Sinodo e gay: parole nuove, ma stesse idee

il sinodo apre davvero alle persone LGBT?

Le parole scaturite dal sinodo dei vescovi sull’accoglienza delle persone omosessuali vengono salutate da molti e molte come una novità assoluta, come un’apertura senza precedenti, come il cambio di passo del Vaticano rispetto alla questione dei diritti civili. Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay, in qualità di gay credente nota parole nuove che gli riempiono il cuore di gioia. Sergio Lo Giudice, senatore del Pd, scrive su Facebook «A questo punto alleiamoci direttamente col Vaticano e lasciamo perdere gli integralisti omofobi di NCD».

Ma quali sono queste parole nuove che dovrebbero colmarci di gaudio e farci giubilare come in una domenica di Pasqua?

Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana. Siamo in grado di accogliere queste persone garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare la chiesa che sia casa accogliente per loro. Le nostre comunità sono in grado di essere, accettando e valutando il loro orientamento sessuale senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio? La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale: si presenta quindi come un’importante sfida educativa.

Adesso, che tra queste parole e quelle di Ratzinger che faceva coincidere il matrimonio egualitario ai pericoli intrinsechi in una guerra ci sia un abisso è cosa più che evidente. Ma Benedetto XVI era un estremista ultraconservatore. In altri termini: ci vuole veramente poco ad essere migliori. Oltre le questioni di forma, tuttavia, bisognerebbe anche capire qual è la sostanza effettiva di certe dichiarazioni.

Quanto detto dal cardinale Peter Erdo, lascia intravedere per lo più uno “spazio di fraternità” – che non è piena inclusione, soprattutto dentro un sistema di fede che concepisce la società su struttura gerarchica – e si pone la questione se la comunità cristiana possa accogliere le persone LGBT senza rinunciare alle proprie idee su famiglia e matrimonio.

Sembra quindi che oltre Tevere si sia disponibili ad abbassare la tensione sugli attacchi contro gay e lesbiche, mantenendo inalterato il concetto di peccato – che non viene minimamente riconsiderato – e soprattutto la visione tradizionalista e conservatrice di una società che si struttura sul matrimonio di tipo religioso.

Adesso, io sono anche contento che un gay credente si possa sentire rincuorato dal fatto che la sua chiesa non lo tratterà più da “frocio”, ma solo da peccatore, ma nel mondo dei giusti il concetto di rispetto si costruisce su altri presupposti. Ma, ribadisco, questa è questione interna a chi non ha il dono di non avere una fede. E lì taccio.

Più problematico il fatto che un senatore della Repubblica cerchi l’alleanza con queste persone, ribadendo di fatto che il proprio partito è ostaggio – su questi temi come su altri, con tutta evidenza – di uno psedo partitino omofobo. Lo Giudice fa outing e dimostra, forse inconsapevolmente, l’inadeguatezza della classe dirigente di essere autonoma rispetto alle questioni dei diritti civili.

E qui il problema non è più di tipo privato, ma politico e quindi pubblico: è davvero necessario l’avallo delle istituzioni religiose per poter legiferare in materie come matrimonio egualitario, omogenitorialità, legge contro l’omofobia e trattamento di fine vita? Anche perché dalle parole che leggo, se la chiesa da una parte sta indietreggiando su generici riconoscimenti delle convivenze, dall’altra mantiene inalterate le sue posizioni su matrimonio e famiglia. Il senatore Lo Giudice quando arriverà il momento di votare sulle unioni civili, come si comporterà? Aspetterà il benestare di qualche vescovo, ne seguirà le indicazioni o propenderà per quella laicità dello Stato che dovrebbe essere recinto di garanzia per tutti e tutte, credenti inclusi/e?

Credo sia preoccupante che due ex presidenti di Arcigay vadano in brodo di giuggiole nei confronti di parole che non si discostano di molto da quello che la chiesa ha sempre detto sulle persone LGBT, indicate come fautrici di peccato, sempre da condannare, ma da comprendere e accettare in quanto esseri umani. Poi per carità, i toni sembrano più morbidi, ma le diffidenze da quella parte ci sono tutte, per il momento. Evidentemente il poter essere accettati in chiesa, in una panca a parte e magari col permesso di vedere che gli altri prendano la comunione per qualcuno è rassicurante.

In uno stato laico e pienamente democratico – in una parola soltanto, libero – una classe politica seria dovrebbe comportarsi in modo diverso, a parer mio. Innanzi tutto, non andare in brodo di giuggiole nei confronti della più piccola apertura che andrebbe valutata con ogni cautela possibile . In secondo luogo, agire nell’interesse superiore della collettività e nel rispetto delle minoranze. Piaccia o meno a sacerdoti, rabbini o imam. Da noi questo passaggio essenziale deve diventare patrimonio comune. A cominciare da chi, fino a ieri, si faceva paladino della causa LGBT e che oggi si riscopre un po’ più guelfo del dovuto.

