Meno cinquantatré per i gay renziani

Il Corriere della Sera si è svegliato e concede spazio alle affermazioni omofobiche di Bagnasco il quale dice che è scorretto applicare «gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione». Non so cosa sia immensamente più triste in tutta questa vicenda. Se le parole del quotidiano quali “governo diviso” sulle unioni civili, come se prima invece fosse compatto. Se le solite ingerenze di un’organizzazione che sa dire di no solo ai diritti delle persone LGBT e poi chiude gli occhi su pedofilia al suo interno, mafia ai suoi funerali e altre amenità similari. Se l’ira di Scalfarotto. O del ruggito dell’afide. Perché il sottosegretario si è arrabbiato, a quanto pare. Ma dubito che il Vaticano sia stato percorso da un fremito di terrore.

Al di là di quelle che sembrano questioni di gossip di palazzo – dov’è la notizia su Bagnasco contrario, col plauso di Lega e Ncd? – andiamo alle questioni sostanziali.

La legge sulle unioni civili è stata utilizzata come cavallo di battaglia nella retorica del premier prima per vincere le primarie, poi per arrivare a palazzo Chigi. Da quando è su quella poltrona, Renzi è riuscito a portare avanti riforme impopolari – jobs act e “buona” scuola, per fare due soli esempi – infischiandosene del malumore suscitato tra sindacati e insegnanti, base elettorale del Pd stesso (pare, per altro, che il partito del premier sia scivolato sotto il 30% nei sondaggi). Dopo diciannove mesi quella legge è ancora in Senato, impantanata tra migliaia di emendamenti e senza nessuna volontà governativa di portarla avanti. Strano che un presidente del Consiglio così decisionista su molte altre questioni, non faccia pressioni analoghe su un suo tema di campagna elettorale. Lo spettro di trovarci di fronte l’ennesima presa per i fondelli è lì all’orizzonte. La data ultima è il 15 ottobre. Vedremo che passi si faranno, alla riapertura delle camere.

Mentre si spaccia per “la volta buona” un sostanziale ritardo sull’approvazione della legge (io ho perso il conto sul numero di rinvii, non so voi), tra le file dei gay renziani (e pure delle lesbiche) cresce il nervosismo. Categoria singolare, quella. Almeno in Italia. Non serve, infatti, per portare le istanze della piazza dentro i palazzi del potere. Funzionano esattamente al contrario: stanno lì perché si possa dire che il Pd del “cambia verso” di occupa di questioni LGBT e per insultare quella militanza che, pur tra mille contraddizioni, qualche risultato a casa l’ha portato (dalla Corte Costituzionale ai pronunciamenti dei tribunali, il merito va alle associazioni). Si ricordi Scalfarotto, appunto, cosa disse alla gay community che si mostrò perplessa di fronte a una legge che sdoganava l’omofobia. E si vedano certe firme sulla nuova Unità, affidata a ventenni che si scagliano contro il matrimonio egualitario, considerandolo l’origine di tutti i mali. Dopo gli attacchi, poi, arrivano puntuali le lodi al leader. Solo che stavolta hanno fatto un errore: indicare una data. E la data è, appunto, il 15 ottobre. Entro quel giorno, dovremmo avere l’ok alla camera alta.

Ne consegue che se ciò non dovesse verificarsi – e ho i miei dubbi, visto l’iter parlamentare – questa gente dovrebbe rispondere non solo del loro atteggiamento verso la comunità LGBT italiana, ma anche del loro ruolo dentro il Pd. Il tempo sta scadendo. Dopo il 15 ottobre non si accetteranno più scuse, né per il loro partito, né per il governo che difendono, né per quello che rappresenterebbero agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci rivediamo, appunto, a ottobre. Fino a quel momento sospendiamo il giudizio.

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La riforma del Senato e il ruggito delle foglie di fico

SEL e civatiani colpiscono ancora

SEL e civatiani colpiscono ancora

Diciamoci la verità. Col voto dei giorni scorsi in Senato, per cui sui temi “etici” ci dovrà essere la doppia lettura di Camera e Senato, ci siamo giocati la possibilità di far approvare qualsiasi legge migliorativa sui diritti civili in materie quali coppie di fatto, matrimonio egualitario, adozioni, questione trans, ecc. Per non parlare del fine vita, eutanasia, fecondazione assistita.

