Froci di professione

billydolldetailOgni tanto, quando faccio notare alcune evidenze al gay renziano standard – quello che, per intenderci, parla per slogan ricopiandoli dai tweet del presidente del Consiglio – partono gli insulti.

Discutevo con uno di loro su un fatto molto semplice. Si chiedeva giustamente il nostro: come mai se insulto un ebreo è antisemitismo, se insulto un nero è razzismo, ma quando si tratta di offendere le persone LGBT è libertà di opinione?

Gli ho fatto notare che sta in un partito che sulla questione degli hate speech si è mosso così:

  • poteva fare una legge anti-omofobia con SEL e M5S, ma ha preferito salvare le larghe intese e quindi il ddl è stato riscritto con i centristi. Cattolici, per altro
  • quei centristi non erano semplici parlamentari: erano omofobi. La legge è stata fatta con la regia di Paola Binetti e votata da Buttiglione, per capire di cosa e di chi stiamo parlando
  • il ddl sosteneva che rientrano nella libera opinione le affermazioni di un certo tipo in luoghi quali scuole, sindacati, partiti, chiese, ecc. Ad esempio, se un prof di religione dice che i gay sono malati o depravati, rientra nella sua facoltà di pensiero
  • il ddl non è mai passato – nonostante il suo relatore, tale Ivan Scalfarotto, forse vivendo in una dimensione parallela pensi il contrario – ma a livello culturale ha sdoganato l’omofobia come opinione.

Ne è venuto fuori che il mio problema è un’aggressività con radici psicologiche non ancora ben chiare (e l’accusa di isteria, se ricordate, è tipica del pensiero maschilista rispetto l’universo femminile) e che è costume dei “froci di professione” come me reagire così, di fronte a certi argomenti.

Adesso, io non so cosa ci voglia per essere annoverati in tale categoria. So però che come lavoro non faccio il “frocio”, bensì l’insegnante. E la scuola che mi ha assunto non mi paga in virtù del mio orientamento, ma per quanto fatto in classe.

Precisato questo, credo sia importante mettere in chiaro anche un altro aspetto della questione: se mi dite dov’è che pagano i gay in quanto tali, io presento il curriculum. Che lo stipendio di un prof non è proprio a cinque cifre e di questi tempi, converrete, avere un po’ di denaro in più non fa male.

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Le adozioni, Di Maio e gli scivoloni di Gay.it

Mi si è chiesto più volte come mai abbia abbandonato la mia collaborazione su Gay.it. Vediamo di capirlo meglio guardando questa immagine (di Simone Alliva):

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Non sta a me difendere i politici, né mi interessa farlo. Ma qui il problema è di veridicità giornalistica e di correttezza politica. Il M5S e Di Maio sostengono il ddl Cirinnà con le stepchild adoption. Altra cosa è l’adozione su cui il vicepresidente della Camera per altro sbaglia, a parer mio, dicendosi dubbioso. E questo è un altro piano ancora.

Qualcuno in Gay.it gli affibbia però dichiarazioni proprio contro le stepchild adoption, cosa evidentemente non vera. Tale procedimento sembra voler far ricadere su altri le titubanze del partito renziano su un provvedimento che stenta a decollare per l’ostilità dei suoi stessi senatori cattolici e dell’alleato di governo. Le sirene di partito già inveiscono contro le timidezze del movimento di Grillo. Se facessero, invece, il loro dovere dentro il Pd – lavorare davvero per le istanze LGBT – non saremmo a questo punto. E invece…

Avevo già subodorato un deragliamento filo-governativo, negli ultimi giorni della mia permanenza sul sito. Certi “scivoloni” non potevano coesistere con la mia presenza, anche se ero un semplice blogger. Capirete perciò il mio imbarazzo. E le ragioni di un addio.

