Io non mi accontento ed è un mio diritto

Ogni tanto succede. Scazzo qua e là su questioni di principio, ti mando a quel paese e per me l’argomento è chiuso. E se sei particolarmente odioso, mentre questo succede, per me è chiuso anche il canale di interazione. Per questa ragione vengo accusato spesso di essere antidemocratico, incapace di sostenere il confronto, tirannico, ecc. Quando la verità è che non defollowo mai perché non tollero l’altrui pensiero. Per me puoi credere ciò che più ti piace, è un tuo problema semmai. Più semplicemente, a quarantuno anni non ho più tempo da perdere con gente che reputo indegna, stupida o con cui è inutile parlare. Credo sia un mio diritto. E, soprattutto, accetto lo stesso trattamento.

Dopo di che, credo che in democrazia valga la regola del massimo consenso attorno alla proposta. Per cui – ed è questo che mi preme spiegare – se, come vedo, c’è anche dentro a certi settori del movimento e della comunità una certa voglia di adagiarsi sul riconoscimento pubblico offerto dalla politica, attraverso le civil partnership, è giusto che la comunità LGBT ottenga un certo tipo di legge e nonostante i dubbi enormi su fatti fondamentali, quali la reversibilità della pensione e la stepchild adoption. Insomma, se alla maggioranza piace essere trattata da specie da discriminare, con il pretesto di proteggerla, se insomma è la riserva indiana il massimo che questo paese può offrire a gay e lesbiche e se la maggioranza di loro si accontenta in nome del “meglio poco che nulla”, è giusto che quelle persone siano trattate di conseguenza.

Ora però, poiché si è in democrazia – o almeno finché dura – è opzione della minoranza fare quanto segue: sostenere che ciò che si profila come un vero e proprio apartheid non ci piace (si legga il comunicato di Rete Lenford, in merito) e prendere tutte le distanze (fisiche, filosofiche, interattive) con chi ha portato il paese e lo stato di diritto a questo livello.

Per cui se ti senti autorizzato a dirmi che mi devo accontentare del fatto che la classe politica sta preparando l’ennesima legge che va contro la mia dignità, sono altrettanto libero di dirti che a me la tua arrendevolezza fa orrore o mi offende e decidere, quindi, di non proseguire oltre. Non ho molto da dire a chi mi suggerisce di accontentarmi di vivere in un ghetto o a chi pensa sia civile prendere l’equivalente giuridico di un autobus per “negri”. Per me il dibattito finisce qui. Non ti piace? Come si dice in certi ambienti filo-governativi: sta sereno, me ne farò una ragione.

Dopo di che, consiglio una lettura di Gilioli: un post che parla di lavoro e del fatto che le nuove generazioni si fanno piacere di tutto, in nome di quella arrendevolezza di cui sopra. Credo si possa estendere alle altre forme di diritti che, in questo paese, si profilano sempre più a svantaggio di chi dovrebbe beneficiarne.

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Il trionfo di Rete Lenford: Taormina condannato per omofobia

Rete Lenford

Rete Lenford

Ogni tanto una bella notizia. Come si legge sul sito di Rete Lenford «l’avvocato Carlo Taormina che, nel corso di una nota trasmissione radiofonica, aveva più volte dichiarato che non avrebbe mai assunto collaboratori omosessuali» è stato condannato poiché «il Tribunale di Bergamo ha riconosciuto il carattere discriminatorio delle sue affermazioni».

Il giudice incaricato ha «condannato l’avvocato al pagamento di un risarcimento del danno a favore di Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford, nonché alla pubblicazione della sentenza sul quotidiano nazionale “Il Corriere della Sera”».

L’associazione di avvocati e di avvocatesse LGBT fa altresì notare che la sentenza «rappresenta un punto di svolta in materia di contrasto alle discriminazioni. È il primo caso in Italia di condanna per discriminazione in ambito lavorativo verso le persone omosessuali. Inoltre, è da sottolineare il riconoscimento di un risarcimento del danno a un’associazione che si batte a tutela dei diritti delle persone LGBTI». Il denaro, dichiara Rete Lenford, servirà a finanziare «attività informative sui temi delle discriminazioni e di promozione di una cultura della diversità».

Il presidente Antonio Rotelli fa notare ancora come «questa sentenza si pone anche come monito verso le future affermazioni a carattere discriminatorio, in quanto riconosce che non ogni opinione è legittima; dichiarare pubblicamente di non voler assumere collaboratori sulla base del loro orientamento sessuale è una discriminazione punita dalla legge».

Per chi volesse saperne di più, rimando al sito dell’Avvocatura, in cui è  stata pubblicata l’ordinanza del Tribunale di Bergamo che ha emesso la sentenza.

Faccio altresì notare che mentre in parlamento e in certi partiti si gioca a fare i sottosegretari, a scrivere leggi contro l’omo-transfobia e a fingere di legiferare sui diritti delle famiglie gay e lesbiche, il mondo dell’attivismo LGBT porta a casa un risultato concreto. Questo a futura memoria di chi parla di inutilità delle associazioni.

