Orfeo al contrario

Cuore-Spezzato-fine-amoreQuando un cuore si spezza, il suo rumore si confonde con quello della quotidianità. Per questo è invisibile.

Per questa stessa ragione riusciamo a percepirlo solo noi, quando ci accade. Ed è sempre per lo stesso motivo che quando è accanto a noi, esterno eppur diretto al nostro sentire, ne siamo infastiditi, imbarazzati.

Rimettere insieme i ventricoli in cui il sangue pompa globuli rossi e desiderio, l’infinitezza interrotta e il tempo smarrito, richiede coraggio. E tutto questo si consuma in solitudine. Perché non c’è alternativa.

***

L’evoluzione dell’uomo, poi. È una cosa complessa. Difficile da spiegare. Figuriamoci, poi, a crederci. L’evoluzione è peggiore dell’idea di Dio. Perché non dà speranza. È più semplice credere a un padre benevolo, severo o ingiusto che decide per noi con l’illusione del libero arbitrio. L’evoluzione no. C’è il caso. L’accidente. Il novero delle nostre scelte. E nessuno dalla barba bianca a cui dare la colpa. Decisamente, questo non aiuta. Eppure.

***

L’evoluzione può spiegare l’amore. Perché spiega l’uomo. In estrema sintesi, la storia amorosa dell’umanità è un filo rosso – sangue – che lega la clava al mouse.
E nella preistoria, a ben vedere, l’amore era più semplice. Un colpo di legno in testa, e vissero tutti contusi e contenti.
Oggi invece.
Planet Romeo, Gaydar, Hornet, Bearwww, HappySexo, Grindr, Wapo… e qualsiasi eden da perdere, mangiando il frutto del pene e del male e colpire l’oggetto del nostro amore con l’unica clava che ci rimane.

***

Ma dicevo della solitudine. E dicevo che non c’è alternativa. Non solo perché tutto si consuma dentro, ma anche perché il fulmine che gli dèi usarono per tagliare le gambe alle balene e frantumare i dinosauri in lucertole, ci taglia di nuovo in due e il nuovo ombelico che si forma per ricordarci la pena che scontiamo per esser stati ignoranti (e ignorati) di cose d’amore sta proprio dietro lo sterno. E tiene insieme atrii e ventricoli. La pienezza dei ricordi e la desolazione del presente. Le lacrime e il sangue.

***

Per tutto questo ci vuole coraggio. Quando siamo noi, a soffrire, siamo costretti a trovarlo. Da soli, appunto. E quando siamo noi a far soffrire, ce ne allontaniamo. Perché sappiamo il rumore di quella frattura. Perché conosciamo ogni anfratto del sapore della disperazione. Per questo siamo vigliacchi. Per non morire ancora una volta, senza essere diventati, nel frattempo, immortali.

***

Quando lui mi lasciò non mi disse che non mi sarei mai voltato indietro. Io, un Orfeo al contrario. Non mi disse che quella notte sarebbe stata l’ultima. Avrei fatto caso alle cose della sua stanza con uno sguardo più benevolo. Per rassicurare il suo caos che no, almeno quello, io non lo avrei abbandonato. Mai. Nonostante tutto. Tutto dentro di me. Tutto.

Quando ho detto all’altro, al “ragazzino” che non ci saremmo rivisti, non mi ha creduto. Ha pensato alle mie solite esagerazioni. Non ha creduto che fosse solo sesso. Ma erano questi i patti. Solo sesso. E ha fatto l’errore di innamorarsi. Per questo l’ho buttato via. Senza mai voltarmi indietro. E quando ho sentito il rumore del suo dolore, ho fatto finta di niente. Perché ne avevo vergogna.

E poi ci sono tutti gli altri. Connessione. Benvenuto in chat. Ciao. Attivo o passivo? Centimetri. Zona. Ospiti o ti sposti. Che ti piace a letto. Ok, vieni da me. E tutto il resto. La grammatica dell’amore pornografico. Preservativi usati. La scarpetta di lattice di cui nessuno cercherà il proprietario smarrito.

Lui.  E il “ragazzino”. E tutti gli altri.
L’amore. Il sesso. La pornografia.
Il mio personale uno, nessuno e centomila.

***

Ed è per questo che alla fine ti convinci che è così che deve andare. Per non sentire quel rumore invisibile. Perché quando non senti niente, non sei più umano. E quando questo succede, non puoi morire due volte.