Perché?

L’attuale riforma costituzionale – semmai dovesse venir approvata – prevede che su certe materie legifererà la sola Camera dei Deputati. Il Senato dovrebbe fungere da raccordo tra competenze nazionali e competenze territoriali. Per cui se nel ramo basso del parlamento si voterà per qualche provvedimento fondamentale per la vita democratica e civile del paese (scuola, giustizia, sanità, pensioni, per citarne solo alcune) la maggioranza di turno avrà gioco facile a fare il bello e il cattivo tempo. Se ci fosse stato questo sistema già nel 1994, per intenderci, sarebbero passate tutte le schifezze del peggior berlusconismo.

Ma quando nelle prossime legislature si tratterà di votare qualche provvedimento migliorativo sulle civil partnership – ammesso, e ci credo poco, che vedranno la luce in questo parlamento – solo per fare un esempio, ritorneremo al solito pantano. E ciò avverrà in una camera che non potrà esprimere mai una maggioranza politica. Qual è la logica di far decidere su questi temi, che andrebbero supportati dal voto popolare su un programma di governo chiaro, ad un Senato formato da nominati che non risponde a un progetto politico?

Visti poi i lugubri personaggi che ci governano, sarà la classe politica – la cosiddetta casta – a poter decidere il “colore” della camera alta, in modo tale che non ci sia mai una vera maggioranza su certe tematiche. Pensiamo ai consigli regionali in mano a CL, come in Lombardia, per non parlare delle amministrazioni locali siciliane e quelle laziali, a cominciare da Roma, dove il potere del Vaticano è fortissimo.

La cosa grave è che ad aver votato questo scempio è stata l’area laica della sinistra, civatiani e SEL. Per fare uno sgambetto a Renzi – dopo avergli votato la fiducia i primi, e pur rimanendo nelle stesse alleanze col Pd nelle amministrazioni comunali e regionali i secondi – hanno sacrificato i diritti delle persone LGBT. Verrebbe da dire, ancora: anche le foglie di fico fanno sentire il loro ruggito. Gli basta solo posizionarsi dalle pudende del Pd al turgido membro leghista.

Insomma, avremo un futuro parlamento dove si potranno fare leggi per incriminare i giudici alla velocità della luce, ma ci vorranno secoli abbondanti per approvare provvedimenti orrendi come i DiCo, per intenderci. Questa la nuova Italia che ci aspetta.

Come farà Renzi a fare una legge sulle civil partnership?

riuscirà il governo a fare le civil partnership?

Premetto due cose, in merito alle dichiarazioni di Renzi sulla futura legge per le unioni civili da settembre: la prima, la mia posizione sulle civil partnership l’ho già chiarita in un post apposito, con tanto di spiegazioni ulteriori; la seconda, se venisse approvato un ddl come quello presentato a dicembre, con questo parlamento e questo governo, sarebbe sicuramente un progresso di cui tener conto.

Per chi non ha tempo o voglia di leggere, faccio una scaletta dei punti salienti:

1. sostegno, anche da parte del movimento, alle unioni civili con diritti uguali al matrimonio e stepchild adoption come nel ddl già presentato

2. pretesa, da parte delle associazioni, di nessuno sconto ulteriore sui nostri diritti, partendo dal presupposto che QUESTO parlamento è quello che è

3. obbligare il Pd con i i suoi  strumenti e la sua strategia a fare parte dei nostri interessi. Se falliscono, ci perdono loro la faccia. Se ci riescono, vinciamo noi. Anzi, cominciamo a farlo.

Quindi, nessun disfattismo, nessun “gufare contro” – che ha sostituito il mantra berlusconiano del “remare contro” – nessuna volontà, masochistica o di qualsiasi altra natura, di rimanere nell’attuale situazione di stallo.

