso in giro.

(Dal dialogo con una velata. Ovvero, persona che si percepisce come un uccello con una psiche a rimorchio. Che poi sia pure compromessa, poco importa)

Omosessualità e pedofilia: Bertone mente (e forse lo sa pure)

La chiesa, negli ultimi tempi, è stata coinvolta in uno degli scandali più gravi di tutta la sua storia: quello dell’abuso sui minori e delle violenze pedofile. Ma questa, converrete voi con me, non è una notizia.

Da notare che faccio questa distinzione (ne parla meglio il sito del Telefono Azzurro) perché lo scandalo interno alle gerarchie cattoliche, accusate di aver coperto per decenni stupri e molestie, non tocca solo quello che più comunemente viene definito “pedofilia” – estrema semplificazione linguistica di un fenomeno che pure c’è e che rappresenta quegli atti di abuso su individui impuberi – ma anche molestie e stupri contro ragazzi sessualmente maturi.

Recentemente il cardinal Bertone è intervenuto su questa vicenda dichiarando:

Non c’è alcun collegamento tra la pedofilia e il celibato a cui sono sottoposti i sacerdoti; e invece questo tipo di patologie sessuali sono da mettere in relazione all’omosessualità.

Il cardinale ci prova a fare lo scaricabarile, ma nel suo ragionamento c’è un grande elemento di verità che contraddice proprio il suo ragionamento stesso.

Che vi siano atti contro ragazzi sessualmente maturi consumati con la coercizione e la violenza è un dato di fatto e può darsi che dietro questi atti ci sia una pulsione omosessuale evidentemente mal veicolata, vissuta male o repressa. Oppure, e questa potrebbe essere un’altra spiegazione, perché in ambienti a predominanza maschile e con regimi repressivi o limitanti sotto il profilo sessuale si sviluppano certe pratiche (abusi, violenze, molestie) da non confondere però con le relazioni (basate sulla condivisione e/o sull’affettività).

Adesso se questi preti sentono l’esigenza di praticare violenza è proprio perché, evidentemente, non sono in grado di vivere serenamente la loro sessualità, qualunque essa sia. Ed è noto, mi pare, che dentro la chiesa la sessualità tout court (e non solo quella omosessuale) sia bandita proprio in nome del celibato dei preti.

La semplificazione di Bertone è, ancora, facilmente rovesciabile nel momento in cui ci si domanda: quanti gay sessualmente attivi (e liberi da imposizioni sulla propria sessualità) sono stati scovati ad abusare di minorenni e di bambini? Bertone fornisca numeri e cifre alla mano, se ce le ha.

Bisognerebbe inoltre vedere classi di età e sesso delle persone stuprate o molestate. Non tanto per suffragare questa o quella ipotesi – se si scoprisse che in maggioranza sono le ragazze ad esser molestate, si potrebbe dire, ribaltando il ragionamento di Bertone, che il problema è collegabile all’eterosessualità? – quanto per capire il fenomeno e porvi un argine sotto il profilo legale e medico-psichiatrico.

Diverso, infine, è il caso delle violenze fatte da pedofili, cioè su bambini e bambine, a prescindere dal sesso della vittima, in età impubere e prepuberale (interessante, a tal proposito, tale studio). Cioè su persone non sessualmente mature. Sarebbe interessante capire come si relazionano questo tipo di sacerdoti con il proprio sesso, se si sentono attratti anche da maschi adulti, se praticano relazioni omosessuali, sia a livello affettivo sia a livello squisitamente fisico.

E fino a quando non ci saranno studi specifici sul tema – mentre da una prima lettura, per quanto superficiale, delle statistiche al momento disponibili parrebbe che certi fenomeni siano presenti prevalentemente nei sacri templi della cosiddetta famiglia tradizionale, ovvero le mura domestiche e le sagrestie delle chiese, per non parlare di certe scuole rette dai religiosi (senza che questo, però, ci induca a facili equazioni) – ogni relazione tra violenze pedofile e omosessualità ha solo il sapore di un voler gettare fango su una categoria sociale verso la quale la chiesa ha riservato un atteggiamento discriminatorio e di istigazione all’odio sociale. Fino a poco tempo fa il Vaticano si è opposto ferocemente alla risoluzione ONU sulla depenalizzazione dell’omosessualità nei paesi dove è prevista la prigione e la condanna a morte.

Un’organizzazione che ammette che l’Arabia Saudita non abbian nessun freno a livello giuridico sul piano internazionale all’assassinio di massa di gay e lesbiche, forse ha gioco facile – e qualche convenienza – a far credere che siano proprio gli appartenenti a certe categorie gli orchi a cui dare la caccia.

Mi chiedo, arrivato a questo punto, che credibilità possa avere un’istituzione che – oggi attraverso Bertone, ieri attraverso qualche galoppino dentro questo o quel partito – invece di fare l’unica cosa che c’è da fare, ovvero rispondere in sede giudiziaria rispetto a quanto è successo, continua a confondere le acque con questo tipo di accuse con l’unico risultato (nella speranza che non sia un obiettivo predefinito) di generare altro odio già precedentemente espresso e palesato.

Un atteggiamento, a ben vedere, doppiamente criminale. Perché non solo copre i reali responsabili, ma getta delle ombre su migliaia di persone innocenti.