Il dovere di ferirti

13612970_9948_y1p1m506oac06apost8rymoeo8_H224626_LA volte devi prendere atto che quella che pareva un’amicizia forse altro non era che tempo passato insieme. Bello, per carità. Ma il tempo prima o poi finisce.

Le cose che restano sono altre. Come chi ti osserva in lontananza, per quindici anni. Poi incontri di nuovo quella persona ed è come se il tempo non esistesse. Sarà che i giorni qui in Sicilia, in questo frammento d’estate, passano lenti, ma vedi le cose da una prospettiva diversa.
Ti fermi a pensare.
Ti fermi, soprattutto.
E tutto gira, con te al centro delle cose. Un punto d’osservazione privilegiato.

Accade – ormai a cadenza ciclica – che certe persone a cui vuoi bene si sentano in dovere, a un certo punto, di ferirti in modo automatico. Quasi fosse naturale. Tanto tu sei quello che fa spallucce. Tanto c’è sempre tempo per cambiare idea, chiedere scusa, ti prego parliamone, ti prego gestiscilo tu questo mio senso di colpa. Perché è normale, con ogni evidenza, riprendersi il perdono e lasciare il dolore. Quello alla fine, chi lo porta via? Come se fosse nell’ordinaria gestione delle cose venire e mettere tutto in disordine e poi chiederti di riportare indietro le lancette del tempo insieme. Come se quel casino, gli insulti e le accuse le avessi sparpagliate tu stesso, qua e là nell’anima.

Hai mai provato a riattaccare un petalo a un fiore? Se lo stacchi è un atto irreversibile. Da un po’ di tempo funziono così. Forse sbaglio, forse no. Ho un’unica certezza: funziono così.

Forse a volte si dovrebbe sparire dalla vita delle persone e basta. Le ferite e il male gratuito andrebbero ripagati col silenzio, a parer mio. Senza recuperare nulla. Senza nessuna seconda chance. Perché solo così si può capire se a quella persona ci tenevi davvero. Quando ti rimane il suo vuoto e nient’altro.

Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

Il rovescio della medaglia

Facciamo l’errore di pensare che le persone ci saranno per sempre. E non per hybris, sappiamo di non essere immortali. Ci aspetta, a turno, o la solitudine o il silenzio, ne siamo coscienti. Quel posto a tavola che fino a qualche giorno prima era riempito e adesso non più. E poi un altro e un altro ancora. Fino a quando conti i tuoi anni non solo sui giorni che passano, ma anche in base ai processi di sottrazione. Al vuoto che diventa sempre un po’ più grande. All’inevitabile smarrimento. E sai che non può essere altrimenti, è una legge alla quale chiunque deve obbedire. Sebbene questo la rende solo più ingiusta, non certo più accettabile.

E poi c’è il rovescio della medaglia. Sai già che ci saranno cose nuove, città mai viste prima. Una ricetta che non hai mai provato, il cuore che batte ancora, forse per uno sconosciuto. Ci saranno le cose abituali, il Natale come tutti gli anni e i regali da scartare. Le attenzioni dei tuoi familiari. Ci saranno momenti di gioia, di luce incontenibile. Le carezze alle gatte. Il profumo della pioggia. La poesia della strada che percorri quando vai nel tuo mare d’inverno. Quella strada in cui anche il grigio della tempesta esplode come un colore. Sai già che ci saranno ancora pugni battuti sul tavolo, le vene che pompano sangue alle tempie. L’abbraccio di un’allieva che non trova altro modo per farti capire che ti vuol bene. Gli amici e le amiche di sempre. Le abitudini di casa. Le persone nuove, quelle che ancora non conosci, ma che il destino ha già prescelto come tue alleate.

Tutto questo è lì, in un miscuglio di presente e futuro. E come ogni luce, dietro ad essa e alle cose che illumina, deve esserci l’ombra. Anche questo sai. Ti fa amare la vita, questa certezza. Ma non ti fa smettere certo di essere arrabbiato con lei. Perché è così che è. Perché non c’è alternativa.

Le parole ulteriori

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E poi c’è la regola del fuoco: mai, e sottolineo, mai sprecare parole ulteriori con chi non ha il tempo che tu hai utilizzato per proferirle in passato.

Nel senso che va marchiata nel cuore, come se fosse ferro rovente. Perché ha la stessa sacralità di un rito di iniziazione.
E tutto il resto delle cose da dire è inutile, a partire da questo momento.