Fatte queste premesse, mi chiedo: il governo è fatto ancora con Alfano e la maggioranza è quella di un anno fa. La legge sull’omofobia è impantanata al Senato – dove i numeri sono quelli che sono – e dai ranghi dello stesso Pd si lascia intendere che non verrà mai approvata. Teniamo conto che quella è una legge blanda e inefficace. Se non vogliono far passare un provvedimento del genere, come spera Renzi di riuscire a ottenere un decisivo cambio di rotta in tal senso? Perché non è che uno non vuole sperare, ma la speranza andrebbe supportata da presupposti di un certo tipo. E i presupposti non giocano, al momento, a nostro favore.

Poi, va da sé, mi aspetto di essere stupito. Anche perché, prima o poi, toccherà sposarsi che abbiamo pure una certa età. O no?

Serracchiani, voce di chi vuol rottamare la democrazia

Serracchiani rimbrotta la seconda carica dello Stato

Partiamo da un’evidenza: se le critiche di Debora Serracchiani a Pietro Grasso le avesse fatte il M5S, tra i banchi del Partito Democratico sarebbe successo il finimondo. E invece…

Credo che il fatto che un’amministratrice locale, forte dell’essere la voce del padrone, si scagli contro la facoltà della seconda carica dello Stato di ricordare al governo che sta operando contro la democrazia, sia un atto di una certa gravità istituzionale.

Poi, basta farsi un giro tra gli altri paesi per vedere che ci sono democrazie (Germania, Francia, Regno Unito, USA) che hanno il bicameralismo e che funzionano benissimo. Forse Renzi, prima di rottamare la democrazia, dovrebbe riconsiderare la qualità dei politici di cui si circonda e, a ben vedere, la stessa natura del suo governo.

Esecutivo che sta operando riforme epocali (e brutte) senza però aver avuto il mandato del popolo: si ricordi il sindaco di Firenze – il quale si configura sempre più come occupatore abusivo di palazzo Chigi – che il parlamento con cui si trova a dialogare ha un gruppo di deputati e senatori  eletto con il programma di Bersani, non certo con il suo. Anche se il dialogo non è la qualità migliore dell’attuale premier.

Il quadro poi si rende ancora più preoccupante se si pensa che anche intellettuali del rango di Rodotà e Zagrebelsky – e adesso si capisce perché il Pd non lo ha voluto presidente della Repubblica – ed altri/e legati/e a Libertà e Giustizia hanno lanciato un appello contro questa riforma che punta a dare all’Italia un premier-padrone, senza equilibri democratici forti. Come invece avviene in qualsiasi democrazia del mondo che non sia la patria di Putin.

La situazione politica attuale, che ci avvicina sempre di più all’est del Mediterraneo e dell’Europa (ricordiamoci la russificazione del Pd sulla questione LGBT), è quindi preoccupante e malinconica allo stesso tempo.

Preoccupante, perché Renzi sta portando avanti, né più né meno, la politica berlusconiana di destrutturazione della democrazia in senso autoritario.

Malinconica, invece, proprio se guardiamo a Serracchiani: ricordate, infatti, quando sembrava una speranza per l’Italia, prima di diventare voce di regime?

Civil partnership: da scettico dico sì

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Ho letto il ddl sulle civil partnership presentato ieri al Senato dai parlamentari di Scelta Civica e dal Pd. Premesso che sono e resto per la totale uguaglianza, formale e sostanziale, e considerando che credo che le parole creino realtà concrete, per cui è fondamentale arrivare alla parola “matrimonio” da inserire nel codice civile anche per le persone dello stesso sesso, sono dell’idea che questa legge, qualora dovesse arrivare al voto finale così com’è, andrebbe sostenuta (salvo ulteriori miglioramenti, va da sé).

Credo che vada sostenuta, a livello di movimento, per una serie di ragioni.

È, al momento, il testo più avanzato (se si escludono i testi sul matrimonio già presentati in passato) dopo i vari DiCo, Cus, DiDoRe e paccottiglia giuridica varia. Istituisce una parità sostanziale in termini di diritti economici. Tutela le migliaia di situazioni affettive già esistenti. Istituisce l’adozione della prole da parte del partner.

