Pausa caffè

pausacaffèCoi sogni bisogna stare molto attenti. Perché son timidi e fuggono via. E perché la gente a volte è stupida e invidiosa e non sopporta che gli altri non si rassegnino.

Non credo di chiedere molto.

Solo un mondo che mi assomigli il più possibile, per non girarci in mezzo, con quel fare smarrito degli ultimi tempi. La sicurezza di un sentiero. La modulazione di voci e risate in quell’unisono familiare. La giusta posizione degli oggetti nella stanza, anche in mezzo al disordine. Il profumo dei biscotti. La saggezza dei gatti o le corse di un cucciolo. E il profumo del mare o del bosco, dopo la pioggia.

Forse qualcuno penserà che questo significhi essere viziati.
E forse è pure vero.

Per me significa solo avere il coraggio delle proprie scelte. D’altronde, a ben vedere, la mediocrità è la più semplice delle strade da percorrere.

Ombre d’agosto

L’estate non è solo il tempo della luce. Perché per quanto possa essere luminosa, una stella, genera ombre. E tanto più forte è il chiarore, tanto più spesse le tenebre, alle sue spalle.

Credo, o almeno così ho imparato, da solo, che crescere significhi cedere pezzi di te destinati a portare sofferenza, inazione, circoli viziosi. Tagliare i rami secchi. Amputare gli arti andati a male. Sostituire organi che non funzionano più.

Cesoia. Un volo che richiede più sforzo. Dolore alle ali. Bisturi. Il rimedio non è mai indolore.

Ma come sempre accade, di fronte a una malattia che ti mette alla prova, per affrontare il taglio, i punti, la sutura, la riabilitazione, pensi a quello di buono che c’è. Pensi alle cose belle della tua vita. Pensi al bene che, da solo, sei in grado di creare. Di donare agli altri. Anche se non sempre, tutti se ne accorgono. E come dico sempre, in questi casi, se il vaso non è in grado di contenerlo, non è certo colpa del fiume.

 Aspetterò, allora, che il sole si faccia meno arrogante. Per respirare meglio e profondamente. Per rendere le ombre meno dure. Per andar oltre, rispetto alla vita di chi non mi vuole. Per appropriarmi, in pieno, della mia.

Sic transit boria mundi

Non so voi, ma a me le immagini di ieri, della caduta di Berlusconi, mi sono sembrate analoghe a quelle che abbiamo visto per le strade di Tunisi, del Cairo, di Tripoli.

Sembra che il motivo della festa non fosse quello della fine di un ciclo politico, ma della fine di una sciagura. La stessa che ha portato l’Italia a essere un paese orribile, in mano al malaffare, alla corruzione, alle collusioni con la mafia.

Berlusconi è stato tutto questo. E non mi si dica che in questi diciassette anni sono state fatte anche delle scelte politiche che andranno valutate sul medio e lungo periodo. Che un politico faccia delle scelte in tal senso è la norma.

Se un medico stupra una paziente, non conterà il fatto di aver curato altri malati in precedenza: è il suo lavoro. Ciò che non doveva fare, perché aberrante, lo qualifica in negativo. Ed è quello che ha fatto Berlusconi per tutto questo tempo: stuprare una nazione intera.

Adesso non illudiamoci. Berlusconi non è morto, è solo sconfitto. E il berlusconismo è tutto lì. Un ottimo terreno di coltura per eventuali ritorni. Per adesso possiamo dire “sic transit boria mundi”. E gridarlo come se il tiranno fosse stato messo da parte, dalla storia, dagli eventi, dall’eccezionalità della tragedia in cui viviamo.

L’episodio di ieri, per altro, doveva avvenire molto tempo fa, quando nel 1996 la sinistra ha vinto le elezioni. Da allora sono stati fatti molti errori. Il primo, tra tutti, non neutralizzare il leader di Forza Italia. Il resto è storia. La peggiore degli ultimi centocinquant’anni. Speriamo che questo tempo sia “magister vitae”. E che da adesso cominci un periodo di ricostruzione del paese a cominciare dalla sua classe politica. Forse l’impresa più ardua in assoluto.

Il senso del tempo che è stato. Per Alessandro Motta

Caro Alessandro,

ti scrivo qui, in una nota pubblica, in un documento visibile a tutte/i, per onorare la dignità e il coraggio delle tue lacrime di ieri. Lacrime che hanno origini lontane e che io penso di conoscere tutte. Le definisco, per altro, coraggiose perché hai esposto la tua più nuda umanità e questo era il senso dei Diari dell’orgoglio. Ma hai fatto di più: non hai avuto paura di affrontare la tua fragilità e per fare questo occorre una dimensione interiore che non tutti sono in grado di contenere.

