Tra arcobaleno e tempeste

Tavolozza

Quello che faccio, nell’insegnamento così come nella scrittura, è mosso da due forze, tra loro complementari: il “sentire” e il “piacere”. Lavoro in un certo modo perché sento che è giusto così e perché mi piace farlo. Entrambe le mie occupazioni hanno un soggetto esterno, a cui mi rivolgo. È un atto sociale, quindi, perché lo scopo ultimo è quello di condividere saperi, pensiero critico, narrazioni “nuove”.

Certo, sono un essere umano e posso sbagliare. Anzi, sbaglio spesso, soprattutto in quella che è la mia dimensione pubblica. Soprattutto le volte che appaio irascibile, polemico, anche duro di cuore. A mia difesa, dico: è passione. La passione non convive bene con l’intelletto e so che questo è un aspetto su cui devo ancora lavorare, e sodo. Per cui mi scuso per le asperità di cui sono capace, ma è il cuore che decide di battere più veloce del pensiero.

Tutto questo prescinde dalla fortuna che gli sforzi adottati possono ottenere. Le cose possono andar bene o meno, ma per me è al momento un dato secondario. Quando smetterò di divertirmi e di sentire che le cose vanno fatte in un certo modo, guarderò altrove. Certo, è bello arrivare a fine anno con un genitore che ti dice “la ringrazio per il lavoro svolto”, soprattutto se con quella persona hai avuto momenti difficili. Così come sorridi interiormente quando arrivano commenti positivi per l’ultimo articolo o l’ultimo libro pubblicato.

Poi, ovviamente, ci sono le ombre. Importantissime, anche quelle. Perché ti rendono più forte, perché ti aiutano a correggere il tiro. Perché attraverso esse discerni la differenza tra le critiche necessarie e la malafede di chi la produce. Arcobaleno e tempeste sono figli della stessa stella, a ben guardare. Non c’è il primo, se non dopo un cielo grigio. Ed è la luce che, frangendosi nella realtà del momento, genera i colori.

È stato un anno impegnativo, difficile. A tratti crudele. Lo potreste vedere nei segni che ancora adesso sono sul mio corpo. Però è stato un anno che mi ha fatto crescere, anche se credo di essere solo all’inizio di un percorso appena intrapreso. Il senso del viaggio è il viaggio stesso, sto imparando. Così come sto apprendendo a superare i pericoli che lestrigoni e ciclopi disseminano lungo la strada. Con un’unica risorsa a disposizione: la mia umanità. È difficile, ma non può essere altrimenti.

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I prof hanno troppe vacanze e altre amenità? Provate a farlo voi, questo lavoro

scuola2La cosiddetta “buona” scuola è entrata a regime, lasciandosi dietro più gente scontenta che altro. L’opinione pubblica italiana reagisce in due modi, grosso modo analoghi: o adotta l’indifferenza tipica della nostra società rispetto a fenomeni sociali complessi, oppure giudica in nome della propria ignoranza rispetto ai fatti. A questo punto sorge una domanda: voi che pontificate su quanto è bella e buona la riforma, e quanti ingrati e cattivi i/le docenti che dovranno scontarne gli effetti, cosa sapete di insegnamento? Lavorate in una scuola pubblica italiana? Lo avete mai fatto? Qual è più in generale il vostro strumento di interpretazione e di conoscenza della realtà? E no, miei cari: l’arroganza – diretta conseguenza dell’ignoranza delle cose – non è la risposta esatta. Ma andiamo per punti.

Uno. La cosa che si contesta, tra le molte, di questa riforma è che non terrà conto della professionalità del personale assunto. Faccio un esempio concreto, così che anche le teste più dure possano essere facilitate nella comprensione della cosa: sei un insegnante di musica e lo Stato ti ha fatto abilitare per insegnare, appunto, musica. Per fare questo ti ha chiesto, nell’ordine: concorso per accedere alla specializzazione, denaro per frequentare il corso, esami in itinere ed esame di stato finale. Sarebbe dunque compito dello Stato fare in modo che i tuoi sacrifici vengano ripagati in modo conseguente. E invece no. Sarai chiamato (fasi B e C) laddove serve a far parte di un team di insegnanti che copriranno i buchi di chi si assenta o a fare lavori di altro tipo (sostegno, mensa, laboratori pomeridiani, ecc). Pazienza se la tua professionalità viene mandata a quel paese. Il tifoso standard del leader che ha permesso tutto questo ti darà del gufo e ti dirà che non ami il tuo lavoro.

