Un puntino destinato a svanire

TVset1Ogni tanto il passato bussa all’anima ed è un rimbombo silenzioso. Assomiglia a questa luce di adesso, là fuori. Timida. Lo stesso rintocco di gesti irrimediabilmente perduti. Come quando c’era tutto quel procedimento da fare, per spegnere la tv a casa della zia. Due canali soltanto, due pulsanti dietro. Smanettare con un aggeggio che stava sotto e solo allora premere off, anche se non si chiamava così. E poi di quelle immagini, in bianco e nero, non rimaneva che un puntino destinato a svanire. Ed è come se tutta la vita, in certi momenti, fosse rinchiusa lì. Tenue, come l’ultimo bagliore ad ovest.

È un suono che procede per immagini veloci.

Come lo sfrigolare delle zippole – voi le chiamate frittelle, forse, ma sono zeppole ed è una parola del sud – le sere di san Giuseppe quando la casa in cima alla strada, in quella salita verso il nostro vivere quotidiano, era popolata dal tutto.
Il rumore della macchina da cucire, con quell’incedere regolare sotto il piede e la manovella sapienti.
La luce che nella fessura del palazzo, costruito male, regalava incendi arancioni tra fine autunno e l’inizio di ogni altra stagione.
La vita che fu e che non può tornare (perché lo so, lo diceva anche Tabucchi, per tornare ad essere ciò che fu dovrebbe essere ciò che fu e questo è impossibile).
Come il nostro sguardo indietro, per vedere se lei è ancora lì e capire che Ade ha vinto ancora una volta il suo gioco che divora tutto il tempo che ci è stato concesso.
I pomeriggi noiosi, di cui non hai nostalgia, tra le chiacchiere inutili e presenze ingombranti. Eppure è da lì che vieni. Da quei pomeriggi senza prospettive.
La paura dei compiti, per il giorno dopo, nelle domeniche oscure.
E il vasetto col basilico sulla finestra in alto, sulla cucina, che sembrava un saluto al sole.

La vita che fu, appunto. E che non può più tornare.

Il segreto dell’immortalità

Quel giorno che ero a Napoli, al chiostro di Santa Chiara, e camminavo tra le maioliche fino a che non mi imbattei in un quartetto d’archi, in fondo al portico, e quando il suono degli strumenti pervase ogni cosa mi sedetti poco distante, e mi misi a piangere perché non potevo fare altro di fronte a tutta quella bellezza.

Le cose che rendono bella la vitaQuella notte, con Laura, a Catania. A far tardi a casa degli spagnoli, a parlare tutto il tempo, fino a quando il cielo cominciò ad arrossarsi e tornammo a casa, che ormai era giorno, ebbri di vino e di parole.

Quella Pasquetta di ventiquattro anni fa, alla villa al mare di amici di amici, che fuori pioveva come da tradizione – o era un 25 aprile? – e siamo rimasti tutto il giorno dentro casa, col profumo degli alberi e dell’erba bagnata e quella sensazione di sentirsi protetti, sotto un tetto, come se quel temporale non avrebbe mai potuto scalfire tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, da lì in poi.

Quella volta, a letto con lui. Quando lo tenevo abbracciato e gli chiedevo, toccandolo qua e là sul suo corpo «e questo di chi è?» e lui mi rispondeva «è tuo, è tuo», per prendermi in giro. E poi quando gli dissi «ma visto che anche questo è mio, non è che posso prendermi anche tutto il resto?» e lui mi guardò, abbassando ogni difesa e facendo di sì con la testa. E fu mio, tutto il resto. Per il resto del tempo che ci era stato concesso.

gay_mano_nella_manoCome quando stai sulla scogliera, d’estate di notte, e guardi la profondità dello spazio e tutte le stelle che vedi e pensi a tutte quelle che esistono e ti senti così piccolo che anche i tuoi guai perdono consistenza. E ti chiedi se tutta questa immensità ha un perché e qual è il tuo ruolo in mezzo a tutta quella grandezza, a quello splendore.