Non riuscirò a rispondere a tutti gli interrogativi che hai cercato di enucleare, tra i singhiozzi, la rabbia, la delusione degli eventi passati. Non perché non voglia, ma anche io, a un certo punto, ho smesso di seguire il senso delle parole per controllare un’emotività che avrebbe voluto essere forte e onesta come la tua. Allora risponderò a quello che mi ricordo e per quello che avrei voluto dire, che avrei dovuto dirti.

Ci chiedevi a cosa è servito il tuo impegno, in tutti questi anni. Anni in cui abbiamo affrontato, prima ancora delle questioni complesse della causa omosessuale italiana, le faide associative, gli odi incrociati, il riconoscimento del nemico e tutta una mole enorme di energie oscure, ingiustificate – col senno di poi – alimentate in nome di ideali non (più) attinenti con la realtà in cui siamo immersi e non come gay, ma come cittadini, come persone, come esseri umani.

Ci chiedevi qual è stato il prezzo del tuo sacrificio, di fronte ai tuoi studi, di fronte alla tua vita privata, per portare avanti una causa che i più sembrano ignorare. Molte volte ci siamo sentiti dire, anche da “insospettabili”, a cosa servissero i nostri sforzi. Come se dovessimo essere noi a spiegare le ragioni che ci portano a volere un mondo migliore, anche per coloro che ci denigrano e continueranno a farlo.

La prima risposta che ti do può apparire scontata, ma è quello che sento di dirti. La ragione delle tue scelte, che poi sono anche le mie, sta nelle scelte stesse per cui siamo diventati militanti gay. No c’è una giustificazione che dobbiamo fornire se vogliamo che l’Italia diventi come la Spagna, la Svezia o la Germania. Dovrebbe essere qualcun altro, semmai, o dover spiegare la propria ignavia o la propria inadeguatezza. Ho la presunzione di credere che siamo nel giusto, perché vogliamo che tutti vivano nella possibilità concreta di seguire le loro scelte e le loro aspirazioni.

La seconda risposta che ti do è invece più intima. La forza che ti ha spinto a sacrificare una parte di te stesso sta nella tua nobiltà, una nobiltà che ha, tra i suoi ingredienti, il tuo idealismo, la tua amarezza di fronte le ingiustizie, il tuo orrore di fronte all’ignoranza, l’amore per Marco per il quale e con il quale immagini un futuro.

Un futuro, aggiungo, che è legittimo così come lo immagini, col tuo desiderio di famiglia. E se qualcuno dei “nostri” non riesce a capirlo, perché non capisce quanto può essere rivoluzionario nell’Italia di adesso l’aspirazione alla “normalità” di ognuno di noi, credo che, ancora una volta, non debba essere tu a fornire giustificazioni.

Le tue domande di ieri contenevano in esse le risposte che cercavi. E a quelle risposte aggiungo un’evidenza che in molti, però, non fanno troppo caso. Il tempo che ci lasciamo alle spalle non è mai perso, se alla base di esso ci sono scelte, sogni e aspirazioni. La vita si vive e il prezzo che paghiamo, a volte, è la sconfitta o il senso di impotenza. Ma la vita, per fortuna, non è solo questo.

La vita, se ci fai caso, sono le nostre serate a giocare a Bang con Lele e Monica. Sono i cineforum con Fili, le chiacchiere di fronte a un mojito con la Fuschi e Selene, i nostri appuntamenti con Giovanni. La vita è riempire un cortile o un’arena, perché la gente ha voglia di sentire quello che hai da dire. La vita è una cena dal gusto meravigliosamente retro a casa di Carmina, la stessa che ieri ti ha sostenuto, col suo abbraccio, mentre leggevi.

Fino ad adesso hai vissuto. E a volte ti sei fatto male. Ma se ieri c’era tutta quella gente ad ascoltare le tue parole, un po’ (o un po’ troppo) arrabbiate, è perché in questi anni hai comunque costruito qualcosa. Spero di farne parte ancora per molto tempo.

Con affetto sincero, con stima, con orgoglio,

tuo Dario

***

Alessandro Motta è coordinatore del Codipec Pegaso di Catania, membro del Laboratorio per il Pride e ha organizzato gli ultimi pride cittadini e il Sicilia Pride del 2009.

Ideatore, tra gli altri, della Queer Week, la nuova formula del Pride etneo del 2011.

Sulla sessualità. E sull’anima

Le parole che seguiranno sono state scritte qualche anno fa. Quasi tre, per l’esattezza. E, per tutta una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegare, le ripropongo qui, adesso. Perché qualcuno le legga, o le rilegga. Così come deve essere.

Premetto sin d’ora che non voglio convincere nessuno e non voglio tracciare modelli ottimali da contrapporre ad altri meno buoni. Voglio, invece, solo raccontare la mia esperienza di vita con lo scopo di far capire un po’ a tutti che dietro quelle che vengono definite scelte c’è invece una inevitabilità di condizioni personali e una giustezza intrinseca di situazioni di vita.