Due. Questione “deportazione”. Termine forte, me ne rendo conto. Forse improprio, ma forte. Volutamente forte. Si chiama, appunto, iperbole. Se insegni lettere, a scuola, sai di che stiamo parlando. È un po’ come quando diciamo “c’è un caldo da morire”. È ovvio che dopo non muori (a meno che tu non sia anziano e con un cuore malandato). Ma nella retorica politica funziona anche così. Se poi vogliamo usare termini più corretti, possiamo parlare di trasferimento sotto ricatto di licenziamento. Non so se negli altri ambiti lavorativi funziona così. So però che se ti trasferiscono, hai degli incentivi. Dopo di che, leggo di alcune polemiche quali “vogliono il lavoro sotto casa” e cretinate simili. Sfugge, a questi campioni dell’indignazione a buon mercato – eppure fermarsi a riflettere dovrebbe essere gratis – che gli/le insegnanti sono tra le categorie a più alto grado di mobilità per trasferta lavorativa (in direzione sud-nord, per altro). Io stesso quando l’allora ministra Gelmini ha tagliato i fondi all’università prima e alla scuola poi, mi sono trasferito a Roma, dove ho lavorato per cinque anni come precario. Magari poi ti fai nuove amicizie, ti devi abituare a una nuova vita (allora avevo 35 anni) e ricominciare tutto da capo, stravolgendo le regole del gioco che sempre lo Stato ti aveva imposto, un attimo ti fa incazzare. Ma giusto un po’. Perché nel frattempo forse hai comprato casa, ti sei fidanzato, ecc. Nel caso ancora tu fossi insegnante e pure gay, il problema si complica visto che non sei riconosciuto nemmeno come coppia, ma questa è un’altra storia. Tornando al discorso di partenza, perciò: o accettate l’iperbole, nella contestazione alla riforma, o quando dite di morire di caldo o di sete poi per coerenza lo fate. Morire, dico.

Tre. Le critiche del piffero poi. Per non dire proprio “del cazzo”. Ma converrete che mi rovina il climax, per cui non lo dirò. Tra le varie contestazioni, ho sentito frasi quali “hanno due mesi di ferie, di che si lamentano?”. Bene, vale quanto detto al punto uno (professionalità) e due (sacrifici). Poi magari gli stessi sono dei morti di fame e vanno in orgasmo mentale per il calciatore X comprato per dieci milioni di euro dalla loro squadra del cuore. Sempre per aver ben chiaro il nostro contesto sociale. Ad ogni modo – e ricordandovi che tra Natale, Pasqua e feste comandate i mesi di ferie arrivano a tre e se non vi va bene il problema è solo vostro – rispetto a tali contestazioni, il discorso è molto semplice. E anzi vi faccio una proposta: se vi dà così fastidio che un docente abbia tutte queste vacanze, potete provare a farla voi questa professione. Se ci riuscite, ovvio. Si tratta appunto, col vecchio sistema, di superare un concorso di ammissione, due anni di scuola di specializzazione, tirocinio per un anno in una scuola vera, studiare di notte per preparare gli esami, esame di stato finale, 2500/3000 euro di tasse, ecc. Col nuovo sistema sarà solo per concorso (ma devi essere abilitato). Ma anche lì, visto che è così facile, fatelo. Requisito: laurea attinente con massimo punteggio possibile. E poi – dopo un anno in aula con trenta ragazzini per classe, in luoghi fatiscenti, senza internet e con le sedie rotte, senza riscaldamento o climatizzatore e carta igienica in bagno e l’impossibilità di andare a pisciare perché non ci sono bidelli che ti sorvegliano i ragazzini – ne riparliamo. Ok?

Quattro. Come dite? Un insegnante è una figura chiave e deve essere il top? Concordo al 100%. Allora mi direte perché vi piace una riforma che ci porta a fare da tappabuchi e a frustrare la volontà e le capacità di chi vuol fare davvero (ricordate l’esempio al punto uno). Poi io sono dell’idea che se uno lavora male, vada licenziato. E no, con la cosiddetta “buona” scuola non accadrà. L’insegnante svogliato e poco professionale verrà solo trasferito da una parte all’altra. Per cui invece di far danno da una parte sola, andrà a rovinare intere classi un po’ ovunque. Anche questa è una geniale idea di colui che incensate come il meglio che l’Italia possa avere. Complimenti vivissimi. Ah, ultima cosa, a proposito della mancata professionalità: la gente che non lavora esiste un po’ in tutte le categorie. Anche tra quei politici che magari votate tutti contenti.

Ah, dulcis in fundo, giusto per essere sgradevoli fino in fondo: in Finlandia l’insegnante è considerato come seconda categoria sociale dopo i medici. In Svizzera viene pagato qualcosa come 4000-6000 euro al mese. In Giappone è l’unica categoria che non si inchina di fronte l’imperatore. Adesso qui nessuno pretende che Mattarella venga in visita a Torre Angela a Roma o a San Cristoforo a Catania e si prostri ai piedi di chi lavora in contesti così difficili, ma davvero, dover rispondere a commenti sostanzialmente idioti o anche solo la prospettiva di prenderli in considerazione è un fardello che nessun/a insegnante del mondo occidentale e civile dovrebbe portare addosso. L’ignoranza, chi insegna, prova a combatterla. Non le dà corda. Spero che almeno su questo si sia tutti/e d’accordo.

Omofobia italiana: riassunto delle puntate precedenti

073704292-026f2718-74c3-4ddd-b23f-d82db5b703d42013, il parlamento prova a fare una legge (per altro di merda) sull’omofobia. Introduce un emendamento che giustifica quei prof di religione che a scuola ti dicono “l’omosessualità è una malattia dalla quale si può guarire” e amenità simili. Il relatore, Scalfarotto, cerca di convincerci che solo con il voto dei cattolici si può arrivare ad avere una legge che in un certo qual modo ci tutela. Il ddl però si arena al Senato e non viene mai approvato. Passa però il fatto che le affermazioni omofobiche, in chiesa come nelle aule, sono libere opinioni. Grazie Ivan.

