Essere come Arisa

Quando all’edizione di quest’anno del Festival di Sanremo venne presentata per la prima volta Arisa sul palco, non ho potuto fare a meno di notare, da subito, tre momenti in sequenza.

Il primo: la cantante che scendeva la gradinata, sul palcoscenico, con una certa circospezione, come se avesse paura di cadere. Quindi lo sguardo beffardo delle due bellone, Rodriguez e Canalis, dritte e sicure verso la telecamera. E infine, la risata a microfono forse lasciato inavvertitamente acceso di Belen. Una risata inopportuna, un po’ sguaiata. Decisamente fuori contesto.

Ho rivisto più volte quella scena e ho riscontrato una certa ilarità, proprio durante la presentazione della goffa, ma bravissima, Arisa. Qualcosa mi suggerì, già allora, che le altre due ragazze ridessero del fatto che lei non fosse nata per la passerella, che non fosse aggraziata o “splendente” come loro, che fosse inadeguata al loro concetto di esistenza.

Poi Arisa ha cantato e in questo caso è la risata ad esser stata seppellita.

Dico questo perché ogni tanto, nella nostra vita, ci si ritrova sempre di fronte a una scalinata che si ha paura di percorrere, perché ci hanno insegnato ad aver paura di cadere e di diventare ridicoli di fronte a tutto il mondo.

Perché alcuni di noi non avranno mai la dignità di una farfalla tatuata. Però, forse, magari si trovano addosso una bella voce, o delle cose da dire, o un grande senso di tenerezza e una tragica nostalgia.

Perché qualcuno riderà sempre di noi. Perché non siamo all’altezza della vanità di quel qualcuno.

Dico questo perché nella vita ci capiterà, almeno una volta, di sentirci un po’ più Arisa che Belen. E a me succede spesso, soprattutto da qualche tempo a questa parte.

E in questi momenti, non mi rimane altro che fare una cosa, e una soltanto. Cantare.

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Una risposta che in fondo non c’è

 

«Lo stomaco ha resistito anche se non vuol mangiare
ma c’è il dolore che sale che sa e e fa male
arriva al cuore lo vuole picchiare più forte di me.
Prosegue nella sua corsa si prende quello che resta
ed in un attimo esplode e mi scoppia la testa
vorrebbe una risposta ma in fondo risposta non c’è.
E sale e scende dagli occhi il sole adesso dov’è
mentre il dolore sul foglio è seduto qui accanto a me
che le parole nell’aria sono parole a metà
ma queste sono già scritte e il tempo non passerà.

Ma quando arriva la notte, la notte e resto sola con me
la testa parte e va in giro in cerca dei suoi perché
né vincitori né vinti si esce sconfitti a metà
la vita può allontanarci, l’amore poi continuerà.»

***

Niente ha raccontato meglio questi ultimi tre anni e mezzo, al calar della sera. E come nella canzone, nella sua parte finale, il sentimento è passato. La vita, invece, è continuata. Direi che va bene. No?

P.S.: la parte suonata col violino è una delle cose migliori che ci possano capitare. Ascoltate bene. E sia estasi. E una carezza di lacrime.

Vorrei avesse vinto Carlo

 

Il festival è finito e per me dovevano vincere Arisa e Celeste Gaia.

La prima, perché la sua canzone ha raccontato le mie notti negli ultimi tre anni e mezzo.
La seconda perché è semplicemente matta, non-sense, bionda, svampita. E perché canta in modo delizioso.

A quest’ultima dico: non preoccuparti, se sei stata sbattuta fuori a primo giro è solo buon segno. Ti faccio due nomi soltanto: Vasco Rossi e Carmen Consoli. Stessa sorte. Magari lo stesso futuro?

Secondo poi: forse non lo sai ancora, ma sei entrata nel cuore di milioni di gay e lesbiche in tutta Italia. Anche quelli più improbabili, quando si incontrano mettono avanti la mano e si salutano dicendo “Carlo”.

Insomma Celeste, sei na frociara! Di fatto sei famosa. Molto più di qualsiasi bimbominkia da reality pronto a conquistare l’Ariston per poi cadere nel più cupo oblio.

Michelle non ride

Il copione è sempre quello. Qualcuno/a di noi, gay, lesbica, transessuale, decide di vivere la propria vita nell’unico modo che conosce: starci dentro. E starci dentro significa andare in giro per strada, a ballare, al ristorante, per negozi.

Qualcuno è più appariscente. Qualcuno più effeminato. Altri si confondono nel mucchio, e li riconosci perché in quell’apparente normalità c’è un bacio di troppo o un mano nella mano che non prevede due individui dello stesso sesso.

