Renzi dimentica i prof (ma teme lo sciopero)

Renzi manderà una lettera per invitare i/le prof a non scioperare: abbiamo paura, vedo. Butterà, in altre parole, denaro pubblico inviando un prestampato a tutti/e. Cosa che fece già a suo tempo Berlusconi, nella famigerata “lettera agli italiani”. Il che rende, se possibile, ancora più tragicamente patetico questo tentativo di demolire uno dei cardini della democrazia del nostro paese.

Dovrebbe realizzare, il nostro ennesimo amatissimo premier, che la cosiddetta riforma non piace a nessuno, se non a qualche moglie di qualche ricchissimo notaio o farmacista, che insegna per ingannare la noia insita nella sua condizione di sciura o qualche servo di partito, convinto che questo correre come un treno verso la catastrofe sia un esempio di buona politica: al grosso della base elettorale del nuovo Pd, insomma. L’Italia che lavora – quella che lavora a contatto con studenti/esse e rispettive famiglie – ha già fatto sapere che la buona scuola di buono ha solo un aggettivo qualificativo usato in modo per altro improprio.

Commentando l’ondata di scioperi che paralizzeranno le attività didattiche in un momento così cruciale come la fine del secondo quadrimestre (e grazie ancora a questo governo di incapaci per aver regalato  ulteriore incertezza didattica a chi studia), Renzi ha proferito uno dei suoi soliti proclami snob: la scuola è delle famiglie e degli allievi, non dei sindacati. Peccato che abbia dimenticato l’elemento fondamentale di tutta la macchina, che sono appunto i/le docenti. E in democrazia – chissà se i renziani conoscono il significato di questa parola – lavoratori e lavoratrici si organizzano in associazioni sindacali. Evidentemente in questa dimenticanza stanno il valore e il ruolo che il governo vuole dare alla figura dell’insegnante: l’oblio.

Ad ogni modo, ancora un minuto di silenzio per quanti/e nel Pd un tempo si facevano paladini/e della scuola – penso alle Spicola, alle Alicata e molti altri ancora – e il cui capo è riuscito a far peggio di Maria Stella Gelmini.

Le manganellate agli operai ai tempi del jobs act

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

carica contro i lavoratori: la copertina del Manifesto

Lo scorso week end Davide Serra, finanziatore della campagna per le primarie dell’attuale presidente del consiglio, alla kermesse della Leopolda auspicava un jobs act più aggressivo e proponeva di limitare il diritto di sciopero.

Contestualmente, Renzi ridicolizzava la piazza radunata dalla CGIL per poi dichiarare: «Le leggi non si scrivono con i sindacati ma in Parlamento. Nessuno può pensare di trattare sulla legge di stabilità». E scusa, Matteo, tanto se esiste la democrazia.

Quindi è il turno di una gigante del Pd (l’ennesima), Pina Picierno: che si avventura in dichiarazioni che chiunque eviterebbe, sui brogli che ci starebbero dietro l’elezione di Camusso alla segreteria del più grande sindacato d’Italia.

Quindi arriviamo a ieri: gli operai dell’AST di Terni manifestano a Roma, perché hanno perso il lavoro. La polizia li carica, tre feriti, Landini colpito. La polizia dello Stato che attacca liberi manifestanti e manganella un sindacalista. È aperta la gara a “chi ci ricorda?”.

In questo paese si comincia a respirare una brutta aria sui diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Il Manifesto titola “Tutele crescenti”. Il futuro è solo l’inizio, era lo slogan della Leopolda, ma la polizia carica i manifestanti come da tradizione. Non voglio certo dire che certi estremi abbiano mandanti a palazzo Chigi, ma il clima culturale che si sta creando contro il sindacato e contro chi lavora ha nomi e cognomi evidenti a chiunque abbia la capacità di leggere un quotidiano. Chi voleva cambiar verso, intanto, dorme tranquillo o si dedica ai selfie. Chi ci tiene ai diritti, alla democrazia e alle pari opportunità, in questo paese, un po’ meno.

La scuola si ribelli!

Penso che noi precari e – per buona creanza, solidarietà e anche per una buona dose di interesse personale – docenti di ruolo dovremmo cominciare a paralizzare la scuola.

Uno sciopero ad oltranza, magari a staffetta.

In un mese ci sono quattro settimane. A scuola tre aree didattiche. Una settimana di sciopero per area. E la quarta, il personale amministrativo e di supporto.

E così, di fila, fino a quando Profumo non apparirà in tv per (ri)mangiarsi il decreto del concorso-truffa.