Intanto nasce Manif pour tous Italia, associazione impegnata in prima linea perché la legge di cui sopra non passi e, all’occasione, perché non vengano mai votate altre di qualsiasi natura a favore di gay, lesbiche e trans. Si accodano le Sentinelle in piedi, che passano il tempo per le piazze d’Italia a leggere best seller di Mario Adinolfi – un uomo dall’irrisolto complesso edipico – e Costanza Miriano, paladina di un certo modo di intendere il sadomaso. Alcuni militanti di entrambe tali realtà si caratterizzano per il curioso hobby di cercare foto di vecchi uomini nudi sul web e spacciarli per partecipanti dei pride italiani. Ognuno ha i suoi gusti, converrete.

Bergoglio-ammonisceAncora 2013. Bergoglio, intervistato sui gay interni alla chiesa, dice “chi sono io per giudicare?” e continua “è tutto scritto nel catechismo”. E nel catechismo è scritto che i gay sono infermi di mente che vanno trattati, al massimo, come tali. L’opinione pubblica italiana, tendenzialmente analfabeta, si ferma solo alla prima frase pensando di avere un papa frociarolo. Questo permetterà al signore in questione di poter continuare a dire cose tremende contro le persone omosessuali, passando per quello simpatico solo perché ha l’accento di Maradona. Per i gay credenti è comunque un risultato epocale: prima erano ancora fermi al rango di “pericolo per la pace”, adesso sono stati promossi a malati di minchia. Un gran risultato, converrete.

La chiesa nel frattempo si inventa l’ideologia del gender, ovvero: si prendono programmi di educazione alle differenze e di educazione sessuale, si travisa il loro contenuto e si spacciano per party sessuali da fare nelle scuole italiane a discapito di ignari bambini che, giustamente, tornano a casa brutalizzati e sconvolti come se avessero incontrato un prete pedofilo. Lo scopo di questi signori è semplice: in Italia si parla di leggi sulle unioni civili e contro l’omofobia. Loro trasformano i destinatari di quelle leggi in potenziali pedofili e il gioco è fatto. Nasce lo slogan “giù le mani dai bambini”. Viene il dubbio che qualcuno voglia l’esclusiva.

Gender-sterco-del-demonio1-990x615Ancora, secondo i fautori dell’ideologia del gender, i prof gay e le maestre lesbiche vorrebbero imporre ai loro allievi matrimoni con bambini dello stesso sesso, abiti da drag queen, seghe di gruppo e amenità similari. Il movimento LGBT e la gente di buon senso inorridisce di fronte alla mente perversa che ha concepito tutto questo. Dico, chi può essere così perverso da immaginare sesso coi bambini  pur di far fallire una legge sulle unioni civili? Ah sì, vero: abbiamo detto che il gender nasce in parrocchia.

In parlamento, intanto, dopo il fallimento della legge Scalfarotto, si prova col ddl Cirinnà. Una legge che dà gli stessi diritti del matrimonio alle coppie gay e lesbiche, ma non si chiama matrimonio e non ha le adozioni. E, cosa non secondaria, è sepolto da migliaia di emendamenti da parte dell’Ncd, principale alleato di governo di Matteo Renzi. Il quale, tra “buona” scuola approvata in due mesi e riforma della RAI fatta volare in Senato, non spende una parola sull’argomento. La legge pare destinata a esser rimandata a tempo indeterminato. D’altronde Matteo cambia verso. A volte voltandoci le spalle.

mika-new-art-scritte-offensive-sui-manifesti2015. Per dire no a unioni civili, adozioni, reversibilità della pensione si convoca il Family Day a Roma, preceduto da un convegno omofobo col logo dell’Expo a Milano. A quel convegno c’era un prete accusato di pedofilia, nel pubblico, tale don Inzoli. A Roma un altro sacerdote col nome di una marca di mascara dice che se una donna viene accoltellata dal marito, la colpa è sua che non si sottomette a dovere (Costanza, ci leggi?). Ovviamente, manco a dirlo, è tutta colpa del gender che vuole far fare sesso ai bambini a scuola (hanno una fissa, col sesso e coi bambini queste persone qua!).

Intanto le aggressioni contro i gay aumentano. Gente pestata in autobus (strano, vero?) o a lavoro e insulti perfino a Mika su un manifesto del suo concerto a Firenze. Gli scrivono sopra la parola “frocio”. E comunque, tu che hai imbrattato il cartellone, volevo dirtelo: sei un’aquila, proprio. Su Facebook ritorna lo spettro del gender, ripetitivo come manco un matrimonio di Brooke Logan, e del sesso coi bimbi nelle scuole (aridaje!). Migliaia di persone ci credono, sentendosi rassicurate dal fatto che chi fa convegni con preti pedofili e ti dice che se tuo marito ti accoltella è colpa tua, poi ti dà il permesso di pensare che i froci sono brutti e cattivi. La vita, d’altronde, è fatta di certezze. E questa sarebbe la famiglia “normale”.

Buona sera e alla prossima puntata. Purtroppo.