E allora il sistema va in crisi e produce: sorpresa, ilarità, nausea, sgomento, violenza, ira, legnate. Uno alla volta o tutto insieme.

E così è successo per san Valentino a Catania. Lei si chiama Michelle Santamaria. È una transessuale, il suo percorso la porta ad essere, forse anche per scelta, maschile. È, pure, una persona, un essere umano. Chi l’ha aggredita, con calci e pugni, e poi l’ha messa in fuga di fronte al bagliore dei propri coltelli non la pensava allo stesso modo.

Un sentito grazie va non solo agli aggressori, ma anche ai titolari del locale dove si è consumata l’aggressione. Pare che la titolare abbia omesso i dovuti soccorsi. Ma di questo risponderà davanti al tribunale competente. Arcigay Catania, intanto, mette a disposizione i suoi legali, nell’assistenza alla ragazza, e si costituirà parte civile nel processo.

Scrivo questo post mentre tra i commenti riguardo allo spettacolo pietoso consumato a Sanremo, nelle sere precedenti, molta gente – la maggioranza eterosessuale, di cultura cattolica e di sesso maschile – rimprovera me e i miei compagni di essere poco inclini al ridere su di noi.

Forse sono un po’ intransigente su questa cosa, ma viviamo in un paese in cui la categoria gay è discriminata sul lavoro, sugli affetti, nelle scuole, negli ospedali. Eccetera.

Se arriva il coglione di turno a far ridere la maggioranza (senza problemi) di tutto questo, mettendoci davanti una rappresentazione anche abbastanza offensiva, non sono io a trovare il tutto ben poco divertente. È il complesso delle cose a esserlo.

Facciamo così, mettiamo sullo stesso piano giuridico minoranze e maggioranza, poi ne riparliamo. Ci state?

Perché i Soliti Idioti sui gay sono stati offensivi

Ci risiamo. Succede un po’ nella vita di tutti i giorni, un po’ qui in queste pagine. Non appena ci si lamenta di fronte a un atteggiamento ritenuto poco carino o offensivo nei confronti dei gay, arriva sempre qualcuno con la pretesa che chi denuncia mente o ha torto, a prescindere, mentre il comportamento denunciato è indiscutibilmente sano e corretto.

Ho sentito qualche amico, anche gay, dirmi, in merito all’esibizione dell’altra sera dei Soliti Idioti, «ma che male c’è?».

Premetto una cosa fondamentale: criticare e fare satira su certi atteggiamenti di specifici personaggi gay a me va benissimo. Così come ironizzare su alcuni aspetti legati all’omosessualità. Poi, una cosa è sorridere, in un ambito in cui non si stigmatizza un comportamento o una condizione, un’altra cosa è irridere e sbeffeggiare.

La stessa differenza che può esserci, in altre parole, su un prodotto come Will & Grace e la solita barzelletta sui froci che comprano il salame intero perché il loro culo non è un salvadanaio. Non so se è chiaro il discrimine.

Tornando ai nostri solidi Idioti: sapete perché quello sketch è volgare e offensivo?

Cominciamo dall’incipit. Il personaggio a un certo punto dice, con un certo disappunto:

Come mai che quest’anno a Sanremo non c’è nessuna canzone sugli omosessuali?

Si lascia così intendere che il mondo gay esiga che si parli di sé: quante volte è successo che qualsiasi associazione o personaggio gay abbia fatto una richiesta simile? Chi ne ha memoria, alzi la mano.

In realtà ciò che si chiede è, semmai, proprio il diritto all’indifferenza. Nessuno, infatti, pretende che ci siano canzoni a tematica gay a Sanremo, semmai si spera che quando certi argomenti si trattano – vedi il caso Povia – lo si faccia con un minimo di cognizione di causa.

Il numero intanto prosegue con una serie di battute poco felici per la loro vena cominca intrinseca, mentre uno dei due dimostra di avere una spiccata dipendenza da iPhone – senza nemmeno saperlo usare, visto che si fotografa senza rivolgere a sé l’obiettivo sullo schermo (vogliamo usare uno stereotipo? Bene, un gay non commetterebbe mai un simile errore) – fino a quando emergono altri particolari poco edificanti della rappresentazione dei due gay.

Innanzi tutto, la pretesa di omosessualizzare il mondo: Fabio, per dimostrare a Morandi che la società è popolata da gay, pretende che il pubblico faccia in blocco coming out. Poi, quando si rende conto che è minoranza, grida al complotto omofobo.