On air: The Muse, The time is ranning out (per caso, lo giuro)

La sindrome di Candy Candy

Deve esserci un virus strano nell’acqua. O forse sono io che sono rassicurante. Ma vengo e mi spiego. Era la primavera di quest’anno. E venni raggiunto da lui. Bellino, molto più giovane di me – ok, ho quarantuno anni ma a ventitré anni si è largamente sopra l’età del consenso e poi nella mia famiglia ci sono casi analoghi… avrò preso dal nonno – gli occhi da cerbiatto e una malinconia che, se vuoi fregarmi, basta che la direzioni su di me e il gioco è fatto.

«Sai, penso che tu possa capirmi…» e via, se vuoi possiamo parlare del tuo male di vivere, anche se sei così giovane che dovresti avere semmai più voglia di vivere e basta, ma questi non sono affari miei, per carità. E poi tranquillo, con i problemi in facoltà, a tutto c’è un rimedio. Sì, non ho difficoltà a dirtelo, se vuoi puoi parlarne. Cioè, io ci sono.

E quindi.

Fai gli esami della sessione estiva, ti liberi da tutti i gravami che affliggevano i tuoi pensieri e quello sguardo un po’ malinconico. E sparisci. Stop. Via. Adieu. «No, sai, ho avuto da fare…» mi dici in un giorno che ci incontriamo per caso, ed io ok hai avuto da fare, però a Mucca a ballare ci vai e agli aperitivi pure. Ok, non è affar mio. Ma allora mi spieghi perché dovrebbe esserlo tutto il resto? E soprattutto, se finito il periodo nero tu sparisci dalla mia vita e dal mio whatsapp, mi spieghi la ragione per cui io dovrei tenerti in considerazione? Non è per vendetta o rancore, ma già il ruolo di tappabuchi a scuola mi va un attimo strettino, figuriamoci in quello che voleva essere qualcosa di un po’ più strutturato di una semplice amicizia on line. Ecco, per dire.

Per cui, se mi incontri – per caso – e mi chiedi come mai non sono più tra i tuoi amici su Facebook, poi non farmi scenate se ti dico «perché non siamo amici», perché io agli amici non li tratto così. E vabbè, avrò la sindrome da Candy Candy, ma non sono cretino come Annie (che a dirla tutta aveva la lacrima facile e un paio di piedi orrendi, ma questa è un’altra storia). E quindi anche ciao.

Poi, vai a novembre 2014: nel film mentale che stiamo vivendo passa in sovrimpressione la scritta “alcuni mesi dopo”. Altra storia, altro giro. Un like sui social, ciao come stai, che fai nella vita, sarebbe bello averti intorno, eccetera eccetera. Al netto delle solite cose – dal “sarebbe bello dormire insieme sotto questa pioggia” al “no, tranquillo, non sarebbe per sesso” e cagationes similares – c’è da dire che a me un pochino piacevi eh. Però ok, hai fatto tutto tu. Come quando ho provato a baciarti e ti sei allontanato. E poi quando me ne sono andato da casa tua – perché io rispetto il valore simbolico, istituzionale e pedagogico del due di picche, anche quando arriva in età matura – quando ero sulla porta, dicevo, poi sei stato tu a baciarmi. Per poi cambiare idea di nuovo. E allora scusa, ma vale quanto detto sopra. Buono sì, scemo anche no. Coglione proprio. Anche perché c’è il rischio di trasformarsi in Irisa. E sappiamo tutti/e che era gradevole come pestare una merda con gli infradito. Ça va sans dire.

Allora mi spiegherai perché io rispetto il tuo desiderio di non proseguire oltre, ma se io ti dico «guarda, ci eravamo visti su altri presupposti… non credo sia il caso di vedersi» tu no, ti devi imporre. Coi messaggi, il solito whatsapp. E al solito: “ho avuto questo problema”, “ho paura che accada questo”, “non so come fare per quest’altro”.

Possiamo essere amici, mi chiedi.
Uhm… no, ti rispondo.
Perché no? Perché io agli amici non infilo la lingua in bocca. Dovrebbe essere semplice a capirsi. Eppure.

Allora, non è per cattiveria perché davvero, io posso stare anche a sentire i problemi di chiunque, ma ci sono ruoli, figure di riferimento, presupposti che devono essere chiari, ora e sempre. Almeno, se non si vuole recitare la parte di quello che gioca con le persone. Ma su una cosa vorrei essere chiaro e credo che valga per tutti/e, a prescindere dal tipo di relazione che si istaura: non si ha mai il dovere di ricoprire il ruolo di “spalla su cui piangere”. Soprattutto se finito il momento delle lacrime, o di qualsivoglia disagio equipollente, poi prendi e sparisci. Ergo, se mi contatti che sia per il piacere di star insieme. Poi si decide insieme – e sotto l’aura del vecchio adagio “patti chiari e amicizia lunga” – se per un caffè, una scopata o un matrimonio. Di troppa chiarezza non si muore. Anzi, si semplificano le cose. Sensibilmente. Ok?

