Cattolici e legge antiomofobia: Scalfarotto ci deve delle spiegazioni

Gaynews.it, il sito di Franco Grillini, ha pubblicato una lettera che diversi rappresentanti del mondo cattolico eletti in Parlamento hanno scritto al direttore dell’Avvenire in merito alla cosiddetta legge contro l’omo-transfobia. Vi invito caldamente a leggerla, riportando qui di seguito un passo che mi sembra cruciale:

Grazie a un lavoro costante e fattivo, necessariamente lontano dai riflettori per non pregiudicarne l’efficacia, cui si è dedicato un ampio fronte cattolico in diversi schieramenti presente in Parlamento, la proposta di legge che è giunta in aula è molto diversa da quella che era stata inizialmente presentata. [...] Sono infatti cadute molte definizioni che rendevano inaccettabile il testo, non solo, ma grazie a questo lavoro fatto di dialogo attento e operoso, i relatori – cui va riconosciuta una notevole disponibilità – stanno lavorando su ulteriori emendamenti che, se accolti in aula, consentiranno la netta distinzione tra il reato di omofobia e la libera espressione di opinioni, evitando così proprio quei rischi inerenti i reati di opinione giustamente paventati da molti.

Credo sia fondamentale, a questo punto, fare alcune importanti considerazioni sulla svolta politica che sta prendendo questa legge, trasformata ormai in una barzelletta ad uso e consumo di una visione confessionale e fondamentalista, che ride alle spalle della società laica e della comunità LGBT.

1. Il disegno di legge originale prevedeva l’estensione dell’articolo 3 della legge Mancino, secondo la quale sarebbe stato considerato come atto omofobico anche la propaganda in chiave anti-gay. Più in generale, così come non si può stabilire la superiorità di un’etnia, di un credo, dell’appartenenza a un genere, allo stesso modo non si sarebbe più potuto propagandare che essere eterosessuali è “meglio” che essere persone LGBT.

2. Tuttavia ciò avrebbe cozzato con l’insegnamento ufficiale della chiesa, che invece ha bisogno di fomentare discriminazioni a danno della gay community, per questioni di controllo sociale. La lettera dimostra perciò l’esistenza, in un Parlamento di uno Stato laico, di un fronte cattolico solerte ed efficace il cui scopo è quello di depotenziare le norme previste per tutelare le persone omosessuali, bisessuali e transessuali di questo paese.

3. Diversi personaggi LGBT interni al Pd, quali Scalfarotto, Alicata, ecc, esultarono ai tempi in cui fu presentata la prima legge antiomofobia per la firma di Rosy Bindi. La stessa invece appare nella lettera di rassicurazioni al direttore dell’Avvenire come appartenente a quella pattuglia che insieme a personaggi quali Buttiglione e Binetti ha reso inutile il provvedimento stesso. Questo ce la dice lunga sul livello di credibilità di questo lugubre personaggio che evidentemente presso i renziani gode invece di grande credibilità istituzionale. Buono a sapersi, soprattutto in vista del futuro congresso.

4. Ivan Scalfarotto – insieme all’altro relatore, Leone, membro di un PdL, ricordiamolo, capeggiato da un criminale condannato per frode fiscale – secondo quanto scritto in quella lettera sta lavorando per rendere ancora più inefficace la legge stessa. Urgono spiegazioni dettagliate che, temo, non arriveranno.

5. Scalfarotto, così come il seguito della pattuglia renziana, sempre più nutrita di persone LGBT per altro, dovrebbe spiegarci quindi se è questa l’idea che, all’interno della loro corrente, hanno di laicità e di uguaglianza giuridica formale per tutti i cittadini e per tutte le cittadine: obbedire a una componente confessionale transpartitica al fine di mantenere forme di discriminazione tra esseri umani visti come peccatori. Se fosse possibile, tale spiegazione dovrebbe arrivare tramite dichiarazioni chiare e semplici e non col solito politichese per cui si ribadiscono concetti evidenti agli occhi dei più solo per renderli più credibili al cospetto delle loro coscienze.

Concludendo: fa male vedere tutto questo. Speravo che il “nuovo” parlamento, il più giovane e il più rosa della storia della repubblica, fosse diverso dai precedenti, ostaggi dei ricatti delle sfere religiose. Evidentemente la presenza di categorie ritenute tradizionalmente “migliori” – quali donne, giovani e gay – non è garanzia di progresso civile, se dietro al presunto rinnovamento non c’è anche un progetto politico degno di questo nome. Un progetto, magari, ispirato ai principi di quell’uguaglianza reale ed effettiva che solo la laicità può garantire a chiunque.