C’è pure un vago riferimento alla politica e alla vicenda Giovanardi, ma è sbiadito, poco accennato, il pubblico non lo coglie nemmeno.

Si continua, ancora, con la ridicolizzazione del matrimonio. I due gay lì presenti sono rappresentati come persone superficiali, che sottovalutano l’importanza del sentimento e dell’istituzione matrimoniale. L’altro Fabio, alla proposta di prender marito, risponde con un “non lo so”. Morandi, quando “coniuga” i due, dice loro «vi dichiaro marito e non lo so». Si ricalca, così, uno stigma sociale che deprezza (e disprezza) il sentimento tra due persone dello stesso sesso. Non si è in grado di dire nemmeno “marito e marito”. Che, guarda caso, è il fine della lotta per l’allargamento del matrimonio a gay e lesbiche.

Quindi comincia la canzone e qui si viene sottoposti a una messe di cliché offensivi per più di una categoria sociale. Esser omosessuali è come «esser donna senza il ciclo mestruale», per cui si ripropone l’equazione gay/femmina e, in una società maschilista, sappiamo quanto valore possa avere un accostamento simile. Le donne, ovviamente, ringraziano.

Si accenna al fatto che le coppie gay vogliono un figlio, che sia ovviamente omosessuale, «un po’ sano un po’ normale». Un po’ appunto. Il lato nero della luna in cui sono apposti i termini “salute” e “normalità” rievoca, di contro, parole infelicissime di malattia e anomalia. Altri due elementi che, nell’immaginario comune, rappresentano l’esser gay nell’Italia del 2012.

Quindi si arriva al seguente verso:

E tu che ti vanti di essere normale, intransigente nella tua scelta genitale…prima o poi lo sai c’è un dubbio che ti assale, sarò mica omosessuale?

Tradotto: tu che sei come dovresti essere, prima o poi potrebbe capitare di non esserlo più, di essere “non normale”. Di essere, cioè, gay. E l’opposizione gay/etero si gioca tutta sulla sfera sessuale: si parla di “scelte”, per di più “genitali”. Ciò che distingue le due categorie, cioè, non è l’affettività bensì l’uso del pene e qualcos’altro. Essere gay o meno è una questione di direzione del pene, un tiro al bersaglio che può colpire un centro piuttosto di un altro: o vagina o ano. E anche gli etero, almeno i più consapevoli, ringraziano, a questo giro.

Mi si dirà (e mi si è detto): è un tentativo di prendere in giro un certo modo di rappresentare l’omosessualità. Ecco, appunto. Perché c’è questa esigenza di ridicolizzare una categoria che già deve scontrarsi, quotidianamente, con aggressioni fisiche e verbali, leggi non approvate, negazione dello stato di diritto, dichiarazioni omofobe e via discorrendo?

Secondo poi, questo spettacolo (indecoroso) ha abbattuto i pregiudizi o li ha alimentati?

A tal proposito, vi faccio notare una cosa: avete fatto caso che, quando Fabio invita a dichiararsi pubblicamente, la parola omosessuale è ripetuta solo dalla componente femminile della platea?

E adesso chiedo, ai difensori dei due, se questo non significa nulla.
Per me è fin troppo chiaro.

E a Sanremo i Soliti Idioti ci fanno rimpiangere Povia

L’attuale edizione del Festival della Canzone Italiana non andrebbe ricordata solo per le prediche di Celentano e le sue invettive contro la stampa cattolica, il fatto che #coprofagia sia un trend di Twitter che fa il paio con #sanremo, la bruttezza proverbiale della quasi totalità delle canzoni (mai come quest’anno), Irene Fornaciari che fa work out sul palco dell’Ariston e dell’ormai leggendaria passera al vento di Belen Rodriguez (anche se un microtanga in realtà c’era).

C’è di peggio, anche se si stenta a crederlo: i Soliti Idioti.

Per capirne la portata comico-culturale dobbiamo ricordare, anzi tutto, quanto segue: nell’Italia non ancora deberlusconizzata la giusta dose di trivialità, allusioni sessuali, luoghi comuni cavalcati e l’uso di parole chiave quali “culo” e “cazzo”, pagano ancora e pagano bene. I due lo hanno capito e infatti sono famosi. Peccato che il loro talento finisca qui. Tutto il resto è tedio. Per chi ascolta, per chi paga il canone, per chi è gay.

Perché? Parliamo della performance sulla coppia di omosessuali presentata sul palco, ieri sera.