Un ultimo affettuoso pensiero alle solite associazioni omofobe: si rassegnino. O in alternativa, continuino a leggere libri in silenzio nelle piazze italiane. A quanto pare, è l’unica cosa che gli rimane da fare. Loro avranno pure la chiesa, dalla loro. Noi abbiamo il diritto e la ragione e anche se la guerra è lunga, non è cosa da poco.

Movimento LGBT: cosa fare, subito!

un momento del Roma Pride 2013

«Ok Dario, la critica l’hai fatta e l’analisi pure. Ma la sintesi qual è?»

Questa la domanda che mi ha fatto un amico, dopo il mio post di ieri sulle prospettive che ci attendono con Renzi e i suoi al governo. Proverò a rispondere a quella domanda, procedendo per punti su cosa andrebbe fatto secondo me.

1. Unità del movimento

So che sembra un mantra che dovrebbe prenderci per sfinimento, ma è il punto imprescindibile di partenza. Il movimento LGBT italiano vive due mali. Uno è quello dello scollamento con la comunità, l’altro è la sua parcellizzazione interna. Tanto per capirci, abbiamo qualcosa come cinque o sei associazioni nazionali (quando ne basterebbe una soltanto). Accanto a queste, e spesso in polemica con esse, una miriade di associazioni territoriali.

Premetto che sono convinto che la presenza di molte realtà sia una manifestazione di fermento e quindi di ricchezza. Ma una cosa è la pluralità, un’altra è la balcanizzazione. Occorre fare uno sforzo per trovare una formula confederativa, in cui c’è una grande realtà nazionale – rappresentativa di tutti e col mandato di tutti – che dialoga o si oppone con le istituzioni.

Credo sia stato un errore (uno dei tanti) quello di aver incontrato il 26 febbraio a Roma i deputati del Pd – da parte di Arcigay, Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno, Agedo, Certi Diritti, Mit ed Equality – senza aver concordato una linea comune con le altre realtà territoriali. Anche perché occorre ricordare che queste “piccole” realtà – faccio un solo esempio: il Mario Mieli sarà territoriale, ma credo abbia più iscritti e più rilevanza di certe associazioni nazionali – le piccole realtà, dicevo, sopperiscono al vuoto associativo soprattutto in zone di provincia. Vogliamo fare alcuni nomi? Stonewall GLBT a Siracusa (per anni unica realtà della zona), Iken ad Avellino. Disconoscere questo lavoro significa fare un torto non solo alle associazioni in questione, ma alla nostra stessa comunità. E questo ci lacera e ci rende più vulnerabili.

Un secondo passaggio dovrebbe essere quello del recupero con la base. Percorso più lungo, ma ugualmente imprescindibile. Una proposta potrebbe essere quella della creazione di assemblee permanenti, città per città, funzionali al dialogo tra militanti e membri della comunità. Per ascoltarsi, per trovare un accordo su varie questioni, per abbattere la diffidenza che si sta creando anche sull’associazionismo LGBT. Percorso meno immediato e con rischi incalcolabili, ma necessario.

2. Mobilitazione continua

Ci si scanna per la sede e la data di un pride, da celebrare in estate. Abbiamo l’occasione di fare una serie di manifestazioni, sia nella capitale sia nelle rispettive città di appartenenza. Dobbiamo farlo in tempo brevi, perché il tempo è poco. Va da sé che le manifestazioni della capitale assumono rilevanza nazionale non perché le associazioni romane siano più importanti di altre, ma perché – piaccia o meno – a Roma ci stanno le istituzioni.

Arcigay ha la forza di mobilitare migliaia di iscritti e di iscritte. I circoli romani indipendenti altrettanto. Si pensi al pride di Palermo e a quello capitolino, per capirci. Si costruisca un percorso politico, anche insieme a partiti e altre associazioni, per manifestare in migliaia e chiedere garanzie democratiche ben precise.

Occorre altresì trovare alleati. Bisogna far capire, come già accennato, che la lotta per i diritti LGBT è un anello di una lotta più ampia. Non si può combattere per le nostre rivendicazioni se non viviamo in uno stato che garantisca l’individuo nella gestione della sua felicità. Lavoro, educazione, libertà individuali, diritto alla salute, autodeterminazione, gestione dei corpi sono aspetti imprescindibili che si legano tra loro.

Si diventi massa critica, si recuperi lo spirito genuino della stagione delle fiaccolate. Il fatto che non ci scappi il morto non rende la situazione meno urgente. Stanno cercando di decidere per il nostro futuro, mettendoci un bel freno a mano. Se vi sembra poco… a me sembra troppo. Troppo pericoloso.

