Veltroni, il Lingotto e il progetto che non c’è

Il discorso di Veltroni, al Lingotto, presenta un certo velleitarismo e una serie di contraddizioni tipiche di quel “ma anche” che ha prodotto mali come la caduta del governo Prodi, la nascita del partito democratico, l’elezione di Calearo et similia e la consegna dell’Italia a Berlusconi.

Riprendo da Repubblica alcuni momenti centrali dell’intervento dell’ex segretario piddino, segnalando a margine le contraddizioni intrinseche che ne scaturiscono.

La premessa: “In Italia può vincere un’alleanza di centrosinistra, è molto più difficile che possa farlo un’intesa solo di sinistra”.

La contraddizione: dov’è finita la scelta suicida della vocazione maggioritaria?

La prima condizione: “Liberarsi dalla tentazione di un populismo di sinistra, il populismo di Berlusconi si batte con il riformismo”.

La contraddizione: il riformismo è riproposto ma come parola vuota, proprio per l’assenza di un progetto politico di riforme, sociali, istituzionali e di politica economica. Un progetto che, invece, è viziato all’origine dall’obbedienza cieca e complice con forze sociali – grande industria e chiesa cattolica – di stampo conservatore.

La seconda condizione: “Dobbiamo affrancarci dall’illusione frontista, dalla coazione a ripetere, a costruire schieramenti eterogenei solo contro gli avversari che poi non capaci di reggere la prova del governo. Non si vince senza una credibile coalizione”.

La contraddizione: si apre il campo a ipotesi di alleanze con quei partiti appiattiti sul tentativo di assecondare industria e Vaticano.  UdC in primis. E si è poco chiari sull’apertura a forze progressiste come SEL o legalitarie come l’IdV.

La terza condizione: “Bisogna avere il coraggio dell’innovazione. Il motto dei democratici deve essere non difendere ma cambiare. Il Pd deve orientare il cambiamento senza perdere di vista la vocazione maggioritaria e il bipolarismo”.

La contraddizione: il partito democratico non si è configurato ancora come un progetto di alternativa civile. Sul caso Fiat, ad esempio, non è stata prospettata una soluzione diversa, anche di mediazione tra fronti opposti. Dovrebbe essere questo il compito di un partito di massa. Nel pd, a ben vedere, gli elementi più illuminati – mi riferisco a Chiamparino – si sono limitati all’acritica beatificazione del ricatto di Marchionne, prospettandolo come unico rimedio possibile.

La sintesi: “Se saremo questo allora anche le alleanze verranno da sé. Sarà la forza delle nostre proposte, del nostro programma, ad attrarre chi diventerà nostro alleato”.

La contraddizione: ritorna il mantra del ma anche. Da soli, ma anche con tutti gli altri che ci vorranno seguirci. Ciò cozza, però, con la vocazione maggioritaria più volte ribadita ma declinata e compromessa con l’apertura a tutte le forze “democratiche” – ma l’UdC è democratica? – che dovrebbero compattarsi attorno un progetto che non esiste ancora e che è il risultato all’obbedienza dei potentati di cui sopra.

Concludo con un’ultima considerazione: al di là del pensiero fumoso, disorganico e velleitario – farò, potrò, ma senza dir come – emerge di nuovo il protagonismo di un leader che si è distinto per aver disastrato non solo la sinistra tutta, di governo e radicale, ma anche l’intero paese, per le conseguenze della propria azione politica.

Che credibilità può avere una persona siffatta? Misteri, tutti interni, di un pd che si palesa ancora una volta quale accozzaglia di identità e non sommatoria di culture diverse, ma omogenee, attorno a un progetto politico organico, coerente e di alternativa a questa destra miserabile.

Quindici autori

Da qualche giorno su Facebook gira una nota in cui taggare i propri amici su un elenco di scrittori che hanno avuto la funzione di segnare una svolta nella nostra vita. Il giochino è malefico e perverso, perché dovresti scrivere i primi quindici autori che ti vengono in mente ma molto spesso quelli che ti sovvengono non corrispondono a quelli che sono stati importanti, bensì riescono a farsi strada prima tra i ricordi rispetto ad altri comunque fondamentali.