Tralasciamo gli aspetti legati alla comicità dell’intervento, tali da prevedere un intero ciclo di puntate di Chi l’ha visto?, magari in versione reality.
Tralasciamo pure la sequela di stereotipi spiattellati di fronte a milioni di italiani che, per l’ennesima volta, riprodurranno l’equazione gay/coglione, senza capire che su quel palco, ieri, a mancare erano proprio i gay.
Tralasciamo, infine, la sequela di “ma perché”, di “mai più” e di “porca troia”, non importa se mentali o verbalizzati, che i puri di cuore hanno lanciato verso lo schermo del televisore.

Rimane il dramma di una TV di Stato (che per altro manda quelle immagini in Eurovisione) ancora bisognosa di espedienti da bimbominkia anni ottanta per fidelizzare un pubblico di decerebrati. O, per lo meno, così mamma Rai tratta i suoi spettatori.

E siccome al peggio non c’è mai fine, dopo il bacio “gay” tra uno di loro e Morandi, quest’ultimo ha esordito con un «non ho niente contro gli omosessuali, ma preferivo Belen». Come a dire: ok i froci esistono ma ad ogni modo viva la figa.

Per fortuna, il popolo di Twitter ha reagito, dimostrando che qualche italiano che non merita il meteorite esiste.
Tra i post più interessanti:

Paola Minaccioni: Soliti Idioti. L’ultima frontiera della comicità , il futuro è nel pernacchione.

contechristino: Finché non si sradica questa concezione secondo cui amare la figa è, per non so quale legge, condizione superiore o migliore non ne usciamo.

Dabliu: State rimpiangendo Povia eh.

Se poi volete proprio la riprova che Francesco Mandelli e Fabrizio Biggio (questi i nomi) hanno sostituito egregiamente la Dolce Euchessina, vi ricordo che Morandi ha detto loro “bravissimi”  – come a chiunque sul palco e la merda non c’entra, lo giuro – e pure il solito, immenso e omofobo Mario Adinolfi, quello con la stessa tensione intellettuale dell’autore di Luca era gay, lo charme di Giovanardi, e politicamente utile come Carmen Russo,ha pubblicamente apprezzato.

Questo numero in buona sostanza ci ha fatto capire il ruolo che la natura ha previsto per Svastichella, se solo il caso, a volte, non fosse così cieco o “intelligente” come un attacco della NATO in Libia. E magari i due simpaticoni di MTV – senza augurare loro nessun male, ma la presa di coscienza che mai pseudonimo d’arte al momento della scelta era pronto a dare un senso nuovo alla locuzione latina nomen/omen – si renderanno conto, un giorno, che sketch come il loro stanno alla base di tanta omofobia di cui andiamo fieri nel mondo. In prima serata, magari, sualla rete ammiraglia del servizio pubblico.

Dio non voglia, o chi per lui, che la loro “ironia” non produca altri danni, nel frattempo.

Vietato dire di chiudere i giornali?

Due cose veloci su Celentano a Sanremo.

La prima: avrà detto delle boiate sulla sovranità popolare, ok. Non capisco, però, la rabbia, il dileggio e la veemenza di quelli che gli si sono scagliati addosso. Li trovate tutti su Twitter. Se una cosa è vera, non è che se la urlate diventa più credibile, eh! Per altro, posso garantirvi che fa più danno un Benigni che dice che prima del cristianesimo non il mondo non conosceva il concetto di pietà. Ma lì nessuno ha avuto da ridire. Poi vabbè, i più feroci sono stati i militanti del pd, e secondo me perché il cantante ha citato Di Pietro di fronte a una platea di quattordici milioni di persone e non Bersani. Invidiose…

La seconda: per me si può dire che un giornale gestito da religiosi “deve” chiudere. Per me, ad esempio, quella che passa su Avvenire o Famiglia Cristiana, infatti, non è informazione, semmai è integralismo. Se dico che per me immondizia del genere “deve” chiudere non significa che auspichi il nazismo e la deportazione di don Sciortino. Semmai spero di non leggere più certe cose.

Per Celentano devono chiudere per altre ragioni. Giusto, sbagliato? La libertà di parola gli permette di dirlo. O vale solo quando qualche prete o politico può dire che è giusto disprezzare pubblicamente i froci? (Lì non vi scandalizzate, eh?). Poi gli si può sempre rispondere: non ti piacciono quei giornali? Benissimo, non comprarli!

Spirito liberale: quella cosa che in un’Italia cresciuta tra eredi del fascismo, del comunismo e della DC stenta a decollare.