Il rischio di essere assunti a scuola e a tempo indeterminato

Se-il-prof-dice-ignorante-alunno-commette-reato-di-ingiuria-372x248L’altro giorno ho scritto su Facebook il seguente stato: «bene, c’è il rischio che io venga assunto di ruolo nella scuola pubblica già da quest’anno. Le mie maledizioni non potete capirle». Scritto molto di getto, dopo un anno di tira e molla con le intenzioni del governo rispetto la cosiddetta “buona scuola” (che di buono ha solo il nome), e che è stato male interpretato da alcune persone in stato di precariato lavorativo, che hanno visto l’affermazione come snob e poco realistica.

Premesso che:

  1. sono precario anch’io, tutt’ora
  2. il mio discorso è assolutamente personale e non incide sulla tipologia di lavoro, bensì sulla situazione che si viene a creare nella mia vita
  3. ognuno deve gestire il suo privato di fronte a cambiamenti di una certa entità
  4. considero il mestiere dell’insegnante tra i più nobili ma anche tra i più mal considerati anche per scelte politiche precise (anche del governo in corso)

ho cercato di capire certe lamentele e di spiegare le ragioni per cui un evento del genere è per me occasione di crisi. E ho scritto a un mio contatto, anche lui critico, che mi rispondeva “se ti fa tanto schifo [il tempo indeterminato] so a chi regalarlo”, le testuali parole:

«Allora mettiamola così. Spendi 2500 euro di SSIS per abilitarti da insegnante e subito dopo vinci il concorso per il dottorato di ricerca. Hai il massimo in entrambe le prove (80/80 per la specializzazione, primo posto per il dottorato). Poi arriva la riforma Gelmini. Niente più carriera accademica e se vuoi insegnare non puoi farlo per ciò per cui ti sei abilitato, cioè italiano e latino ai licei, ma scuole medie. E va bene, il lavoro è lavoro, giusto?

Peccato che alle medie verrai usato di anno in anno per incarichi quali: 7 classi di geografia, 15 classi di approfondimento letterario, classi miste su più scuole tra laboratori pomeridiani e mensa e amenità similari. Pensavo di essermi specializzato in italiano, non per far capire ai bambini come tenere un cucchiaio a tavola. Ma il lavoro è lavoro, giusto?

In tutto questo provi a fare ricerca ma il tuo dirigente ti nega il permesso di andare al convegno per cui hai preparato uno studio perché “io poi a chi faccio badare ai ragazzi solo perché lei deve perdere tempo con queste cose?”. Poi trovi lavoro in una scuola (non italiana) dove le cose vanno un po’ diversamente e ti fai i tuoi calcoli: resto qui per qualche anno, poi più in là decido cosa fare anche perché se devi lavorare alle medie meglio farlo da chi ti permette di essere non un tappabuchi ma un professionista. E invece no, ennesima riforma e sei costretto a scegliere se rimanere dove sei, ma come precario, o avere il posto fisso in condizioni peggiorate da una riforma che ti rende ricattabile da dirigenza, genitori e studenti stessi. Per arrivare a tutto questo mettici laurea, master, specializzazione e dottorato. Se vuoi te lo regalo tutto questo, Andrea. Ma poi stai zitto e ti fai piacere ogni cosa ti arrivi dall’alto. Perché è questo che stai giudicando».

Se poi vogliamo entrare fino in fondo nel privato, a questo si aggiunga che dovrei cambiare casa, da qui a ottobre, e stavo anche cominciando a cercare un appartamento. Ma ho dovuto interrompere la ricerca, perché se mi assegnano a 80 km dal domicilio poi son cazzi. Solo per dirne un’altra.

Questo non vuol dire, ovviamente, che chi trarrà giovamento da questa riforma (ammesso che ci sia giovamento: voglio vedervi a dare 6 a tutti e a dover tenervi buoni i genitori, pena trasferimento a Lampedusa) sia esecrabile. È qualcosa di personale, appunto.

Vorrei farvi riflettere, infine, sul fatto che l’idea stessa che qualcuno possa ribellarsi a questo stato di cose ingeneri fastidio. Mi sento dire, molto spesso, frasi quali “anzi, ringrazia che ce l’hai un lavoro!” e invece no, non funziona affatto così: io non ringrazio nessuno per il fatto di avere un lavoro, perché non è un regalo. Per arrivare dove sono arrivato ho fatto scelte precise dopo un percorso specifico fatto di studi e sacrifici. Per questo non ringrazio nessuno, se non la mia famiglia che mi ha permesso, anche in questo caso tra molti sacrifici, di prendere i miei titoli accademici. E stop. Semmai è la cosiddetta “buona scuola” che dovrebbe ringraziare me, insieme a molti/e altri/e, per il fatto di essere diventato un professionista. È questo che vi sfugge, mi sa. Dover dire grazie per qualcosa che dovrebbe appartenerci di diritto significa percepirsi come servi in un sistema di potere che crea eletti e subordinati. Voi da che parte state?

La libertà, signori miei e signore mie, ha un prezzo. Ed io non credo sia quello di 1300 euro al mese, sotto ricatto, con aumenti di 30 euro ogni tre anni (se arrivano), sempre se fai come ti dice il preside e col rischio di finire chissà dove solo perché, magari, pensi con la tua testa. Spero che almeno su questo si convenga tutti e tutte.