Penso, tuttavia, che non è l’autore a esser stato imprescindibile, quanto la sua opera. Di un autore non arriviamo, infatti, a conoscere tutta la produzione, ma parte di essa. E, ne converrete, a volte solo una parte di ciò che ha scritto ci piace, prendendo le distanze dal resto.

Per questa ragione, ho deciso di pubblicare il mio elenco di scrittori fondamentali con alcune aggiunte sulle opere che me li hanno resi tali e su alcuni veloci perché.

1. Italo Calvino per Il barone rampante, che mi ha fatto sognare a occhi aperti e mi fa guardare con nostalgia e benevolenza agli alberi.
2. Chuck Palahniuk per Invisible monsters, che ha segnato per sempre la mia scrittura. E per Ninna nanna e Diary, che trovo deliziosamente pulp e, in fin dei conti, anche molto sentimentali, nonostante tutto.
3. Gabriel Garcia Marquez per Cent’anni di solitudine, che mi ha fatto innamorare di Ursula Iguaran e Pilar Ternera, che mi ha fatto sorridere per Fernanda del Carpio e per Remedios la bella, che mi ha fatto commuovere per Melquiades e per José Arcadio. E perché lo rileggerò, perdendomi per sempre per i vicoli e per le strade fangose di Macondo.
4. Michael Ende per Momo, che mi ha accompagnato in un momento buio della mia vita, in gioventù, così come Cassiopea ha accompagnato la protagonista del libro quando il tempo si è fermato.
5. Milan Kundera per La vita è altrove e L’insostenibile leggerezza dell’essere, che ho usato come medicine di carta contro il mio male di vivere.
6. Wisława Szymborska per le sue Poesie, in un’edizione a quattromilanovecento lire, e in particolare per Il gatto nell’appartamento vuoto e per Amore a prima vista.
7. David Leavitt per La lingua perduta delle gru, il mio primo romanzo a tematica gay, che mi ha fatto innamorare di una New York piovosa che non ho mai visto ma che sta da qualche parte dentro di me.
8. Pablo Neruda per i suoi Cento sonetti d’amore, soprattutto quando dice, della donna amate, che è figlia del mare e cugina dell’origano (o qualcosa del genere).
9. George Orwell per 1984 e per La fattoria degli animali, perché sono opere che dicono la verità di adesso, in modo crudele e assoluto.
10. Kostantinos Kavafis per le sue Poesie, eterne e sensuali, mediterranee e assolate. Greche.
11. Luis Sepulveda per Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, per Zorba, gatto grande e grosso, gatto nobile, gatto del porto.
12. Antonio Tabucchi per Sostiene Pereira e per alcune lettere di Si sta facendo sempre più tardi, il cui equilibrio, la cui tragedia, il cui sentimento purissimo mi hanno attraversato in modo imprescindibile.
13. Giovanni Verga per I Malavoglia, opera totale, isolana, che vive ancora adesso dentro il mio sangue, annientandomi.
14. Ian McInerney per Professione: modella, che a dispetto del titolo dice una grande verità sulla “nuova ontologia”.
15. Zoe Trope per Scusate se ho quindici anni, che mi ha spiegato e mi ha fatto capire che essere gay è un casino, perché la gente capisce cos’è un gay ma non capisce l’amore.

Rimangono fuori tanti altri autori che pure dovrebbero esserci, come il Dante del canto XV dell’Inferno, che mi ha commosso, o Ariosto, padre nobile di tutta la letteratura italiana, assieme a pochi altri. O Petronio, terribilmente moderno, o ancora Manzoni, i cui Promessi sposi ci hanno insegnato a odiare e che invece sono un romanzo divertente e attuale.

Ma come dice Mister Brother, le selezioni sono come le traduzioni: impossibili ma necessarie. E questo è quanto.