Morale: vogliamo criticare Celentano? Facciamolo partendo da basi reali e solide. Altrimenti, cari amici dall’indignazione facile, ma solo quando piace a voi, non siete poi tanto diversi. Ve lo garantisco.

Sanremo 2010: il ritorno di Hannibal Lecter

Ok, ditemi pure che sto invecchiando, che a volte sento pure l’esigenza di parlare di cose leggere e che sono a corto di argomenti. Ma Sanremo è arrivato e io non posso trattenermi dal parlarne. Ovviamente male. A tal proposito, visto che si tratta della prima serata mi limiterò al seguente elenco. E non perché gli altri cantanti non meritino attenzione, ma più semplicemente perché non sono abbastanza masochista.

Irene Grandi: non so voi, ma mentre cantava pensavo a Bruci la città. E al fatto che il suo stile sembrava quello di Simona Ventura. Stella in piena decadenza? Domanda più che lecita.
Valerio Scanu: leggi il nome e pensi “e questo chi cazzo è?”. Ma subito dopo viene pronunciata la formula magica – Amici di Maria De Filippi – e  un  senso di rassicurante tristezza pervade il tuo animo.
Toto Cutugno: si lamenta sempre che arriva secondo. Quest’anno l’han fatto fuori a prima serata. Dovrebbe esserne contento.
Arisa: l’anno scorso l’ho amata. Quest’anno rischia di rimanere schiacciata da se stessa e dal personaggio che si è cucita addosso. Può sempre sperare nell’italica incompetenza e passarla liscia. Ma, per quel che mi riguarda, non convince, per adesso.
Marco Mengoni: il ragazzo c’è. La voce pure. Ed è pure un gran fico. Gli mancano, tuttavia, la canzone, un parrucchiere decente e un buon amico che lo dissuada a vestire come Sue Ellen il giorno in cui viene arrestata proprio in quella puntata di Dallas.
Malika Ayane: per carità, è brava. Peccato che sembra che abbia ingoiato un iPod che manda a manetta la discografia completa di Dolores O’Riordan.
Povia: Arcigay ce lo ha insegnato e bene. Basta non cagarlo di striscio per farlo passare per quello che è. Una mediocre comparsata sanremese. Lo avesse capito anche Mancuso, l’anno scorso, sarebbe stata ottima cosa.
Pupo & Emanuele Filiberto: il principe ci prova a riciclare il suo personaggio. Fallendo. Qualcuno lo salvi. Da se stesso, da una delle canzoni più brutte della storia dell’universo e dalle cacofoniche prestazioni di Pupo e da una figura di merda in Eurovisione. Ah, per la cronaca: il tenore ci sta come un pugno nel sonno.
Simone Cristicchi: si muove sulla stessa scia filosofica di Vorrei cantare come Biagio Antonacci. E vorrebbe pure spacciarsi per un tipo originale. Mah!

In tutto questo va fatto notare che la Clerici ha tenuto bene il palcoscenico più difficile d’Italia. Piccola nota di gossip: le malelingue riferiscono che Bigazzi le abbia chiesto asilo televisivo dopo il suo esilio da La prova del cuoco. Privilegio che gli è stato negato dalla direzione RAI quando il vecchio divoratore di felini ha cominciato a parlare di Morgan accostandolo a un piatto di fave e a un buon Chianti…

La sensibilità dei cattolici

Mi sembra più che logico.

Morgan ha dichiarato, tanto per fare il poeta maledetto de noantri, che fuma cocaina. E lì tutti a scandalizzarsi – soprattutto dentro certe famiglie politiche – e a metterlo in croce al punto tale che lo hanno esiliato addirittura da Sanremo (a quanto pare gli effetti della droga non sempre sono del tutto nefasti) e fatto passare per Bruno Vespa (…come non detto: la droga fa veramente schifo) con tanto di predica dell’immancabile don Mazzi.

Poi apri il giornale e leggi che, per l’ennesima volta, nella scuola cattolica di turno i soliti preti hanno procurato «abusi sessuali sugli studenti, pressioni per sedute di masturbazione, stupri segreti nei sotterranei degli istituti». Questa volta in Germania. Dopo Stati Uniti, Irlanda e così di seguito. Nessuno scandalo all’interno delle famiglie politiche di cui evidentemente più preoccupate per i destini del presentatore di X-Factor che a svicolare la loro immagine di fedeli serve di un’organizzazione che ammette episodi siffatti.

Coerenza vuole dunque che, al pari di Morgan, una società attenta ai bisogni e alla salute dei nostri giovani, in qualsiasi paese del mondo, allontani dalle scuole pure i preti. No?