AnnoUno: the day after (e non solo)

Giulia Innocenzi, conduttrice di AnnoUno

E quindi ricapitolando: la puntata di ieri di AnnoUno è stata più brutta di una messa in onda di “Uomini e donne”, ma con lo stesso spessore culturale, Aldo Busi ha fatto il suo solito show di gay d’ancien régime, si sono messe sullo stesso piano le acquisizioni della comunità scientifica internazionale e le boiate di chi vuole curare i gay, si è fatto pontificare il prelato di turno che ha detto che non ci darà i figli manco morto – e qui scatta l’unica considerazione possibile: non è che sei tu che non ce li dai, siamo noi che non ti chiediamo alcun permesso in merito – si è dato spazio al leghista di Neanderthal che non è omofobo, ma che schifo i figli per i froci, è passato il messaggio che i gay sono tutti ricchi e comprano i bambini negli USA, si è fatto il solito paragone con la pedofilia e, last but not least, non c’era nessuno in grado di rispondere alle cretinate proferite in studio da questo o quell’opinionista. Perché poi, non è che uno ci gode a dire “io l’avevo detto”, ma io l’avevo detto

Aggiungo inoltre: drammatiche certe testimonianze giovanili, sia pro sia contro, che testimoniano come la TV sia vista non tanto come luogo di confronto, ma come specchio sul quale riflettere il proprio autocompiacimento.

Dopo che tutto questo si è consumato sotto i nostri occhi esterrefatti, si sappia, oggi la ministra Giannini ha cancellato la lotta all’omofobia dalla lista degli interventi educativi dentro le scuole del paese e questo dimostra – oltre il fatto che piove sempre sul bagnato – l’inutilità di militanti, dirigenti, parlamentari e sottosegretari gay nel Pd.

Poca rappresentanza, narrazione di noi stessi/e in modo macchiettistico sui media, azione politica ai limiti della segregazione, mancanza di una strategia comune da parte delle associazioni di settore, ancora troppo timide nei confronti dell’azione governativa. La situazione in Italia, oggi, è questa.

Vogliamo avviare una serena e pacata discussione – vaffanculo compresi – sul fatto che occorre agire, e di gran corsa, anche in modo critico nei confronti di una classe dirigente e un sistema di potere (anche mediatico) che ci usa per tornaconto elettorale e per lo share? O vogliamo continuare a fare gli zerbini di partito o a prendercela con chi dentro un documento politico inserisce tutte le differenze possibili e che al pride fa vedere una chiappa di troppo, magari mentre si sta comodamente seduti da casa a non fare un bene amato cazzo per la propria comunità di riferimento e a pensare che una stellina su Twitter sia un atto decisamente rivoluzionario? No, giusto per saperlo.

Riforma Renzi: la buona s(cu)ola?

insegnanti o migranti?

insegnanti o migranti?

Il piano di Renzi di assumere già da settembre centocinquantamila insegnanti fa molto discutere, lascia diverse perplessità e, ça va sans dire, è già spacciato dalla stampa di regime come la panacea di tutti i mali che hanno afflitto in questi anni il sistema della pubblica istruzione.

A tal proposito, si è già scomodato Twitter e l’hashtag  è diventato il nuovo mantra quotidiano. 

Adesso, va da sé che l’idea di assumere tutti i lavoratori e le lavoratrici che da anni vengono sballottati/e da un istituto all’altro – in condizioni di precariato economico ed esistenziale – è una misura più che auspicabile, così come trovare la cura definitiva per il cancro, arrivare alla pace nel mondo, alla tutela dell’infanzia fino a raggiungere le più alte vette dell’amore universale. 

Il dilemma è: come si farà questa “rivoluzione”? Concretamente, intendo. Magari senza tirar fuori risposte come questa:

Problema numero uno: c’è la copertura finanziaria? A leggere i giornali, anche quelli che si sono trasformati nell’ufficio stampa del presidente del Consiglio, occorre capire quanti sono i soldi effettivi e dove vanno presi. Problema non da poco, visto che assumere un/a insegnante significa pagare stipendi, eventuali malattie, maternità, congedi, ferie, contributi, ecc.

Problema numero due: i costi sociali. Il Fatto Quotidiano denuncia prospettive piuttosto preoccupanti, soprattutto quando si leggono, nell’articolo di Marina Boscaino, parole quali:

I docenti, valutati dai dirigenti, si renderanno disponibili al momento dell’assunzione alla mobilità non solo fuori dalla provincia, ma – se necessario – anche fuori dalla regione. Il tutto in una professione che ha indici di femminilizzazione altissimi.

insomma, se questo fosse vero c’è il rischio che la prof Luisa Rossi di Perugia venga sballottata in un paesino della provincia udinese – le piaccia o meno – e sia costretta a lasciare a casa (magari appena comprata e con mutuo da pagare) marito e figli/e. Tale procedimento nel vocabolario della lingua italiana avrebbe una parentela semantica con il concetto di “deportazione”. Da ricordare la prossima volta che sentiremo l’intellighenzia piddina riempirsi la bocca di parole come “famiglia”. 