Tutte le volte che sei stato bene, attorno a un tavolo, a ridere di gusto, a sentirti a casa, a sentirti parte di qualcosa. A sentirti eterno, proprio in quei momenti così transitori e fragili. Eppure così autentici. Con tutto il sapore del vino, la gratitudine per il vento che sfiorava le cime dei pini lontani e per il volo delle rondini, nel cielo di aprile e di maggio, che ti offrivano l’estate a venire come un’adeguata ricompensa.

Quando hai scoperto che l’amore sta anche nel muso di un gattino che mai, mai, ti tradirà. E lì capisci il significato del termine “incondizionato”.

Quando hai avuto paura di perdere tutto e la vita, in un certo qual modo, ti ha stupito ancora.

Il resto del cieloFare a gara col vento con la mano fuori dal finestrino della macchina, quando il sole si nasconde dietro le montagne.
Lasciare i tuoi sogni all’universo, mentre speri di vivere ancora e ancora di più.
Quel giorno d’agosto, al mare fino a tardi, per festeggiare un compleanno allegro e mettere insieme più pezzi della tua vita.
E quell’altro, sempre al mare, quando sei tornato a casa di notte in autostop.
O come quando hai trovato in un libro la frase che ha dato un senso alle cose.
Piangere di gioia, anche se l’ho già detto.
Ritrovare le parole per cominciare a parlare con tuo padre, dopo anni di silenzio. (Incomprensibile, col senno di poi.)
La prima festa a sorpresa della tua vita, che guariva (quasi) tutte le parole cattive dette fino a quel momento.
Ritrovarsi con gli amici e le amiche di sempre, al solito caffè, al solito bar, quando il tempo non è stato invitato.
Sapere di avere un luogo, in una casa di ogni famiglia che hai.
Sapere che potresti continuare per ore e ore a scrivere di tutto questo. E credere che forse sta qui il segreto dell’immortalità.

Il pigiama giallo

La vita è quella cosa che svuoti le tasche dei pantaloni o uno scatolone, e ritrovi il mondo che ci avevi dimenticato dentro vent’anni prima.

005Come quando rientrasti a casa e lei si era appena trasferita. E allora Epifania (la chiamavamo così, Rita), mi disse che era arrivata. Nella sua stanza. Mi affacciai, uno sguardo fugace. Una bambina, ancora. Rosa. Le guance dico. Tutto intorno c’era un pigiama giallo e una sofferenza sullo sfondo, negli occhi. Fu così che Meg entrò a far parte dei miei giorni. Per sempre. Anche se a distanza. Anche se solo con un like su Facebook. Lei c’è. Ma sto tergiversando.

La sera, la musica. Sono ancora sordo di un orecchio. Non mi piace più andare a ballare. Salvo. Rare. Eccezioni. È una questione di entusiasmo, non riconoscersi in un luogo, avere quella strana sensazione di essere fuori dal tempo. Musica a parte, che a volte è una discreta merda. E quello fa tanto. Quello è un amante occasionale che non bacia. Com’è che ti viene duro, poi? E poi, invece, il dj rovista nelle tue tasche. Liquido, Narcotic. E mica solo quello. Cherry lips, dei Garbage. Se voleva essere davvero carino, poteva anche mettere Valvonauta, dei Verbena. Ma va bene così, per carità. Perché erano i suoni di quando avevi manco venticinque anni. Quando lei, Meg, prima ancora di trasformarsi nella Crudelissima Eleazar, mi accompagnava alla fermata della circumetnea. Perché mi piaceva un tipo e ci si vedeva tutti a casa di un’amica comune, da quelle parti lì, o forse sto solo mescolando i ricordi, ma poco importa. Meg, appunto, era lì.