Scandalo al Colosseo e “disaficionados” alla democrazia

CPN--Z8XAAYQxsZCominciamo dalle istruzioni per l’uso, che sono molto semplici: scioperare è un diritto. Fare le assemblee sindacali, durante l’orario lavorativo, pure. Succede in Italia e in tutto il mondo. Musei inclusi. Scopo dello sciopero, poi, è recare disagio. Di una protesta che non crea disagio, non parla nessuno, a tutto svantaggio del potere contrattuale di chi lo fa. Per cui se qualche giorno fa il Colosseo ha rimandato la sua apertura di qualche ora per un’assemblea annunciata già dall’11 settembre, rientra nel lecito. Nel diritto. E il nostro, si ricordi, è uno stato che su esso – sul diritto – si fonda.

Premesso tutto ciò, vorrei soffermarmi sulle reazioni di alcuni politici su Twitter e altri social, di fronte a quanto accaduto il 18 settembre dalle 8:30 alle 11:30. A cominciare dal ministro Dario Franceschini, che tuona: «Ora basta, la misura è colma» aggiungendo che si tratta di «uno sfregio per il nostro paese». Gli fa eco il sempre caro Matteo Renzi, che rincara: «Non lasceremo la cultura in ostaggio dei sindacalisti contro l’Italia». Non perde l’occasione di tacere neppure l’amatissimo Ignazio Marino, che esordisce con: «Abbiamo liberato il Colosseo da auto e camion bar, ora va liberato dai ricatti». Insomma, pare che ai maggiorenti del Pd la democrazia, nome dal quale hanno mutuato l’aggettivo con cui decorano la denominazione del loro partito, stia un attimo stretta.

barracciuSe poi guardiamo alle reazioni, ancora dentro il governo, si passa dal grottesco al ridicolo, con punte fantasy soprattutto nelle dichiarazioni di Francesca Barracciu, già nota per l’uso sgrammaticato di Twitter ai più (e per qualche guaio con la giustizia), sottosegretaria ai Beni Culturali, che dichiara: «Ass sindacale che danneggia centinaia di turisti paganti che dedicano 1 giorno di ferie al #Colosseo e decine di guide turistiche è 1 reato!» e non puoi non pensare, leggendo, al raffinato eloquio di Super Vicky, la bambina robot. E pazienza per l’uso del numerale come articolo e trascritto in cifra.

Quando poi si scopre che tutto è regolare e che era compito del ministero avvisare del disagio, arrivano i nostri. E in soccorso del suo stesso governo, arriva lui, ser Scalfarotto con perle argomentative quali «Alla fine, o si sta con chi pensa che chiudere il Colosseo ai turisti di tutto il mondo sia democrazia o con chi pensa che sia pazzesco» e ancora scomoda il New York Times (si CNlppldWsAEz3Euspera con ironia, ma pare poco chiaro) per i ritardi della comunicazione.

Tasta il polso del paese reale, invece, Francesco Nicodemo – responsabile della comunicazione del Pd, quando non impegnato a bloccarti su Twitter come farebbe un Gasparri qualsiasi – che svela: «I 5 con me nello scompartimento dell’IC hanno tutti un pessimo giudizio di quanto avvenuto al ‪#‎Colosseo‬. Dubito che siano tutti renziani». Che siano solo ignoranti o peggio ancora, di destra?

Chiude questa carrellata di disaficionados alla democrazia tale Luigi Marattin, noto ai più per aver offeso Nichi Vendola consigliandogli, ai tempi delle primarie, pratiche sessuali di tipo penetrativo (la sua colpa: non essere Renzi) e poi assurto a onore e gloria divenendo consigliere economico a Palazzo Chigi. Vi lascio alle sue parole:

Non so come la storia giudicherà l’esperienza politica di Matteo Renzi, di chi è con lui e di chi ne davvero condivide l’approccio al cambiamento (questi due gruppi non sempre coincidono). Ma per la prima volta si prova a cambiare completamente il meccanismo di formazione del consenso e di governo della cosa pubblica, rompendo tabù che per decenni hanno ingessato il paese e il suo futuro. Se questo implica “strappi”, “rotture” con chi interpretava il vecchio mondo o accuse di arroganza o peggio, pazienza. See questo implica – a livello nazionale e locale – che gli interpreti del vecchio mondo proveranno per la prima volta l’indicibile ebbrezza di cercarsi un lavoro o ritirarsi a vita privata, pazienza.

r-POST-DI-MARATTIN-large570Sì, avete visto bene: anche lui scrive male e lascia i refusi. Tra una minaccia e l’altra a chi, per esercitare un suo diritto, si vede un’intera classe politica promettere licenziamenti e restrizioni.