Problema numero tre: l’apertura ai privati. Può un sistema pubblico consegnato all’arbitrio dei privati garantire quella pluralità che dovrebbe essere alla base del sistema scolastico pubblico? Cosa sarebbe di problematiche come la laicità dello Stato, la libertà religiosa, l’autodeterminazione dell’individuo, i temi etici, la questione LGBT, ecc, in un contesto che viene controllato ad esempio da cooperative religiose di un certo tipo? Quali garanzie di rispetto di tutte le differenze verranno date rispetto a questa prospettiva? Al momento non è dato saperlo.

Dulcis in fundo: lo strapotere dei/lle dirigenti. Poiché non viviamo in un paese scandinavo ma in una nazione che basa la sua vita democratica sull’inciucio, il nepotismo, il privilegio e il mantenimento di forti squilibri socio-culturali, c’è il rischio tutt’altro che scongiurabile che le presidenze diventino piccoli centri di potere basati sui favoritismi. Una norma siffatta dovrebbe prevedere l’impossibilità di assumere parenti e personale legato alla dirigenza da rapporti personali di vario tipo. Perché a pensar male si fa peccato, ma l’Italia – forse anche per le sue matrici cristiane – del peccato sembra esser patria, in tutte le sue declinazioni possibili: mazzette, soprusi, mobbing, omofobia e via discorrendo.

Tralascio altri aspetti, sia per non mettere troppa carne al fuoco, sia perché non ne ho competenza (scatti salariali, meritocrazia, ecc). Non sono contrario pregiudizialmente al fatto che i/le docenti vengano valutati/e – e, possibilmente, non “giudicati” come ha detto il premier, visto che non stiamo parlando di delinquenti ma di professionisti/e – e che lo stipendio venga calcolato sulle competenze effettive di chi lavora. Ho visto insegnanti che meritavano di essere licenziati/e in tronco e altri/e che facevano il lavoro di due-tre persone per far funzionare tutto. Ben venga quindi un sistema più equo. Ma troppe sono le questioni in sospeso e il sospetto che si tratti dell’ennesimo annuncio cui seguirà il solito niente o un più originale “peggio di prima” è più che giustificato. Vedremo cosa accadrà.

La scuola, la carica dei centomila e lo spot di regime

la ministra Stefania Giannini

Parliamo di scuola. E soprattutto dell’ennesimo stravolgimento che si prospetta per l’istruzione italiana. Chi già lavora in questo mondo ha accolto la notizia con sgomento e sospetto. Non è la prima volta che un/a ministro/a se ne esce con proclami rivoluzionari che poi, chissà perché, vanno sempre a discapito di insegnanti, personale amministrativo, famiglie e corpo studentesco. Ma andiamo per ordine.

Diamo i numeri

La macchina della propaganda fornisce cifre precise. Centomila, forse addirittura centoventimila assunzioni a partire dal 2015. Chissà come e chissà quando, però. Per tutta una serie di ragioni.

La quota dei 100.000 prof era prevista già dal governo Prodi, sin dal 2006. Era nel vecchio piano di Fioroni: 150.000 docenti in tre anni. Lui si fermò a 50.000. Interrotta l’esperienza di governo dell’Unione, arrivò Maria Stella Gelmini che parlò di cambiamento epocale e di riforme. Ovvero, di tagli. Speriamo che la “rivoluzione” promessa da Stefania Giannini non sia solo nel sostituire un termine con un altro, per indicare la stessa procedura. 

I precari, per altro, ammontano a svariate centinaia di migliaia, per cui questa carica dei centomila non corrisponde ai due terzi dell’organico, come riportato dai media allineati

Poi ci sarebbe il problema dei pensionamenti, che dovrebbero liberare nuovi posti di lavoro. Ma al tempo stesso non ti dicono come si fa con la quota 96 introdotta dalla riforma Fornero che blocca quei pensionamenti stessi. 


Supplenti o batteri?

I/le supplenti, ancora, non li puoi “eliminare”, perché se un prof va in malattia devi sostituirlo. Ci sono poi le cattedre vuote, di anno in anno, da riempire. Prima si ricorreva alle graduatorie (GAE), adesso pare che l’andazzo sia duplice: da una parte assorbire i posti disponibili con le “assunzioni senza cattedra” (parleremo dopo di questa splendida idiozia terminologica), dall’altra aumentare il monte ore dei/lle docenti, da diciotto d’aula a ventiquattro o addirittura a trentasei. Per cui se tre insegnanti di una scuola si spartiscono le diciotto ore di una cattedra vuota – sei ora a testa – tolgono un posto di lavoro a un precario che faceva da supplente. E che per questa ragione è stato definito come “agente patogeno” da una ministra che rappresenta lo 0,8% di chissà cosa. Sarà che sono choosy, ma reputo la cosa abbastanza offensiva.

Ovviamente per chi lavora di più ci dovrebbero essere soldi in più e nella scuola è già così. Se fai supplenze oltre al tuo orario di lavoro o prendi parte e progetti, vieni già retribuito di più. Non si capisce dove sta la novità del governo Renzi.