Verrà, per tutte queste ragioni, osteggiato con il solito terrorismo ideologico da parte delle destre reazionarie e da parte degli estremisti religiosi di questo paese. Approvare questo testo costituirebbe una vittoria sul piano concreto e morale su quel tipo di pensiero che non solo ci vuole giuridicamente disuguali, ma anche inesistenti sul piano umano.

Riguardo all’istituzione del matrimonio, il preambolo dice chiaramente che nel panorama sociale ci sono nuove realtà familiari. Che queste realtà vanno tutelate anche in relazione a un contesto europeo avanzato. Dice che siamo famiglie. E afferma che la materia è in costante evoluzione. E qui sta la chiave lessicale di tutta la questione. Stiamo parlando di un provvedimento che nelle sue premesse apre a sviluppi futuri. Sancendo l’uguaglianza sostanziale sul regime patrimoniale, include la possibilità di quella formale.

Il movimento dovrà essere vigile, perché altre volte in passato siamo stati prima illusi, poi insultati. E questo non deve accadere mai più. Per questo dico: fiato sul collo dei partiti, sostegno vigile, nessuno sconto su questo testo così com’è. Ma sostegno.

Per aprire un varco nelle mura dell’omofobia di questo paese bello ma disgraziato. Per essere noi persone LGBT, con le nostre istanze, tra i protagonisti e le protagoniste del recupero democratico dell’Italia. Per renderla più accogliente, per noi e per chiunque. E quindi, un po’ meno fondamentalista, meno reazionaria, meno razzista, meno omofoba.

Come aiutare Berlusconi? Dite che non cambia nulla

Continuo a leggere che con la decadenza di Berlusconi non cambierà nulla. Credo si tratti del solito disfattismo all’italiana, tipico soprattutto di una certa parte politica – che si colloca a sinistra – per cui tutto deve essere vissuto nel segno del disfattismo, anche quelle che si profilano come vittorie.

Perché aver accompagnato il “Cavaliere” o ciò che ne rimane alla porta delle istituzioni non è un fatto come tanti, ma una svolta epocale nella storia del berlusconismo stesso.

Innanzi tutto per l’aspetto simbolico della cosa. La famosa (e famigerata) “discesa in campo” del leader di Forza Italia aveva come fine quello di creare una larghissima impunità – oltre che una fattiva immunità – attorno alla sua figura. Dopo vent’anni sanguinosi la decadenza segna il fallimento concreto di quella parabola politica. A livello simbolico non è poco, né sotto la lente dello sguardo pubblico né nella percezione del destinatario stesso della sentenza. Il quale, se fosse vero che poco o nulla cambia con la decadenza, non avrebbe fatto il diavolo a quattro per evitare quanto è invece avvenuto.

Poi c’è il dato democratico. Ci lamentiamo spesso, in Italia, che non ci sia la certezza della pena e, quindi, la garanzia della legalità e del diritto. La decadenza va a favore proprio di quest’ultimo concetto. Anche i potenti, se sbagliano, finiscono in tribunale dove, se dichiarati colpevoli, devono scontare una condanna come qualsiasi altro cittadino. Vi sembra poco? A me per niente. Poi certo, possiamo aiutare il cittadino Berlusconi, adesso delinquente comune, a uscirne fuori costruendogli addosso questo alone di inefficacia giudiziaria, che a ben guardare è il mantra recitato a mo’ di rosario dalle Santanché, Comi, Mussolini e dai Bondi, Capezzone e Gasparri della situazione. Poi ci chiediamo perché la sinistra in questo paese non vince mai…

Terzo aspetto, il lato pratico. Berlusconi per sei anni perde ogni facoltà di candidarsi. Può rimanere il leader del centro-destra, siamo d’accordo. Ma non sarà lui a spingere i bottoni, dentro i palazzi. E per una personalità siffatta, che non riesce a delegare – e la delega, ricordiamolo, è una delle anime della democrazia – la cosa può essere addirittura usurante. Così come può essere problematico per chi, dentro il suo partito, dovesse fare il prestanome in sua vece. Ricordiamoci tutti cosa è successo ad Angelino Alfano.

