Nemmeno la grandezza degli oceani

L’amicizia è un sentimento importante, perché alla fine, nonostante ogni cosa e al di là delle rovine a cui può assomigliare la nostra vita in certi momenti, è tutto quello che ti rimane e quando te ne accorgi, ti accorgi che non è poco.

L’amicizia è un sentimento solido e fragile allo stesso tempo, come un diamante. Bello, purissimo e difficile da trovare. Per questo devi prendertene cura, perché può rompersi per sempre in un punto e uno soltanto, ma è per questo che non devi mai arrivare a quel punto.

L’amicizia è vedere che qualcosa nell’ingranaggio segna un giro a vuoto, e te ne accorgi quando le parole non raccontano perfettamente la realtà. Allora fermi tutto, apri il congegno, rimetti le cose a posto – o almeno ci provi – e aspetti che la macchina riparta. A volte è un po’ difficile, ma ne vale la pena.

L’amicizia è trovare il suo sguardo e sapere che mai ti farà del male, e commuoverti di fronte a questa evidenza.

L’amicizia è sapere che qualcuno ti aspetta oltre il mare dei tuoi giorni, in quella che era un’altra quotidianità, un’altra storia, un’altra vita. E sapere che nonostante lo spazio e il tempo, praticamente nulla è cambiato.

L’amicizia è prendersi cura di chi ne ha bisogno, perché è un po’ come quella storia della volpe da addomesticare, ma sai anche viene da sé, non riesci a spiegarlo, a un certo punto scegli una persona, la adotti, fa parte non della tua routine, ma di te. Ed ogni cosa assume il valore della conseguenza.

L’amicizia è ridere al tramonto, la follia di una notte, la bellezza di un viaggio, ritrovarsi in uno sguardo di intesa, proteggere dalle bugie e proteggere con le bugie, rincontrarsi al punto di sempre come al muretto della nostra adolescenza, lasciare andare chi vuol andarsene, sapere che nemmeno la grandezza degli oceani sarà in grado di scrivere la parola forse, ritrovarsi a giocare con la sabbia in una domenica d’estate, trovare frasi in un tovagliolo in cui è stata lasciata una poesia, contare insieme le volte che hai provato a innamorarti, unire i puntini con le stelle del cielo. E crede che tutto questo sarà per sempre, perché in un certo modo è così che accade.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.

Quando le cose prendono forma

La vita è quando le cose prendono forma. Dentro un dolce, dentro una cura, nei desideri che sfioriamo da lontano, come tende abitate dal vento.

La vita è quella cosa per cui ciò che vuoi arriva quando non lo vuoi più e ciò che vorresti è sempre più scivoloso rispetto alla tua presa.

O riscoprire un demone in parole sfuggite al controllo. Ma per scovarlo, abbracciarlo e dirgli di non avere paura.

È quando realizzi che non c’è molto da dire in proposito: se non senti l’esigenza di abbracciarmi, se non fremi all’idea di vedermi, non ha senso niente di “noi”.

La voglia di ricordarti a memoria

«Chi sono io
cosa sarò
che cosa sono stato
tra quello che ho vissuto
e quello che ho immaginato.

Ora di te cosa farò
è così complicato
se muoio già dalla voglia
di ricordarti a memoria…»

Perturbazione, L’unica

(ecco, quando ascolto queste parole, qualcosa qui dentro fa crack).

Il pezzo di creta

E così ci si risveglia col sapore delle cose passate, con i pensieri intorpiditi, guardando fuori dalla finestra e cercare presagi sicuri. Come il sole che sfiora i mobili, l’orchidea che fiorisce di nuovo, il telefono che ha dato segnali di vita.

A fare i conti con quello che sarai sempre. A guardare nella palla di vetro per vederci i sogni che vuoi realizzare. Perché è così che funziona, o almeno così dicono. Se puoi immaginarlo, lo sai fare. Anche se è difficile dare forma a questa voglia di assoluto e di imprescindibile. Anche se sembra fatto di piccole cose, come i piedi  sull’erba profumata, il rumore dell’acqua, le carezze del tramonto, i panorami senza ossigeno.