Andrebbe poi detto che quell’assemblea è nata perché ai lavoratori e alle lavoratrici dei siti archeologici romani non vengono pagati gli arretrati e non viene rinnovato il contratto. Abitudine questa che, insieme a qualche funerale mafioso e al normale degrado cittadino in cui versa Roma, contribuisce a dare della città un’immagine vergognosa di fronte al resto del mondo. Ma di questo i politici preferiscono non parlare. Chissà perché.

Meeting di Rimini: il nulla di Renzi sulle unioni civili

51Ho appena finito di vedere la diretta su Sky dell’intervento del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, alla platea del meeting di Comunione e Liberazione. Nella nuova Italia raccontata da Renzi in quel consesso nemmeno una parola è stata pronunciata sulle unioni civili.

Adesso, nell’eventualità di altre diete mediatiche dentro il partito del premier, credo sia importante annoverare questo ennesimo silenzio tra le varie vittorie politiche – e quindi, nell’ambito della loro rilevanza dentro il Pd – dei gay renziani. Vedremo in quali mirabolanti esercizi di retorica si cimenteranno per cercare di smentire ciò che appare fin troppo evidente: al premier non importa nulla dei diritti civili delle persone LGBT.

Intanto ricordo che siamo a -51. Sarebbe un peccato dover chiedere a tutte queste persone di lasciare il partito e i loro vari incarichi nello stesso, qualora il 15 ottobre non venga licenziato il testo almeno al Senato. Converrete.

Meno cinquantatré per i gay renziani

Il Corriere della Sera si è svegliato e concede spazio alle affermazioni omofobiche di Bagnasco il quale dice che è scorretto applicare «gli stessi diritti della famiglia ad altri tipi di relazione». Non so cosa sia immensamente più triste in tutta questa vicenda. Se le parole del quotidiano quali “governo diviso” sulle unioni civili, come se prima invece fosse compatto. Se le solite ingerenze di un’organizzazione che sa dire di no solo ai diritti delle persone LGBT e poi chiude gli occhi su pedofilia al suo interno, mafia ai suoi funerali e altre amenità similari. Se l’ira di Scalfarotto. O del ruggito dell’afide. Perché il sottosegretario si è arrabbiato, a quanto pare. Ma dubito che il Vaticano sia stato percorso da un fremito di terrore.

Al di là di quelle che sembrano questioni di gossip di palazzo – dov’è la notizia su Bagnasco contrario, col plauso di Lega e Ncd? – andiamo alle questioni sostanziali.

La legge sulle unioni civili è stata utilizzata come cavallo di battaglia nella retorica del premier prima per vincere le primarie, poi per arrivare a palazzo Chigi. Da quando è su quella poltrona, Renzi è riuscito a portare avanti riforme impopolari – jobs act e “buona” scuola, per fare due soli esempi – infischiandosene del malumore suscitato tra sindacati e insegnanti, base elettorale del Pd stesso (pare, per altro, che il partito del premier sia scivolato sotto il 30% nei sondaggi). Dopo diciannove mesi quella legge è ancora in Senato, impantanata tra migliaia di emendamenti e senza nessuna volontà governativa di portarla avanti. Strano che un presidente del Consiglio così decisionista su molte altre questioni, non faccia pressioni analoghe su un suo tema di campagna elettorale. Lo spettro di trovarci di fronte l’ennesima presa per i fondelli è lì all’orizzonte. La data ultima è il 15 ottobre. Vedremo che passi si faranno, alla riapertura delle camere.

