Quando le cose prendono forma

La vita è quando le cose prendono forma. Dentro un dolce, dentro una cura, nei desideri che sfioriamo da lontano, come tende abitate dal vento.

La vita è quella cosa per cui ciò che vuoi arriva quando non lo vuoi più e ciò che vorresti è sempre più scivoloso rispetto alla tua presa.

O riscoprire un demone in parole sfuggite al controllo. Ma per scovarlo, abbracciarlo e dirgli di non avere paura.

È quando realizzi che non c’è molto da dire in proposito: se non senti l’esigenza di abbracciarmi, se non fremi all’idea di vedermi, non ha senso niente di “noi”.

Il pezzo di creta

E così ci si risveglia col sapore delle cose passate, con i pensieri intorpiditi, guardando fuori dalla finestra e cercare presagi sicuri. Come il sole che sfiora i mobili, l’orchidea che fiorisce di nuovo, il telefono che ha dato segnali di vita.

A fare i conti con quello che sarai sempre. A guardare nella palla di vetro per vederci i sogni che vuoi realizzare. Perché è così che funziona, o almeno così dicono. Se puoi immaginarlo, lo sai fare. Anche se è difficile dare forma a questa voglia di assoluto e di imprescindibile. Anche se sembra fatto di piccole cose, come i piedi  sull’erba profumata, il rumore dell’acqua, le carezze del tramonto, i panorami senza ossigeno.

Ti fai mille domande. Se sarà come sempre. Se è così che andrà anche per quest’anno. Se esiste la soluzione. Se sta dentro la pelle di qualcun altro. Se è solo una questione di incastri fortuiti, gli stessi che chiamiamo caso. O se è una conseguenza di alchimie dosate con sapienza.

Ci si risveglia così, ed è un po’ come se dopo i botti di ieri, al clamore degli abbracci, la città si fosse immersa in un silenzio conseguente, per permetterci di rifletterci sopra, di prendere tempo, di capire come modellarlo questo pezzo di creta che chiamiamo anno nuovo. E renderlo più simile a noi, per quanto possibile. Per far sì che le cose assomiglino sempre più al concetto che abbiamo di felicità. O almeno provarci.

Se non avessi un cuore…

Mi scrive MesisXV su Twitter: «che senso ha la vita se non si usa il cuore? È la nostra forza, mai una debolezza.» La sua domanda si lega a una mia considerazione precedente: so di avere un cuore, ma devo smettere di usarlo. Perché – e così rispondo pure al mio follower – la vita sarebbe molto più semplice. Perché? Faccio un piccolo elenco.

1. Quando il ragazzo che amavo mi ha lasciato avrei fatto spallucce e invece ci sono stato male due anni. Due. E adesso chi me lo restituisce quel tempo?
2. Non mi ci sarei nemmeno messo, col mio ex. Me lo sarei scopato e ciao. Oltre al fatto che avrei quell’aria dannata che fa terribilmente sexy e tromberei di più.
3. Non ci rimarrei male tutte le volte che va male.
4. Supererei molto meglio e con tempi di recupero formidabili le separazioni inevitabili.
5. Sarei più cinico, egoista, penserei di più a me stesso e sarei io la mia vera e unica urgenza (come per altro dovrebbe essere).
6. Risparmierei sulla parcella del mio psicoterapeuta (e andrei in vacanza due volte l’anno).
7. Non avrei la dermatite (maledetta psicosomatica!).
8. Dormirei di più, mi farei meno domande, sarei vacuo, leggero, senza problemi più complessi della dichiarazione dei redditi a giugno.
9. Non mi sentirei inadeguato e non all’altezza della situazione.
10. Avrei meno scrupoli, lancerei dalla torre le persone che mi intralciano la strada, non avrei problemi a perseguire i miei obiettivi anche tagliando le gambe a qualcun altro.

Ecco, questi sono solo dieci dei vantaggi a non essere persone come me. E non dico per fare quello politicamente scorretto, ma se potessi lo darei volentieri questo muscolo che pompa sangue e desideri. Tanto alla fine il vuoto dentro c’è sempre. Tanto vale prendersi solo i vantaggi e lasciare fuori il resto. No?

Una ragione in più

abbraccioPoi ogni tanto mi viene voglia di andare a vivere in una città con il mare, così l’inverno sarebbe più struggente e avrei una ragione in più per cercare un abbraccio sincero e imprescindibile.

