Il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà

world-kiss-dayNel mio personale concetto di trascurabile felicità, ci metto due o tre cosette. Anzi, forse pure qualcosa di più.
Tipo un balcone con i fiori.
O camminare scalzo sul parquet, in estate, con l’aria condizionata in una giornata di sole.
Andare a prendere il caffè, di pomeriggio, da una cara amica.
Sapere che ci sono, gli amici, e te lo dimostrano sempre.
Il profumo del mare e il suo colore, in lontananza, quando le onde si colorano di schiuma.
La promessa della pioggia in estate.
Le cicale lontane.
Farsi un regalo, ogni tanto (come quando quella volta ho preso un profumo che da solo mi pagava la rata del mutuo che non ho).
Immaginare la tua casa, un giorno, con i vasi bianchi e le piante a cui dai un nome.
Sapere che un giorno avrai un cane e un gatto, che saranno amici e che saranno i tuoi figli.
Lasciare dietro l’angolo, in quella porta socchiusa che è diventato il tuo cuore, il sapore di un bacio che forse prima o poi verrà.
Cucinare per le persone a cui vuoi bene.
Dare un nome alle tue emozioni.
Scrivere.
Riconoscere una canzone che lascia agitare tutti i tuoi globuli rossi.
Rileggere i libri che ti hanno fatto innamorare.
Ritrovarsi a provare tenerezza per gli sconosciuti.
Guardarti in faccia, a volte, e riconoscere di essere uno stronzo (e riprometterti che non lo farai più, anche se sai che lo rifarai e sai che per questo sei tremendamente umano).
Amarsi, incondizionatamente, anche se per qualche minuto.
Guardare in faccia i tuoi demoni e dire loro che anche no, adesso hanno decisamente rotto il cazzo.
Cantare un motivetto, sotto il sole, tenendo a bada l’angoscia e sapere che dentro di te, da qualche parte, hai la bacchetta magica per cui in un modo o nell’altro ce la farai. Perché hai deciso che non c’è alternativa a tutto questo.

Il suono dei tuoi passi sul legno

11147191_10153364296710703_6172719650083121016_oCercarsi nella solitudine dei vicoli ombrosi e ritrovarsi in tutto ciò che si è smarrito, indietro.
Voltare lo sguardo, verso quei gradini notturni un tempo popolati da speranze e delusioni.
Passeggiare tra i corridoi del monastero, tra le aule studio e i giardini interni, al cadenzare del tuo incedere e tra i fantasmi di una vita passata.
Aprire gli occhi. Capire che hai lasciato quei luoghi, quegli spazi, quella stessa luce a persone che non sanno nemmeno chi sei.
Soffermarti nei loro sguardi, studiarsi a vicenda. Trovare persino qualcosa di sacrilego, in quel non riconoscersi.
E ritornare al suono dei tuoi passi sul legno del pavimento.

12719611_10153364268685703_1740087281233963920_oLa nostalgia è una bestia ammansita dopo aver divorato di tutta la vita possibile in certi momenti. Il silenzio di voci interiori. Un’eco che senti solo tu. Mentre altre esistenze, tutto intorno, accadono con le stesse identiche dinamiche. Ma non a te. Non più. Perché non è più quello il tuo posto nel mondo.

La nostalgia è una cosa che può anche guarirti. È lo sguardo di Orfeo che si rivolge indietro per capire di esser vivo e di non avere altra scelta che andare avanti. È la gratitudine per  chi ti ha lasciato, perché se non ci fosse stata quella frattura non ci sarebbe stato tutto ciò che necessitava dell’unico. È riempire i vuoti, perché per tornare ad essere come fu, dovrebbe essere proprio ciò che fu e, come dice il poeta, ciò è impossibile.

La nostalgia è un po’ l’ombra di ciò che siamo nel qui ed ora. Del sole che ci sta sempre di fronte e, con esso, delle cose non ancora occorse.