Mentre si spaccia per “la volta buona” un sostanziale ritardo sull’approvazione della legge (io ho perso il conto sul numero di rinvii, non so voi), tra le file dei gay renziani (e pure delle lesbiche) cresce il nervosismo. Categoria singolare, quella. Almeno in Italia. Non serve, infatti, per portare le istanze della piazza dentro i palazzi del potere. Funzionano esattamente al contrario: stanno lì perché si possa dire che il Pd del “cambia verso” di occupa di questioni LGBT e per insultare quella militanza che, pur tra mille contraddizioni, qualche risultato a casa l’ha portato (dalla Corte Costituzionale ai pronunciamenti dei tribunali, il merito va alle associazioni). Si ricordi Scalfarotto, appunto, cosa disse alla gay community che si mostrò perplessa di fronte a una legge che sdoganava l’omofobia. E si vedano certe firme sulla nuova Unità, affidata a ventenni che si scagliano contro il matrimonio egualitario, considerandolo l’origine di tutti i mali. Dopo gli attacchi, poi, arrivano puntuali le lodi al leader. Solo che stavolta hanno fatto un errore: indicare una data. E la data è, appunto, il 15 ottobre. Entro quel giorno, dovremmo avere l’ok alla camera alta.

Ne consegue che se ciò non dovesse verificarsi – e ho i miei dubbi, visto l’iter parlamentare – questa gente dovrebbe rispondere non solo del loro atteggiamento verso la comunità LGBT italiana, ma anche del loro ruolo dentro il Pd. Il tempo sta scadendo. Dopo il 15 ottobre non si accetteranno più scuse, né per il loro partito, né per il governo che difendono, né per quello che rappresenterebbero agli occhi dell’opinione pubblica. Ma ci rivediamo, appunto, a ottobre. Fino a quel momento sospendiamo il giudizio.

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Il caso Tsipras e due letture illuminanti. Anche per chi vota Renzi

Tripras, il primo ministro greco

Tripras, il primo ministro greco

Leggo sui social una certa rabbia nei confronti di Tsipras, del referendum greco e della piega che la politica sta prendendo ad Atene.

Per quanto riguarda i renziani, li capisco benissimo: il primo ministro greco fa cose di sinistra, interpella il popolo per questioni di primaria importanza e ha avuto un mandato popolare, tramite elezioni democratiche. È normale che per chi è abituato a obbedire ciecamente sia fumo negli occhi.

Capisco un po’ meno coloro che hanno un contratto precario da 500 euro al mese o campano di lavoro dipendente. Non sarò io a dirvi che per il potere che tanto difendete siete niente di più che morti di fame – e invece dovrebbe prevalere un’etica in cui gli esseri umani sono individui prima di forza lavoro a beneficio d’altri – ma dovrebbe essere chiaro che tifare per l’alta finanza non vi tutelerà dal disastro quando quei poteri stessi imporranno in Italia ciò che hanno già fatto sulle sponde dell’Egeo.

Di fronte a questi atti di “greggismo” di fronte ai nuovi dogmi finanziari imposti da un’Europa che è giusto che ci sia, ma che non deve ridursi a insieme di divieti su cosa mangiare o meno a tavola e a scusa per far fare alle banche il bello e cattivo tempo a danno della democrazia, vi consiglio due letture.

La prima, di Franco Buffoni, tratta dal suo volumetto O Germania. E penso che potrete averne solo beneficio.

La seconda di Marco Travaglio, soprattutto quando dice:

ciò che più sfugge ai nostri trincia-giudizi in casa d’altri è la serietà, la dignità dei nuovi politici di Atene. Che magari sbagliano ricetta economica (ma vai a sapere qual è quella giusta: hanno fallito tutte, ma proprio tutte), però hanno il sacrosanto diritto di essere messi alla prova: perché, nel disastro greco, non hanno alcuna colpa, non avendo mai governato prima. Chi dà loro lezioni da Bruxelles o da Berlino ha colpe molto più grandi di loro, visto che l’austerità ha peggiorato la vita e l’economia della Grecia, esattamente come quella di quasi tutto il resto dell’Eurozona.