E, per inciso, mi odio quando paleso la mia fragilità.

On air:

Max Gazzè, Sotto casa
Likke Li, I follow rivers
Pink, Try
Dido, Here with me

 

A pugni chiusi

Rabbia.

Come questo cielo, offeso con l’umanità che ha dimenticato le cose vere.
Per questo piove, laddove dovrebbe esserci il sole.
Per questo Dio ha abbandonato le sue creature, su questo pianeta periferico, non concedendo più miracoli e neppure punizioni stellari.

La mia è rabbia. A pugni chiusi. Con gli occhi feriti. Con lo stomaco attorcigliato in un nodo gordiano, ad aspettare il suo colpo di spada. E se potessi cancellerei tutto come si fa con il mouse: seleziona, clicca, pagina bianca. Cestino. E quindi svuota. Tutto.

Se potessi, a volte, in quel cestino ci butterei il mondo intero.

Come Itaca

Il corpo dovrebbe essere l’ultimo approdo. Come Itaca. Tutto il resto, dal primo sguardo al sondare le intenzioni, fino a quando cogli quella luce negli occhi pronta a trasmigrare in uno sfiorarsi gentile, tutto questo, dicevo, è il viaggio. Con le sirene dell’illusione. Con le coste dei Lestrigoni e il dubbio altrettanto vorace. Con il suo Polifemo e ogni astuzia per sconfiggerlo.

E proprio questa somiglianza col mito di Ulisse molto spesso ce lo fa apparire senza fine, né scopo o direzione.

Invece a volte è proprio il corpo il primo passo. Lo scrigno che diventa mappa del tesoro. Segui il sentiero della mia pelle, gli alberi delle mie gambe, il fiume tempestoso del desiderio liquido e bianco. Segui tutto questo, ma attorno. Oltre quel diaframma di pelle c’è il respiro. Il battito. Tutto questo lo trovi proprio in mezzo al sangue. L’involucro è meno pericoloso, più allettante. Perché se concedi ogni cosa di te, tranne l’anima, ti salvi. Per paradosso. O almeno così si crede.

E disimpari il linguaggio dei gesti e il profumo delle notti fredde, prima della primavera. Non sei nemmeno disposto ad usare due o tre semplici parole. Un . Un mi piace. Perché poi, se le cose dovessero andare come sempre vanno, ecco, poi è difficile tornare indietro e mostrare indifferenza. Col corpo è più facile: è come girarsi dall’altra parte del letto, dopo l’orgasmo, mentre arriva il sonno da condividere in due senza metterci in mezzo nient’altro. Tanto si sa, il mattino ha l’oro in bocca e meno ipocrisia.

Forse è per questo che la gentilezza disorienta. E si riesce a tradurre, a stento, la stele delle piccole cose. Perché si è persa la lingua dell’attesa, delle pause e delle cose. Tutte. Perché è come partire proprio dalla tua isola, per ricercarla altrove. Non puoi far altro che perderti. Non tornare più. Apolide, in patria d’altri. E con l’anima, ben stretta, nel forziere.

Pars destruens

Buoni propositi per le prossime quarantotto ore.
Imparare a non avere più vergogna delle mie fragilità.
E a chiedere più affetto, se necessario.

Poi, ovviamente, c’è anche la pars destruens.
Lavoro, salute, amore…
Mai più scuola.
Pompe col preservativo.
Parole a un unico grado di interpretazione. Perché se dici che mi ami, vorrà dire che mi ami. Da lì in giù, insomma…

Non penso di chiedere troppo. Penso solo di chiedere tutto. A trentanove anni è un mio diritto.

E se è per questo, sono uno di quelli che delle Quattro stagioni di Vivaldi ama l’inverno. Ma poi, nella vita, là fuori, preferisce i mesi da marzo a giugno. L’estate acceca. E il gelo mi paralizza.

Perché sono bilancia, ho due piatti nell’anima, sono doppio. A volte pure spezzato, in due. Scisso. E mi ricucio, da solo. Ogni volta. Perché ho imparato che nessuno ti salva. E ti salvi, sempre e solo, da solo. Questa è la lezione assoluta, per questo ciclo di vite.

Insomma, oggi è una di quelle giornate in cui sento il bisogno di resettare tutto. Cestina, svuota e ricomincia tutto da capo. E quel che è bello, è che non c’è nemmeno un perché.