Principi al momento traditi dalla triste piega che ha preso la legge contro l’omo-transfobia, a partire dai suoi stessi relatori.

Gay di larghe intese e altre catastrofi

Militanti gay che aspirano a entrare in Parlamento, costi quel che costi.
E molto spesso il prezzo da pagare è quello a discapito dei nostri diritti.
Politici gay che poi sono solo politicanti comuni.
Politici che nascono sotto l’arcobaleno e poi, una volta eletti, lo abbandonano per il grigiore delle larghe intese.
Attivisti gay di vent’anni vecchi come burocrati in voga negli anni ’70.
Attivisti gay di vent’anni la cui massima aspirazione è quella di entrare in una segreteria. Una qualsiasi.
I “soliti noti” gay che si attaccano alla gonna (e al portafogli) del “solito noto” politico.
I gay del Pd. Non tutti, ok. Ma a quanto pare molti, purtroppo.
E i gay padovani – e non solo – che difendono a spada tratta Rosy Bindi. Solo per fare un nome.

Capite perché non arriveremo mai da nessuna parte?

L’errore politico di invitare Bindi a Padova

20130710-110656.jpg“Voglio essere trattato come qualsiasi cittadino.”
“È per gente come te che non otterrete mai nulla, voi gay!”

Questa la sintesi di una discussione avuta ieri su Facebook quando mi chiedevo che senso avesse invitare personaggi discutibili come Rosy Bindi in una piazza gay, gestita da associazioni di settore, che così facendo vanificano la credibilità della loro azione politica in merito alla questione LGBT.

Sia ben chiaro, io credo che il confronto con l’avversario sia fondamentale, sia per destrutturare pregiudizi, sia per arricchire il dibattito politico. Credo tuttavia che questo debba avvenire in spazi terzi. Faccio parte di Arcigay Catania e del Mieli di Roma. Non avrei nessun problema a sostenere un testa a testa con un Giovanardi qualsiasi. Ma non lo inviterei mai a casa mia, perché così facendo avallerei il pensiero di chi mi considera titolare di diritti minori.

Alcuni interlocutori intervenuti su questa riflessione insistevano sulla necessità democratica di un confronto aperto. Ho fatto notar loro che un’associazione per i diritti dei migranti non inviterebbe mai chi auspica rimpatri forzati, per non dire peggio.

E quando la discussione si è estesa ai diritti è emerso che noi, in quanto gay, dobbiamo aspettare. Perché il tutto e subito è un capriccio. Peccato che quando si è dato il voto alle donne, per fare un solo esempio, dopo secoli di discriminazione il tutto coincise col subito. Non si è aperto quel diritto prima alle amministrative e poi alle politiche.

Rosy Bindi è stata invitata per leggere una pagina sul libro di Serena Dandini sul femminicidio. Mi chiedo, ancora, a quale titolo.

Mi pare si faccia portatrice di un pensiero, quello del cattolicesimo parlamentare, che non mette in discussione il patriarcato e l’eterosessismo, ingredienti primari di ogni violenza sulle donne. E brodo di coltura dell’omofobia.

È stata accolta nonostante le sue dichiarazioni sulle famiglie omogenitoriali, per le quali non ha mai chiesto scusa.

Il village di Padova, così facendo, ha dato spazio anche nella mentalità collettiva al pensiero che quegli insulti forse hanno ragion d’essere. “Il desiderio di avere figli i gay se lo devono scordare”, ricordate? Ma se nonostante queste affermazioni, tu associazione gay inviti chi non ti vuole come un qualsiasi cittadino, perché io eterosessuale dovrei pensarla diversamente?

Questo è stato l’errore politico di questo episodio. Poi ognuno può invitare chi vuole, sia ben chiaro. È un problema di coscienza e di credibilità. Ognuno ha la propria.

Marattin, l’orifizio di Vendola e la pianta dell’omofobia

Ok, diciamocela tutta: tale Luigi Marattin ha fatto una enorme cazzata – o per usare il suo linguaggio, mutuato a sua volta da quello di Vendola, ha eretto un monumento colossale di fallica forma col suo volto stampato sopra.