Per il resto, un po’ meno isteria politica e un po’ più di solidarietà democratica. E se si recuperasse anche un minimo di dignità, non sarebbe un male. Ecco.

E ora obbligare Renzi a fare le unioni civili

Monica Cirinnà

Il referendum irlandese ha messo in luce, come ci ricorda Matteo Winkler in un suo articolo sul Fatto Quotidiano, l’inadeguatezza della politica italiana di fronte a una società che si dimostra sempre più pronta ad accogliere l’allargamento dei diritti civili per le persone LGBT.

Perché diciamocelo chiaramente: avremo pure il Vaticano che frena, ma il problema principale è quello di una classe dirigente che nella sua interezza non è capace di fare il grande salto verso una legge che sia, qualora non pienamente dignitosa, per lo meno giusta.

E questo avviene per due ragioni:
1. chi dice di essere per il matrimonio egualitario, non ha i numeri per farlo approvare (e mi riferisco a SEL e al M5S)
2. chi ha i numeri, non vuole il matrimonio egualitario seppure in varia misura (dal no senza se e senza ma dell’NCD alla timidezza del Pd in merito).

Per altro, il referendum irlandese ha messo anche in luce la storica divisione della comunità LGBT italiana, divisa tra chi vuole una legge dignitosa e anche giusta e chi si accontenta di tutto, pur di non disobbedire al proprio partito di riferimento (e poi ci lamentiamo del Vaticano?).

Sì, perché qui in Italia la situazione è questa: per la comunità non esiste un obiettivo comune (il matrimonio) e una strategia da adottare per arrivarci (e su cui discutere), ma esiste una divisione in fazioni. Da una parte c’è chi lavora nelle scuole, chi fa campagne di sensibilizzazione, chi si occupa di fare prevenzione, ecc (e questo è il mondo delle associazioni). Dall’altra se non sei per il leader carismatico di turno, sei contro. E quindi, inevitabilmente, vecchio, da rottamare e gufo. Basta vedere i commenti di uno Scalfarotto qualsiasi che si rivolge alle associazioni così come Renzi si rivolge contro i sindacati. Poi pazienza se Scalfarotto può fare quello che fa perché in passato le associazioni che tanto disprezza hanno lavorato sul tessuto sociale mentre lui era tra Londra e Mosca a pensare (e giustamente) alla sua carriera. Gli fa eco la piccola militanza di partito. Se non ami il ddl Cirinnà, anche a costo di un suo svuotamento, sei il nemico.

Mi sono arrivate accuse, sui social, da parte di chi in nome dell’obbedienza cieca di cui sopra mi addita come nemico dei diritti civili, attivista gay di professione, disfattista e tutto il resto della retorica post-berlusconiana adottata dal premier. Non hanno capito, questi infausti figuri, che io non sono contro il ddl Cirinnà, semmai pavento un suo depotenziamento. E che non vivo di attivismo, ma che insegno in una scuola. Ma mi rendo conto che in una mente binaria (si/no, vero/falso, pro/contro, ecc) non può sopravvivere più di un’idea alla volta. Me ne farò una ragione, come si dice in certi ambienti a loro più cari.

Ritornando al tema in questione, il mio pensiero in merito è noto da tempo: occorre, allo stato attuale, pretendere che venga approvato il disegno di legge sulle unioni civili così com’è e di pretendere dal presidente del consiglio che tale provvedimento sia come egli stesso lo ha pensato. Ovvero: omogeneo al matrimonio, con le stepchild adoption e con la reversibilità della pensione. Bisogna dire a Renzi, in buona sostanza, che il suo partito deve seguire la sua linea secondo quanto ha promesso sin dai tempi delle primarie. Né più né meno.