Aspetto che gli deì mi taglino ancora, di andare in giro con una gamba ed un occhio solo. Condannato a ritrovare quella parte di me che ho perso in mezzo a troppo dolore, a troppe parole fuori posto, a troppi inutili orgasmi.

Sarò la faccia nera della luna. Con l’infinitezza del cielo alle spalle, per proiettare il buio sul regno dei viventi, sgomenti di fronte all’eclisse della gioia.

Per questo se non so accogliere il calore dei tuoi occhi, adesso, tu non me ne vorrai. Perché fai già male. E perché non sento niente. E se fai male, potrei tornare a vivere. Ed io sono un Orfeo al contrario. Che non si volta mai indietro.

***

Epilogo (per sdrammatizzare)

L’evoluzione non è solo orizzontale. A volte funziona a balzi. Come per gli X-men. A volte funziona come un ascensore.

In quest’ultimo caso subentra quella che, in para-anatomia, si chiama legge delle tre C.

I chakra di  cui abbiamo bisogno sono solo tre.

Il cazzo.
Il cuore.
Il cervello.

Quando l’ascensore si ferma alla prima C, siamo bastardi.
Quando sale fino all’ultimo piano, siamo cinici.

Non è un caso, a ben vedere, che l’ultima C stia proprio in mezzo.

Per equilibrare le intemperanze di ciò che in noi è più terreno e addolcire le asperità di ciò che ci rende contorti.

(Pubblicato in AA.VV., Diario pubblico dell’orgoglio, pubblicazione indipendente a cura di “Ossidi di Ferro”, Barcellona Pozzo di Gotto, 2011, pp. 46-51)

*****

P.S.: diverse opere hanno permesso che queste parole scaturissero. Come Verrai a trovarmi in inverno, di Cristiana Alicata (anche se non lo avreste mai detto), Hedwig – La diva con qualcosa in più di John Cameron Mitchell, e tutte le puntate di Grey’s Anatomy viste sino alla data della pubblicazione del racconto.

E ringrazio il mio amico Alessandro Motta, per averci creduto.

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Come Itaca

Il corpo dovrebbe essere l’ultimo approdo. Come Itaca. Tutto il resto, dal primo sguardo al sondare le intenzioni, fino a quando cogli quella luce negli occhi pronta a trasmigrare in uno sfiorarsi gentile, tutto questo, dicevo, è il viaggio. Con le sirene dell’illusione. Con le coste dei Lestrigoni e il dubbio altrettanto vorace. Con il suo Polifemo e ogni astuzia per sconfiggerlo.

E proprio questa somiglianza col mito di Ulisse molto spesso ce lo fa apparire senza fine, né scopo o direzione.

Invece a volte è proprio il corpo il primo passo. Lo scrigno che diventa mappa del tesoro. Segui il sentiero della mia pelle, gli alberi delle mie gambe, il fiume tempestoso del desiderio liquido e bianco. Segui tutto questo, ma attorno. Oltre quel diaframma di pelle c’è il respiro. Il battito. Tutto questo lo trovi proprio in mezzo al sangue. L’involucro è meno pericoloso, più allettante. Perché se concedi ogni cosa di te, tranne l’anima, ti salvi. Per paradosso. O almeno così si crede.

E disimpari il linguaggio dei gesti e il profumo delle notti fredde, prima della primavera. Non sei nemmeno disposto ad usare due o tre semplici parole. Un . Un mi piace. Perché poi, se le cose dovessero andare come sempre vanno, ecco, poi è difficile tornare indietro e mostrare indifferenza. Col corpo è più facile: è come girarsi dall’altra parte del letto, dopo l’orgasmo, mentre arriva il sonno da condividere in due senza metterci in mezzo nient’altro. Tanto si sa, il mattino ha l’oro in bocca e meno ipocrisia.

Forse è per questo che la gentilezza disorienta. E si riesce a tradurre, a stento, la stele delle piccole cose. Perché si è persa la lingua dell’attesa, delle pause e delle cose. Tutte. Perché è come partire proprio dalla tua isola, per ricercarla altrove. Non puoi far altro che perderti. Non tornare più. Apolide, in patria d’altri. E con l’anima, ben stretta, nel forziere.