Ti fai mille domande. Se sarà come sempre. Se è così che andrà anche per quest’anno. Se esiste la soluzione. Se sta dentro la pelle di qualcun altro. Se è solo una questione di incastri fortuiti, gli stessi che chiamiamo caso. O se è una conseguenza di alchimie dosate con sapienza.

Ci si risveglia così, ed è un po’ come se dopo i botti di ieri, al clamore degli abbracci, la città si fosse immersa in un silenzio conseguente, per permetterci di rifletterci sopra, di prendere tempo, di capire come modellarlo questo pezzo di creta che chiamiamo anno nuovo. E renderlo più simile a noi, per quanto possibile. Per far sì che le cose assomiglino sempre più al concetto che abbiamo di felicità. O almeno provarci.

Se non avessi un cuore…

Mi scrive MesisXV su Twitter: «che senso ha la vita se non si usa il cuore? È la nostra forza, mai una debolezza.» La sua domanda si lega a una mia considerazione precedente: so di avere un cuore, ma devo smettere di usarlo. Perché – e così rispondo pure al mio follower – la vita sarebbe molto più semplice. Perché? Faccio un piccolo elenco.

1. Quando il ragazzo che amavo mi ha lasciato avrei fatto spallucce e invece ci sono stato male due anni. Due. E adesso chi me lo restituisce quel tempo?
2. Non mi ci sarei nemmeno messo, col mio ex. Me lo sarei scopato e ciao. Oltre al fatto che avrei quell’aria dannata che fa terribilmente sexy e tromberei di più.
3. Non ci rimarrei male tutte le volte che va male.
4. Supererei molto meglio e con tempi di recupero formidabili le separazioni inevitabili.
5. Sarei più cinico, egoista, penserei di più a me stesso e sarei io la mia vera e unica urgenza (come per altro dovrebbe essere).
6. Risparmierei sulla parcella del mio psicoterapeuta (e andrei in vacanza due volte l’anno).
7. Non avrei la dermatite (maledetta psicosomatica!).
8. Dormirei di più, mi farei meno domande, sarei vacuo, leggero, senza problemi più complessi della dichiarazione dei redditi a giugno.
9. Non mi sentirei inadeguato e non all’altezza della situazione.
10. Avrei meno scrupoli, lancerei dalla torre le persone che mi intralciano la strada, non avrei problemi a perseguire i miei obiettivi anche tagliando le gambe a qualcun altro.

Ecco, questi sono solo dieci dei vantaggi a non essere persone come me. E non dico per fare quello politicamente scorretto, ma se potessi lo darei volentieri questo muscolo che pompa sangue e desideri. Tanto alla fine il vuoto dentro c’è sempre. Tanto vale prendersi solo i vantaggi e lasciare fuori il resto. No?

Una ragione in più

abbraccioPoi ogni tanto mi viene voglia di andare a vivere in una città con il mare, così l’inverno sarebbe più struggente e avrei una ragione in più per cercare un abbraccio sincero e imprescindibile.

E, per inciso, mi odio quando paleso la mia fragilità.

On air:

Max Gazzè, Sotto casa
Likke Li, I follow rivers
Pink, Try
Dido, Here with me

 

A pugni chiusi

Rabbia.

Come questo cielo, offeso con l’umanità che ha dimenticato le cose vere.
Per questo piove, laddove dovrebbe esserci il sole.
Per questo Dio ha abbandonato le sue creature, su questo pianeta periferico, non concedendo più miracoli e neppure punizioni stellari.

La mia è rabbia. A pugni chiusi. Con gli occhi feriti. Con lo stomaco attorcigliato in un nodo gordiano, ad aspettare il suo colpo di spada. E se potessi cancellerei tutto come si fa con il mouse: seleziona, clicca, pagina bianca. Cestino. E quindi svuota. Tutto.

Se potessi, a volte, in quel cestino ci butterei il mondo intero.