Poi si potrà capire, seguendo questa condotta, se il leader del Pd è sostanzialmente un opportunista – ed è questa la mia idea in merito – oppure se ha mantenuto quanto promesso. In tal caso si porta a casa un risultato. Minimo, lo so benissimo. E lontano dal concetto di dignità della persona (ragazzi e ragazze, stiamo parlando del Pd, non di un partito serio, mettiamocelo bene in testa). Ma pur sempre un risultato che risolverebbe alcuni problemi per non poche famiglie LGBT. Poi starà a noi persone di buona volontà premere perché subentri la piena parità: il matrimonio. Non è un accontentarsi, è capire che da un branco di pecore non puoi ottenere altro che belati, lana grezza e latte.

Vedremo, quindi, se il partito di Renzi sarà in grado di essere risoluto anche su questo tema – così come lo è quando si è trattato di togliere diritti a chi lavora e di peggiorare le condizioni professionali migliaia di insegnanti – o se lo ha usato solo per fare campagna elettorale sulla nostra pelle.

Nel primo caso, avremo un punto di partenza su cui apportare delle migliorie.
Nel secondo, avremo smascherato un bugiardo.
In entrambi i casi non aspettatevi scuse dal fan club di gay e lesbiche che lavorano alla corte renziana. Per loro va bene tutto così com’è. Il lavoro sporco, tanto per cambiare, tocca ad altri.

Irlanda e renziani: istruzioni per l’uso

image2Cari gay renziani (o piddini più in generale) che state festeggiando il (probabile) sì in Irlanda al matrimonio egualitario, vi ricordo che in Italia il vostro partito:
1. non sa produrre niente di meglio di una legge che tutela l’omofobia a scuola (ddl Scalfarotto)
2. non sa produrre niente di meglio di un ddl ghetto per le coppie gay e lesbiche (quello sulle unioni civili)
3. non riesce a votare nessuno dei due provvedimenti (uno arenato, l’altro continuamente rimandato).

Adesso capisco pure che, come un cane di Pavlov qualsiasi, siete portati a esultare in automatico laddove intravedete la prospettiva di una vittoria, non importa quale essa sia o chi ne siano i protagonisti: lo avete già fatto con Tsipras, considerandolo un “Renzi greco”. Poi pazienza se l’uno sta all’altro come Falcone sta alla mafia. Giusto per ricordare anche il giorno che è oggi.

Oggi però non siete titolati a gioire. La gioia oggi è di chi vuole tutto, senza mediazioni al ribasso. Dove tutto significa piena dignità, senza l’inutile elemosina del vostro leader-padrone.
La gioia è di chi non ha paura a chiamare le cose col loro nome. A cominciare da quello di “matrimonio”.
La gioia è di chi non è mai stato nello stesso partito che ha ospitato o ospita ancora gente come Paola Binetti e Mario Adinolfi o Rosy Bindi e Beppe Fioroni, che dettano la linea su certi temi (ricordiamoci ancora la legge sull’omofobia, a tal proposito).
La gioia è di chi sceglie l’uguaglianza e non chiede a nessuno il permesso di essere, vivere e amare. Chiaro?

Conservatorismo e disumanità

Al renziano standard non sembra vero di poter dire che la debacle di Miliband, leader del New Labour, è dovuta al suo essere troppo di sinistra. Basta girovagare per i blog dei vari gay/lesbiche di regime per averne contezza. Secondo questi ed altri politologi, la vicinanza del laburista ai sindacati e la mancata adesione alla terza via blairiana hanno portato la società inglese a scegliere un’alternativa dall’identità più certa, sebbene in senso conservatore.

Quello che il renziano standard non riesce a confessare è la sua gioia per la sconfitta della sinistra nel Regno Unito, visto che le ricette progressiste sanno troppo di Pd vecchia maniera o meglio ancora: dato che la politica di Cameron è molto più simile a quella di Renzi. D’altronde, nella mente binaria dei/lle supporter del nostro premier, se non sei come il capo sei il nemico assoluto (possibilmente grillino).

Quello che il renziano standard non dice, ancora, e probabilmente per ignoranza, è che l’età di Tony Blair (presa a modello come perfetta sinistra che fa una politica anche di destra senza dover cambiar nome al partito) ha lasciato a casa una buona metà dell’elettorato inglese, cosa che sta facendo anche Renzi in Italia. Basta vedere le percentuali di votanti alle Europee, a Roma per il sindaco e alle regionali in Emilia per rendersene conto.