camminare-mano-nella-mano-previewE poi fai un salto spazio-temporale. Roba alla Star Trek, insomma (seppure io preferisca Battlestar Galactica). Prima si presenta il libro, poi vai a ballare, appunto. Veronica è stata così carina ad invitarti, vacci e non fare il vecchio stronzo. Che a volte vecchio ti ci senti non perché di anni non ne hai più ventitré, ma perché la vita ha smesso di sorprenderti da un po’. Come se fosse lì, da qualche parte, e tu non la vedi. E porca troia, insomma. Però ecco, dicevo, la musica è bella e c’è un tipo orso (sarà gay?), travestito da orso, ed ogni minuto strappa un foglio e dalla consolle lo lancia al pubblico, ed io lo amo già e c’è la musica baraccona, quella che ti piace tanto e poi niente, è come vivere. Perché niente è come vivere. È come l’acqua sulla rosa di Gerico, quando tutto diventa verde in pochi minuti. E balli. È come un bacio leggero che non ti aspetti e che arriva, di punto in bianco. Perché è stronza, la vita. E così come con le ferite, ti stupisce quando meno te lo aspetti.

La vita è quella cosa che accade quando vai in giro per la città, ritrovi una piazzetta antica, una colonna storta sull’abside della Pieve, ricordi che c’è una storia dietro quella bizzarria anche se non ricordi che storia. È la salita verso la casa di Petrarca, il torneo di spade di legno, quando ad Arezzo ci portasti una delle tue classi, e c’era una bambina – fragile come una promessa alla sua età – che ti chiamava papà per errore, in classe, perché suo padre mancava quattro settimane ogni cinque, faceva il camionista in giro per l’Europa, ed era lì che tutta la tua rabbia antica si frantumava di fronte a quella tenerezza. Fu lì che facesti il tuo primo e unico viaggio con Meg. In giro per il centro-nord. Quando vi sareste trovati davanti a Botticelli, agli Uffizi, a versare lacrime insieme perché annientati dalla bellezza. Quando rimaneste delusi proprio perché volevate vedere gli affreschi di Piero della Francesca ma eravate arrivati in ritardo. Tutto chiuso.

pagine%20al%20ventoQuando il futuro non era ancora una minaccia, ma un posto a cui affidare in custodia i nostri sogni.

E intanto – mentre passeggi per le vie del centro – arriva un sms: «Se sei in zona, vieni a San Francesco a vedere Piero?». È Erica, la ragazza che ha presentato il libro con te. Di nuovo, qualcuno che rovista nella tasca dei pantaloni. Guardo l’orologio, ho tempo: il treno per Roma riparte tra un’ora e la chiesa è a due passi dalla stazione. Entro in basilica. Che un po’ glielo devo, a Meg. Per quella delusione di un tempo, dico. Chissà se mi emozionerò ancora. Da lontano, intanto, il Sogno di Costantino brilla con le sue tonalità di giallo e di rosa.

L’ultima carezza, al morir della sera

tramontoForse il sapore della nostalgia è quello del latte caldo, col miele, in un pomeriggio di fine inverno quando ricordi di come eri bambino. Dei pomeriggi lentissimi, a casa di tua nonna,  quando a quest’ora di trent’anni fa il cielo diventava di fuoco per pochi minuti. E poi, subito dopo, tutto si faceva buio. Troppo in fretta. Te lo ricordi perché studiavi, o facevi finta di farlo, sulla vecchia macchina da cucine di fronte alla finestra. Il cortile, al di là di essa. E tra le pareti delle case, uno scorcio che lasciava intendere il cielo. Da lì si vedeva il tramonto, e poi la notte. Tutto così in fretta. E lì, in quel tempo, si consumava la tua impotenza, quell’atavica tristezza rispetto alle cose dei grandi che stentavi a capire.