Ho scoperto di provare attrazione verso le persone del mio stesso sesso sin da piccolo, anche se all’epoca non riuscivo a dare un nome alle cose. Sapevo che il giovane e aitante autista dello scuolabus era molto più accattivante della maestra, indiscutibilmente bella, di mia sorella (la mia era anziana ed era pure suora, per cui non mi sembra lecito fare paragoni).

Va da sé che quella fascinazione acerba rimase tale e proseguii le scuole fino alle medie più o meno serenamente, ovvero fino al giorno in cui certi compagnetti di classe, già più navigati di me su certe dottrine, diedero un nome alla mia condizione. Diventai il frocio istituzionalizzato – lo ammetto, da piccolo ero una checca estrema – ma scoprii solo a posteriori cosa era successo veramente. Io non mi vedevo diverso dagli altri e non facevo nulla per distinguermi dalla massa. Erano gli altri e la massa che mi vedevano non solo “altra cosa” rispetto a loro, ma mi etichettavano come nemico naturale di non so bene quale equilibrio psico-fisico.

Cominciò la mia lenta discesa agli inferi. E i demoni peggiori, si badi, li crearono gli altri ma li piantarono ben saldamente dentro di me. Per carità, nessun piagnisteo e nessun vittimismo. Molti dei miei “carnefici” sono stati abbondantemente perdonati – da me, un non cristiano – e alcuni sono pure cari amici. Non sono solito trasferire ai figli le colpe di una cultura che ha bisogno di sangue umano – reale o metafisico – per poter prosperare.
Ma la verità è che non fui io a crearmi il mio biasimo, mi venne addossato da gente che non viveva al di qua della mia pelle.

Gli anni delle canzonature furono lunghi ma visto che di musica si trattava – di pessima qualità, sia chiaro – e visto che le parole venivano usate come armi allora decisi di reagire così: nascondermi, per quanto potevo. E poi cantare e scrivere.
Non cantavo ufficialmente – dovevo nascondermi, per l’appunto – ma imparai a memoria moltissime canzoni – queste si davvero belle – da Battisti agli U2, dai Depeche Mode a Carmen Consoli.
Per la scrittura fu più semplice, il diario deve essere intimo.

Eppure quella cura non si rivelò efficace per una sola ragione. Avevo permesso ai demoni che gli altri avevano conficcato dentro la mia anima a parlare al posto mio. Cantavo con le parole degli altri, scrivevo con le cose che gli altri pensavano di me. Non parlavo dei miei innamoramenti clandestini per quelli che erano, ma scrivevo d’amore per come avrebbe dovuto essere. Mentivo a me stesso.

Tuttavia.

Il cammino verso gli inferi portò al mio cospetto alcuni Orfei, un paio di Virgili e anche qualche Beatrice.
Imparai, pian piano, a sentirmi amato. Per quello che ero. Nonostante le mie menzogne e la mia natura conseguente e precedente.
Solo allora la discesa si snodò ad un bivio fondamentale. Il sentiero si biforcava in una discesa, dove c’era scritto “mediocrità”. E una salita ripida, e faticosa, dove c’era scritto “Vita”.

Scelsi la seconda. E tutto fu più difficile, e più bello allo stesso tempo.

Da allora ho cominciato a dare un nome alle cose e a farlo secondo le sillabe che mi suggerisce la mia anima e la mia sensibilità.
Da allora ho cominciato a studiare le parole, tutte, e a farne una professione. Da allora canto e mi piace farlo anche davanti agli altri.
Da allora sbaglio, come tutti, ma so che sono errori che derivano dal mio modo di vedere le cose e quindi dai miei occhi e non di certo dagli occhi degli altri.
Da allora mi sono innamorato e ho pure baciato in pubblico un paio di volte quella persona alla quale credevo avrei regalato molto del mio tempo come un dono speciale, vero, improntato dal rispetto della mia voglia di vivere. E se l’ho fatto non è mai stato per scandalizzare nessuno o per demolire modelli perfetti. L’ho fatto solo perché ne avevo voglia e perché volevo essere felice.

Se qualcun altro si sente offeso dal mio modo di vivere non è colpa mia, io ho solo seguito ciò che avevo e che ho dentro. Può darsi anche che sia sbagliato per qualcuno, ma non per me.

Ho deciso di vivere così – e allora si che è lecito parlare di scelte, intese come modo di vivere la propria condizione umana – per essere davvero me stesso e non farlo significherebbe pervertire quella strada certamente in salita, ma dove c’è scritto “Vita”, che continuo a seguire con fatica e a volte pure con angoscia. Ma anche con gioia e costanza e senza la rabbia che qualcuno aveva conficcato nella mia anima sotto forma di demoni e di parole cattive.

Da allora vivo e sono vagamente triste e felice allo stesso tempo.E in virtù di tutto questo, non ho la benché minima voglia di tornare indietro, di cambiare idea e di scivolare nuovamente nell’inferno che qualcun altro ha previsto per me e per gli altri. Buona vita a tutti.