Mi passerà

Domani mi passerà. E questa sensazione di abbandono e di continuo sgretolamento sarà solo un pensiero della notte. Uno dei tanti, buoni solo a spodestare il sonno.

Perché siamo fatti male. Perché, nella nostra specie, abbiamo inventato l’addomesticamento delle volpi e la solitudine dei pianeti lontani.

Domani mi passerà, ma per adesso è qui, mi tiene per mano e mi accarezzo sullo stomaco, e mette dentro, come una Pandora al contrario, tristezza, lacrime, rabbia, coraggio, onnipotenza, desolazione.

E tutto questo ha il suono di un violino, l’andirivieni della risacca, la morbidezza del manto di un gatto, la consistenza del piumone, il rumore della pioggia, un disco col fruscio, le chiacchiere delle amiche nella stanza vicina, il profumo delle cose cucinate, persistente come l’eco della memoria.

Domani mi passerà, ok. E andrò in giro per strada, con le mani in tasca e il mondo sotto i piedi. Ma per adesso no. Per adesso voglio assaporare questa tenerezza dolorosa, questo mio sentirmi profondamente umano, questo desiderio di sentire bisogno di un abbraccio, di qualcuno che mi dica che non c’è niente di cui avere paura.

#15factsaboutme

È un hashtag. E gira su Twitter.

Ho pensato: quali sono le quindici cose che ti descrivono?
Ho lasciato parlare l’istinto e questo è il mio elenco:

1. Sono (auto)ironico. Perché bisogna sempre ridere di se stessi e di ciò che ci circonda.
2. Scrivo: racconti, saggi, poesie, romanzi. E sul mio blog.
3. Non amo più il mio lavoro. Tutta colpa di chi ha reso la scuola un luogo per manovalanza intellettuale di terz’ordine.
4. Da bambino ero grasso. Poi tra un effetto fisarmonica e l’altro, ho perso, negli ultimi mesi, altri dodici.
5. Sono siciliano, ma vivo a Roma e ogni tanto mi vien voglia di scappare all’estero.
6. Mi piace cucinare. Per lo più per gli altri. Mi piace cucinare più il salato. Ma io, personalmente, amo i dolci.
7. Reputo l’amicizia un sentimento fondamentale. In alcuni casi, addirittura superiore all’amore. Perché non dà dipendenza.
8. Non sopporto la volgarità dei tempi moderni. Ma dico le parolacce.
9. Sono gay. E sono contento di esserlo. Essere gay mi ha salvato la vita. E non è una provocazione.
10. Aspiro al cinismo. Ma in verità sono un gran tenerone. Capite perché vado in terapia?
11. Ogni tanto sento l’esigenza di innamorarmi. Poi rinsavisco e ritorno in me.
12. Do i nomi degli esseri umani agli animali, per elevare la miserabile condizione dell’uomo.
13. Amo il crepitare del fuoco, il suono di neve e acqua dei ruscelli, l’odore della pioggia, la luce tenue delle candele.
14. Sposerò l’uomo che me lo chiederà lasciandomi piangere per il fatto di avermelo proposto senza che io ne abbia pudore.
15. Mi piace abbracciare. Se ti abbraccio, vuol dire che non ho più armi. Vuol dire che sei diventato/a il mio mondo.

Dottore che sintomi ha la felicità?

A volte il calore delle coperte è insufficiente. Per quanto morbido esso possa essere.
Forse la mia scrittura non graffia e a volte mi chiedo che senso abbia.
Tutto questo, intendo.
A volte vorrei lasciare tutto e andarmene altrove. Solo che non puoi scappare in eterno dal lato oscuro di te.
La città, là fuori, è insolitamente fredda e questo può ferire. Come la pioggia sottile e insulta.
Qualcuno ha scritto che nessuno si salva da solo. E invece io credo l’esatto contrario.
Puoi. Salvarti. Solo. Da solo.

Perché solo tu conosci l’unisono fatto di sangue che scorre, dei respiri arrabbiati, del battito ribelle e prigioniero, della parola sempre sfuggente quando magari trovi le sillabe. Come quando ricostruisci il puzzle delle tue emozioni.

Intanto domani è un altro giorno e il sole provvederà a diradare le ombre dell’ora. Di adesso.