Vivere come se il domani non esistesse

I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier
I’m gonna live like tomorrow doesn’t exist
Like it doesn’t exist
I’m gonna fly like a bird through the night, feel my tears as they dry
I’m gonna swing from the chandelier, from the chandelier.

Chandelier, Sia

Perché se il mio spleen avesse una colonna sonora, questa sarebbe una delle sue melodie.

Il giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno

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La fine del giorno

Ho trovato questa fotografia, in una cartella che avevo dimenticato di avere. Lasciata lì, come un ricordo distratto che riaffiora solo accidentalmente. Ricordo perfettamente quando l’ho scattata. Ero in pullman, stavo tornando a casa, durante il tramonto. Non ricordo perché, era un giorno infrasettimanale. Forse era per una seduta di terapia. Forse per altro. Di questo non conservo più memoria. Ricordo la bellezza limpida dell’aria della sera, la promessa notturna delle stelle ancora invisibili, la rassicurante sensazione di stare al sicuro in quel crepuscolo di luce, mentre le canne danzavano col cielo. E poi c’era lui, a cui avrei raccontato quelle sensazioni. Forse gli ho mandato un messaggio, succedeva spesso che a un certo punto prendevo il telefono e scrivevo. Non mi rispondeva subito, ma non era importante, perché sapevo che prima o poi lo avrebbe fatto. Sapevo che c’era e questa cosa sembrava non dovesse finire mai. Perché i nostri gesti si riconoscevano, anche a distanza. Perché riuscivamo a incastrarci come un puzzle di due tessere, quando dormivamo insieme. Perché ogni cosa manteneva il suo equilibrio assoluto, come quando cucinavo per lui, per cena, o riuscivo a calmarlo dai suoi scatti d’ira – mai contro di me – semplicemente accarezzandogli il collo, stringendolo a me, sussurrandogli le cose che avevo in mente di scrivere, di fare e di vivere.

In quel momento, in quel giorno in cui venni rapito dalla fine del giorno, non potevo immaginare tutto quello che sarebbe successo dopo: i fine settimana a camminare insieme e a non avere paura del nostro andare per mano, perdersi tra le meraviglie della capitale nelle mattine di un gelido inverno, conservare le briciole per gli uccellini, scoprirsi disattenti, spendere troppo in libri e cd, ritrovarsi in un’intenzione, non accorgersi dello sgretolarsi delle cose che avrebbe travolto anche noi, come in un fantasy senza lieto fine. E poi smettere di esserci, così. Come quando il sole tramonta e sembra la cosa più bella dell’universo, ma poi rimane quella lingua di fuoco, l’ultima scheggia del giorno. E sparisce in meno di un secondo, lasciando spazio alle tenebre. All’assenza.

Non so ricordo se quella sera, tornando a casa e chiamandolo, gli raccontai della bellezza di quell’immagine. Questo non appartiene più alla mia reminiscenza e alle mie malinconie, così come il dolore conseguente per la notte che sarebbe arrivata, ineluttabile. Ma ricordo quella sensazione di casa e di eternità, quella semplicità che mi rendeva felice persino in un autobus un po’ scassato in una strada del sud, in mezzo al silenzio delle galassie, e credo che questa sia una di quelle cose lasciate qua e là dentro di me affinché provassi gratitudine – mille anni dopo – per il fatto di esserci stato e di esserci ancora.

Nemmeno la grandezza degli oceani

L’amicizia è un sentimento importante, perché alla fine, nonostante ogni cosa e al di là delle rovine a cui può assomigliare la nostra vita in certi momenti, è tutto quello che ti rimane e quando te ne accorgi, ti accorgi che non è poco.

L’amicizia è un sentimento solido e fragile allo stesso tempo, come un diamante. Bello, purissimo e difficile da trovare. Per questo devi prendertene cura, perché può rompersi per sempre in un punto e uno soltanto, ma è per questo che non devi mai arrivare a quel punto.

L’amicizia è vedere che qualcosa nell’ingranaggio segna un giro a vuoto, e te ne accorgi quando le parole non raccontano perfettamente la realtà. Allora fermi tutto, apri il congegno, rimetti le cose a posto – o almeno ci provi – e aspetti che la macchina riparta. A volte è un po’ difficile, ma ne vale la pena.

L’amicizia è trovare il suo sguardo e sapere che mai ti farà del male, e commuoverti di fronte a questa evidenza.