La scuola deve ribellarsi, o dimostrerà di meritare almeno gli ultimi cinque-sei ministri della Pubblica Istruzione e il massacro sociale perpetrato fino ad adesso.

E la FIAT di Marchionne, tanto cara al PD, fa fuori l’Unità

«Io sto dalla parte di Marchionne, dalla parte di chi sta investendo sul futuro delle aziende, quando tutte le aziende chiudono, è un momento in cui bisogna cercare di tenere aperte le fabbriche.» Matteo Renzi, sindaco di Firenze, Partito Democratico, 11 gennaio 2011.

«Io sono esterrefatto per tutte le polemiche su Marchionne. L’ad della Fiat sta solo proponendo un nuovo modo di lavorare. Nel settore del tessile e dell’alimentaristica lavorano così da vent’anni. Ma soprattutto sono senza parole perché, in qualsiasi altra parte del mondo, uno che mette sul tavolo un miliardo di investimenti sarebbe stato accolto col tappeto rosso.» Sergio Chiamparino, ex sindaco di Torino, Partito Democratico, 13 gennaio 2011.

«Credo che tutti – a partire dai lavoratori della Fiat – abbiano il diritto-dovere di rispondere un chiaro Sì alle richieste di Marchionne di modernizzazione delle relazioni sindacali italiane.» Walter Veltroni, ex segretario del Partito Democratico, 5 gennaio 2011.

«Nel luglio 2010 l’ho detto per primo a sinistra e ora lo ripeto: quella di Sergio Marchionne è una scossa salutare per il paese.» Franco Marini, ex presidente del Senato della Repubblica, Partito Democratico, 14 gennaio 2011.

L’elenco potrebbe continuare. Il PD, l’anno scorso, era entusiasta della ricetta Marchionne. Quella che prevede la sostanziale uniformità col suo pensiero, pena la discriminazione dei sindacati che vi si oppongono. La stessa che obbliga gli operai a turni massacranti e al divieto di sciopero per le clausole previste dentro l’accordo di lavoro, pena il licenziamento.

Adesso la FIAT ha rimosso gli spazi sindacali della FIOM dalla sede della Magneti Marelli e pure la bacheca in cui veniva affissa l’Unità. Il quotidiano di quello che fu il PCI e poi del PDS e dei DS – prima delle amorevoli cure di Fassino, D’Alema e Veltroni – giustamente si indigna e si allarma.

Mi chiedo, tuttavia, se i giornalisti de l’Unità non debbano prendersela in primis con i capi del loro partito. Si sa che se appoggi un modello, illiberale e tirannico, poi quel modello ti si ritorce contro. La storia lo insegna.

In tutto questo c’è da rilevare, ancora, che dopo il dramma arriva anche la tragicommedia. Bersani, in un video sul suo giornale di partito, dichiara: «O la FIAT rimedia all’offesa o mi sentirà». Perché anche voi ve lo immaginate Marchionne che trema al cospetto di tale minaccia,vero?

I nuovi eroi

Sarò impopolare. Parlo di calcio. Anzi, di calciatori. Ai quali l’idea di pagare il contributo di solidarietà, richiesto a tutti i ricchi, non va giù.

In questo la categoria in questione non è diversa da altre della stessa risma. Chi più ha, più vuole avere. E quando si è abituati al privilegio, filtrato attraverso la pratica del compenso smodato, è difficile poi dover tornare sul piano della realtà. Se aggiungiamo che, anagraficamente parlando, molti di questi “ricchi” sono ventenni viziati, il quadro è completo.

Immaturi, danarosi e arroganti. Questo l’identikit di uno dei modelli più in voga tra i giovani dell’attuale italietta berlusconiana. E ribadisco: la cosa mi stupisce ben poco.

Ciò che mi fa specie, in realtà, è il silenzio dei tifosi. Sicuramente attoniti, forse pure indignati. Ma silenziosi.

Ricordo che provengo da una città in cui ci furono vere e proprie rivolte per la retrocessione d’ufficio della sua squadra di calcio. Ricordo gli strepiti di juventini e interisti per la questione degli scudetti di qualche anno fa.

L’italiano medio e mediocre, pronto a immolarsi per le strade in difesa di certi eroi, non fa altrettanto quando i propri beniamini dichiarano sic et simpliciter che delle sorti dell’Italia non sanno cosa farsene. Rimane, appunto, il silenzio.

Ne consegue, per altro, che andrebbe riformulato il concetto stesso di eroe. E un buon inizio sarebbe quello di non confondere tale categoria con quella del prezzolato, del mercenario, del saltimbanco da stadio.