3. Creazione di una cultura critica

Per mobilitazione non intendo solo la piazza, ma anche la creazione di uno spazio di riflessione. Università, scuole, sindacati, sedi di partito sono i luoghi deputati per discutere della questione LGBT. Occorre parlare alla gente, far capire la bontà della nostra lotta politica che è una lotta per tutti e per tutte (noi sì che siamo pour tous!), perché la questione dei diritti civili è un giro di perle e se spezzi il filo della collana, verranno via man mano tutte le altre.

Nelle scuole va fatta una campagna contro l’omo-transfobia sociale – prima che venga approvata la legge Scalfarotto, che renderà vane proprio questo tipo di iniziative – nelle università vanno organizzati convegni sullo stato del diritto, sul linguaggio, sulle ricadute sociologiche ed economiche delle discriminazioni contro le persone LGBT. Abbiamo belle teste pensanti, nel movimento – un nome per tutti: Rete Lenford – e allora usiamo questi talenti per fare cultura contro l’ignoranza e la rozzezza culturale del fronte omofobo.

Fondamentale il ruolo dei media. Invece di smuovere il galoppino di turno per scrivere trafiletti in cui far comparire lodi alle gaye baronie di pertinenza, usiamo i contatti con la stampa per proporre la bontà delle nostre rivendicazioni, per raccontarle col nostro linguaggio, per informare su ciò che vogliamo davvero a vantaggio non di una minoranza, ma della collettività democratica e civile.

4. Dialogo con le istituzioni

L’unità politica dovrebbe creare un programma definito e una comunanza di intenti. Credo che il movimento debba richiedere senza sconti ulteriori la pienezza dell’uguaglianza giuridica. Poi starà agli attori istituzionali spiegare perché non si vuole arrivare a quel traguardo. Ad ogni modo, il dialogo con le istituzioni è fondamentale, sia a livello locale (e qui rientra il discorso dell’importanza di tutte le realtà associative), sia a livello nazionale.

Dialogo non vuol dire compromesso al ribasso. E mediazione non vuole dire amputazione dei principi inderogabili dell’uguaglianza. Essere uguali, in quanto minoranze, è una prerogativa che descrive la democrazia. La qualifica come tale. Il Partito democratico, a dispetto del suo nome, sembra incapace di concepire questo assunto. Compito del movimento è porlo di fronte a queste contraddizioni e cercare di ottenere il massimo, a livello di confronto. Poi cosa accadrà nelle stanze del potere – considerando il grado di affidabilità delle persone coinvolte dentro i partiti – non può dipendere dalla volontà delle associazioni. Ma il tentativo deve essere fatto.

5. Considerazioni finali

Se non fosse chiaro siamo in guerra. Il fronte omofobo italiano è bene organizzato, armato fino ai denti, finanziato dall’otto per mille, che la chiesa rigira a questa o quella organizzazione. Poi ci sono le carnevalate tristi alla Manif pour tous, ma il problema sta altrove.

Abbiamo il dovere morale, per noi ma anche per la società tutta, di pretendere che questo paese sia migliore. E dobbiamo operare seriamente – cioè, facendo le persone serie e lavorando fattivamente al progetto – affinché ciò avvenga. Altrimenti non avremmo più scusanti. E sarà difficile, se non impossibile, non dar ragione alla rabbia di chi ci dice che il movimento è uguale a quelle caste che hanno affamato il paese. Economicamente e sul fronte della giustizia sociale. Io non voglio essere complice di questo sistema. Io voglio cambiarlo, con la democrazia, per la democrazia.

E adesso, reagire!

È in momenti come questo che si sente l’assenza di un movimento LGBT unito, forte e, mi si permetta, temibile.

Il partito democratico non è certo il miglior partito del mondo e da sabato si è candidato per scendere ai livelli del PdL, che tra l’altro tornerà a chiamarsi Forza Italia. Ma il movimento non è migliore. E non lo è perché se accusiamo il pd di essere ignavo e condannato all’inazione, non è il nostro non muoversi in maniera organica e compatta a renderci più credibili.

Eppure, abbiamo fior di associazioni. Abbiamo eccellenze professionali: ricordo che Rete Lenford e Certi Diritti sono le uniche associazioni che, ad oggi, possano vantare risultati concreti e degni di nota, come il pronunciamento della Corte Costituzionale che, contrariamente a quello che dice la cattolica bugiarda Rosy Bindi, ha dichiarato che nulla vieta, in Italia, il pieno riconoscimento delle coppie di gay e lesbiche.

Abbiamo forze e menti per creare un esercito terribile, temibile e, soprattutto, vittorioso. Manca, forse la volontà. E la volontà presuppone un progetto.

Cercherò di dire la mia in merito. Non perché io sono più avanti, ma è da un po’ che mi frullano in testa un paio di idee e vorrei condividerle.

1. Sarebbe stata opportuna una manifestazione nazionale di fronte alla sede del partito democratico a Roma oppure, in alternativa, un presidio città per città di fronte alle sedi provinciali. Una protesta corale, per far capire che ci siamo. Adesso è tardi, magari in futuro ci si organizza meglio.