Eppure era un mondo protetto, a modo suo. Un mondo che sapeva di bucce d’arancia, il profumo per la sala da pranzo, nei giorni di festa, la tv sempre accesa e i rumori delle cose da fare, di là in cucina. Le pentole con qualcosa da mangiare, le voci degli altri, la noia e l’angoscia per il lunedì che sarebbe arrivato – inesorabile – e per i compiti ancora da fare, la prof cattivissima di italiano, che tutto sapeva di grammatica e letteratura ma non dava proprio l’idea che avesse capito qualcosa della vita, Drive In in prima serata, il buio della strada, le macchine, si torna a casa, vai a dormire che è tardi, girati sul lato destro o ti fa male al cuore. Cose così. Un rincorrersi di piccole infelicità che ti faceva sentire al sicuro. Come quelle palle di vetro, con la neve dentro. Che la giravi e tutto era bello.

E adesso che il futuro c’è stato e che le cose non cambiano più, perché tutto è già successo e non si può tornare indietro – che credete?, i greci avevano capito ogni cosa: girati indietro, esattamente come Orfeo, e rivedrai il tuo passato fuggire. Le cose che più ami scivolarti tra le dita come le ombre di ieri, subitanee dopo la bellezza del crepuscolo – adesso, dicevo, rimane quel sapore lontano, nella tua tazza coi gufi, a pensare quand’è successo che quel tempo in cui eri bambino e cercavi di vedere oltre la staccionata del tempo si è trasformato in un voltarsi alle spalle, per capire quand’è che davvero hai perso tutto questo, per cercare di ricordare quand’è stato il tempo dell’ultimo abbraccio, dell’ultima cosa detta che avesse il privilegio dell’urgenza, o di quella carezza lasciata al morir della sera. Quando fuori è tutto arancione, per pochissimo tempo, in quell’instante così piccolo da sfiorare l’eterno.

Quando pensavo che quello fosse l’amore

rockfordQuando ero bambino c’era la pubblicità di un profumo, di cui ricordo una sola scena: una coppia passeggiava, il tempo era uggioso e da dietro – forse in un molo o in un ponte – il mare si frangeva e creava un’onda alta. Loro non si scomponevano, ma andavano avanti come se nulla fosse. Di lui ricordo che sembrava elegante, forse indossava un maglione di cachemire. Era una scena pacata, mi dava sicurezza. Nonostante la bufera e il mare arrabbiato.

Da bambino pensavo che quello fosse l’amore. Andare oltre tutto, intendo. Trovare sostegno, come quando lui se la prendeva in spalla, per giocare con la sua forza. Sono passati molti anni da quell’immagine. Una parte di me lo crede anche adesso.

(Mannaggia a me che mi sveglio nel cuore della notte con queste suggestioni anni ’80).

Le cose perdute

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Foto di Armando Sdao

Mi fa sempre strano raccogliere le cose e posarle tra le scatole da buttare via. Così come i vestiti da donare, quelli che vanno nelle buste grandi, di plastica spessa. Come se si aprissero gli spiragli della memoria, come a consegnare al vuoto conseguente gli attimi che ne hanno determinato la ragione, l’esistenza. Anche se non è così.

Perché è come maneggiare – mentre li poni in ordine, tra gli angoli e i suoni fuori dalla finestra – le cose che non possono più tornare. E tutto questo è sempre un po’ sacrilego, come ogni perdita di senso.

On air: M83, Wait

Al di là della strada

passi.svelti.5Diciotto anni fa, più o meno a quest’ora. Era lì di fronte a me. Una porta in metallo leggero e pannelli di plastica, trasparente. Io dall’altra parte della strada.  Avevo ventiquattro anni e una paura fottuta. Il cuore mi batteva all’impazzata. Potevo vedere la gente dall’altra parte, anche se non pareva ci fosse nessuno. La luce era accesa. E c’ero io, da questa parte della strada. E di là, proprio davanti, il mio destino.