Proprio dietro dove vive la felicità (o della fine e l’inizio)

3E arrivati a questo punto della storia.

Porterò con me i viali notturni di Berlino e il sole trasversale delle strade di Lisbona, in quella curva dietro una collina abitata, proprio dietro dove vive la felicità, anche se per pochi giorni, quella al sapore delle ciliegie o dei passi nudi sui pavimenti di legno.

Lascerò alle mie spalle chi ha bisogno del rancore, la morte senza una pagina bianca da lasciare a chi viene dopo, l’ingratitudine senza intelligenza (non che quella popolata dall’intelletto sia una risorsa, ma la stupidità aggiunge disvalore alla cosa), il dar se stessi e poi smarrirsi, il non riconoscersi nei propri giorni, nelle scelte che fai.

Metterò in valigia la consapevolezza che la vita è il solo modo per coprirsi di foglie (cit.) e che se lasciamo che a scegliere per noi stessi sia il mondo, in tutto o in parte, non abbiamo bisogno di altre facoltà oltre quella di imitare scimmie (semicit.) o altro animale, a scelta.

Sbaglierò sempre per conto mio.

E non mi trascinerete mai, mai, nell’infelicità che volete per me.

Non avrò paura della solitudine, dei mattini gelidi in un luogo lontano, delle parole che non si riconoscono, anche se mentre ci penso e lo scrivo, al suono invisibile della mia voce interiore, un po’ di paura a ben guardare c’è.

Prometto che cercherò di accoglierti, ammesso che esisti. Ma se non ci riesco, non farmene una colpa.

Rivedrò i palazzi medievali tra gli Appennini, le torri che pendono ai bordi del fiume e mi lascerò dondolare dai flutti indolenti.

Non cercherò di tenere accanto chi già, a modo suo, ha deciso di andarsene. Io sono qui e non mi muovo, se non per volare. Il cielo è abbastanza grande per incontrarsi ancora. E per esser chiari fino alla fine, ci sarà sempre spazio per chi mi vuole bene davvero.

Farò tesoro delle mie parole, in attesa di trasformarle in realtà. Nel frattempo, non avrò vergogna dei miei capelli arruffati, dei jeans stretti, dell’inadeguatezza dentro i discorsi lasciati a metà, del sentirsi fuori posto. Non avrò vergogna della mia commozione di fronte alla bellezza di bambini e bambine che cantano in coro, come le stelle del mattino.

Ci sarò io, insomma, in quell’angolo oltre la nebbia o nell’incedere del tempo, distratto dal vivere e dal non ricordare chi si è davvero. Sarà possibile cadere,  leccare il sangue e il suo sapore di sale e ferro. Lo so già. E servirà coraggio per tornare alla realtà delle nuvole. Perché non c’è alternativa, a questo.

(Con l’augurio che ogni fine sia solo l’inizio)

***

On air

2Maria Salvador, J-Ax feat. Il Cile (per l’indiscutibile anelito di leggerezza)
Roma-Bangkok, Baby K e Giusy Ferreri (un po’ come sopra, ma con la voglia di andarsene in giro)
Young and beautiful, Lana del Rey (che sai, lo spleen…)
Due respiri, Chiara (quando un attimo ci credi)
Senza fare sul serio, Malika Ayane (per quando hai voglia di ridurre tutto ad un giorno di sole)
Chez Keith et Anita, Carla Bruni (perché è così che penso alla mia vita, in un giorno in cui hai amici a casa)
Ottobre, Carmen Consoli (perché anch’io a un certo punto ho deciso di preferire l’inferno, fosse stato il prezzo della libertà)
Ding dong song, Gunther & The Sunshine Girls (perché è bello riderci su)
Siamo uguali, Lorenzo Fragola (sempre perché a volte hai voglia di innamorarti)
All the right moves, One Republic (perché ti ho voluto bene davvero, F., e te ne voglio ancora e lo sai)
La vita com’è, Max Gazzè (perché canta un po’ la vita che voglio).