«Rabbia stupore la parte l’attore
dottore che sintomi ha la felicità?
Evoluzione il cielo in prigione
questa non è un’esercitazione
forza e coraggio
la sete il miraggio
la luna nell’altra metà
lupi in agguato il peggio è passato
forse fa male eppure mi va…»

Jovanotti, Mi fido di te

Prendere forma

Casa prende forma. Il disordine del corridoio è un sinonimo, uno dei tanti, del caos. Da cui è nata tutta la storia possibile, dei pianeti e delle rocce. Da quello è nato il sussurro dei ruscelli di montagna, la fierezza dei gatti nell’estate del sud, il procedere pacato degli albatros e dei cammelli al cospetto dell’universo.

Prendiamo gli oggetti, pezzetti di noi, li riponiamo negli armadi nuovi, togliamo la polvere, asciughiamo il sudore dalla fronte, a dispetto del gelo oltre l’inferriata bianca. Buttiamo qualcosa che non ci assomiglia più. Diamo una nuova consistenza al piumone sul letto, nell’immagine di chi, domani, si sveglierà nell’ennesimo abbraccio, candidato, anch’esso, a divenire quello definitivo. Forse…

E mentre i libri ritrovano una nuova dimora e la musica accompagna ogni sforzo, mentre il sole disegna la sua parabola di un domani che insegue sempre se stesso, i tasselli della memoria si lanciano nella mente come coriandoli di ciò che è stato. Adesso penso a quando ero qui per amore, a come vi sono tornato per sopravvivere, al tesoro segreto trovato mentre, distratto, cercavo tutt’altro, al bacio di qualcun altro, troppo breve e assoluto per essere dimenticato, al morso del vampiro, agli errori dell’istinto, alle cicatrici delle parole cattive, alla maledizione estinta di quelle malate, al registro nuovo di quelle da pronunciare.

Tutto questo ha un senso, tra le mensole nuove, i vestiti messi in ordine e qualcosa che non trova ancora la sua giusta collocazione. Ogni cosa è uguale a me. Anche il dolore, ormai passato. Anche quell’anelito in assonanza col poi.

Casa intanto prende forma. La mia vita pure.

On air:

«Io devo diventare una persona normale
me lo dico spesso quando parlo d’amore
immagino di un cielo ricoperto di stelle
che viene ad abitare qui sulla mia pelle
(anche se, ad un’attenta analisi, e tenendo in considerazione le variabili del cambiamento)…»

Celeste Gaia, Io devo diventare una persona normale

Quell’unico punto

Le fusa del gatto.
Quello che resta della pioggia, in strada. E alle macchine il privilegio di trasformarlo in suono.
La confusione, qui in camera da letto. Fuori e dentro.
Quel desiderio.
E il caos dei pacchi da incartare, per andare altrove. Un’altra volta.
I consigli degli amici. I sì, i no, i “non devi”.
Tracy Chapman. E una canzone di Luca Carboni, come quando avevo diciott’anni.
Tutte le parole che stanno qui dentro. Proprio tutte. E tutte in quell’unico punto.
Il vuoto ha lo stesso rumore del silenzio.

Potrei anche dirti di venire a riempirlo. Perché vedi, io sarei anche disposto ad accoglierti.
E. Tu. Tuttavia.

La serra

Mentre il cielo si tinge di perla e le foglie danzano a terra.

Non dobbiamo mai, mai, credere a chi ci ha raccontato, in passato, dell’inadeguatezza del nostro vivere.
Il nostro sangue è uguale.
I globuli rossi pompano lo stesso ossigeno.
Sappiamo perfino emozionarci per lo sguardo di un bambino, anche quando non siamo disposti ad ammetterlo a noi stessi.

In tutto questo, lasciamo che gli altri ci attraversino, come i vetri di una serra spezzati. Ci facciamo tagliuzzare. Ripariamo da soli le nostre ferite.

La soluzione, invece, sta nel fatto, evidente, che nelle serre si coltivano i fiori più belli. Quelli che, al di fuori di quei vetri, potrebbero rimanere offesi dall’esuberanza del vento e delle stagioni improprie. Forse è nostro dovere cacciare i teppistelli che lanciano sassi sulle pareti. Siano essi persone concrete, o solo brutti ricordi.