Credo di aver deglutito un paio di volte. Sapevo cosa fare, ma non riuscivo ancora a muovermi. Avevo cercato l’indirizzo sull’elenco telefonico. Non ricordo se in un bar o in una tabaccheria. A casa non avevo il telefono, e allora ero dovuto andar fuori a cercarlo. Via Gargano 33, Catania. Una strada piccola, nascosta dietro piazze e viali più importanti. Manco a farlo apposta, proprio lì accanto c’era una sede dell’ufficio dove lavoravano i miei genitori. Ci ero andato in autobus, avevo strappato una pagina del Tuttocittà per potermi orientare in quel dedalo di traversine. Poi ero arrivato, dopo un viaggio lunghissimo.

Un viaggio che durava da ventiquattro anni.
Un viaggio fatto di solitudine e di parole malvagie.
Di preghiere notturne, per tornare “normale”.
Di parole che non riuscivo a riconoscere.
Di tutte le volte che avevo guardato il balcone di camera mia, pensando «deve essere solo un attimo. Un salto ed è un attimo. E tutto questo schifo finisce una volta per sempre».
Di film assoluti, da cui apprendere il coraggio di vivere, per recitarne in segreto le battute o trascriverle sul diario, pensando tra me e me «chissà se riuscirò mai a dire anch’io una cosa del genere».
Un viaggio in cui poi qualche sorriso mi ha preso per mano, senza avere la pretesa di sapere chi fossi davvero (ma sapendo davvero chi fossi e aspettando di essere pronto per dirlo a me stesso).
Un viaggio in cui il giro di boa fu rappresentato da quel no!, prima solitario, poi destinato a essere urlato al mondo intero. Quel no, nella prigione che avete pensato per me non sarò io a marcire (semicit.).
In cui poi, come la marea, qualcosa dentro mi aveva suggerito che sì, chi se ne frega. «Sei gay, accettalo e sii felice».
Un viaggio che finiva lì, di fronte a quella porta.

Poi ho respirato (o forse ho sospirato, ma converrete che non c’è poi tanta differenza, arrivato a quel punto) e ho cominciato a camminare. Un piede davanti l’altro. Un passo e uno ancora. Una strada di pochi metri, ma grande quanto tutta la vita di cui ero stato capace fino a quel momento. Una volta raggiunto l’altro marciapiede, niente sarebbe stato uguale. Lo sapevo benissimo. Ero lì per quella ragione. Non aveva senso indugiare ancora. Mi scoprii capace di tutto il coraggio che c’è. E attraversai quella stradina. Piccola, sporca. Forse uno dei giorni più importanti della mia vita.

Ricordo ancora l’ingresso dell’Open Mind. È stata la prima associazione LGBT nella quale ho militato. Lì ho conosciuto persone che ancora oggi fanno parte di me, della mia esistenza o solo dei ricordi. Che fanno parte di una delle mie famiglie, sparse qua e là. A quella strada, a quell’attraversarla, a tutto quello che è successo dopo, devo tutto. Nel bene e nel male. Non credo che ci siano sufficienti parole o che esistano termini adeguati per esprimere il senso di questa gratitudine. Ma stanno qui, le sento. Tra queste dita tremanti e la mia anima che trabocca di riconoscenza. E credo che non ci sia altro da dire. Se non grazie, naturalmente. A tutti e a tutte, indistintamente. Perché altrimenti non sarei quello che sono. Non sarei vivo.