Sposi gay a Sanremo. Molto bene, con un ma…

Avrei voluto parlare di Stefano e Federico, i due ragazzi che andranno a sposarsi a New York il 14 febbraio e il cui video sulla loro storia sta spopolando nel web, proprio per il 14 febbraio, in occasione del loro matrimonio (e lo farò comunque). Ma sono andati a Sanremo e la cosa è storica quasi quanto le dimissioni di un papa. Per cui vale la pena spenderci due pensieri a caldo.

Il primo, buono: si parla, finalmente, di matrimonio. Non di generiche unioni alla tedesca. Non dei balbettamenti di Bersani e della bava alla bocca di Rosy Bindi, tra una bugia e l’altra, da perfetta cattolica, sulla Costituzione. No. Loro vogliono sposarsi, non basta la convivenza (quella esiste di per sé). È l’adesione a un simbolo che li scaglia, così e semplicemente, nell’universo dei “normali”. Con buona pace di Ratzinger che, forse, poteva aspettare qualche giorno in più per dar fiato alle trombe, ormai prive di ghost writer almeno fino a metà marzo, dei Giovanardi e dei Casini di turno.

Il secondo, un po’ meno: il video originale conteneva un paio di riferimenti al sesso. E attenzione, non al sesso consumato in fretta, agito, vissuto da subito. Bensì si alludeva al sentimento dell’attesa, al momento in cui l’amore si sarebbe realizzato anche nella sua dimensione fisica, nella fusione dei corpi, nel linguaggio della passione. Niente di pornografico. Semmai il suo esatto opposto. Ma l’Ariston ha preferito tagliare questa dimensione, tutta squisitamente umana. E ancora, nessun bacio è stato permesso e men che mai si è concessa loro un’ultima parola, non scritta su un cartello, ma detta a voce. Una realizzazione vocale di due esistenze che invece, per paradosso in un festival di canzoni, sono state raccontate nel silenzio.

Per farla breve: quella di stasera è una vittoria, ma è una vittoria all’italiana. È un po’, a ben vedere, nel segno di quella concezione, tutta piddina o se vogliamo “cattocomunista”, sui diritti civili: ok, ne parliamo, ma un passo alla volta, senza concedere troppo, non coprendo tutti gli spazi delle possibilità. Secondo una logica per cui noi chiediamo di sposarci, ma nel programma c’è scritto unioni civili.

Poi va da sé, la cosa in sé è un bene. E il pubblico ha applaudito. Ma la piena democrazia, in casi come questo, è un’altra cosa e fa rima con piena uguaglianza. Lasciatemelo dire.

La legge dell’inscopabilità

La leggevo l’altro giorno su Twitter. Suona, grosso modo, così:

Ai gay piacciono gli etero, agli etero le ragazze, alle ragazze i gay. E poi tutti si lamentano che non scopano.

Dunque, ieri, parlandone con la mia amica Anna Nim, sono venuto a capo di un postulato sulla legge dell’inscopabilità, applicato al mondo gay maschile:

Se piace a te ed è più bello di te, gli piacerà uno più bello di lui.

Anna Nim, allora, mi ha fatto notare tutti i ragazzi, assolutamente “fuckable” che ieri, a gabbie (e dark room) aperte, passeggiavano leggiadri per le vie del Pigneto, auspicando un mio fidanzamento conseguente. Al che l’ho guardata e ho realizzato il corollario della legge dell’inscopabilità applicato alla visione saffica delle cose:

Le lesbiche non capiscono niente di mondo gay maschile e delle leggi che ne regolano dimaniche sentimentali e relativi accoppiamenti.

Ovviamente tutto ciò ha provocato le vibranti proteste delle mie amiche, oltre a qualche silenzioso assenso degli amici maschi che erano lì con me. E allora, per salvare capre e cavoli, ho pensato alla legge taciuta, poiché non detta, che va al di là del concetto di inscopabilità.

La legge suddetta è la seguente:

Per quanto le cose vadano come sono sempre andate, c’è sempre lo spazio per un miracolo e perché la vita ti sorprenda ancora.

Ma appunto, questi sono miracoli. E nell’attesa che qualcuno di questi si realizzi, non ci resta da applicare la norma del utilità dell’errore, che consiste nella seguente dicitura:

In attesa di quello giusto, mi diverto con quelli sbagliati

Converrete con me che, preservativo alla mano (e non solo), è, per adesso, l’unica norma che va davvero seguita, senza se e senza ma. E con molti e ancora.