2. Studiare pratiche di disobbedienza civile, a cominciare dal prelievo fiscale. Occorre vedere, ad esempio, come intaccare la pratica della dichiarazione dei redditi con un minimo di tutela legale. Ho appena fatto il modello unico e pagherò oltre duemilacinquecento euro. Lo Stato mi chiede di essere cittadino di fronte al dovere civico, ma mi nega la mia umanità di fronte al bisogno affettivo. Capirete da soli che questa situazione deve finire, al più presto. Se non sono degno di sposarmi, non avrò allora il dovere di permettere, ad altri, con le mie tasse, di fare altrettanto. È una questione di giustizia. Nulla più.

3. Organizzarsi in ordini professionali. A cominciare dagli insegnanti, ad esempio. Fare, nelle scuole, politiche di apertura ai temi LGBT. Il materiale didattico è vastissimo, dalla biologia alla letteratura, passando per l’educazione civica, la storia, la geografia, le scienze. Fate leggere il canto di Brunetto Latini e spiegate, ai vostri ragazzi, come Dante, uomo del suo tempo, collocava il maestro tra i peccatori perché era quello il senso comune. Ma la sua umanità lo elevava a maestro di vita, a sapiente. Dante, in altri termini, era (ed è) più avanti di Bersani, Bindi e buona parte del parlamento. Ed è nato più di settecento anni fa. Fate un po’ voi.

4. Pretendere, da parte dei deputati LGBT, presenti e futuri, un’ipoteca sulla “gaya obiezione di coscienza”. Molto più semplicemente, i deputati dei vari partiti che si ispirano al movimento dovranno prendere direttive non dai singoli gruppi politici di appartenenza, ma dalle associazioni. Se poi qualche legge non dovesse passare a causa del loro voto contrario, pazienza. Lo si è permesso a Paola Binetti, che votò contro la fiducia al governo di cui faceva parte il suo pd. Lo si permette, tuttora, a gente come Fioroni, che sta in parlamento a fare gli interessi del Vaticano. Non si vede perché non lo debbano fare “i nostri”. Poi va da sé che gente come Zan, Grillini ed altri possono benissimo fare tutt’altro. Ma poi il movimento dovrebbe espellerli. Siamo in guerra. E in guerra non si ammettono traditori.

5. Unificare il movimento dentro un unico progetto che è quello di dare la “quadruplice”: matrimonio, tutela dell’omogenitorialità, leggi antiomofobia e transfobia, politiche sanitarie anti-AIDS e contro le malattie a trasmissione sessuale. Scegliere un unico leader. Democraticamente eletto, attraverso il sistema delle primarie, aperti a tutti gli iscritti e le iscritte alle associazioni. Fare una Costituente LGBT, che ridisegni il sistema dell’associazionismo e della politica in questo paese. Ovviamente, per evitare commistioni e infiltrazioni, sarebbe doveroso non permettere di concorrere a chi ha in tasca una tessera di partito. Tali primarie dovrebbero, di contro, essere aperte a tutte/i gli appartenenti ai vari gruppi presenti in Italia.

Credo sia arrivato il momento di far capire ai nostri partiti, imbalsamati, mummificati e morti, che la società civile che noi rappresentiamo è una società più dinamica e attuale di quella rappresentata dagli interessi, miserrimi e ideologici, di cui si fanno portatori i leader dei maggiori partiti.

Abbiamo di fronte una responsabilità storica non indifferente: essere migliori. O, in alternativa, essere come loro. Il che è possibile, per carità. Ma poi, però, non lamentiamoci. Io propongo, in alternativa, di reagire. Subito!

Rotelli sulle unioni civili: c’è piena parità solo col matrimonio

Riporto qui di seguito le parole di Antonio Rotelli, presidente dell’Avvocatura LGBT Rete Lenford. Per chi non lo sapesse, Rotelli è il tecnico che ha scritto la proposta di legge di iniziativa popolare sulle unioni civili lanciata, la scorsa settimana, da un gruppo di politici omosessuali e transessuali – tra cui spiccano i nomi di Concia, Luxuria, Zan, Grillini, La Torre, ecc – su cui si è aperta un’aspra polemica.

La proposta è stata bocciata anche dallo stesso curatore, Rotelli appunto, che risponde così a chi fino ad adesso lo ha tirato in ballo per legittimare quello che si profila come uno dei più grandi errori strategici della storia dei diritti civili in Italia. Vi lascio direttamente alle sue parole, in risposta a un suo commentatore su Facebook che gli faceva notare la necessità di un chiarimento sull’intera faccenda:

Caro Marco, hai ragione! C’è bisogno di un chiarimento. Il testo della iniziativa di legge l’ho scritto io. Non è un segreto e non lo è mai stato. Quando me lo hanno proposto ci ho riflettuto e poi ho pensato che si trattava di un lavoro particolarmente adatto ad un avvocato, quale sono, specializzato in legistica.