Tappabuchi cronici

Parliamo invece dell’assunzione senza cattedra fissa: pare si voglia fare una specie di lista a parte – graduatorie speciali o altro, non è dato saperlo – in cui inserire le persone che anno dopo anno lavorano come precarie e ripartirle su più scuole secondo le esigenze delle stesse. In pratica è esattamente come è adesso! L’unica differenza è che tieni la cattedra fino a quando non viene assegnata all’avente diritto: cioè il precario o la precaria prende una cattedra annuale che diventa pluriennale (e si viene assunti, per questo) con due aspetti negativi quali l’essere smistato in più scuole ed esser spostati qua e là a seconda in una nuova batteria di cattedre sempre distribuite tra più scuole. Questo secondo quanto si può ricostruire dagli articoli apparsi sui giornali.

Per altro lavorando su più scuole, aumenta il lavoro pomeridiano: se lavori in due istituti hai doppio ricevimento, doppi collegi docenti, doppie riunioni di dipartimento, ecc. Su tre sedi, si moltiplica il tutto per tre. E così via. Il tutto a stipendio invariato, va da sé. Insomma, si passa da precari, anche storici, a tappabuchi cronici.


Nessun luogo è lontano

L’intasamento delle graduatorie è dato dal fatto che in alcuni posti non c’è lavoro. Nelle province siciliane vengono assunti pochi docenti ogni anno. A Roma la graduatoria scorre molto più fluida. Come prevede il governo di esaurire, in pochi anni come dice di voler fare, le graduatorie in questione? Prenderà forse i precari da Enna e li sposterà a Vicenza o in Friuli? Non vorremmo che il concetto di “esaurimento” coincidesse con quello di deportazione. Anche perché se non accetti il ruolo, perdi tutto. Ok, ci sta. Ma come fa la madre che “tiene famiglia”, rispetto a marito e figli (e questi al governo sarebbero pure per la coppia tradizionale)? O chi non può spostarsi per un genitore malato e altre questioni di tipo personale? Attendiamo novità anche su questo fronte.


Concludendo

Pare di trovarsi di fronte al solito mega spot governativo per cui provvedimenti già presi altrove e ritardati da scelte governative dissennate poi vengono riproposti dalla fanfara di regime come provvedimento dell’esecutivo in carica. Per capirci: era già nell’aria da diversi anni che si dovessero assumere diverse migliaia di precari, anche perché l’Italia rischia di pagare una sanzione all’UE per questo motivo. E far passare un obbligo e una programmazione pregressa come vittoria del renzismo al potere è un atto che avremmo duramente contestato a provvedimenti berlusconiani di portata più blanda. 

Omosessualità a scuola? Si può, si deve

 

omosessualità a scuola? Si può

«Ah Matteo, quando imiti le mie movenze, lo fai perché pensi che il mio essere gay sia da insultare o solo da prendere in giro?» Seguì un silenzio imbarazzato. Il suo. Quello del mio studente (il nome è di pura fantasia) che, quando mi volto per i corridoi, e lui crede di non essere visto, fa mosse e mossettine in mia direzione, supportato dalle risate degli altri. Scena non nuova, a dire il vero. Quando ero io tra i banchi succedeva spesso. In età adulta mi fa sorridere, perché poi quando affronto la cosa quella spavalderia scompare. Rimane, appunto, l’imbarazzo di essere stati “sgamati” di fronte a qualcosa di cui poi, chissà perché, non si è fieri.

E allora, l’altro giorno, gli ho chiesto a cosa volesse alludere con quel modo di muovere le mani e di ancheggiare. Ne è seguito un piccolo dibattito sul senso della vergogna e della dignità. Gli ho detto che io non mi vergogno di essere ciò che sono – e cioè di essere gay – per il semplice fatto che mi reputo una persona rispettabile: vado a lavorare, pago le tasse, ascolto i loro problemi, cerco di stare vicino alle persone che amo. E così via. Un altro dei miei ragazzi mi ha guardato e mi ha detto «prof, lei fa bene!» e nei suoi occhi c’era molta comprensione e umanità. Penso di aver vinto, in quel momento. Per due buone ragioni.

La prima: rivangare il ricordo di un trauma è, di per sé, traumatico. Poi ok, siamo adulti e viviamo le cose con un certo distacco. Ma prima del distacco c’è quel momento in cui ti tremano la voce o i polsi. Poi lo superi. L’altro giorno ho agganciato la cosa con naturalezza. Nessuna crisi. Anzi, mi sono pure divertito. Insomma, sono diventato più forte, come sempre avviene quando chiami l’omofobia col suo nome e la depotenzi.

La seconda: con il mio esempio di vita ho agganciato uno dei miei studenti. Uno solo, forse (ma quest’anno lavoro in un contesto particolare, visto che ho adolescenti poco scolarizzati), ma nel suo sguardo c’era un moto di solidarietà, di vicinanza umana. Quando si troverà di fronte un’ingiustizia, lui avrà di nuovo quegli occhi. Queste cose le sai, anche se non puoi spiegarle.

Concludo, infine, con una riflessione più ampia. Tempo fa uno dei tanti “giuristi cattolici” – di quelli che chiudono un occhio sugli abusi che si fanno in chiesa sui/lle minori e poi magari denunciano insegnanti perché parlano di omosessualità in aula – mi disse che non potevo trattare certi temi con i miei allievi e le mie allieve se non avessi avuto prima il consenso delle famiglie. «Non puoi andare contro l’educazione dei genitori, che è tutelata dalla Costituzione.»