Con la penna rossa

Appunti di linguistica post-moderna:

• il congiuntivo non è una malattia
• gli accenti non sono vezzi
• l’acca – h/H – è sì muta, ma non invisibile. Usarla è opportuno
• la grammatica non è un’opinione.

E tutto questo per dire che a volte il sesso ha applicazioni pratiche che non diresti.

Report

Il week end che scivola via.
I vestiti sempre più stretti.
Le risate di Nano Mondano, contagiose come sempre.
Hello Kitty in calore.
Laura e Phoosky, con cui mi diverto tanto.
Milla, che mi cita in interessanti discorsi tra donne.
E Giada, bella come sempre.
Il Pompiere e Gian e la loro tenerezza. Su di me.
Il sole.
E la nausea, attutita solo un po’.
Il sesso.
Sesso, appunto.
Il bucato profumato.
Vale, nella sua isola abitata dagli uccelli della memoria e i gatti che mi guardano speranzosi.
La presentazione del libro di Franco, le mie parole e ogni emozione di cui ero capace.
Andrea che si prende gioco di me… (e gli voglio bene anche per questo).
Un pensiero su Vinz, ormai senza alcun dolore.
Andrea, l’altro Andrea, andato via e giunto a destinazione.
E uno sguardo che non dovevo incrociare.

E allora ascolto canzoni che chiudono un cerchio lungo di anni.

Perché la musica mi fa sempre compagnia quando la solitudine ritorna a sproposito e quando tutti i miei sensi in allarme mi sussurrano di andare a dormire e di lasciarmi travolgere da una quotidianità ogni giorno più estranea. Ma tant’è.

Chi è senza peccato?

Quello che non mi piace di tutto l’affaire che si sta consumando, sfibrandolo, attorno a Berlusconi è l’ondata di becero e ipocrita moralismo che si sta consumando sulla vicenda, sicuramente scabrosa, di un uomo pubblico ma che può avere delle ripercussioni sulla pretesa di moralità da parte di tutti e tutte noi.

Pretesa di moralità, aggiungo, che proviene da chi dovrebbe giustificare, nell’al di qua del proprio orticello comportamentale, ben altre magagne di natura politica e, appunto, morale.

Non mi è piaciuta, ad esempio, la carrellata di donne democratiche dell’altra sera, a Roma, che agitavano il fantasma del rispetto della donna. Dentro un partito in cui la componente cattolica si è macchiata di un provvedimento vergognoso come la legge 40 che, nella sostanza e nella ratio che la animano, va proprio in direzione contraria alla dignità della persona, riducendo il corpo femminile a teca per ovuli fecondati. Quella manifestazione, alla luce dello spirito che la informava, è stata ipocrita. Non tanto nell’indignazione sicuramente genuina di molte militanti lì riunite. Ma nelle implicazioni politico-sociali che stanno dietro certe scelte – la legge citata, appunto – e che hanno recato e recano sofferenza a migliaia di coppie e, di conseguenza, di donne che le compongono.

È squallido e poco credibile il monito della chiesa, che ancora avrebbe tanto da spiegare su certi comportamenti, rigorosamente tenuti nascosti dalle gerarchie vaticane, sui fatti di soprusi a minori che sono tristemente famosi. Con quale autorità morale da oltre Tevere si affronta il tema della morale sessuale senza sentire un necessario imbarazzo? Imbarazzo, ricordo, di chi non ha i titoli per dire agli altri cosa fare della gestione e della gestazione erotica del proprio corpo, quand’anche fosse patologica. Non dovrebbe, la chiesa, ricordare la storia della prima pietra e di chi è senza peccato?

Mi pare che quello che si stia contestando a Silvio Berlusconi non sia tanto il fatto che sia andato con una minorenne, cosa che, se vera, è gravissima e ancor di più da un uomo delle istituzioni. E non si insiste a dovere sulla sua ipocrisia, quella che di giorno lo porta a palchi quali il Family Day e la sera, invece…

Pare che la vera colpa del premier sia quella di accompagnarsi a prostitute. Pratica forse non consona al concetto di “puro” amore. Ma se vogliamo essere laici, nella vita di una persona dovrebbe essere ammessa anche quella finestra verso la (presunta) perversione. Purché questa non faccia del male a terzi, quindi purché questa sia tra adulti consenzienti. E purché, nel caso dell’uomo politico, non interferisca con l’azione politica e con fatti anche elementari di sicurezza nazionale.