Il dovere di ferirti

13612970_9948_y1p1m506oac06apost8rymoeo8_H224626_LA volte devi prendere atto che quella che pareva un’amicizia forse altro non era che tempo passato insieme. Bello, per carità. Ma il tempo prima o poi finisce.

Le cose che restano sono altre. Come chi ti osserva in lontananza, per quindici anni. Poi incontri di nuovo quella persona ed è come se il tempo non esistesse. Sarà che i giorni qui in Sicilia, in questo frammento d’estate, passano lenti, ma vedi le cose da una prospettiva diversa.
Ti fermi a pensare.
Ti fermi, soprattutto.
E tutto gira, con te al centro delle cose. Un punto d’osservazione privilegiato.

Accade – ormai a cadenza ciclica – che certe persone a cui vuoi bene si sentano in dovere, a un certo punto, di ferirti in modo automatico. Quasi fosse naturale. Tanto tu sei quello che fa spallucce. Tanto c’è sempre tempo per cambiare idea, chiedere scusa, ti prego parliamone, ti prego gestiscilo tu questo mio senso di colpa. Perché è normale, con ogni evidenza, riprendersi il perdono e lasciare il dolore. Quello alla fine, chi lo porta via? Come se fosse nell’ordinaria gestione delle cose venire e mettere tutto in disordine e poi chiederti di riportare indietro le lancette del tempo insieme. Come se quel casino, gli insulti e le accuse le avessi sparpagliate tu stesso, qua e là nell’anima.

Hai mai provato a riattaccare un petalo a un fiore? Se lo stacchi è un atto irreversibile. Da un po’ di tempo funziono così. Forse sbaglio, forse no. Ho un’unica certezza: funziono così.

Forse a volte si dovrebbe sparire dalla vita delle persone e basta. Le ferite e il male gratuito andrebbero ripagati col silenzio, a parer mio. Senza recuperare nulla. Senza nessuna seconda chance. Perché solo così si può capire se a quella persona ci tenevi davvero. Quando ti rimane il suo vuoto e nient’altro.

Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.

Le parole ulteriori

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E poi c’è la regola del fuoco: mai, e sottolineo, mai sprecare parole ulteriori con chi non ha il tempo che tu hai utilizzato per proferirle in passato.

Nel senso che va marchiata nel cuore, come se fosse ferro rovente. Perché ha la stessa sacralità di un rito di iniziazione.
E tutto il resto delle cose da dire è inutile, a partire da questo momento.

On air: The Muse, The time is ranning out (per caso, lo giuro)

La sindrome di Candy Candy

Deve esserci un virus strano nell’acqua. O forse sono io che sono rassicurante. Ma vengo e mi spiego. Era la primavera di quest’anno. E venni raggiunto da lui. Bellino, molto più giovane di me – ok, ho quarantuno anni ma a ventitré anni si è largamente sopra l’età del consenso e poi nella mia famiglia ci sono casi analoghi… avrò preso dal nonno – gli occhi da cerbiatto e una malinconia che, se vuoi fregarmi, basta che la direzioni su di me e il gioco è fatto.

«Sai, penso che tu possa capirmi…» e via, se vuoi possiamo parlare del tuo male di vivere, anche se sei così giovane che dovresti avere semmai più voglia di vivere e basta, ma questi non sono affari miei, per carità. E poi tranquillo, con i problemi in facoltà, a tutto c’è un rimedio. Sì, non ho difficoltà a dirtelo, se vuoi puoi parlarne. Cioè, io ci sono.

E quindi.