(dedicato a Barbara e a Frenky. E un po’ pure a me stesso)

Senza sangue

La disponibilità va bene.
Il sacrificio, dipende…
Il martirio, mai!

Dai discorsi con Frenky, davanti a una tazza di tè verde e una colazione tardiva.
Perché la gente, ci siamo poi detti, passa una vita intera a cercarsi, a tentare di trovarsi, ad abbattere la punizione di quegli dèi, poi definitivamente estinti, che ci tagliuzzarono in due, per farci capire l’importanza dell’uno. L’impronta del tutto.

Eppure pare che non abbiamo imparato la lezione.

Indispettiti, riteniamo un nostro diritto tornare allo stato primigenio. Ma poniamo fili spinati e mine antiuomo, tra noi e la felicità. Non riusciamo a trovare le parole, quando è necessario pronunciarle. Le usiamo a sproposito, quando è il momento di respirare. E basta.

Ci diamo la colpa del nostro bisogno di amore. E non riusciamo a chiederlo, quando è arrivato il momento di lasciare all’oblio ogni cicatrice. Ne riapriamo di nuove, senza alcun bisogno effettivo.

Diamo il potere, agli altri, di decidere della nostra infelicità. E non ci accorgiamo che stiamo solo intingendo la penna altrui nell’inchiostro del nostro destino.

Quando alla fine sarebbe tutto molto più semplice. Uno sguardo pulito. Un desiderio sincero. La disponibilità di esserci. Senza sacrifici pretesi. Senza martirio, senza sangue. Eppure.

Vaso di coccio

La gente dice che nei miei occhi puoi leggere romanticismo e anche una certa malinconia.
La gente ha fottutamente ragione.
Perché io, alla fine, sono romantico. E in un mondo di vasi di ferro, quello di coccio si sa la fine che fa.
E il mio sguardo ha sempre un’ombra. Liquida, addirittura dolce, per gli altri. Per gli altri, appunto.

Perché vivere tra chi non sa cosa farsene, è come avere un optional desueto, non richiesto. Da me, poi, meno che mai. E questo a volte mi fa rabbia. Forse troppa.

Quando ero piccolo, pregavo il dio per cui avrei perso ogni fede e fiducia di rendermi diverso da quello che ero.

Adesso che non ho bisogno di idoli di sorta, spero ugualmente di cambiare, in questa o nella prossima esistenza. Magari con un modo di fare più duro, meno permeabile alle cose del mondo. Di questi tempi, non conviene affatto.

Quel 19 settembre

Non era un giorno di pioggia come questo, il 19 settembre di tre anni fa.
Non sapevo, quel giorno in cui ero tornato a prenderti, che te ne saresti andato di nuovo e, stavolta, per sempre. Così come ignoravo che, a distanza e a dispetto di tutto il tempo trascorso, alla fine non avresti fatto più male di qualsiasi altra scheggia d’oblio.
Non avrei mai potuto immaginare che mi sarei innamorato di nuovo e che avrei torturato Barbara per le follie mie e degli altri.
Una cosa la intuivo, e cioè che gli amici di sempre, anche se lontani, sarebbero comunque rimasti. Così come conoscevo già il piacere delle foglie calpestate sotto i miei piedi, per i viali alberati di Trastevere.
Non sapevo che avrei dovuto fare i conti con i miei sogni, in una lotta serrata tra desiderio e realtà.
E non sapevo neppure dell’abbraccio con il buio, ancora, nonostante gli angeli del passato (ma stiamo lavorando anche per questo).
Non avrei mai creduto che avrei pubblicato un libro e che, in un modo o nell’altro, avrei trovato la mia dimensione – per carità, sempre imperfetta… eppure stiamo parlando di qualcosa che, bene o male, ha il mio volto.
Non potevo conoscere, invece, il volto delle persone che avrei incontrato, dei pini solitari, delle case in cui ho abitato, delle strade percorse quotidianamente, sotto gli alberi sempre più spogli, sotto i colpi dell’autunno.

Tutto questo è successo, in questi ultimi tre anni, da quel 19 settembre in cui mi sono trasferito qui a Roma. Un po’ per caso, un po’ per follia, sicuramente per amore… le tre cose che ho deciso di non perdere mai, proprio in questo anniversario un po’ strano, dal sapore di pioggia e dello stesso colore di un cielo come piace a me.