Per chi ancora non lo sapesse, questo signore, assessore renziano a Ferrara e in quota Pd, dopo aver sentito il governatore pugliese che decretava la sconfitta di Renzi, ha lasciato su Facebook la seguente dichiarazione:

Dubito che ci fosse, in quelle parole, un diretto attacco omofobo contro il leader di SEL. Eppure quella dichiarazione, e le altre a venire per giustificare questa caduta di stile – tra cui emerge un elogio al Don’t task, don’t tell, monumento dell’omofobia nell’esercito americano – hanno un retroterra spiccatamente omofobo.

Perché?

Innanzi tutto, l’espressione in sé richiama alla sodomia. E la sodomia, nei secoli dei secoli, non è mai stata vista come qualcosa di cui essere particolarmente fieri. Poi, e siamo pure d’accordo, noi abbiamo desemantizzato, per cui un “vaffanculo” è divenuto un insulto generico, al pari di un “va a cagare” di sgarbiana memoria o di un più elegante “va a quel paese”. Ma se volessimo fermarci alle origini, l’omofobia c’è.

In secondo luogo: in linguistica esiste una branca che fa leva sulla percezionalità del fatto linguistico. In altri termini, se io dico una cosa e quella affermazione richiama in molti una sensazione specifica, quella sensazione esiste. È il caso di alcune parole, che i dialettologi non sanno se inserire tra quelle dell’italiano o, appunto, dei dialetti. E allora un approccio percezionale ci può venire in aiuto: se per i parlanti l’uso del termine x ha valore dialettale, allora siamo dentro il dialetto.

Mutatis mutandis, ciò vale pure per le affermazioni di Marattin. Magari non perché lui abbia voluto dare questo significato, ma depositandosi su un gay, per altro già bersagliato dal fuoco degli insulti omofobi, quella dichiarazione è divenuta, sic et simpliciter, una boutade omofoba.

E sia ben chiaro, non venitemi a dire che questa è la prova provata che non si possono più attaccare i gay. Perché poi mi dovrete spiegare:

a. perché mai dovrebbero essere attaccati, i gay
b. perché non si rilancia quest’accusa ad altre categorie o minoranze.

Infatti, e siamo al terzo punto, quando parliamo di minoranze, parliamo di minority stress, ovvero il castello di accuse, discriminazioni, insulti, ecc, che si fanno ai danni di quel gruppo specifico. In base a ciò si è molto più sensibili, oggi, a non fare battute di un certo tipo su ebrei, neri, in parte sulle donne – ma solo in parte – sui portatori di handicap, gruppi religiosi e via dicendo.

In altre parole: Marattin non avrebbe usato, molto probabilmente, frasi del tipo “tornatene al tuo paese, scimmia” contro un nero, oppure un “sei roba da forno” contro un ebreo. Invitare a “dar via il culo” – e scusate l’apertura petrarchesca, ma di questo stiamo parlando grazie al nostro nuovo eroe – se applicato a un gay, pubblico e visibile, muove molte sensibilità.

Marattin questo non lo ha previsto. O non lo ha potuto (o voluto?) prevedere. Questo lo renderebbe inadatto a ricoprire una carica pubblica – se fossimo in un paese civile, va da sé – perché ha reso più fertile, e manco senza saperlo, il terreno sul quale prospera rigogliosa l’erbaccia dell’omofobia. E questo è un fatto grave, a prescindere o meno dalla sua intenzionalità.

Concludo con un ultimo consiglio a quanti, dentro il Pd – soprattutto i bersaniani – si stanno stracciando le vesti in seguito all’accaduto: vi ricordo che il vostro presidente, al secolo Rosy Bindi, dice cose anche peggiori. Non usa parolacce e immagini simili, ma è decisamente peggio. Se volete far pulizia, ed essere un minimo credibili, cominciate anche da lì.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Glielo spiego io, onorevole Bindi”

Ho scritto a Rosy Bindi:

La politica dei passi avanti portata dal suo partito non rientra nella filosofia di un avanzamento verso la piena equiparazione tra coppie sposate da una parte e coppie gay e lesbiche dall’altra. I vostri sforzi sembrano, al contrario, orientati nella direzione di fare di tutto affinché tale uguaglianza non venga raggiunta e questo non tanto per convinzioni personali o per la miseria umana che potrebbe nascondersi dietro ad esse – ogni riferimento a persone come Massimo D’Alema e Paola Binetti è voluto, sia ben chiaro – fatto grave di per sé, bensì per compiacere una casta sacerdotale che legittima la sua presenza in parlamento e da cui trae linfa elettorale per fare gli interessi non del popolo italiano, ma di uno stato straniero, il Vaticano. E questo stato, nella figura del suo massimo rappresentante, uno dei pochi monarchi assoluti ancora viventi su questo pianeta, ha già fatto sapere in più di un’occasione cosa pensa di noi persone LGBT. E ciò che pensa rientra pienamente nella definizione che l’UE dà di omofobia.