In balìa dell’attesa

12032869_10153067593900703_5632808481654807890_oOgni tanto mi succede di perdermi. Tra i vicoli, i pensieri e i ricordi. Diventano un tutt’uno. Una curva spazio-temporale tra ciò che è stato e quello che ancora cerchi di provare ad essere. E guardi gli studenti, che hanno caliato la scuola. Da noi si dice così, caliare. La calia. Le sementi che compri alle feste del paese, i ceci tostati, insieme ai semi di zucca. Piccoli, bianchi e polverosi. In passato, quando i miei genitori erano ragazzi e forse pure prima, si “marinava” la scuola per andare a comprar la calia ed è rimasto così nell’uso di oggi. E li guardi, dicevo, e pensi a quel tempo, quando eri tu al loro posto, lo vedi dietro gli angoli di pietra al centro della città, sotto un sole che ha spodestato ogni inverno. E cambi i tuoi pensieri, sai che quello verrà all’improvviso a reclamare il suo regno, e infurierà le onde, renderà livido il cielo e violente le nuvole. Sarà tutto grigio e bellissimo. Sai che ti innamorerai ancora di quel freddo pungente e marino, e di nuovo riemergono i ricordi di allora, quando con Angela andavi al mare, nelle stesse spiagge popolate in estate e poi vuote, con la malinconia della vita che passa a farti compagnia. E poi di nuovo c’è il sole di adesso, i turisti tedeschi, le occupazioni del giorno, le strade quasi vuote, la calma di ottobre. Pensi a quanto è lontana Roma, da tutto questo. Pensi a quanto sia cambiata la città. Bianca – il panificio del centro che faceva le pizze alte due centimetri, sudate d’olio, con la pasta dolce e il formaggio sopra che a vederlo sembrava neve di latte – non c’è più. Hanno aperto una tabaccheria. O forse quel posto dove ora vendono i ghiaccioli, fuori stagione (anche se qui è sempre tempo, in verità). Non ricordo nemmeno più dove stava. La memoria si sbriciola sotto i colpi dell’oblio, come il sole consuma i palazzi e polverizza gli gnomi scolpiti agli angoli delle strade, per proteggerle dagli spiriti maligni, mi spiegarono un tempo.

E passeggio ancora, tra gli zampilli su Artemide (la chiamano Diana, ma qui è sempre stata Artemide, ai tempi che furono) il cielo turchese, il caldo al quale ti stai disabituando perché a ben pensarci, l’autunno in Sicilia è una primavera distratta e un po’ malinconica. E i volti che riaffiorano, per strada e tra i ricordi. E poi il ponte, pochi metri su un braccio di mare che separano Ortigia, “lo scoglio”, il centro storico per capirsi, dal resto dell’isola. Una barca dondola sull’acqua verde, abbandonata da un pescatore che chissà dov’è, se è vivo, se l’ha messa lì per far da cornice, insieme alle altre, e creare l’ennesima illusione per turisti. Chissà. In balìa dell’attesa, del cielo che si travestirà di tempesta, delle cose che morranno di fronte ai nostri occhi e lasceranno al tempo il tempo di continuare come è sempre stato. Fino quando verrà il nostro turno. Perché è così e non può essere altrimenti.

E così torno a casa, è ora di pranzo. So già che mangerò cose buone.

Cartoline berlinesi

10991195_10152600265615703_4455506438194169447_nCe le avevo tutte dentro le parole con le quali volevo raccontare il mio ultimo viaggio. Tutte a spingere sulle dita, per arrivare allo schermo bianco, passando dai tasti del computer. Eppure qualcosa deve essersi inceppato, nella trasmissione dal pensiero alla volontà. A quella storia si sostituiscono immagini, quasi fossero flash discontinui. Come le fotografie che ho scattato, tra le risate con i miei amici e la malinconia intrinseca, quel retrogusto di tutti i miei giorni.

E allora penso. A tutto quello che è stato.