Quasi ogni giorno scrivo testi di legge, ma – come puoi immaginare – spesso sono testi i cui contenuti non condivido. La mia preoccupazione è scrivere un testo che sia il migliore possibile dal punto di vista tecnico, ma non sono coinvolto nella scelta politica che ci sta dietro.

È per queste ragioni che aver scritto materialmente il testo non autorizza nessuno a usare il mio nome per legittimarsi. Ed è per le stesse ragioni che la responsabilità politica dell’iniziativa, nel bene e nel male, è di chi l’ha pensata, voluta e presentata.

Le mie idee al riguardo sono il precipitato della mia storia personale. Da sempre coltivo la convinzione che per le famiglie omosessuali o c’è il matrimonio o non c’è uguaglianza e pari dignità. Se sposarsi è un diritto fondamentale, non possiamo esserne esclusi per il nostro orientamento sessuale. Del resto, se oggi parliamo di matrimonio si deve anche al mio lavoro di anni. Sulla sentenza della Corte costituzionale, su quella della Corte di Cassazione e su molte altre, so che in filigrana c’è scritto anche il mio nome. Me ne sono occupato da dietro le quinte, così come ho fatto consigliando centinaia di coppie che si sono sposate all’estero.

Scrivere il testo di questa legge per me è stato solo un lavoro. Quando mi sono confrontato con i Colleghi e le Colleghe di Avvocatura per i Diritti LGBTI – Rete Lenford, abbiamo convenuto che l’Associazione dovesse rimanerne fuori per poter esprimere liberamente – come poi ha fatto – il suo punto di vista. Quel punto di vista era ed è anche il mio, come limpidamente ho anche detto fin da subito al mio committente.

Spero di aver chiarito la mia posizione e ti/vi ringrazio per quello che tu e i giovani di Padova avete scritto.

Per quel che mi riguarda, non credo che ci sia da aggiungere molto altro. Ricordo, infine, che Rotelli fa parte di un’associazione che, insieme ai radicali di Certi Diritti, è l’unica fino ad ora ad aver raggiunto risultati concreti in merito ai diritti per le persone LGBT.

Forse la classe politica, a cominciare da chi ha proposto quell’iniziativa, inutile e potenzialmente dannosa, dovrebbe avere l’umiltà di fare un passo indietro. Un buon politico si vede anche dal cammino che percorre rispetto ai propri errori.

Oggi su Gay’s Anatomy: “Una volta per tutti”, un’iniziativa che non piace a nessuno

La campagna “Una volta per tutti” sta suscitando numerose critiche e molte polemiche dentro il mondo politico e associativo della comunità LGBT.

Cristiana Alicata e Saverio Aversa, dentro i rispettivi partiti (Pd e SEL), non nascondono perplessità e preoccupazioni.

Anche il mondo dei blogger si muove, a cominciare da famosi e meno famosi, come Michele Darling, che reputa assurda la marcia indietro che tale campagna rappresenta.

E pure nel mondo associativo, da Arcigay a Rete Lenford, non pochi sono le perplessità e gli inviti a non firmare la petizione popolare.

E tu come la pensi? Di’ la tua su Gay’s Anatomy.

 

Partecipate al convegno “Le coppie dello stesso sesso: la prima volta in cassazione”

Vi segnalo il seminario organizzato dalla facoltà di scienze politiche di Roma Tre, sulla recente sentenza della Cassazione n. 4184/2012.

Tale iniziativa è importante per diversi motivi. Prima di tutto, testimonia la crescente attenzione dei giuristi su questo tema. In secondo luogo, costituisce l’ennesimo esempio di come i luoghi in cui si fa cultura siano sempre più luoghi di riflessione sulla realtà delle famiglie formate da persone dello stesso sesso.

Credo sia importante sostenere, con la nostra presenza, eventi siffatti. Per dare forza e maggiore legittimità alle nostre lotte.

(e per chi avesse problemi di lettura)

LE COPPIE DELLO STESSO SESSO: LA PRIMA VOLTA IN CASSAZIONE  
Riflessioni sulla sentenza n. 4184/2012
con il patrocinio della Scuola superiore dell’Avvocatura

Università degli studi di Roma Tre
Facoltà di Scienze politiche – Aula Magna
Via Gabriello Chiabrera, 199 – Roma

4 giugno 2012, ore 15.00 – 18.30

Programma

Introduce
Prof. Avv. Raffaele Torino – Associato di diritto privato comparato (Università di Roma Tre)

Intervengono
Dott.ssa Maria Acierno – Magistrato (Corte Suprema di Cassazione)
Prof. Avv. Aurelio Gentili – Ordinario di diritto privato (Università di Roma Tre)
Prof.ssa Barbara Pezzini – Ordinario di diritto costituzionale (Università di Bergamo)

Pausa caffè

Dott. Mauro Di Marzio – Magistrato (Corte di Appello di Roma)
Avv. Roberto De Felice – Avvocatura generale dello Stato
Avv. Paola Moreschini – Scuola superiore dell’Avvocatura
Avv. Antonio Rotelli – Avvocatura per i diritti LGBTI

