Essere come Arisa

Quando all’edizione di quest’anno del Festival di Sanremo venne presentata per la prima volta Arisa sul palco, non ho potuto fare a meno di notare, da subito, tre momenti in sequenza.

Il primo: la cantante che scendeva la gradinata, sul palcoscenico, con una certa circospezione, come se avesse paura di cadere. Quindi lo sguardo beffardo delle due bellone, Rodriguez e Canalis, dritte e sicure verso la telecamera. E infine, la risata a microfono forse lasciato inavvertitamente acceso di Belen. Una risata inopportuna, un po’ sguaiata. Decisamente fuori contesto.

Ho rivisto più volte quella scena e ho riscontrato una certa ilarità, proprio durante la presentazione della goffa, ma bravissima, Arisa. Qualcosa mi suggerì, già allora, che le altre due ragazze ridessero del fatto che lei non fosse nata per la passerella, che non fosse aggraziata o “splendente” come loro, che fosse inadeguata al loro concetto di esistenza.

Poi Arisa ha cantato e in questo caso è la risata ad esser stata seppellita.

Dico questo perché ogni tanto, nella nostra vita, ci si ritrova sempre di fronte a una scalinata che si ha paura di percorrere, perché ci hanno insegnato ad aver paura di cadere e di diventare ridicoli di fronte a tutto il mondo.

Perché alcuni di noi non avranno mai la dignità di una farfalla tatuata. Però, forse, magari si trovano addosso una bella voce, o delle cose da dire, o un grande senso di tenerezza e una tragica nostalgia.

Perché qualcuno riderà sempre di noi. Perché non siamo all’altezza della vanità di quel qualcuno.

Dico questo perché nella vita ci capiterà, almeno una volta, di sentirci un po’ più Arisa che Belen. E a me succede spesso, soprattutto da qualche tempo a questa parte.

E in questi momenti, non mi rimane altro che fare una cosa, e una soltanto. Cantare.

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