Il resto, potete leggerlo e commentarlo su Gay’s Anatomy.

La bellezza di Rosy

La notizia: Cathy La Torre, consigliere comunale e capogruppo di SEL a Bologna, commenta così, su Facebook, la querelle Bindi-Vendola sul matrimonio egualitario

Ma perchè l’affermazione di Nichi Vendola che chiede il diritto di sposare chi ama desta tanto scalpore?! Fosse stata Rosi Bindi a dire mi voglio sposare avrei capito tanto stupore!!!

Adesso, lasciando stare l’uso creativo della punteggiatura, che sul social network se vogliamo ci sta pure, la cosa che colpisce davvero è la reazione sdegnata dei soliti solidali del Pd che bollano l’affermazione di La Torre come “gaffe” e “battuta infelice”. L’esponente di SEL, visto il clamore, sente di giustificarsi dichiarando

«Le mie presunte gaffe chiedono una precisazione: Rosy Bindi ha annunciato di aver rinunciato alla propria vita sentimentale e sessuale molti anni fa e lo ha fatto a mezzo stampa (rendendo pubblici aspetti molto personali) dunque il mio stupore sarebbe nello scoprire che ha cambiato idea al punto di volersi sposare! Capisco che le battute sono interpretabili ma perché le interpretazioni tendono troppo spesso alla malizia?»

Semplicemente perché dentro il Pd, con ogni evidenza, si è sensibili a due aspetti abbastanza evidenti:

1. l’impossibilità di criticare i loro capi o di fare ironia su essi
2. la consapevolezza della mancata avvenenza del personaggio in questione.

Adesso, io sono pure d’accordo che non bisogna attaccare chicchessia per le sue caratteristiche fisiche – ma cominciassero a farlo, anche a sinistra, sul proprio linguaggio, che ha dato per anni del “nano” a Berlusconi, se proprio vogliamo essere del tutto coerenti, o del “sugna” a De Michelis e via discorrendo – ma se ad ogni obiezione che si indirizza a Bindi subito i suoi sostenitori fanno un’equazione con la sua condizione estetica, forse il problema sta nelle menti di questi ultimi. No?

Con la situazione, tragica e pirandelliana, che per difendere Bindi da attacchi di tipo “berlusconiano” non si fa altro che rimarcare quella situazione, anche quando nessuno l’ha messa sul piatto dell’agone politico. Che dire, complimenti, davvero. Campioni anche in quello.

Se poi gli stessi fautori dello scandalo si accorgessero che la loro paladina riesce a essere molto più violenta con oppositori politici e, soprattutto, contro la componente gay del suo partito e del paese – immaginate il casino, se un politico di qualsiasi partito avesse intimato agli ebrei o ai neri di lasciare il paese per divergenze d’opinione? – saremmo tutti un gradino più avanti sul piano della civiltà. E invece.

 

Renzi contro il matrimonio gay? Come il resto del suo partito

Nelle ultime ore leggo scandalo, sconcerto e costernazione per le ultime dichiarazioni del sindaco di Firenze, Matteo Renzi, che si dichiara contrario al matrimonio egualitario e si limita a concedere una partnership all’italiana – cioè i DiCo – perché, a sentir lui, il vero problema del matrimonio ai gay sarebbero i figli e le adozioni.

Renzi ignora che in Italia ci sono ben centomila bambini figli di coppie omogenitoriali o di un genitore gay (avuto da precedente relazione etero o adottato all’estero o figlio di coniuge/partner straniero). I figli, se non fosse ben chiaro, siamo in grado di averli, esattamente come gli eterosessuali. Semmai è lo Stato a non essere in grado di tutelarli e una legge sul matrimonio avrebbe come conseguenza quella di rendere più sicura la vita di questi centomila – ma la cifra è destinata ad aumentare – bambini.