Berlusconi non è inadeguato al governo perché “puttaniere”. Lo è, semmai, perché è il sostenitore di una politica che ha prodotto precariato e precarietà, razzismo e malcostume, violenza verbale e squallore istituzionale. Se poi va anche a donnine, nei limiti del lecito – lecito sancito dalla legge e non dalle personali convinzioni di questo o quel pensiero – rientra nell’ambito della privacy.

Se Berlusconi cadrà sul suo uccello, parafrasando il fu Mike Bongiorno, si aprirà una fase nuova in cui il politico verrà valutato per la gestione dei suoi istinti, dei suoi appetiti, delle sue pulsioni. Giuste o sbagliate che siano. E questo è pericoloso, perché intacca, ancora una volta, un nostro angolo di libertà che rientra nella sfera dell’intimo. E se di intimità si tratta non dovrebbe avere molto senso farne una bandiera di legittimità della (e nella) politica, che per sua stessa definizione è pubblica.

The houseboy

Per parlare di The houseboy non posso fare a meno di pensare a Dante e alla sua Commedia. Non perché le due opere si assomiglino, e chiedo scusa a chi si sta già ribellando per l’accostamento quasi sacrilego, ma perché l’opera portata in scena da Massimo Stinco è, in realtà, una “comedia” nel senso più dantesco del termine. Comincia male, finisce bene. Elemento questo che, per quanto tragica sia la pièce, non ne fa, di fatto, una tragedia.

La storia comincia quando Ricky entra nella sua selva oscura scoprendo che la famiglia di cui è un “houseboy” – ragazzo di casa che provvede, oltre a dar da mangiare ai criceti, a sfamare gli appetiti sessuali della coppia con cui vive – lo sta per sostituire con un “nuovo giocattolo”, secondo quanto afferma lo stesso DJ, l’elemento della coppia che, in modo evidente, è meno affezionato al ragazzo e ha bisogno di nuovi stimoli.

Ricky, allora, lasciando ogni speranza, entra nel suo personale inferno, caratterizzato da un susseguirsi di incontri a sfondo sessuale con personaggi che, di volta in volta, lo usano per un piacere passeggero, egoista, che fa piombare il ragazzo in una solitudine sempre più profonda e dolorosa, dalla quale vorrebbe uscire attraverso il ricorso al sesso, ma che gli fa maturare, sempre di più, l’intenzione di suicidarsi per regalare alla coppia che sta per abbandonarlo il suo cadavere come macabro e definitivo cadeau natalizio.

Anche i vari personaggi che si avvicendano, parimenti alla carrellata dantesca, sembrano rappresentare vizi e demoni del mondo coevo: l’erotismo di mero consumo, l’autocompiacimento edonistico, la perdizione dietro pratiche sessuali (auto)lesionistiche, la droga, la violenza, la malattia. Il punto di arrivo, di questo vortice verso il centro di una terra che è la terra dei nostri incubi peggiori – a cominciare dal senso di perdita – dovrebbe essere la morte, il Lucifero finale che divora ogni speranza, ogni illusione, ogni anelito di felicità.

Ma accade qualcosa che scombina ogni piano.

Dopo l’ennesima disavventura, il ragazzo, passeggiando in un parco, incontra Blake, uno studente dal viso pulito che lo condurrà alla salvezza finale – non senza aver sfiorato l’orrore in cui vive il protagonista, ritrovandolo a casa sua, dopo il fallito tentato suicidio e dopo un’orgia in cui si è consumata ogni violenza, e dicendogli, atterrito ma con tutto il coraggio che i suoi occhi limpidi eppure spaventati sanno trasmettere, che lo porterà via da quella casa.

Blake diviene così, nella struttura ascensionale dell’opera, emblema di un paradiso ideale, il vero punto di arrivo finale, un destino diverso da quello prefigurato da chi, senza speranza, non conosce che due vie: quella del sesso inteso non quale abbandono estatico, anche nella sua dimensione più carnale, ma come annullamento dell’io; e quella della distruzione finale, come unica soluzione a un vivere che non procura altro che un deserto dell’anima.

Fondamentali, per altro, altre due figure oltre quella del co-protagonista.

Frank, gay adulto, solo, malato, l’unico che – pur travolto da un desiderio che si prefigura, a sua volta, sterile – tratta con rispetto Ricky, ammettendo la sua sieropositività proprio sul nascere dell’ennesima “stanza” carnale in cui si svolge la lirica pornografica del protagonista: un vero e proprio “limbo” del desiderio, dove non vi è nessuna colpa se non quella di non riconoscere l’amore e dove non c’è l’aggravante dell’intenzionalità malvagia ed egoistica.