Al ponte sul fiume di cui mai ricorderò il nome.
Alla luce corallina e al gelo del cielo.
All’essersi guardati, tutt’e tre insieme alla fermata di Alexanderplatz, per decidere di scendere all’unisono, manco avessimo diciassette anni e fossimo in vacanza per la prima volta da soli.
Ad ogni mia musica interiore.
Al nostro tormento. Intermittente, per ragioni tutte diverse.
Al fatto che avrei voluto prenderli per mano, per dir loro di non avere paura.
E all’averci comunque provato.
All’essersi trovati, quando niente lo dava per scontato.
Alle notti ad indagare le rispettive anime.
A quel chiamarsi al femminile, che poi a ben vedere è solo un sintomo di intelligenza.
A quel chiamarsi al femminile, rigorosamente con la acca finale.
Alla nobiltà di tutti i nostri sogni, anche quelli che resteranno nel limbo delle velleità.
11035701_10152600268945703_7670432093660069428_nAlla bellezza, tutta.
Al parquet di legno, bianco. E camminarci a piedi nudi.
Al sapore di una torta di cioccolato.
Alla tragedia della storia.
Alla dignità di un popolo che sa fare i conti con essa.
All’assoluta mancanza di progetti e a quelli che non abbiamo rispettato, perché il bello di una vacanza è anche (e soprattutto) l’improvvisazione.
Alla promessa di ritrovarci ancora.
Al fatto che un viaggio, a ben vedere, altro non è che una forma d’amore.

Tutto questo mi viene in mente, spontaneo, senza spintoni eccessivi. Pensieri in un ordine dettato dal caos. Non può essere altrimenti. Come perline raccolte a caso, in un gioiello destinato a far felici gli sguardi dei bambini.

(Dedicato ad Ale e a Caterina)

Quel cassetto in mezzo al cuore

chiave-dei-ricordiEra il tempo in cui il sole tramontava nella sala da pranzo, sui tulipani che amavo comprare di tanto in tanto, nei pomeriggi di fine autunno. Quando la luce si faceva più obliqua, per lasciare posto alla stagione del sonno e del crepuscolo. Quando non ci si curava del freddo e l’aria era arancione. Quando si rideva per il sapore della cannella e quando si stava comunque insieme, a contendersi l’unica poltrona disponibile per parlare di ogni cosa. La televisione accesa, la musica su MTV, anche se per qualcuno potrebbe essere poco poetico. E gli amori tutti sbagliati, di tutti e tutte noi. L’avvicendarsi delle persone, che pure rimanevano sempre, come la scia del profumo di quando ci si preparava per uscire la sera. Era il tempo in cui il venerdì sera era il tuo sabato del villaggio, quando si varcava la soglia di quel locale ed ogni cosa sussurrava che chi avresti baciato doveva pur rimanere per sempre, prima o poi. Perché dovevi crederci, perché era quello il sogno segreto del tuo cassetto custodito da qualche parte dentro il cuore.

Era il tempo in cui avresti inventato il tuo lessico familiare, le parole che solo tu e ciò che si agitava in quelle pareti avreste potuto cogliere in tutto il suo significato di avvenire. Anche se poi saremmo stati presi tutti e tutte e saremmo stati lanciati come coriandoli, in un carnevale senza maschere e con i nostri volti nudi ad animare la festa. Era il momento in cui avresti imparato lingue nuove e nuovi dolori, per poi rinunciare a ciò che non serve e che non ha identità, perché non può avere spessore ciò che ti lascia solo il vuoto e niente più.

Era il tempo in cui avresti capito, senza fretta alcuna ma con tutto il tempo che ci sarebbe stato concesso, che le persone restano anche quando vanno via per sempre. E che altre fanno finta di esserci per poi ferirti senza nessuna cura di circostanza, anche se è così che deve andare. E di tutto quel tempo sarebbe rimasto il profumo delle lenzuola stese, la bellezza delle feste in terrazza, gli abbracci di chi, che per qualche assurda e opportuna ragione, si è conficcato dentro il petto senza nemmeno ferirti. Ma se la spina la muovi, ogni tanto, fa un po’ male ed è dolce lo stesso, come sempre succede quando dialoghi con la nostalgia di ciò che è stato, che non tocchi più eppure è da qualche parte dentro di te, sempre in quel cassetto. Sempre in mezzo al cuore.