E stiamo parlando di uno Stato che si fa condizionare da una religione che ammette – e in certi casi auspica pure – che vi siano differenze di trattamento tra cittadini/e eterosessuali e non. Il credo di una chiesa che accetta che all’estero si possa condannare a morte o mandare in galera un essere umano perché gay o lesbica.

A tale religione appartiene pure Renzi e, per dirla tutta, la stessa è quella i cui sommi sacerdoti dettano l’agenda politica al partito del sindaco di Firenze in questioni quali testamento biologico, divorzio breve, ricerca sulle staminali, fecondazione assistita e, guarda un po’, matrimonio egualitario e diritti civili.

Renzi ha espresso lo stesso no al matrimonio tra persone dello stesso sesso, che a suo tempo fu dichiarato da Rosy Bindi – meglio che un bambino cresca in Africa e non come un disadattato tra due gay – e che trova ostili altri maggiorenti quali Bersani, D’Alema, Veltroni, Franceschini, Letta, Fioroni ecc. Non ho ben capito di cosa vi stupite.

Se invece la cosa vi scandalizza davvero, potete semplicemente smettere di votare e/o militare per il partito di questa gente qui. Democrazia significa poter scegliere e partecipare al cambiamento anche altrove, non solo dentro il convento di rinnegati che è diventato l’ex PCI dopo l’innesto del cervello della ex DC.

Martini comunque era omofobo. Poi, pace all’anima sua

Il commento più sensato che fino ad ora ho trovato in rete lo ha fatto Paolo Pedote, autore di una pregevole Storia dell’omofobia, edita da Odoya. Queste le sue sue parole, testuali:

Detto proprio fuori dai denti, vedere tutti questi omosessuali devoti così addolorati per il cardinal Martini, non è proprio un gran bello spettacolo, eh? Non c’è niente da fare: moriremo di Vaticano.

Carlo Maria Martini è riconosciuto come uomo del dialogo, come vescovo progressista – sebbene lui stesso smentì questa etichettatura, definendosi, invece, conservatore – come interlocutore privilegiato dentro una chiesa che lo vedeva con sospetto. Eppure, non basta esser (finti) avversari di Ratzinger per essere persone di cui potersi fidare.

Ho comprato, tempo fa, un volumetto curato da Ignazio Marino, del Pd, e scritto in coppia con il cardinale in questione, Credere e conoscere, edito da Einaudi.

Le posizioni di Martini sull’omosessualità sono le seguenti:

Personalmente credo che Dio ci ha creato uomo e donna e che perciò la dottrina morale tradizionale conserva delle buone ragioni su questo punto. [...] Sono pronto ad ammettere il valore di una amicizia duratura e fedele tra due persone dello stesso sesso. [...] Se viene intesa anche come donazione sessuale, non può allora, mi sembra, venire eretta a modello di vita come può esserlo una famiglia riuscita. Quest’ultima ha una grande e incontestata utilità sociale. Altri modelli di vita non lo possono essere alla stessa maniera e soprattutto non vanno esibiti in modo da offendere le convinzioni di molti. (pp. 48-49)

Ancora, sul riconoscimento di una legislazione ad hoc sulle coppie gay e lesbiche:

Io ritengo che la famiglia vada difesa perché è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondamentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. [...] Io penso che la coppia omosessuale, in quanto tale, non potrà mai essere equiparata in tutto al matrimonio (pp. 50-51)

A ben vedere, queste posizioni sono le stesse di almeno tre personaggi molto discutibili e tacciati, più di una volta, di posizioni omofobe quali:

1. Massimo D’Alema, che parlò di matrimonio come sacramento cristiano e intimò le coppie gay di non scimmiottare le famiglie per non offendere il sentimento di molti
2. Rosy Bindi, il cui pensiero è uguale a quello del cardinale, la cui unica differenza sta che almeno egli non minacciava e non offendeva l’interlocutore
3. Giorgia Meloni, che non riconosce il sentimento tra coppie dello stesso sesso, generalizzandolo dietro il termine di “amicizia”.

Ritornando alle parole di Pedote, leggo commenti da parte di amici/he e di personaggi pubblici, anche gay, che si stracciano le vesti per la scomparsa di un uomo, sicuramente colto, sicuramente diverso dai modi beceri e disumani di certi suoi confratelli, ma di certo affine, nella sostanza, a quel pensiero omofobo – secondo quanto stabilito dal Parlamento Europeo – che noi tutti/e cerchiamo di combattere.

