Contro il sacrificio (su scuola e dintorni)

Puntuale, come ogni anno, arrivano le chiamate dalle scuole. E come sempre – grazie ai tagli dei ministri dell’istruzione che hanno preceduto quella attuale, per la quale la scuola è niente più niente meno che un’entità degna al massimo di elemosina (si veda l’immagine, più in basso) – verrò costretto a lavorare alle scuole medie, dove la mia professionalità, ottenuta con un master e un dottorato, oltre che con una scuola di specializzazione abilitante, per cui ho fatto sborsare ai miei ben 2500 euro, verranno penalizzate per un tipo di lavoro che non mi realizza ma che devo accettare.

Mi si chiede: “perché devi accettarlo? Nessuno ti costringe”. Chi fa un’affermazione del genere è in malafede o non sa come funzionano le cose del mondo reale. Perché io non vivo a casa dei miei genitori e a fine mese devo pagare le bollette, mentre entro il cinque di ogni mese devo versare la mia quota di affitto per un appartamento che da solo mi costerebbe quanto quasi un intero stipendio.

Mi si dice: “anzi, dovresti ringraziare per il lavoro che hai”. E io penso che chi crede davvero una cosa siffatta non abbia ben chiaro il concetto di dignità, perché il lavoro per la nostra Costituzione è un diritto, non un dovere – infatti nessuno ti obbliga a lavorare per legge, ma devi appunto farlo e allora lo Stato garantisce questa condizione attraverso un insieme di tutele – e se passa questa filosofia che per qualsiasi cosa ci danno dobbiamo chinare il capo e rendere grazia, non stiamo facendo altro che permettere che un domani, proprio per questa condotta mentale, le condizioni lavorative diventino sempre peggiore: magari si verrà pure pagati di meno e sempre con minori garanzie. Ma vuoi mettere? È già tanto tutto il resto. Per voi, forse. Per me no.

carrozza

Mi si accusa: “sei infantile e non hai spirito di sacrificio”. Ebbene, io penso che il sacrificio sia una delle tante puttanate della cultura cristiana. La dignità si ottiene con la realizzazione, altrimenti è sopravvivenza fine a se stessa.

Ergo: se le condizioni saranno per me favorevoli, accetterò questo ennesimo incarico, visto che lo Stato mi mette con le spalle al muro. Dopo di che, se ulteriori opportunità lo consentiranno – perché in tutto questo sto cercando un piano di fuga – proseguirò per la mia strada. E senza dire grazie a nessuno. Cercherò di utilizzare il sistema, come lui cerca di sfruttare me. Ed è una lotta impari. Ma non è inducendo al silenzio chi si oppone a queste ingiustizie che si ottiene un miglioramento collettivo.

E ricordiamolo sempre: la prima forma di ribellione è sempre verbale. E sempre un no!, vibrante e ringhioso che diciamo a un super io collettivo che ci vuole remissivi.

Infine, giusto per esser chiari: io non considero il mestiere di insegnante alla scuola media come un lavoraccio di serie B. Anzi, ho stima profondissima per i miei colleghi e le mie colleghe che affrontano questo lavoro con professionalità e coraggio. Dico un’altra cosa: non è questo il mio percorso e sono costretto dai fatti e dalle contingenze a sottostare a uno stato di cose che mi rende non realizzato. Questo critico e lo farò sempre. Anche se qualcuno, forse incapace di fare i conti con la propria insoddisfazione, bollerà questa mia rabbia come immaturità e ingratitudine. Le mie ragioni, su questo, le ho già esposte e credo fermamente nella loro giustezza.

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Senza sangue

La disponibilità va bene.
Il sacrificio, dipende…
Il martirio, mai!

Dai discorsi con Frenky, davanti a una tazza di tè verde e una colazione tardiva.
Perché la gente, ci siamo poi detti, passa una vita intera a cercarsi, a tentare di trovarsi, ad abbattere la punizione di quegli dèi, poi definitivamente estinti, che ci tagliuzzarono in due, per farci capire l’importanza dell’uno. L’impronta del tutto.

Eppure pare che non abbiamo imparato la lezione.

Indispettiti, riteniamo un nostro diritto tornare allo stato primigenio. Ma poniamo fili spinati e mine antiuomo, tra noi e la felicità. Non riusciamo a trovare le parole, quando è necessario pronunciarle. Le usiamo a sproposito, quando è il momento di respirare. E basta.

Ci diamo la colpa del nostro bisogno di amore. E non riusciamo a chiederlo, quando è arrivato il momento di lasciare all’oblio ogni cicatrice. Ne riapriamo di nuove, senza alcun bisogno effettivo.

Diamo il potere, agli altri, di decidere della nostra infelicità. E non ci accorgiamo che stiamo solo intingendo la penna altrui nell’inchiostro del nostro destino.

Quando alla fine sarebbe tutto molto più semplice. Uno sguardo pulito. Un desiderio sincero. La disponibilità di esserci. Senza sacrifici pretesi. Senza martirio, senza sangue. Eppure.

Ma Harry Potter non è per nulla cristiano

Mi è arrivato un invito per partecipare, tra qualche giorno, alla presentazione del libro Il vangelo secondo Harry Potter, di Peter Ciaccio.

Si legge, nella pagina Facebook dell’evento:

Benché diversi credenti, e non solo, considerino il ciclo di Harry Potter un veicolo di modelli negativi, se non addirittura satanici, molti altri vi trovano invece, tra le altre, significative tracce della cultura ebraico-cristiana.

E ancora:

Peter Ciaccio propone così una lettura che mette in luce i parallelismi tra il mondo della teologia, quello della fantasia e quello reale, evidenziando molte questioni chiave della vita umana e della fede cristiana…

Personalmente trovo irritante il dover ricondurre ogni aspetto della vita a una dimensione religiosa. Forse Harry Potter è solo una storia umana che parla di sentimenti umani. E forse bisognerebbe cominciare a considerare l’ipotesi, tutta laica e scientifica, che questo sia possibile anche senza l’intenzione di qual si voglia divinità.

E in questo starebbe la grandezza dell’uomo: il sacrificio (tema centrale del romanzo della Rowling) per il bene altrui senza la necessità di una ricompensa finale, che, invece, è l’unico motore delle religioni, sempre opportunistiche.