Conclude
Avv. Francesco Bilotta – Ricercatore di diritto privato (Università di Udine)

Evento formativo accreditato presso l’Ordine degli Avvocati di Roma (n. 3 crediti formativi)
Per iscriversi scrivere a: segreteriascientifica@retelenford.it 

LA PARTECIPAZIONE È GRATUITA

Domani sposi! – Note a margine sull’incontro coi Radicali Italiani sulla sentenza 138/2010

Ieri sera sono stato alla sede dei Radicali Italiani, dove ho avuto il piacere di moderare l’incontro I diritti LGBT(E) in Italia dopo la sentenza138/10.

Per chi non lo sapesse, la sentenza in questione è quella della Corte Costituzionale all’indomani dei ricorsi impugnati dalle coppie gay che si son viste rifiutare la pubblicazione della loro intenzione a sposarsi di fronte a un funzionario dello Stato, in comune. Le coppie sono state assistite e difese da Rete Lenford, l’avvocatura LGBT, e dall’associazione radicale Certi Diritti, che ieri ha organizzato il dibattito.

La sentenza è fondamentale per almeno tre ragioni:
1. riconosce legittimità costituzionale alle coppie di fatto, eterosessuali, gay e lesbiche
2. invita il Parlamento a legiferare per la piena parità, pur non pronunciandosi per l’estensione del matrimonio
3. condanna l’omofobia.

Durante l’incontro è stato pure presentato il libro curato da Yuri Guaiana, segretario dell’associazione Certi Diritti, Dal cuore delle coppie al cuore del diritto, in cui si narra la storia della sentenza e si discutono gli aspetti tecnici e politici della questione.

Sono intervenuti diversi e diverse ospiti, dal mondo dell’associazionismo (tra le altre CCO Mario Mieli e Famiglie Arcobaleno), dei partiti politici (erano presenti delegazioni del PD, di SEL e, naturalmente, dei Radicali) oltre ai rappresentanti di quelle realtà che attraverso la campagna di Affermazione Civile, hanno portato la questione di fronte alla corte suprema italiana.

Per chi volesse vedere tutto il dibattito, può cercare il podcast sul sito di Radio Radicale.

Io mi limiterò a fare una serie di brevi considerazioni.

Il movimento GLBT riesce a ottenere risultati concreti quando si muove su progetti specifici e si dà obiettivi politici. Occorrerebbe, quindi, puntare sul progetto. Molto spesso si guarda al dito della propria autoreferenzialità.

Il movimento trova una sponda nella società civile: l’avvocato Di Carlo ha dichiarato che il cosiddetto mondo giuridico è largamente possibilista sui temi di matrimonio allargato a gay e lesbiche e sulle adozioni. E non certo per affezione ideologica, bensì per rilevamenti tecnici. Il diritto, in altri termini, è dalla parte dei diritti.

Movimento gay e società civile devono pretendere una rappresentanza anche a livello politico. La politica parlamentare e quella “istituzionale”, tolte le dovute eccezioni (si pensi alle realtà di Torino, Milano, Napoli e Cagliari), è sorda a ogni tentativo di ammodernamento civile del paese.

Ne consegue che la questione omosessuale italiana diviene una cartina al tornasole per il rinnovamento della classe politica. Occorre che in Parlamento vadano persone nuove, gente disposta a mettersi in gioco e a rispondere ai bisogni della società, ovviamente non soltanto nel campo dei diritti civili. La sostituzione della casta con una classe dirigente capace è un elemento essenziale per la crescita di questo paese, in ogni suo campo.

Ha ragione Cristiana Alicata, del PD, quando dice che certe lotte vanno intraprese anche se sembrano poco popolari, non vincenti. Il senso della lotta politica è creare dibattito e attenzione di fronte la questione stessa che si solleva. Molti, dentro il movimento, vedono gli aspetti della lotta come aprioristicamente utopici se non velleitari. La sentenza 138 ci dimostra che le cose stanno esattamente all’opposto.

Infine: la strada è lunga e i mutamenti politici, all’orizzonte, non sono confortanti. Il centro-sinistra cerca l’alleanza con forze integraliste, al di fuori della legittimità costituzionale – a cominciare dall’UdC – e dietro quest’alleanza si chiederà proprio la testa dei nostri diritti. Di fronte a quest’evenienza non dobbiamo farci trovare impreparati.

La sinergia tra movimento, spazio giuridico e dialogo con quella politica attenta alla questione omosessuale italiana dimostra di essere vincente. La strada è segnata, a mio parere. Non rimane che percorrerla.

Il pd e la legge sull’omofobia che non punisce l’omofobia

Leggo sul sito di Arcigay che il 15 settembre scorso «la Commissione Giustizia della Camera dei Deputati ha ricominciato la discussione in merito ad un legge contro l’omofobia e la transfobia».