E Mamma Natale, affidata a Regina Miami, che irrompe con la dinamica del drag-show di qualità, sfondando il diaframma tra palcoscenico e platea, tra dramma e presente, “riumanizzando” la scena, tranquillizzandola addirittura, rompendo in modo equilibrato, e oserei dire perfetto, il pathos che torna e si frange di nuovo, fino all’ascesa finale verso l’happy end.

Scelta registica efficace e divertente che fa il paio con la scelta, altrettanto azzeccata, di presentare tutte le figure positive dell’opera, Frank e Blake, senza denudarne i corpi, contrariamente a tutti gli altri personaggi.

Un dramma moderno e attuale che parla, prima di ogni altra cosa, del lato oscuro che alberga dentro ognuno di noi: quello che ci porta a cercare, e a trovare, nella (auto)distruzione delle nostre speranze tradite, una soluzione che ci inabissa nelle tenebre di cui siamo capaci. E che ci sussurra – forse con qualche concessione a un certo moralismo borghese – che può esserci sempre, alla fine della storia, un principe un po’ azzurro e un po’ fucsia, nei panni e col mantello di un ragazzino di diciotto anni o su di lì, che può venire a prenderci e a portarci via dal nostro dolore.

Elemento, questo, che fa del protagonista una figura un po’ passiva. Ma sapere che può esserci anche una provvidenza, una divinità salvifica, per quanto laica nella fattispecie, ci rassicura come una carezza che ha il sapore della quotidianità. Aspetto di cui, occorre ammetterlo (anche con qualche timidezza), un po’ tutti noi, in fin dei conti, abbiamo bisogno.

E per fortuna, lasciatemelo dire.

Quello che…

Quello che mi chiese di fidanzarci e io gli sbuffai a ridere in faccia.
Quello che era più grande di me e alla fine non mi piaceva manco, ma era più grande.
Quello che fu amore a prima vista e evidentemente quel giorno avevo dimenticato di mettere le lenti a contatto. E poi diciamoci la verità: sei pure diventato un cesso.
Quello che poi ha preferito il cinquantenne.
Quello che volò sul nido del cuculo.
Quello che ce lo aveva enorme, perché tutte/i nella vita hanno avuto a che fare, almeno una volta, con qualcuno che ce lo aveva enorme. E sottolineo almeno.
Quello che era così bello che manco tu ci credevi.
Quello che era solo innamorato di se stesso e tu gli servivi per ricordarglielo (e per cui hai fatto una galassia di cazzate).
Quello che voleva solo fare un dispetto al fidanzato che era andato in Erasmus.
Quello che è il corrispettivo sessuale del milite ignoto.
Quello che guardavi da sempre e che quando si è accorto di te ha perso tutto il suo fascino. Come per magia.
Quello che volevi portartelo a letto e poi è diventato uno dei tuoi migliori amici.
Quello che quando lo hai baciato hai capito che non volevi baciare altra persona al mondo all’infuori di lui. E che quando se ne è andato ha lasciato una voragine.
Quello che aveva le urgenze affettive.
Quello che alla fine di tutto se ne esce con “perché io sto male” (ma per favore!).
Quello che ha risvegliato tutti i tuoi sensi, che ha dato di nuovo colore al cielo e a cui avresti dedicato chissà quanto tempo ancora, ma alla fine non c’è stato il tempo.
E quello che ti dice che non è come tutti gli altri ma, alla fine, è come tutti gli altri.

(musa ispiratrice: la splendida Wonder)

Omosessualità e pedofilia: Bertone mente (e forse lo sa pure)

La chiesa, negli ultimi tempi, è stata coinvolta in uno degli scandali più gravi di tutta la sua storia: quello dell’abuso sui minori e delle violenze pedofile. Ma questa, converrete voi con me, non è una notizia.

Da notare che faccio questa distinzione (ne parla meglio il sito del Telefono Azzurro) perché lo scandalo interno alle gerarchie cattoliche, accusate di aver coperto per decenni stupri e molestie, non tocca solo quello che più comunemente viene definito “pedofilia” – estrema semplificazione linguistica di un fenomeno che pure c’è e che rappresenta quegli atti di abuso su individui impuberi – ma anche molestie e stupri contro ragazzi sessualmente maturi.