Ho cercato di fargli capire che insegnare il rispetto non è andare contro nessuno – oltre al fatto che la Costituzione tutela la libertà di insegnamento, per cui non è previsto che l’insegnante concordi gli argomenti delle sue lezioni – ma non ci voleva sentire. Di gay, lesbiche e trans in aula non si parla, punto. Un po’ come giocare a scacchi con un piccione: puoi mettere i pezzi a posto, ma quello te li rovescerà di continuo e ci cagherà sopra.

Chissà, secondo questo esimio crociato del diritto, come avrei dovuto comportarmi nel caso che ho raccontato. Chissà se avrei dovuto tacere, perché se di gay non si parla a maggior ragione un gay non dovrebbe parlare, giusto? O chissà se avrei dovuto toccare l’argomento trattando di un più generico rispetto, ma senza affrontare la cosa. Come andare dal medico e farsi prescrivere un farmaco a caso contro un malanno di cui non si è in grado di pronunciare il nome.

Il mio allievo, credo, è stato “educato” dai suoi familiari a non cogliere il rispetto per le minoranze. Ricordandogli cosa significa rispettare una persona per quello che è – e non a prescindere da quello che rappresenta – è un insegnamento superiore rispetto a quelli impartiti da famiglie distratte o, in alternativa, accecate da falsi miti educativi (uno tra tutti: Sodoma e Gomorra).

E si badi: lo avrei fatto anche se un musulmano mi avesse detto che una donna è inferiore o se il figlio di un fascista mi avesse detto che gli ebrei sono una “razza” da discriminare. Anche se nelle loro famiglie si impone questo tipo di idee. Perché creare divari di umanità tra persone non è “educazione”, è solo prerogativa comune tra persone orribili. E il compito della scuola è quello di creare senso di cittadinanza, non certo di fare in modo che certi squilibri permangano. Con buona pace dell’occasionale giurista cattolico troppo occupato a difendere i bambini e le bambine dai prof (anche gay) e lasciandoli in pasto al prete di turno, contro il quale mai nulla farà. Converrete.

Sul Fatto Quotidiano: “Come difendersi da chi vuole difenderci dal gender”

le Sentinelle in piedi

Ripropongo anche qui l’articolo che ieri è stato pubblicato sul Fatto Quotidiano on line, dove cerco di dimostrare le reali ragioni della crociata antigay portata avanti da Bagnasco e dai movimenti cattolici integralisti.

Vi riporto uno stralcio:

Il “gender”, per come è narrato, si configura però come un’invenzione dei cattolici. Semmai esistono gli studi di genere o Gender studies, nati dalla sinergia di diverse discipline (giuridiche, sociologiche, psicologiche, linguistiche, ecc). Essi sostengono che fino ad oggi la società si è strutturata sulla prevalenza di un genere su un altro. Il maschilismo, attraverso il patriarcato, ha imposto per millenni il controllo sociale su donne e infanzia, reprimendo le diversità. Una tra tutte, l’omosessualità.

E vi segnalo un paio di commenti:

«Un articolo che esordisce con “L’offensiva antigay messa in atto dalle gerarchie religiose” dimostra chiaramente che questa storia sull’omofobia è stata tirata fuori dai quelle lobby che vogliono spazzare via la religione dal mondo e sostituirla con un’altra “laica”, consumistica e che manipoli le coscienze senza se e senza ma.»

«Adesso difendiamo pure l’immoralità, il vizio e eleviamo l’immonda diversità a cultura solo perché i malati di gaysmo non si suicidano.»

«Concludo dicendo che […] se un professore o maestro o altro cercherà di inculcare simili idiozie ai miei figli se la vedrà con me: e non vorrei essere nei suoi panni…»

Molti altri sono i commenti di questo “spessore”. Questo per chi mi dice che in Italia non c’è un problema di omofobia. Poi va bene, sono trolls. Ma sono reali. Per il resto buona lettura.

Oggi sul Fatto Quotidiano: “Omofobia a scuola: il marchio di infamia”

l’omofobia avanza nella scuola e il governo che fa?

Oggi sul Fatto Quotidiano parlo di omofobia a scuola. Le ragioni?

Perché è urgente intervenire tra i banchi, contro certi fenomeni.
Perché fare un certo tipo di informazione non significa omosessualizzare nessuno (solo un idiota potrebbe crederlo davvero).
Perché i movimenti integralisti cattolici stanno operando proprio per fare in modo che non si lotti contro l’omofobia scolastica.
Perché la legge Scalfarotto ha reso possibile il clima culturale che permette tutto questo.

Riporto l’incipit del mio pezzo:

L’omofobia è un atto verbale, prima di ogni altra cosa, soprattutto se assumiamo il concetto biblico – e quindi cristiano – della parola come atto di creazione. Nella Genesi, Dio costruisce prima il mondo e poi fa l’uomo a sua immagine e somiglianza. Questa eguaglianza sta proprio nel fatto che l’essere umano è, come il dio creatore, l’unica specie dotata del dono del dire. E con le parole l’uomo definisce il reale, lo domina.

Buona lettura!