L’amicizia è sapere che qualcuno ti aspetta oltre il mare dei tuoi giorni, in quella che era un’altra quotidianità, un’altra storia, un’altra vita. E sapere che nonostante lo spazio e il tempo, praticamente nulla è cambiato.

L’amicizia è prendersi cura di chi ne ha bisogno, perché è un po’ come quella storia della volpe da addomesticare, ma sai anche viene da sé, non riesci a spiegarlo, a un certo punto scegli una persona, la adotti, fa parte non della tua routine, ma di te. Ed ogni cosa assume il valore della conseguenza.

L’amicizia è ridere al tramonto, la follia di una notte, la bellezza di un viaggio, ritrovarsi in uno sguardo di intesa, proteggere dalle bugie e proteggere con le bugie, rincontrarsi al punto di sempre come al muretto della nostra adolescenza, lasciare andare chi vuol andarsene, sapere che nemmeno la grandezza degli oceani sarà in grado di scrivere la parola forse, ritrovarsi a giocare con la sabbia in una domenica d’estate, trovare frasi in un tovagliolo in cui è stata lasciata una poesia, contare insieme le volte che hai provato a innamorarti, unire i puntini con le stelle del cielo. E crede che tutto questo sarà per sempre, perché in un certo modo è così che accade.

Lo spazio che resta

E lui è di fronte a me, dall’altra parte della stanza. Il mio angelo ritrovato. Come in passato, in mezzo ai libri di Jung e Kierkegaard. Tra i suoi dipinti di fenici binarie, lo stesso sguardo di ghiaccio e di fuoco. Qualche anno prima era venuto a me con fattezze di donna. Le stesse costanti: i ricci, gli occhi rubati all’oceano, le parole che curano…
«Comincia.» Mi distoglie dai miei pensieri, come sempre quando mi legge dentro.
«Lui non mi ama.»
E allora lui fa un passo avanti.
«È troppo per me.»
E un altro passo.
«Non merito il suo amore.»
Ancora uno.
«Ma quella sera, mentre pensavo a tutto questo, mi sono detto basta!, non ha senso. Fanculo se è così. Ho me stesso.»
E si ferma. A metà della stanza, mentre una nuvola copre il sole, là fuori, per un momento.
«Ecco.» Dice lui, immobile, a metà strada tra la parete della libreria e tutto il mio dolore.

E poi altrove.
Barbara, che mi ha accolto. E mi cerca sempre.
Ale, di cui non ho vergogna del mio sentirmi a metà. Ale che si fida di me al punto da lasciarmi in custodia le sue paure. E non sa quanto io gliene sia grato. Non ancora.
Mac che fa il gatto, si struscia, mi bacia, mi sussurra che mi vuol bene.
Le parole gentili di uno sconosciuto.
E Andrea mi abbraccia, “voglio venire al mare con te”, “mi piace quello che pensi, perché sei libero.”
La gente tutto intorno. Sentirsi un po’ fuori posto. Eppure essere al centro di qualcosa. Anche se non ti appartiene del tutto. E forse è anche giusto così.

Poi tutto è più veloce. L’ultima sigaretta, un sorso al bicchiere, gli ultimi baci, guardarli tutti con gli occhi colmi di stupore. Desiderare, dal profondo, che tutto questo ci sia ancora. E ancora. E poi in macchina, accendo la radio, una canzone mandata dal cosmo, “You´re not alone I´ll wait till the end of time”. E qualcosa cambia. In quel momento. Proprio sull’angolo delle labbra.

Ritorno al presente. Succede sempre, quando parlo con il mio angelo. Il futuro diventa liquido, si mescola al qui ed ora.
«È questo lo spazio che ti rimane» mi rivela, aprendo le braccia «quello che c’è dietro di me è lo spazio che concedi ai pensieri cattivi.»
L’osservo in diagonale. Ho lo stesso sorriso che avrò tra qualche giorno, in quella notte in cui mi sentirò fuori posto e accolto, tutto insieme.
«La prossima volta fermati prima. Lasciati più spazio.»
I miei occhi si fanno liquidi e caldi, un po’ trattengo il respiro.
«La prossima volta» mi dice il mio angelo di fuoco e di ghiaccio «lasciali all’angolo, i tuoi demoni.»

E quindi di nuovo nel futuro, mentre ogni cosa è silenzio in questa notte che sa d’estate. Mentre penso a cosa succederà domani, a chi rivedrò dopo il lavoro, lasciandomi il tramonto alle spalle. Con lo stesso sorriso sulle labbra. E le stesse parole di quella promessa regalata dal cosmo.