La mia chiave di lettura, invece, è un’altra: il trionfo del conservatorismo ci dimostra non tanto l’inconsistenza delle idee progressiste, quanto il fatto che l’umanità sia profondamente egoista. Chi è più fortunato non vuole cedere nulla a chi non ha. E chi non ha dovrà pagarne il prezzo. Questa disumanità si sta consumando in Europa, a discapito dei più deboli, a livello intra e internazionale. La storia chiederà presto il conto presto di questa follia. Sappiamo già chi chiamare in causa per tutto questo.

Se proprio volete essere trattati da froci…

«Svegliarsi con la consapevolezza che, quando si è circondati da puttanelle di regime e frocetti a identità limitata, la tua superiorità non è una scelta, ma l’unica strada possibile». Stamattina ho scritto questo, su Twitter. In reazione a uno scazzo sui social, per cui arriva sempre il solito gay di partito – guarda caso renziano – che a un certo punto ti dice che, anche se le unioni civili non fossero come dovrebbero essere, ci dovremmo comunque accontentare.

Perché non si può avere tutto e subito.
Perché negli altri paesi si è fatto così.
Perché pretendere da subito la piena uguaglianza è una cosa da comunisti brutti e cattivi. O da estremisti tipo Isis.
E amenità del genere.

Peccato che il “non tutto e subito” lo si insegua almeno dagli anni novanta e che non è vero che negli altri paesi si è fatto così (tipo Spagna e Sud Africa, per citarne solo due). Ma questo è un problema di cultura di base, che evidentemente qualcuno non ha.

Ovviamente, poi, è emerso anche che la colpa del nulla di fatto in merito ai diritti LGBT sarebbe di gente come me, con questa fissa dell’uguaglianza di fronte alla legge. E quindi, dopo l’ennesimo scazzo e un paio di defollow – dovuti al fatto che mi si dice di “scendere dal piedistallo” quando dico semplicemente che qualsiasi testo di legge che non comprenda gli stessi diritti del matrimonio, secondo il ddl Cirinnà che per altro sarebbe anche quello del Pd – ho scritto quanto riportato su.

Si badi: non è diretto a persone specifiche, ma ad un atteggiamento diffuso. So che il linguaggio si presta a proteste su “sessismo” et similia, ma è voluto proprio per dimostrare come un certo approccio determina, appunto, quel tipo di sensazione nella mentalità collettiva. Se per primo non affermi con forza, appartenendo a una minoranza, che hai gli stessi diritti di chiunque proprio perché fai parte di un gruppo minoritario – e attenzione: non nonostante, ma “proprio per il fatto di” come sta scritto sulla Costituzione – ti tratti da solo da “frocio”. E se lo fai per arrivismo politico, è “prostituzione”.

E ancora, sul discorso che occorre chiedere parità di trattamento “proprio per il fatto di”: esso rientra in un processo che ha già accomunato, nel passato, neri, ebrei, donne, altre minoranze. Le quali non protestavano “nonostante” fossero diverse, ma perché quella diversità doveva essere trattata così come si trattava l’identità degli uguali. Ma appunto, questo è un discorso di cultura. C’è chi ce l’ha e c’è chi invece si limita a dire sì a qualunque scempiaggine propinata dal partito per cui milita. Anche contro se stessi.

Ovviamente c’è stato chi non ha tenuto conto di tutta questa faccenda, nella sua complessità: io non dovevo usare certi termini. La forma invece della sostanza. Con richiami a eventuali similitudini con Adinolfi. Peccato che chi poi lavora alacremente dentro questo o quel partito affinché si venga trattati da ortaggi e non da esseri umani – così come pretende l’Adinolfi già citato – non sia stato criticato di una virgola. Ma appunto, il mio è puntiglio da comunista che strizza l’occhio all’Isis. Ce ne faremo una ragione.