Sempre sullo stesso documento del sito, firmato non solo da Arcigay ma anche da Arcilesbica, Famiglie Arcobaleno e Agedo, si apprende che «le proposte in discussione sono due, quella dell’on. Soro (PD) e quella dell’on. Di Pietro (IDV)».

La proposta dell’Italia dei Valori prevede l’estensione della legge Mancino ai reati di odio omofobo e transfobico. La proposta di Soro, al contrario, è generica, interviene in modo timido sulle aggressioni e non include il vilipendio, l’ingiuria e la diffamazione contro le persone GLBT.

Tradotto in termini più comprensibili: se ti accoltellano è reato, ma a ben vedere accoltellare è di per sé un reato. In ufficio, a scuola, sull’autobus e in ogni dove si può invece essere liberi di etichettarti come brutto frocio, lesbica di merda, o trans schifoso. D’altronde si sa che dentro il pd la diversità di vedute è vista come una ricchezza. I diversi, evidentemente, un po’ meno.

Le ragioni per cui la proposta di Soro è una schifezza mentre quelle dei dipietristi sono idonee al concetto di civiltà ce le spiega Rete Lenford. Credo sia fondamentale riportarne uno stralcio:

I fatti accaduti finora si caratterizzano, in maniera molto schematica, in due sensi:

a) alcuni sono delitti già puniti dal codice penale, ma si connotano per un particolare accanimento nei confronti delle persone lesbiche, gay e transessuali.

b) altri sono comportamenti irrilevanti ai sensi delle norme penali attualmente vigenti, ma sono comunque espressione di un atteggiamento omofobico o transfobico.

Con la proposta di legge in considerazione, si intenderebbero colpire soltanto i comportamenti di cui alla lettera a), mentre rimangono del tutto privi di sanzione i comportamenti di cui alla lettera b).

In altre parole, si potranno continuare ad affiggere manifesti come quello trovato a Roma, che invitava a mettere i gay nel Colosseo con i leoni.

L’omofobia viene presa in considerazione solo come circostanza che aggrava una diversa fattispecie penale già esistente, mentre non è affatto presa in considerazione in sé e per sé. A questo secondo fine occorrerebbe una fattispecie autonoma di reato, ovvero l’estensione della Legge Mancino.

In altre parole: questa legge non punisce l’omofobia, punisce solo reati che esistono già. L’omofobia, semmai, è solo un’aggravante generica.

Adesso, il documento delle quattro associazioni è stato fatto oggetto di pesanti critiche da personaggi interni al partito democratico – Andrea Benedino e Fabio Astrobello –, in modo più o meno diretto, e da soggetti di orientamento di vaga connotazione (Gayfreedom) ma di fatto aderenti a chi si scaglia contro i critici della proposta Soro.

L’aspetto tragico e ridicolo della questione sta nel fatto che non si discute sui contenuti politici – ovvero: l’estensione della legge Mancino – bensì si critica Arcigay & Co. di fare da sponsor all’Italia dei Valori (Gayfreedom e Benedino). Il vero problema, apparentemente, non è nella qualità della legge: si tratta solo di una questione elettorale.

Altrove, invece, si invitano le persone GLBT ad accontentarsi della proposta Soro, che è sempre meglio di niente (Astrobello scripsit). Un po’ la manfrina dei DiCo, che veicola la stessa filosofia: non ci daranno mai una legge apposita per risolvere il problema specifico, faranno solo finta. E questa finzione dovrà pure piacerci perché di meglio non si può.

Vediamo perché le contestazioni al documento delle quattro associazioni sono fondamentalmente inutili, qualora illogiche:

1. L’IdV pone l’accento sull’estensione della legge Mancino. Ma certi esponenti del pd si ribellano: l’IdV farebbe solo propaganda, perché poi, nella prassi, non porta avanti quelle battaglie. Peccato che è proprio grazie a quest’atto dell’IdV – concreto o astratto che sia – che se ne sta parlando adesso. Fossimo fermi al nulla di fatto del pd, avremmo, come abbiamo per altro, proprio il nulla. E così è.

2. La critica che Benedino, sul suo profilo Facebook, fa all’IdV è la stessa che si potrebbe fare al suo partito di provenienza – i DS – e quello di approdo: i diritti delle persone GLBT sono usati come specchietto per le allodole. Non si capisce perché se il pd fa questo, per altro partendo sempre con mediazioni al ribasso, fa bene. L’IdV, usando la stessa tecnica, fa male. Ma questo, per nostra somma fortuna, è un problema di coerenza interna al pd.

3. Il problema reale per tutti, invece, è che questa classe politica non è in grado di garantire nessuna maggioranza che sia favorevole alla piena legittimità delle posizioni del movimento. Per due ragioni almeno: la prima, per la debolezza politica di pd; la seconda, per la capacità di circondarsi di alleati che vanno in direzione opposta alle nostre rivendicazioni, da Rutelli in poi.