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L’insostenibile leggerezza di Adinolfi

Giuro che non è una battuta e no, non c’è nessun riferimento al peso. Per insostenibile, intendo proprio l’inaccettabilità, soprattutto sul piano morale, delle sue argomentazioni. Per leggerezza, intendo la superficialità, che poi è cifra politica del suo approccio sui temi LGBT. Di cosa parlo?

Stavo navigando sul web quando, puntuale come il passeggiar di una blatta in una calda e umida notte siciliana, compare un suo “ragionamento”, indirizzato a tre parlamentari (in carica ed ex) che hanno la colpa di essere gay: Franco Grillini, Sergio Lo Giudice e Daniele Viotti.

Riporto integralmente l’ennesimo sproloquio, ammantato dell’ormai solito vittimismo di cui si dotano le frange omofobe per sperar d’essere più credibili:

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

il piagnisteo omofobo di Adinolfi

come ben si sa, non sono un fan del partito di Viotti e Lo Giudice e non appartengo alla schiera dei sostenitori di Grillini. Conosco personalmente Daniele, ma l’ho pure attaccato per come si stanno comportando, lui e il suo gruppo, al Parlamento Europeo. Ho visto Lo Giudice un paio di volte e nulla più e anche con lui non sono affatto tenero quando è necessario. Visto lo stato delle cose, non mi si può accusare di avere simpatie politiche per nessuno di loro.

Eppure li difendo per una semplice ragione: quel promemoria agitato sui loro guadagni a carico dei contribuenti è un inno alla cretinaggine. Per i seguenti motivi:

1. quegli stipendi e quelle cifre non sono dati ai tre personaggi citati in ragione della loro omosessualità, ma per gli incarichi che coprono o che hanno coperto. I 15.000 euro mensili li prendeva anche Adinolfi, quando era onorevole, e se ragionassimo come fa lui, potremmo dire che li percepiva “a carico dei contribuenti” per la sua obesità. Discorso idiota, siamo perfettamente d’accordo, ma è questo ciò che risulta dal parallelo “deputato gay = pagato dai contribuenti perché tale”

2. Viotti, Lo Giudice e Grillini non hanno fatto carriera in base alla loro omosessualità, ma in base al loro attivismo politico per i diritti delle persone LGBT. Quindi, hanno continuato il loro operato dentro le istituzioni dopo regolare mandato elettorale. Un po’ come può accadere ad un/a ipotetico/a attivista di un’associazione ambientalista, di una realtà antimafia, di un’organizzazione per i diritti umani, ecc. Se ragionassimo come Adinolfi, mutatis mutandis, si potrebbe dire che Rosy Bindi è diventata parlamentare per il suo essere credente. Altra boiata, giusto? Ma è così che ragiona il leader di Voglio la mamma

3. non so a che tipo di “mantenuti” si riferisca Adinolfi, ma se Viotti – per fare un esempio di fantasia – avesse preso come collaboratore il suo compagno – e non lo ha preso, come dichiara egli stesso – e se questo non è illegale, che problema c’è? Avrebbe comunque dovuto assumere un assistente parlamentare. Non è come dare un posto pubblico (tipo una cattedra universitaria, un posto da primario, un seggio sicuro in parlamento) a un fratello, un’amante, un cugino stretto…

4. forse i tre politici gay non hanno attaccato Adinolfi perché è contro l’utero in affitto e contro la compravendita di infanti (non credo che nessuno sano di mente sia a favore di queste pratiche), ma perché fa passare queste cose come specifiche del mondo LGBT, contribuendo ad alimentare odio sociale contro le minoranze.

Vero è invece che dopo non esser riuscito ad accedere a nessun tipo di carriera degna di questo nome, Adinolfi – come altri/e insieme a lui – sta agitando la bandiera dell’omofobia per darsi un’identità politica. Non sarà mai come un Casini, un Lupi, un La Russa, sicuramente lugubri politicamente e anche omofobi, ma le cui fortune politiche non si legano (esclusivamente) all’aver sposato un certo estremismo ideologico.

Insomma, sembra che la recente sentenza contro le discriminazioni su matrice omofoba di Carlo Taormina abbia fatto perdere parecchia lucidità – ammesso che l’abbiano mai avuta – ai supporter del “pensiero” (lo chiamiamo così per comodità terminologica) omofobico. Qualcuno dica a queste persone che dovrebbero smetterla, non tanto per far un favore ai tre parlamentari di cui sopra, ma per evitare di cadere in un senso del ridicolo di cui, Adinolfi & Co., non hanno piena consapevolezza.

***

P.S.: faccio infine notare che sia Grillini sia Viotti sono stati eletti con le preferenze, anche da migliaia di eterosessuali. Lo Giudice ha preso migliaia di voti alle primarie. Adinolfi è finito in parlamento come nominato e solo dopo che un collega di partito ha rinunciato al suo incarico. Possiamo dire che, contrariamente a qualcun altro, i soldi percepiti se li sono guadagnati con la loro credibilità sul piano elettorale e non certo perché messi in parlamento da un segretario di partito.