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rose

“Così come si provocano o si esagerano i dolori dando loro importanza, nello stesso modo questi scompaiono quando se ne distoglie l’attenzione.”    S. Freud

(on air: TV, Headlights)

Allora, andando un po’ a caso.

Evitare di avere a che fare con persone che dipendono dal giudizio degli altri: non sono certo più piacevoli o accettabili, ma solo esseri umani che vanno in giro con un bel segno meno davanti.
Scegliere me, nelle mie decisioni. Anche perché gli altri scelgono sempre pensando a se stessi. E credo che sia giusto che le cose vadano esattamente in questo modo.
Non aver paura a dire di no. È la parola più semplice che esiste.
Smettere di dar via il proprio tempo con sconosciuti: per quanto piacevole possa essere quel tempo impiegato poi rimane il vuoto.
Smettere di dedicare il proprio tempo a chi ti dà per scontato. A meno di non aspirare di essere soprammobili nell’anima di qualcuno.
Dare più valore al proprio tempo, insomma. Anche perché se ne ha sempre di meno.
Non ascoltare più quelle “voci”. Anche perché non esistono e, se sono mai esistite, appartengono a un tempo che non c’è più.
Ricordare che i ricordi non devono mai trasformarsi in sensi di colpa.
Far diventare più grandi gli spazi luminosi che ancora ci sono dentro di me.
Trovare qualcosa di bello nella mia vita, almeno una volta a settimana. E poi a salire, sempre di più.
Piacersi di più, fino a mettere all’angolo quel demone interiore o in alternativa abbracciarlo, dicendogli che può pure smettere di avere paura.

E sono solo alcune delle cose da fare. A partire da adesso, e possibilmente per sempre. Nella speranza di riuscirci, va da sé.

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Con uno scatto improvviso

Ieri notte, nel silenzio. Voglia di birra, di fumare, di trangugiare gelato al cioccolato con nocciole tritate dentro, di parlare con qualcuno di speciale, di rimanere ancora stupito, di ritrovare quella forza di un tempo…

E forse è meglio.
Che mi fermi qui.

Perché dall’angolo della mia finestra c’è un raggio di sole che lascia attraversare quel venticello di maggio che solo qui, sull’isola, ha un senso profondo, che penetra la più intima natura delle cose. Lo lascia attraversare e porta con se tutta la nostalgia di cui è capace. Come quella del silenzio di certe notti, di altre, lontane, perdute nel tempo e nelle risate di una prima giovinezza, immatura, acerba, verde come ogni mela, che aveva il rumore del mare di notte, lontano. Rassicurante.

Perché alla fine ogni cosa che ritorna, ritorna a metà. Oppure non ritorna affatto. E questo Luna Lovegood non lo aveva previsto.

Perché alla fine nessuno può salvarti se non te stesso. Perché nella vita, in ogni attimo, dovrai sempre fare affidamento solo su te stesso. Perché sai solo tu qual è stata la fatica per metterti in piedi e cominciare a camminare. Per trovare il sentiero. Perché solo tu conosci il sapore delle lacrime celate quando hai capito che ogni strada portava proprio in quel laddove dal quale volevi scappare. Perché solo tu sai quanta vita ritrovi in te quando pare che le cose comincino ad andare in un certo modo. Quando assapori l’amore.

La solitudine non è una prigione. È la camera iperbarica dove facciamo affluire nuovo sangue all’esistenza. Dove le cose, gioco forza, devono trovare un nuovo ordine.

E mentre tutto questo (ac)cade, depositandosi dentro da qualche parte, a caso, le urgenze del momento mi ricordano che devo ancora andare a tagliare i capelli, che il vestito è di là e tutti mi diranno che sto benissimo, che la sposa si farà attendere un po’ e che sarà splendida e raggiante e che in mezzo a tutta questa malinconia la vita seguirà il suo corso.

Si torna a vivere. Forse. Un passo per volta, magari. Oppure con uno scatto improvviso. Chi lo sa.