Fai gli esami della sessione estiva, ti liberi da tutti i gravami che affliggevano i tuoi pensieri e quello sguardo un po’ malinconico. E sparisci. Stop. Via. Adieu. «No, sai, ho avuto da fare…» mi dici in un giorno che ci incontriamo per caso, ed io ok hai avuto da fare, però a Mucca a ballare ci vai e agli aperitivi pure. Ok, non è affar mio. Ma allora mi spieghi perché dovrebbe esserlo tutto il resto? E soprattutto, se finito il periodo nero tu sparisci dalla mia vita e dal mio whatsapp, mi spieghi la ragione per cui io dovrei tenerti in considerazione? Non è per vendetta o rancore, ma già il ruolo di tappabuchi a scuola mi va un attimo strettino, figuriamoci in quello che voleva essere qualcosa di un po’ più strutturato di una semplice amicizia on line. Ecco, per dire.

Per cui, se mi incontri – per caso – e mi chiedi come mai non sono più tra i tuoi amici su Facebook, poi non farmi scenate se ti dico «perché non siamo amici», perché io agli amici non li tratto così. E vabbè, avrò la sindrome da Candy Candy, ma non sono cretino come Annie (che a dirla tutta aveva la lacrima facile e un paio di piedi orrendi, ma questa è un’altra storia). E quindi anche ciao.

Poi, vai a novembre 2014: nel film mentale che stiamo vivendo passa in sovrimpressione la scritta “alcuni mesi dopo”. Altra storia, altro giro. Un like sui social, ciao come stai, che fai nella vita, sarebbe bello averti intorno, eccetera eccetera. Al netto delle solite cose – dal “sarebbe bello dormire insieme sotto questa pioggia” al “no, tranquillo, non sarebbe per sesso” e cagationes similares – c’è da dire che a me un pochino piacevi eh. Però ok, hai fatto tutto tu. Come quando ho provato a baciarti e ti sei allontanato. E poi quando me ne sono andato da casa tua – perché io rispetto il valore simbolico, istituzionale e pedagogico del due di picche, anche quando arriva in età matura – quando ero sulla porta, dicevo, poi sei stato tu a baciarmi. Per poi cambiare idea di nuovo. E allora scusa, ma vale quanto detto sopra. Buono sì, scemo anche no. Coglione proprio. Anche perché c’è il rischio di trasformarsi in Irisa. E sappiamo tutti/e che era gradevole come pestare una merda con gli infradito. Ça va sans dire.

Allora mi spiegherai perché io rispetto il tuo desiderio di non proseguire oltre, ma se io ti dico «guarda, ci eravamo visti su altri presupposti… non credo sia il caso di vedersi» tu no, ti devi imporre. Coi messaggi, il solito whatsapp. E al solito: “ho avuto questo problema”, “ho paura che accada questo”, “non so come fare per quest’altro”.

Possiamo essere amici, mi chiedi.
Uhm… no, ti rispondo.
Perché no? Perché io agli amici non infilo la lingua in bocca. Dovrebbe essere semplice a capirsi. Eppure.

Allora, non è per cattiveria perché davvero, io posso stare anche a sentire i problemi di chiunque, ma ci sono ruoli, figure di riferimento, presupposti che devono essere chiari, ora e sempre. Almeno, se non si vuole recitare la parte di quello che gioca con le persone. Ma su una cosa vorrei essere chiaro e credo che valga per tutti/e, a prescindere dal tipo di relazione che si istaura: non si ha mai il dovere di ricoprire il ruolo di “spalla su cui piangere”. Soprattutto se finito il momento delle lacrime, o di qualsivoglia disagio equipollente, poi prendi e sparisci. Ergo, se mi contatti che sia per il piacere di star insieme. Poi si decide insieme – e sotto l’aura del vecchio adagio “patti chiari e amicizia lunga” – se per un caffè, una scopata o un matrimonio. Di troppa chiarezza non si muore. Anzi, si semplificano le cose. Sensibilmente. Ok?

Vivere come se il domani non esistesse

I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier.

Chandelier, Sia

Perché se il mio spleen avesse una colonna sonora, questa sarebbe una delle sue melodie.