4. La nota di Astrobello ci dà la sgradevole sensazione di essere tornati ai tempi dei DiCo. Ci suggerisce di accontentarci di una legge che, a ben guardare, non tutela dall’omofobia in attesa di tempi migliori, senza far nulla, a cominciare dal presente, affinché questi tempi migliori arrivino. E il balletto sulle future alleanze, con l’UdC in testa tra i possibili papabili, non lascia ben sperare su niente.

5. Ancora Gayfreedom, in un ragionamento ripreso anche da Benedino in uno dei suoi commenti, critica i leader del movimento GLBT di non saper fare politica. Critica condivisibile, sotto certi aspetti, ma troppo generica. Per altro, si potrebbe ribattere che le persone che saprebbero fare politica non hanno fatto una figura meno pietosa di coloro che vengono criticati. Con un’aggravante: se i leader del movimento sono incapaci, il fallimento c’è da aspettarselo. Ma questo fallimento arriva anche dai ranghi del pd, che la politica, a sentir questa o quella sirena, la sanno fare. Ritorna il sospetto, dunque, che in mezzo a tanta perizia e professionalità ci sia la non volontà di arrivare a leggi specifiche.

Fatte queste considerazioni, ne consegue una domanda: tra un gruppo di persone incapaci di parlare chiaro il nostro linguaggio, ma capaci di consigliare una scheggia di niente rispetto al niente nella sua oceanica vastità, e chi fa azioni, per quanto dimostrative, che inducono a elementi di discussione concreta – tradotto: tra chi, salvo poche eccezioni, fa poco e nulla sul piano pratico per i nostri diritti e chi permette lo sviluppo di un dibattito culturale di base – voi chi scegliereste?

Concludo sperando che questo mio tentativo di dibattito, sicuramente critico ma spero civile, arrivi alle orecchie dei tre interessati. Sarebbe istruttivo capire cosa ne pensano in merito.

Domani sposi (e spose)

Riporto il Comunicato Stampa dell’Associazione Radicale Certi Diritti. A seguire dichiarazioni dei Professori Vittorio Angiolini, Marilisa D’Amico e dell’Avvocato Massimo Clara:

L’Associazione Radicale Certi Diritti, che insieme ad Avvocatura lgbt Rete Lenford ha lanciato due anni fa la campagna di ‘Affermazione Civile’ per il riconoscimento del matrimonio gay, esprime il suo dispiacere per non aver raggiunto subito il risultato di ottenere dalla Corte costituzionale il pieno accoglimento delle questioni sollevate dai ricorsi delle coppie gay per vedersi riconosciuto il matrimonio. Al contempo esprimiamo profonda soddisfazione riguardo il riconoscimento del principio espresso dalla decisione del fondamento costituzionale delle unioni omosessuali. La Corte, infatti, ritiene che non sia possibile oggi estendere semplicemente l’istituto del matrimonio anche alle coppie omosessuali ma riconosce esplicitamente la loro rilevanza costituzionale, il loro diritto ad avere una normativa giuridica appropriata, ritenendo che sia compito del legislatore scegliere la disciplina più confacente.

Di seguito sintesi dei tre punti rilevanti favorevoli alle coppie gay:
1) riconoscimento che l’unione omosessuale, come stabile convivenza, è una formazione sociale degna di garanzia costituzionale perché espressione del diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia.
2) neppure il concetto di matrimonio è cristallizzato dall’Art. 29 della Costituzione e quindi non è precluso alla legge disciplinare il matrimonio tra gay, anche se restano possibili per il legislatore soluzioni diverse.
3) il legislatore deve intervenire e se non interviene la Corte potrà intervenire per ipotesi particolari, in cui sia necessario costituzionalmente un trattamento omogeneo tra la coppia coniugata e la coppia omosessuale.

Dichiarazione del Prof. Vittorio Angiolini, Ordinario di Diritto Costituzionale alla Università Statale di Milano: “Nelle motivazioni della sentenza della Corte costituzionale viene esplicitata la necessità di un riconoscimento costituzionale delle unioni omosessuali, resta al legislatore di provvedere senza discriminare le persone gay dalle persone eterosessuali”.
Dichiarazione di Marilisa D’Amico, Ordinario di Diritto Costituzionale all’Università Statale di Milano e dell’Avvocato Massimo Clara: “Questa è una prima tappa in cui la Corte indica la strada costituzionale per il riconoscimento della piena uguaglianza fra coppie omosessuali ed eterosessuali e se il Parlamento non intervenisse sarebbe evidente il vulnus costituzionale per il riconoscimento delle unioni tra coppie gay”.
Le motivazioni della sentenza sono al seguente link:

http://www.certidiritti.it/tutte-le-notizie/685-le-motivazioni-della-sentenza-della-corte-costituzionale.html

P.S.: un grazie a Sergio Rovasio per l’impegno della sua associazione, e grazie a Cristiana Alicata per aver pubblicato la nota riportata sul suo profilo.