E non si può combattere un pensiero nella bocca di alcuni, per poi accettarlo nelle parole di altri. Se un pensiero è sbagliato, lo è sempre, anche se i toni sono concilianti o, semplicemente, bene educati.

Martini, in altre parole, ammetteva per i gay il diritto di esistere. E concedeva, dall’alto, allo Stato il via libera per fare i DiCo.

A questa evidenza dovremmo rispondere: io esisto, senza concessioni di sorta. E non ho bisogno di elemosina giuridica, ma di diritti veri. Vogliamo ricordare Martini? Benissimo. Cominciamo a ricordare, in merito alle questioni LGBT, come la pensava veramente. Credo che sia il miglior servizio che si possa fare a chi, con toni pacati, aveva sposato le ragioni di un’omofobia che non siamo disposti a perdonare a molti altri.

Rosy Bindi si allea con Casini e insulta i rottamatori

Il dado è tratto. In un’intervista alla Stampa Rosy Bindi parla di alleanze e di premiership:

Un Monti bis dopo le elezioni è una prospettiva con cui il Pd potrebbe trovarsi a dover fare i conti. In una situazione così fluida Rosy Bindi non esclude nulla anche se tifa per un governo politico di centrosinistra con Casini, guidato dal segretario del suo partito.

In barba ai malumori all’interno del partito e nel disinteresse più totale dei sentimenti dell’elettorato democratico, non confessionale e inviso a una visione integralista e fondamentalista della società. Anzi, non contenta dell’ennesima forzatura, Bindi insulta i rottamatori, la componente del pd che si oppone alla svolta a destra del partito:

La loro arroganza a volte è superiore alle loro capacità, che peraltro sono moltissime. E non vedo all’orizzonte una classe dirigente in grado di soppiantarci da un giorno all’altro.

Il messaggio è chiaro. Così come ai suoi contestatori, alla Festa dell’Unità, la pasionaria del pd lancia un aut aut: seguire i suoi diktat oppure andar via dal partito. Tanto, a sentir lei, nessuno ha la forza di sostituire l’attuale classe dirigente. La stessa, a ben vedere, che ha consegnato l’Italia a Berlusconi per ben tre volte in vent’anni. Mica pizza e fichi.

Bindi e il “voi” segregazionista

Direttamente da Piovono rane, il blog di Gilioli:

Fra le varie corbellerie gridate l’altra sera da Rosy Bindi a Roma la più rivelativa e la più agghiacciante è il ‘voi’: «Anni addietro mi hanno convocato una piazza contro per aver provato a dare un riconoscimento giuridico a voi e alle vostre relazioni affettive»

Voi, i gay, le lesbiche.

Per Bindi la questione di dare uguali diritti civili a tutti i cittadini indipendentemente dal loro orientamento sessuale è un problema che riguarda loro, i diversi. Non riguarda gli altri, i normali. Che generosamente, se vogliono, possono concedere qualcuno dei loro diritti – ma non tutti – anche agli altri.

Un po’ come se, si parva licet, la questione delle leggi razziali nel ‘38 fosse stato un problema degli ebrei, e non di tutti gli italiani. Come se le discriminazioni contro i neri negli Stati Uniti, nella prima metà del secolo scorso, fosse stata una questione che riguardava solo i neri, e non tutti i cittadini americani.

È questo il grande solco che ci separa, signora Bindi.

Io credo invece di non potermi sentire davvero libero se liberi non sono tutti gli altri.

Proprio come – trasposto dai diritti civili a quelli sociali – non mi sento davvero felice di avere un lavoro e un reddito dignitoso se non ce l’hanno anche gli altri.

Che poi mi perdoni, signora Bindi, ma questo è proprio l’abc dell’essere di sinistra.

Aggiungo che il “voi” è un atto di allontanamento linguistico, una parola segregazionista. Così come segregazionista, vero e proprio apartheid giuridico, è la legge che pensa di fare per discriminare le coppie di gay e lesbiche: minori diritti rispetto alle coppie eterosessuali, in una situazione di minorità giuridica sancita per legge.

Proprio per queste ragioni, Rosy Bindi rappresenta un’anomalia non solo italiana, ma per il concetto stesso di democrazia, al pari di Berlusconi. E ugualmente a lui, è inadatta a governare. In un paese realmente civile, non sarebbe degna di rappresentare nemmeno il più derelitto dei conventi di periferia. Qui è presidente di un partito che dice di voler governare il paese. Con gente come lei, signora Bindi, dubito che ci riuscirà.