E non dimentichiamoci ancora che ci sono altri processi in corso, a cominciare dal caso Ruby. Cade l’immunità, il legittimo impedimento, il castello di leggi ad personam efficaci se si ha lo scudo della permanenza a palazzo. A voi sembra davvero che sia tutto come prima? Liberi e libere di pensarlo, ma sappiate che state dando una mano enorme a un individuo che dovrebbe invece essere relegato all’oblio democratico e, possibilmente, assegnato ai servizi sociali. Come da condanna.

Legge antiomofobia e l’inutilità del parlamentare gay

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Partiamo dal presupposto fondamentale che io sarei anche in vacanza e dovrei avere il diritto, almeno questo, di non dover pensare alla politica gay italiana. E invece il mio telefono ribolle. Di rabbia.

È la rabbia di amici/he e militanti che non si capacitano del fatto che una banale legge come quella contro l’omo-transfobia stia diventando l’ennesima farsa targata Pd ai danni della comunità LGBT.

Si era partiti dall’estensione della legge Mancino per i reati di odio contro la gay community, si è passati per una visione più generica che punisce le discriminazioni ma non i reati e si è finiti con un testo che non può contenere al suo interno neppure riferimenti ai soggetti da tutelare.

Nel frattempo personcine a modo come Carfagna, Sacconi e Gelmini chiedono una moratoria, ovvero che non se ne parli e basta, visto il delicato momento politico istituzionale del paese. Che poi sono le stesse persone che, sempre quando il paese era in crisi, votavano che Ruby Rubacuori era la nipote di Mubarak. E vi faccio notare come la signora Carfagna sia ancora oggi vista come interlocutrice affidabile nella lotta per i diritti dei gay. Per dire.

Nel frattempo risorgono pure i teodem del Pd, capeggiati dall’inossidabile Rosy Bindi, che firmano un documento in cui si vanifica la legge stessa e che dà la sponda a teorie religiose e parascientifiche per continuare a poter dire che essere gay è un male e pure un malanno da guarire. Non pare ancora vero a Bindi, Fioroni & co di poter proferire parola sui gay dopo la batosta di febbraio scorso.

Adesso si arriverà alle camere con un testo svuotato. Il relatore, Ivan Scalfarotto, si consola dicendo: “meglio una legge che arriva in aula e da migliorare che niente”. Un’aula dove dominano le larghe intese, dove abbiamo una maggioranza che ha salvato Alfano, dove abbiamo un governo che permette la deportazione di dissidenti politici, dove abbiamo 101 eletti che fanno fuori Prodi, dove abbiamo un Pd che non elegge Rodotà. Un’aula che comprerà gli F35. Un aula dove, tra Camera e Senato, i numeri per fare questa legge si hanno da febbraio. Ma che per onorare le larghe intese e salvare il governo con Berlusconi si sta sacrificando una battaglia di civiltà.

Questa è l’aula a cui fa affidamento Scalfarotto. E siamo tutti e tutte grondanti da un immane senso di pacificazione interiore. Converrete.

Adesso, io sono molto scettico sulla vicenda. Temo che finirà come per le unioni di fatto nel 2007: dai PaCS ai DiCo, dai DiCo al niente.

Tutta questa storia ci insegna delle cose che hanno la solidità di verità emerse dall’evidenza. Le passo in rassegna.

1. Il Pd si laurea come principale ostacolo al progresso civile di questo paese. E lo ha dimostrato non solo in questa occasione. Se in Italia non si fanno le leggi per la comunità LGBT non è perché non lo si riconosce come interlocutore. Ciò avviene proprio perché c’è questo partito.

2. Il nuovo parlamento, più giovane e più rosa della storia d’Italia, ha l’handicap di essere popolato da italiani/e. Ciò lo porta a essere incapace di esprimere governi degni, grazie anche all’imbecillità di personaggi a cinque stelle, leggi solide e provvedimenti ad interesse del popolo tutto.