Recentemente il cardinal Bertone è intervenuto su questa vicenda dichiarando:

Non c’è alcun collegamento tra la pedofilia e il celibato a cui sono sottoposti i sacerdoti; e invece questo tipo di patologie sessuali sono da mettere in relazione all’omosessualità.

Il cardinale ci prova a fare lo scaricabarile, ma nel suo ragionamento c’è un grande elemento di verità che contraddice proprio il suo ragionamento stesso.

Che vi siano atti contro ragazzi sessualmente maturi consumati con la coercizione e la violenza è un dato di fatto e può darsi che dietro questi atti ci sia una pulsione omosessuale evidentemente mal veicolata, vissuta male o repressa. Oppure, e questa potrebbe essere un’altra spiegazione, perché in ambienti a predominanza maschile e con regimi repressivi o limitanti sotto il profilo sessuale si sviluppano certe pratiche (abusi, violenze, molestie) da non confondere però con le relazioni (basate sulla condivisione e/o sull’affettività).

Adesso se questi preti sentono l’esigenza di praticare violenza è proprio perché, evidentemente, non sono in grado di vivere serenamente la loro sessualità, qualunque essa sia. Ed è noto, mi pare, che dentro la chiesa la sessualità tout court (e non solo quella omosessuale) sia bandita proprio in nome del celibato dei preti.

La semplificazione di Bertone è, ancora, facilmente rovesciabile nel momento in cui ci si domanda: quanti gay sessualmente attivi (e liberi da imposizioni sulla propria sessualità) sono stati scovati ad abusare di minorenni e di bambini? Bertone fornisca numeri e cifre alla mano, se ce le ha.

Bisognerebbe inoltre vedere classi di età e sesso delle persone stuprate o molestate. Non tanto per suffragare questa o quella ipotesi – se si scoprisse che in maggioranza sono le ragazze ad esser molestate, si potrebbe dire, ribaltando il ragionamento di Bertone, che il problema è collegabile all’eterosessualità? – quanto per capire il fenomeno e porvi un argine sotto il profilo legale e medico-psichiatrico.

Diverso, infine, è il caso delle violenze fatte da pedofili, cioè su bambini e bambine, a prescindere dal sesso della vittima, in età impubere e prepuberale (interessante, a tal proposito, tale studio). Cioè su persone non sessualmente mature. Sarebbe interessante capire come si relazionano questo tipo di sacerdoti con il proprio sesso, se si sentono attratti anche da maschi adulti, se praticano relazioni omosessuali, sia a livello affettivo sia a livello squisitamente fisico.

E fino a quando non ci saranno studi specifici sul tema – mentre da una prima lettura, per quanto superficiale, delle statistiche al momento disponibili parrebbe che certi fenomeni siano presenti prevalentemente nei sacri templi della cosiddetta famiglia tradizionale, ovvero le mura domestiche e le sagrestie delle chiese, per non parlare di certe scuole rette dai religiosi (senza che questo, però, ci induca a facili equazioni) – ogni relazione tra violenze pedofile e omosessualità ha solo il sapore di un voler gettare fango su una categoria sociale verso la quale la chiesa ha riservato un atteggiamento discriminatorio e di istigazione all’odio sociale. Fino a poco tempo fa il Vaticano si è opposto ferocemente alla risoluzione ONU sulla depenalizzazione dell’omosessualità nei paesi dove è prevista la prigione e la condanna a morte.

Un’organizzazione che ammette che l’Arabia Saudita non abbian nessun freno a livello giuridico sul piano internazionale all’assassinio di massa di gay e lesbiche, forse ha gioco facile – e qualche convenienza – a far credere che siano proprio gli appartenenti a certe categorie gli orchi a cui dare la caccia.

Mi chiedo, arrivato a questo punto, che credibilità possa avere un’istituzione che – oggi attraverso Bertone, ieri attraverso qualche galoppino dentro questo o quel partito – invece di fare l’unica cosa che c’è da fare, ovvero rispondere in sede giudiziaria rispetto a quanto è successo, continua a confondere le acque con questo tipo di accuse con l’unico risultato (nella speranza che non sia un obiettivo predefinito) di generare altro odio già precedentemente espresso e palesato.

Un atteggiamento, a ben vedere, doppiamente criminale. Perché non solo copre i reali responsabili, ma getta delle ombre su migliaia di persone innocenti.