Marines gay, baci e parole (un po’) fuori luogo

Affermare che l’immagine dei due marines gay sia ormai diventata un piccolo cult iconografico della cultura e della lotta politica GLBT è quasi lapalissiano. L’evidenza è tale nella stessa misura in cui è vigoroso l’abbraccio e lo stesso movimento scenico dei due corpi che si cercano, per fondersi in un bacio, in un atto di affetto veicolato dalla fisicità, dopo la lontananza, la guerra, la nostalgia.

L’amore tra i due soldati diventa, in pratica, metonimia dell’amore universale, piaccia o meno ai nostri cultori della famiglia “tradizionale”, da Ratzinger in giù. Credo, infatti, che chiunque (a prescindere dal proprio orientamento, purché libero da pregiudizi) possa riconoscersi in quel sentimento verbalizzato nella dicitura “bacio gay”, ma concreto nell’incontro di due labbra mosse dalla volontà di esprimere un’emozione, affettività, sostegno reciproco.

Per il resto, potremmo poi chiederci: ha davvero poi importanza chi compie quell’atto? Ha senso la connotazione che deriva dal bacio tra due maschi? Un bacio non è sempre e solo un bacio? Le implicazioni sono varie, articolate e complesse e si deve rispondere che sì, ha importanza quel bacio e deve definirsi “gay” perché oggi fa ancora differenza essere o meno eterosessuali nella nostra società. Ma non è di questo che voglio parlare.

Un plauso, quindi, al sergente Morgan e al suo compagno Dalan Wells, che hanno semplicemente deciso non solo di dare un nome alle cose, ma di concedergli corpo. Perché è questo che accade in natura. I fenomeni sono tali quando si concretizzano. E ciò che si è concretizzato non è un atto sessuale, ma un fatto d’amore. Occorre tener ben presente questa distinzione.

E poi, magari, farla notare al Corriere che, in modo garbato e politicamente corretto, rispolvera ancora i concetti di “ostentazione” e di “tendenze sessuali”. Diremmo mai che il bacio di Doisneau è l’esibizione dell’eterosessualità? Una manifestazione affettiva deve per forza essere ricondotta alla sua dimensione sessuale, che a ben vedere è conseguenziale al sentimento stesso?

La prima forma di discrimine – e si badi, uso questo termine e non discriminazione – sta sempre nel linguaggio che usiamo. Credo, inoltre, che l’articolo in questione non abbia nessun intento denigratorio. C’è però qualcosa di più profondo, di sotterraneo. Lo stesso processo per cui si usa il maschile per indicare tutta la popolazione, o per cui ci si rivolge allo straniero – specie se non bianco – col “tu”. Un minimo di attenzione lessicale non guasterebbe.

Proprio per dare un senso definitivo al bello e al giusto che c’è – ed è evidente – anche nelle parole di chi ha scritto quell’articolo.

Una risposta che in fondo non c’è

 

«Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
ma c’è il dolore che sale che sa e e fa male
arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me.
Prosegue nella sua corsa si prende quello che resta
ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa
vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c’è.
E sale e scende dagli occhi il sole adesso dov’è
mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
che le parole nell’aria sono parole a metà
ma queste sono già scritte e il tempo non passerà.

Ma quando arriva la notte, la notte e resto sola con me
la testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché
né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
la vita può allontanarci, l’amore poi continuerà.»

***

Niente ha raccontato meglio questi ultimi tre anni e mezzo, al calar della sera. E come nella canzone, nella sua parte finale, il sentimento è passato. La vita, invece, è continuata. Direi che va bene. No?

P.S.: la parte suonata col violino è una delle cose migliori che ci possano capitare. Ascoltate bene. E sia estasi. E una carezza di lacrime.

Quello che…

Quello che mi chiese di fidanzarci e io gli sbuffai a ridere in faccia.
Quello che era più grande di me e alla fine non mi piaceva manco, ma era più grande.
Quello che fu amore a prima vista e evidentemente quel giorno avevo dimenticato di mettere le lenti a contatto. E poi diciamoci la verità: sei pure diventato un cesso.
Quello che poi ha preferito il cinquantenne.
Quello che volò sul nido del cuculo.
Quello che ce lo aveva enorme, perché tutte/i nella vita hanno avuto a che fare, almeno una volta, con qualcuno che ce lo aveva enorme. E sottolineo almeno.
Quello che era così bello che manco tu ci credevi.
Quello che era solo innamorato di se stesso e tu gli servivi per ricordarglielo (e per cui hai fatto una galassia di cazzate).
Quello che voleva solo fare un dispetto al fidanzato che era andato in Erasmus.
Quello che è il corrispettivo sessuale del milite ignoto.
Quello che guardavi da sempre e che quando si è accorto di te ha perso tutto il suo fascino. Come per magia.
Quello che volevi portartelo a letto e poi è diventato uno dei tuoi migliori amici.
Quello che quando lo hai baciato hai capito che non volevi baciare altra persona al mondo all’infuori di lui. E che quando se ne è andato ha lasciato una voragine.
Quello che aveva le urgenze affettive.
Quello che alla fine di tutto se ne esce con “perché io sto male” (ma per favore!).
Quello che ha risvegliato tutti i tuoi sensi, che ha dato di nuovo colore al cielo e a cui avresti dedicato chissà quanto tempo ancora, ma alla fine non c’è stato il tempo.
E quello che ti dice che non è come tutti gli altri ma, alla fine, è come tutti gli altri.

(musa ispiratrice: la splendida Wonder)