3. Il concetto di parlamentare gay non ha senso. Penso che personaggi come Scalfarotto, Lo Giudice et alii abbiano ogni diritto di sedere in aula come deputati o senatori, ma senza la dicitura di “parlamentare gay”, visto che non sono in grado di portare avanti in modo serio e coerente le istanze del movimento al quale dicono di fare riferimento. Sarebbe il caso che la smettessimo dunque di mandare gay alle camere, visto che varcata la porta questi abbandonano l’arcobaleno per il grigiore delle trame di palazzo, pardon, per il grigiore della mediazione e del compromesso.

4. Se la legge passerà così come è concepita, per i prossimi trent’anni avremo un provvedimento che permette di fatto agli omofobi di esser tali. Nella piena filosofia dei DiCo, creati per non riconoscere le coppie gay e lesbiche in quanto famiglie. A questo punto sarebbe meglio abbandonare la cosa e lavorare in altri ambiti. Il movimento, di contro, dovrebbe smettere di sonnecchiare e dare una risposta durissima, dovesse arrivare a far le barricate.

5. Ancora una volta non si fa una legge per la comunità LGBT perché c’è una forte resistenza a tutelare dei cittadini e delle cittadine in quanto omosessuali e transessuali. In pratica anche questo parlamento sta dando prova di essere omofobo, come quello licenziato a febbraio scorso. E non è bello da pensare. Eppure.

Di fatto, non ci di può aspettare nulla di buono dai palazzi del potere. Questa vicenda ci insegna tale lezione. Ed è anche su questi temi che la classe politica tutta disaffeziona la cittadinanza al concetto di democrazia. È triste, lo so. Ma è questo che sta succedendo. E per l’ennesima volta sulla pelle e sul sangue delle persone LGBT.

Primi segnali di rinnovamento, targati Pd-Sel-M5S

Bene il centro-sinistra. Davvero. E chi mi conosce sa quanto io sia stato feroce nei confronti del Pd in questi anni. Ma l’elezione di Boldrini alla Camera mi fa ben sperare che qualcosa in quel partito possa cambiare davvero. E chissà che non diventi, un giorno, la mia casa politica.

Qualche dubbio, invece, lo nutro per Grasso. Non perché pensi che non sia una persona per bene, ma ha elogiato la lotta “anti-mafia” di Berlusconi. Insomma, quest’affermazione mi ha lasciato estremamente perplesso, a suo tempo.

A tal proposito c’è gente che mi dice che se il capo della DIA ha elogiato il passato governo qualche ragione dovrà pure averla. E che non si può buttare tutto il berlusconismo a mare. Per il garantismo, la buona fede e quelle cose lì.

Io penso, tuttavia, che dopo vent’anni di berlusconismo essere garantisti è come leggere per la seconda volta tutto Harry Potter e sperare, fino all’ultima pagina del settimo libro, che Voldemort diventi buono e si converta al bene. Ma queste sono elucubrazioni domenicali e mattutine di un elfo che non ha ancora preso il suo caffè.

Poi per carità, penso che Grasso sia una persona a modo e credo che farà del bene, in Senato.

Per il resto, un ultima considerazione: credo che tale rinnovamento, dentro il parlamento, sia dovuto in parte anche all’azione rinnovatrice del M5S. Se così fosse, ne conseguirebbe che il movimento di Grillo farebbe solo bene alla democrazia e alle nostre istituzioni. E proprio per questa ragione, proprio per quel desiderio di novità e di trasparenza, nel nome del bene collettivo, l’unica alleanza possibile in questo momento per questo paese è quella tra Pd, SEL e M5S.

Quella classe dirigente, tanto inadeguata, ha comunque dato prova di cambiamento. Ripeto, coi grillini e con il loro fiato sul collo. Altrimenti ci saremmo ritrovati ancora mummie istituzionali quali Franceschini e Finocchiaro (e magari Amato alla presidenza della Repubblica).

Speriamo solo che il M5S segua il buon senso dimostrato da alcuni dei suoi al Senato. Perché qui non è importante il disprezzo di Grillo per le intellighenzie di Pd e PdL. Qui c’è di mezzo il paese, i suoi interessi e il futuro di tutti e tutte noi. Se non fosse chiaro.