Il fuoco sotto la cenere. O della sfiga dell’omofobo italiano

Tempi duri per gli omofobi italiani.

Guido Barilla ha fatto un colossale errore e la rete è esplosa. Il boato susseguitosi alle sue dichiarazioni rimbomba ancora su Twitter e Facebook e ha diviso l’opinione pubblica tra chi lo sostiene, anche in maniera politica, e chi lo ha decretato come morto dal punto di vista commerciale. Ovviamente Barilla non è morto, e continuerà a fare i suoi affari. E penso pure che il boicottaggio non cambierà, almeno qui in Italia, di una virgola le sorti di una multinazionale di quelle dimensioni. Anche se penso che sia una pratica valida sotto il profilo morale, fosse anche per stare in pace con la propria coscienza. Ma non è di questo che voglio parlare.

Infatti, partendo da questo caso, sono successe due o tre cose che lasciano riflettere e che sarebbe il caso di guardare più da vicino. Vediamole.

scusebarillaitaliaIn primis: da una parte le sezioni straniere del marchio si sono affrettate a prendere le distanze dalla casa madre. Barilla USA ha subito scritto le sue scuse, dichiarandosi profondamente addolorata da quelle dichiarazioni.

Sono seguite, subito dopo, le scuse anche in Italia, per opera dello stesso patron, dirette sia alla popolazione tutta, sia ai propri e alle proprie dipendenti. Barilla ha ribadito il suo sì a favore del matrimonio egualitario, cercando di correggere il tiro delle sue dichiarazioni.

Immagino la faccia – e non oso pensare agli sconvolgimenti dei circuiti neuronali – di chi lo aveva osannato come alfiere della famiglia tradizionale, intesa nel senso di “realizzazione sociale anti-gay”. Foucault sosteneva che l’eterosessualità si definisce in negativo rispetto all’omosessualità. Cosa significa più nel dettaglio? Che questa gente – quella che ha osannato quelle frasi per intenderci – ha finalmente trovato un’identità nella negazione delle realizzazioni affettive delle persone LGBT. Per poi ritrovarsi, dichiarazioni alla mano, un endorsement alle stesse. Credo, e non ho problemi a ripeterlo, che gli omofobi siano essenzialmente sfigati. Mi si dirà: ma in Italia la maggioranza delle persone è omofoba. Io non credo che il loro numero sia così elevato, seppur importante. Ma ad ogni modo ciò non cambia l’evidenza che l’Italia sia un paese composto essenzialmente da minus habentes. Basta guardarne le sue sorti politiche per capirlo. E la questione omosessuale è cartina al tornasole della tenuta democratica di questo paese.

sposelelleC’è poi il contesto internazionale. Il matrimonio egualitario è una realtà storica incontrovertibile. Si è diffuso o si sta diffondendo in  Europa (quella democratica, almeno), nell’America tutta, in Sud Africa, nella lontanissima Oceania. Mentre l’Italia è il paese del ritardo culturale, degli Scalfarotto che vanno a braccetto prima con Rosy Bindi e poi con Paola Binetti, per intenderci, spacciando trasformismo per mediazione.

È il paese in cui tutti i progressi che fanno di una “nazione” uno Stato, sono arrivati con secoli di ritardo: l’unità politica è stata posticipata di un millennio. La rivoluzione industriale è arrivata con oltre un secolo di ritardo. L’unità linguistica si è raggiunta solo negli anni sessanta, grazie alla televisione. Siamo un paese di ritardati, oltre che di sfigati.

Ma questo non ci deve scoraggiare. Il cambiamento arriva e se non lo cogliamo rischiamo di diventare alla stregua dell’ultimo giapponese arroccato sull’isola. Pare che questo lo abbiano capito anche in Vaticano, pur con tutto l’opportunismo che può partorire una casta arroccata ai propri privilegi.

In Italia, quindi, abbiamo due minoranze e una maggioranza. Una popolazione, nel suo complesso, anestetizzata. Un drappello di omofobi, reazionari e conservatori, legati più a una visione nostalgica e vetero-ottocentesca di qualsiasi cosa. E un gruppo di elementi che, in un quadro miserabile come quello attuale, cerca di agganciarsi – tra alterne vicende e in modo più o meno goffo – al progresso del mondo.

Adesso gli omofobi hanno l’illusione, proprio perché viviamo in una nazione di ritardati (parola intesa nel suo senso politico e culturale) di essere maggioranza nel paese. Come se io mi sentissi il fiero generale di una piantagione di lattughe interpretando il loro silenzio come un tacito assenso per le corbellerie che sono disposto a dire su questa o quella categoria.

Ma per loro sfortuna, le cose sono destinate a cambiare. Nonostante la natura malata del fare le cose, nel nostro paese, “all’italiana”. Nonostante la presenza del Vaticano. Nonostante un Partito democratico che cerca di assecondare lo status quo, invece di dirigerlo verso il progresso sociale a beneficio di tutti – ed è questo il senso di un partito progressista, oggi – e nonostante tutti gli Scalfarotto e le Binetti che esistono (oltre che gli Alfano e le Santanché, ovviamente). Anche dentro noi, oltre che attorno a noi.

colosseoLa rivoluzione del web, infine. La reazione dei social network lascia ben sperare. Ma non illudiamoci. Il cambiamento non arriverà in fretta. Dovremo aspettare almeno altri dieci anni per avere misere unioni civili (mentre nel resto del mondo, magari, si arriverà al superamento stesso del matrimonio). Fa parte di un copione già visto. Dai longobardi in poi.

Ma alla fine ci arriveremo anche qui. I gay, le lesbiche, i bisessuali e le persone trans (assieme a tutti gli elementi gay-friendly) si troveranno a sedersi dapprima dalla parte del torto, perché i posti di chi aveva ragione erano stati già presi, per poi lasciar scoprire a tutti gli altri, che, come si dice in Sicilia, la “ragione” – intesa come valore intellettuale neutro – è propria degli imbecilli.

Adesso è il momento del fuoco sotto la cenere. Pronto a esplodere in momenti più propizi. Un fuoco che non brucia, ma che forgia e modella la realtà. Noi dobbiamo continuare a lottare, perché alla mediocre ragione comune di cui sopra si sostituisca una ragione sociale, dove tutti e tutte possono trovare una collocazione. Omofobi esclusi, va da sé. Per loro c’è solo il dito puntato della storia, pronta a deriderli come adesso si deridono coloro che un tempo ce l’avevano con neri, donne ed ebrei.